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lavoro pubblicato giovedì 5 aprile 2018
ultima lettura sabato 14 dicembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La Furia degli Elementi III: Tempo

di Altair. Letto 364 volte. Dallo scaffale Fantasia

Mentre l’aiutavo ad alzarsi le chiesi informazioni sul metodo di condivisione di immagini. “E’ piuttosto semplice -questa parte non la posso riportare poiché è letteralmente impossibile da scrivere con questo alfabeto-...............

Mentre l’aiutavo ad alzarsi le chiesi informazioni sul metodo di condivisione di immagini. “E’ piuttosto semplice -questa parte non la posso riportare poiché è letteralmente impossibile da scrivere con questo alfabeto- ma ha anche delle limitazioni, non posso condividere informazioni con persone non Elementali, poiché, come sai, hanno una mente che lavora in modo diverso, o con elementali troppo lontani. Se provassi a mandare un messaggio, ad esempio, a Terra, se non si trova qui vicino, e ne dubito, morirei istantaneamente o moriremmo tutti e due, non lo so questo.”. Ascoltai affascinato il discorso. Ora non avevo il tempo per provarlo, ma poteva essere utile. “E il sogno? Come ha fatto chiunque te l’abbia inviato a fartelo vedere senza che tu non ne subissi le conseguenze?” le chiesi perplesso. “Magari non sapeva che era mortale e stiamo andando da un cadavere, magari ha trovato un modo per amplificare il raggio d'azione entro il quale questo potere lavora, non lo so.”. Quella risposta secca mi diede quasi fastidio. Le tenebre cominciavano ad avvolgere ciò che ci circondava, la Luna piena era meno luminosa del solito ed entro mezz’ora tutto fu coperto dall’oscurità. Procedemmo grazie a Clara, che creò un aura di luce vagamente scarlatta intorno a noi. Continuammo a camminare fino a che non trovammo un alta scogliera dalla quale potevamo ammirare l’oceano. La sua visione mi riempì di terrore. Era gigantesco e sembrava vuoto, quasi morto. Ma al solo pensare di tutto ciò che era presente là sotto, dormiente e letale, mi faceva provare pietà per tutte le creature, intelligenti e non, che nuotavano senza pensieri in quella distesa azzurra letale. Clara ne sembrava invece affascinata, incuriosita, cosa che non mi spiegavo dato che, a quanto mi aveva detto, lei aveva già visto il mare, al contrario di me che abitavo nell’entroterra. La tentazione di chiederle il perché di così tanta felicità era molta, ma riuscii a resistere all’impulso. Procedemmo verso un sentiero che portava in riva al mare, subito dopo le scogliere. Sentii per la prima volta gli schizzi d’acqua salata che quella prigione di mostri mi lanciava sulla faccia e potevo sentire l’inquinamento le impregnava. Guardai attentamente l’oceano, dovevamo trovare un modo per attraversarlo, ma nessuno dei due controllava Acqua. Cercare di attraversarlo in volo sarebbe stato un suicidio per me, e Clara non poteva fare molto, dato che solo lei era ignifuga. Ci vedemmo costretti a cercare un modo per infiltrarci in una barca o rubarla. Camminammo lungo la costa per giorni, razionando il cibo meglio che potevamo prima di vedere una piccola casa vicino alla costa. Ci avvicinammo guardandoci sempre alle spalle. Eravamo coperti da un piccolo bosco vicino alla villetta, ma le paranoie non avevano fine. Non volevamo far male a nessuno. La casa era una piccola villa a due piani color verde acqua con scalinate bianche di quello che sembrava marmo. La costruzione in se sembrava una Ziqqurat minuscola, ma con toni decisamente più moderni e marittimi. Accanto era presente un grigio garage con all’interno una barca per la pesca. Ce la facemmo andare bene. Prima avevo detto che non volevamo far male a nessuno ed era la verità, ma il proprietario della casa e della barca ci aveva visti arrivare e si era preparato con un fucile davanti al garage. Lo stupore e la paura nel suo sguardo quando Clara incenerì la sua arma, prima che una folata di vento lo schiacciasse è indimenticabile. Per sfortuna è indimenticabile. Non era la prima volta che uccidevo, ma guardare in faccia una persona prima che questa cada per mano tua è probabilmente la sensazione più orribile che l’uomo possa provare. Prendemmo delle provviste dalla casa del vecchio e portammo la sua barca ne bagnasciuga. Nessuno di noi due sapeva come si usava e dovemmo imparare facendo. Non era molto complicato, ma impiegammo qualche giorno per capire a pieno come funzionava tutto. L’unico oggetto del quale conoscevamo l’utilizzo era una vecchia bussola che, pur l’età avanzata, non si era ancora smagnetizzata. Non c’era una cabina, era una barca molto piccola con una scafo a poppa, di colore grigio. Dormivamo a turni, io di giorno e lei di notte, procedemmo tranquilli per i primi giorni, scacciavo le tempeste ed evitavo che il vento facesse muovere troppo il mare e Clara riusciva a domare gli animali feroci spaventandoli col fuoco, ma dopo un po’ ci accorgemmo di star finendo il carburante. Inoltre, la sensazione costante di essere osservati stava diventando ormai indomabile. Mi ritrovai spesso ad urlare al vuoto di smettere di fissarci, anche se avevo paura della reazione che potevano avere gli Elementali Puri, anche se probabilmente erano loro a fissarci. Il carburante ci abbandonò proprio mentre eravamo nel bel mezzo dell’oceano. Con molta riluttanza, accettai il fatto che dovevo spingerla io la nave, senza l’aiuto di nessuna emozione dalla quale potessi attingere energia. Scoprii che non mi stancava molto, ma andavamo molto lenti. Cominciammo a vedere la terraferma in qualche settimana di navigazione alla cieca, non sapevamo dove eravamo finiti o quale stato era quello, ma sapevamo entrambi che era impossibile che fossimo in Francia, poiché non dava verso l’esterno dell’oceano, ma sapevamo che non eravamo neanche in Asia, poiché siamo andati ad est, attraverso il Pacifico e dovevamo sbarcare o in Europa o in Africa. Come ci avvicinammo, Clara capì che stavamo passando per lo stretto di Gibilterra

poiché i suoi genitori le avevano fatto vedere numerose foto che avevano fatto quando erano andati in luna di miele in quel posto. Provai ad orientarmi per capire dove fosse la Spagna e l­’Africa. Osservando il Sole che stava sorgendo riuscii ad identificarle e continuammo verso la direzione giusta. Dopo una settimana circa decidemmo di smettere di usare la barca poiché era troppo lenta e decidemmo di attraccare. Non andammo in un porto o simili, semplicemente arenammo la barca in riva al mare, non ci importava se ce la rubavano o la distruggevano, tanto non era nostra. Procedemmo a piedi per tutta la penisola iberica cercando di stare alla larga dai centri abitati, tranne quando dovevamo fare rifornimenti di scorte alimentari. Proprio mentre ci avvicinavamo in un piccolo mercato di paese che vendeva principalmente verdura, ci imbattemmