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lavoro pubblicato sabato 7 aprile 2018
ultima lettura giovedì 21 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Più vero del vero - Prima puntata

di nickvandick. Letto 421 volte. Dallo scaffale Eros

Lou-Jane, giovane ed affermata pittrice newyorchese, d'accordo con il proprio marito, ordina per posta un robot con le perfette sembianze umane di una bellissima e procace ragazza di venti anni chiamata Megan.

Più vero del vero

Il pacco era arrivato.

Era più grande e ingombrante di quanto Lou-Jane avesse immaginato. I fattorini erano in due e avevano faticato non poco a trascinarlo dentro casa. Una grossa scatola di cartone sigillata con delle strisce di plastica dura. I soliti avvisi stampati sopra, “fragile” e “non rovesciare”. Nessun’altra indicazione. Nessuno avrebbe potuto sospettare la natura del suo contenuto.

Aveva firmato la ricevuta e il tizio, il suo compagno era rimasto sul pianerottolo, l’aveva guardata con quell’aria da sborone, come a voler dire: “Ehi bella, visto che ci troviamo qui e tu sei mezzo nuda e intorno non vedo nessun’altro oltre al mio socio là fuori e tu che indossi quei due straccetti che ti ricoprono a malapena la punta di queste tue magnifiche tette, perché non ci appartiamo un momento e ci fai vedere, a me e al mio socio là fuori, cosa nascondi sotto quei pezzetti di stoffa?”

In effetti il suo abbigliamento non poteva definirsi castigato. Indossava un top rosso, una di quelle strisce di tela elastica che avvolgono il seno delle donne e lo stringono per non coprire niente, anzi, per creare quell’effetto del vedo e non vedo che fa strabuzzare gli occhi a tutti i maschietti con un po’ di pepe sull’estremità del cosino, il ventre nudo e un paio di pantaloncini corti di jeans, una taglia più piccola della sua, che esaltavano le sue strepitose natiche in mezzo alle quali il suo venerato maritino adorava nei momenti di intimità attardarsi ad esplorarne le profondità. Non avrebbe mai voluto provocare altri uomini se non lui, ma lui era al lavoro e anche lei era al lavoro, nella tenuta che preferiva quando dipingeva.

Sì, perché Lou-Jane faceva la pittrice di professione. I suoi quadri, in particolare nudi femminili, ma anche paesaggi, ritratti e nature morte, beneficiavano di una quotazione niente male presso alcuni galleristi della Down-Town e di una richiesta che poteva attestarsi intorno ai due pezzi mensili, di medio formato naturalmente. Quando andava male insomma piazzava senza difficoltà una ventina di dipinti l’anno che producevano un guadagno sufficiente a godere, unito ai proventi dell’attività di avvocato del suo adorato maritino Norman-Ray, di un tenore di vita che poteva reputarsi agiato. Niente di strepitoso, ma abbastanza decoroso per le loro attuali esigenze di giovani sposi. Potevano permettersi di andare al ristorante almeno un paio di volte la settimana, a teatro il sabato sera, potevano permettersi un guardaroba fornito si abiti firmati, scarpe italiane, borse e valigie di Louis Vuitton, occhiali di marca, biancheria intima di classe e tutto quanto servisse a soddisfare le voglie di due trentenni indipendenti (lei trenta non li aveva ancora compiuti e ne contava due di meno, ventotto), di pagare puntualmente e senza problemi l’affitto di quell’appartamento nel West Side, ad un tiro di schioppo dai famosi Dakota Appartaments dove Roman Polanski aveva girato il suo film più famoso, Rosemary Baby. Insomma, andava tutto a gonfie vele.

Ora Lou-Jane non immaginava minimamente che proprio quel giorno le avrebbero recapitato la consegna del pacco che lei e Norman-Ray aspettavano da oltre un mese, uno sfizio che si erano voluti togliere e che era costato ad entrambi parte dei risparmi accumulati per andarsene, non appena fossero stati liberi da impegni, in una di quelle isolette dei tropici e restarsene tutto il santo giorno senza niente addosso a scopare, bere e mangiare, prendere il sole, fare il bagno nell’oceano senza pensare a niente altro. Ventimila dollaroni, uno sull’altro e pagati in anticipo.

Come tutte le mattine quindi si era messa al lavoro nel suo studio situato nella parte est della casa, dove si poteva raccogliere la luce migliore delle ore migliori. Un nudo, uno dei suoi soggetti preferiti, ma questa volta di grande formato, un metro e cinquanta per novanta centimetri, una giovane donna sdraiata sul sofà in una posa plastica, sguardo riflessivo e capelli sciolti colore del grano maturo, tonalità calde, rossi, gialli, ocra, terra di Siena. Un quadro commissionato da un ristoratore italiano che lo avrebbe esposto nel suo locale a Tribeca. Niente di volgare, al contrario molto sensuale e introspettivo. I bozzetti che aveva presentato erano stati accettati e adesso, dopo quasi un mese di accurata preparazione, ci stava lavorando anima e corpo.

Il quadro stava venendo bene, proprio come Lou-Jane lo aveva progettato e aveva anche già in mente la cornice da applicarci, larga, senza passe-partout. Ne avrebbe parlato con il suo corniciaio di fiducia a lavoro ultimato, ma era certa di trovare un’intesa. Si trovavano sempre d’accordo sulle cornici da applicare, lui sapeva esattamente dove la sua cliente voleva andare a parare. Una volta consegnato avrebbe recuperato buona parte dei soldi investiti per la follia contenuta nella scatola di cartone che troneggiava nell’ingresso.

Tirò fuori un biglietto da venti e non senza una certa fatica riuscì a sbarazzarsi degli impetuosi ragazzi delle consegne. Non era colpa loro, chiunque si sarebbe lasciato andare a qualche smanceria ritrovandosi davanti una puledra pari suo, con tutto il ben di Dio di cui mammina l’aveva fornita in bella mostra e nessuno intorno a fare da guastafeste. Non se la prese neppure quando il più intraprendente, dopo aver intascato il danaro, le palpò lascivamente i seni provando anche a infilarle la lingua in bocca. Lou-Jane si liberò della presa con abilità e chiuse fuori gli incursori tirando un sospiro di sollievo. Ci sarebbe mancato solo che i due, accecati dalla libidine, le fossero saltati addosso in contemporanea mettendola davvero in una brutta situazione. In futuro si ripromise di porre maggiore attenzione nell’andare ad aprire la porta agli estranei, le cronache dei giornali erano piene di fatti simili dove donne sole venivano aggredite e violentate da presunti esattori delle tasse, del telefono, dell’elettricità e via elencando.

Il pacco comunque era lì, più alto di lei, diritto e misterioso Lou-Jane lo trascinò fino al divano del salotto e spalancò le tende. Rimase a guardarlo a lungo con i pugni puntati sui fianchi, pensierosa. Non era certa di fare la cosa giusta nell’aprirlo, forse avrebbe fatto meglio ad aspettare il ritorno di Norman-Ray o a telefonargli per comunicargli la bella notizia e condividere insieme a lui l’eccitante momento in cui lo avrebbero scartato per scoprire finalmente il suo contenuto. D’altronde era un regalo per entrambi e non sarebbe stato giusto che lei da sola presenziasse alla cerimonia di apertura dell’involucro.

Non fece nessuna delle due cose, si sentiva troppo eccitata e curiosa. Si armò quindi di un grosso cutter e tagliò via con decisione i sigilli di plastica, fece scorrere la lama lungo l’attaccatura del nastro adesivo che univa le due parti della scatola, le separò e sbirciò all’interno.

Era lì, avvolta in una protezione di cellofan, gli occhi chiusi, i capelli raccolti con un pezzo di spago, le mani giunte sul seno opulento (era stato Norman-Ray a pretenderla con la quinta misura), completamente nuda, il triangolo perfettamente sagomato dei peli del pube, le gambe unite. La casa produttrice la classificava con il nome di Megan, un metro e settanta di altezza (più del metro e sessantasei di Lou-Jane quindi), occhi verdi, centodieci di petto, sessanta di vita e novanta di fianchi. Età approssimativa venticinque, uno schianto.

Il respiro le si mozzò in gola. Quella specie di androide dalle sembianze femminili, costruito con in materiali più sofisticati, progettato e assemblato dai più moderni software, era stupefacente. Lou non seppe trattenersi da accarezzarle il viso ancora sigillato dal velo trasparente: “Che fai bella mia, dormi?” disse a voce alta.

Le venne da ridere. Che stava facendo, si metteva a parlare con un robot cibernetico come fosse una persona viva e in carne e ossa? Vaneggiava senza aver mandato giù un goccio di alcol? Non che fosse un’accanita bevitrice ma un bicchiere di vino rosso di tanto in tanto lo gradiva, soprattutto quando si soffermava da sola ad ammirare dalla terrazza il tramonto sulla riva dell’Hudson, prima dell’arrivo di Norman-Ray.

Comunque, pareva davvero che l’androide dormisse di un sonno profondo, avulso dai guai e dalle miserie del mondo.

“Adesso ti libero,” aggiunse convinta Lou-Jane proseguendo nel suo atteggiamento piacevolmente demenziale.

Per quale inconcepibile motivo lei e Norman-Ray avevano speso tanti soldi, ventimila dollari erano una cifra di tutto rispetto, per comprare quell’assurda imitazione di essere umano di sesso femminile? A chi sarebbe venuto in mente, visto che erano una coppia affiatata sessualmente e libera da particolari perversioni, di mettersi in casa un oggetto tanto ingombrante? E come lo avrebbero utilizzato proficuamente?

In sostanza si era trattato di un gioco, uno di quei colpi di testa che prima o poi prendono inevitabilmente le persone. Norman-Ray ne aveva notato la pubblicità sull’inserto domenicale del New York Times e poi aveva approfondito su Internet cercando il sito della casa produttrice. L’offerta era ampia, donne di qualsiasi età ed etnia, bianche, nere, orientali, mulatte e creole, di ogni corporatura, alte, altissime, basse, snelle, robuste, formose, persino grasse. Non si doveva fare altro che scegliere, inserire le misure desiderate nell’apposito questionario, colore dei capelli e degli occhi. Per la forma del viso esistevano appositi tabulati con un’infinità di prototipi differenti, c’era veramente da sbizzarrirsi.

Il costo era abbastanza elevato ma accessibile alle loro finanze e dipendeva dalle opzioni che si intendeva richiedere. Il modello standard per esempio veniva intorno ai quindicimila, ma si sa che non è mai la normalità ad accendere i desideri della gente. Ci si comporta come quando si va ad acquistare un’automobile, la si pretende di quel colore specifico, con gli interni di una certa tappezzeria, il volante di quella forma, l’impianto hi-fi, il climatizzatore. Così avevano optato, dopo un lungo e combattuto confronto sulle preferenze di entrambi, per il modello chiamato Megan. Norman-Ray aveva insistito per il seno prosperoso (forse quello di Lou-Jane non era sufficientemente polposo considerato che aveva soltanto una seconda naturale?) e lei per gli occhi verdi, lui per un’altezza significativa e lei per i capelli lunghi e mossi di colore castano scuro.

Ma era stata soprattutto Lou-Jane ad insistere per l’acquisto. Norman-Ray non ne aveva visto la necessità, cosa potevano mai farsene di una bambola a grandezza naturale visto che per il loro piacere reciproco potevano usufruire dei loro giovani corpi fin troppo avvenenti? A suo dire ci trovava qualcosa di profondamente morboso nell’avvertire l’esigenza di fare l’amore in compagnia di una creatura la cui partecipazione rimaneva alla fine abbastanza ridotta, anche se poi al buio poteva benissimo essere scambiata per una donna a tutti gli effetti. E poi, buttare i soldi in quel modo…ventimila dollari, che spreco ragazzi! Che inutile sperpero!

Però Norman-Ray aveva ceduto alla singolarità dell’idea e l’ordine era stato fatto. Lou-Jane asseriva convinta che finalmente avrebbero potuto realizzare quel loro desiderio segreto di scopare con qualcuno che li stesse a spiare mentre si trovavano sul letto nudi e sudati a darsele di santa ragione e senza dover dare spiegazioni ad alcuno. In passato ci avevano provato con degli estranei, avevano messo un annuncio su dei siti specializzati e si erano trovati a dover fare i conti con attempate signore alla ricerca di sensazioni particolari o con prostitute che in cambio di un compenso concordato si rendevano disponibili anche a partecipare alla zuffa. Le signore però badavano soprattutto al loro piacere personale e non potevano reggere il confronto con dei corpi statuari e acerbi (avete mai provato a farvela con una donna che abbia superato la cinquantina? Niente da dire, ma la gioventù è tutta un’altra cosa) come quelli di Norman-Ray e Lou-Jane e le prostitute facevano le prostitute, non ci mettevano cioè nessuna passione. Si erano divertiti ma non era quello che cercavano, così ci avevano rinunciato. Quale migliore occasione per riprovare con qualcuno dotato di numeri eccezionali, pronto e disponibile in ogni momento in cui ne fosse richiesta la partecipazione, silenzioso, discreto e all’occorrenza complice? Inanimato, era vero, ma impareggiabile in quanto a qualità di comportamento. Niente volgarità, niente compromessi, niente sorprese. L’ideale. Lou-Jane poi aveva messo sul piatto della bilancia anche la convenienza di poter utilizzare Megan come modella per i suoi dipinti di nudo, peculiarità che li avrebbe risarciti almeno in parte della spesa fatta. Sì, perché attualmente era Lou-Jane stessa ad impiegarsi come soggetto scattando delle foto con l’autoscatto nelle pose richieste. Per cambiare adoperava delle parrucche oppure accentuava le forme in fase di stesura del colore, ma non era una regola della quale andava soddisfatta. Ci trovava sempre un non so che di posticcio, di adulterato. Sul fatto che agli acquirenti i quadri piacessero non c’era da discuterne, ma non le andava che i più dotati di colpo d’occhio riconoscessero un’affinità di lineamenti, di forme e di portamento generale. Insomma, alla fine i clienti si lasciavano irretire più dall’avvenenza del suo corpo che dall’effettiva bellezza del dipinto.

Lou-Jane liberò Megan dalla protezione di cellofan, la sollevò di peso e la depose con cura sul divano, aiutandola a disporsi seduta così come avrebbe fatto una persona normale. Poi rimase ad ammirarla a lungo: era meravigliosa, bellissima, perfetta. Nessun essere umano avrebbe potuto reggere il confronto. Nell’afferrarla il contatto con la sua pelle le aveva trasmesso una intensa sensazione di piacere fisico, una scossa elettrica che le aveva attraversato tutta la spina dorsale. Le era venuta la pelle d’oca e i capezzoli le si erano inturgiditi. Che le stava succedendo? Si era sentita sessualmente attratta, aveva provato l’impulso di baciare quelle labbra languide e di accarezzare quei seni procaci. Che stupidaggine, lei non era mai stata di tendenze lesbiche, non completamente almeno. Si ricordava di aver fatto qualche goffo tentativo ai tempi del liceo insieme alla sua amica del cuore Harriette, quando ancora abitava a Scranton in Pennsylvania nella casa dei suoi genitori. Ma era stato per scherzo, un’esperienza abbastanza comune fra le adolescenti che stavano scoprendo la particolarità dei propri attributi fisici e i segreti della sessualità. Si erano baciate con la lingua in bocca come facevano con i maschietti quando andavano a pomiciare e si erano toccate le tettine. Niente di più. Nelle parti basse non avevano osato accarezzarsi, anche se ricordava di essere stata lei a proporre di togliersi pure le mutandine e Harriette a rifiutarsi di farlo.

Ci aveva riprovato quando si era trasferita a New York per frequentare la scuola d’arte. Una delle insegnanti di nudo le aveva proposto di farle da modella a casa sua e lei aveva accettato, salvo poi ritrovarsi davvero nuda ma distesa su un letto e con l’altra addosso che la leccava golosamente in mezzo alle cosce o le strizzava convulsamente le mammelle. In quell’occasione aveva ricambiato e anche goduto, in seguito si erano incontrate qualche altra volta ma l’esperimento era morto lì. Non era gay Lou-Jane, non più di tanto. Erano i maschietti a farle perdere veramente la testa e quando aveva incontrato Norman-Ray si era dimenticata di ogni cosa non riguardasse direttamente il suo grosso e prestante attributo sessuale.

Che dire ancora? Com’è che era saltata fuori l’idea di scopare sotto lo sguardo bramoso di una voyeur? Com’è che si erano sentiti spinti a farlo? Forse un libro? O un film? Oppure era capitato indipendentemente dalla loro volontà?

Era successo, così come succedono gli avvenimenti che prendono una direzione autonoma. Una parola, un accenno, il racconto di una coppia di amici tipo: “Sapete, abbiamo provato a scopare in tre. Con un’amica dell’amica e ci siamo divertiti. Un’esperienza molto particolare. Diversa. Non bisogna però lasciarsi coinvolgere, altrimenti…”

Oppure: “Non ditemi che non avete ancora provato a scopare in tre? Ma va tanto di moda, due donne e un uomo…non avete amici su facebook che lo praticano? Non se ne può più fare a meno…ah, noi abbiamo trovato una partner ideale, giovane, bella e disponibile. Un’amica dell’amica…lo facciamo almeno una volta alla settimana e se fosse per me io quella la terrei sempre nel letto in mezzo a me e mia moglie. Purtroppo, non possiamo, sapete com’è, i bambini…”

Si erano fatti tentare come si è detto, ma anche questa esperienza era morta sul nascere. Non avevano trovato la partner ideale, la famosa amica dell’amica, bella, disponibile e discreta. Quel giorno però era comparsa Megan e Lou-Jane era rimasta di stucco come una deficiente.

“Accidenti Megan, sei davvero bella,” disse la pittrice avvertendo un insolito sommovimento nel basso ventre. “Avessi io le tue tette e la tua bocca. Che roba, viene subito voglia di portarti a letto. Potresti aprire gli occhi, per favore? Vorrei appurare se ce li hai veramente verdi come volevo io. Cosa dici? Non puoi farlo da sola…ah, devo leggere le istruzioni. Giusto.”

Lou-Jane si stava comportando come una bambina davanti al suo giocattolo preferito, ma non le importava. Che male c’era a lasciarsi andare?

Trovò il manuale delle istruzioni nella scatola, due flaconi contenenti una sostanza saponosa e un cavetto di collegamento simile a quello per la ricarica dei cellulari. Posò i flaconi e il cavetto sul tavolino e cominciò a sfogliare il manuale.

La prima avvertenza era quella di abituarsi a considerare Megan come una persona reale. Era vero che non possedeva il dono della parola e che non poteva muoversi autonomamente, ma le sue articolazioni erano state progettate per imitare alla perfezione gli atteggiamenti degli esseri umani. La si poteva mettere in qualsiasi posa, piegare la testa, le braccia e le gambe, far ruotare il busto o incurvare la schiena. Niente contorsioni innaturali però. Si correva il rischio di rovinarla procurandole delle fratture ossee o gravi lesioni ai muscoli proprio come succederebbe nella realtà. L’igiene poi doveva essere accurata. Uguale in tutto e per tutto a quella che imponiamo al nostro corpo. Doccia o bagno quotidiani, cura delle parti intime, della bocca, delle narici e delle orecchie, dei capelli con gli shampoo e il balsamo adoperati per noi stessi, delle unghie dei piedi e delle mani (le crescevano le unghie?). Il display di controllo era situato alla base della nuca, si doveva agire sull’attaccatura dei capelli che si sarebbe sollevata come uno sportellino rivelando il suo contenuto.

Lou-Jane seguì le istruzioni alla lettera. Tirò su lo sportellino mimetizzato dalla lunga e folta chioma e trovò quanto indicato dal manuale nella esatta disposizione descritta dalla figura allegata: un pulsante di accensione, il foro attraverso cui collegare il cavetto di ricarica, la batteria installata all’interno del cranio, altri due fori chiusi da un tappo rosso nei quali inserire la prolunga di alimentazione delle boccette. L’assorbimento dei liquidi sarebbe stato determinato autonomamente a seconda delle necessità, il prodotto aveva una durata semestrale dopodiché lo si doveva richiedere direttamente alla casa produttrice. La raccomandazione era di utilizzare sempre manufatti originali, mai surrogati o imitazioni offerti a minor prezzo. La pena era il decadimento irrevocabile della garanzia dell’oggetto. Per qualsiasi altra evenienza si poteva richiedere l’intervento della manutenzione specializzata da contattare al numero telefonico sopraindicato.

“Vediamo un po’,” disse Lou-Jane premendo il pulsante dell’accensione.

Le palpebre di Megan ebbero un fremito e si spalancarono rivelando due stupefacenti occhi verdi contornati da ciglia folte e lunghissime che sbatterono ripetutamente come se la ragazza si stesse svegliando in quel preciso istante. La bocca si dischiuse e le dita delle mani si agitarono come per liberarsi dell’inerzia dovuta ad una prolungata inattività.

Lou-Jane indietreggiò.

“Per la miseria, bella mia,” esclamò impressionata. “Sei più reale di quanto potessi immaginare, cos’altro sai fare ancora?”



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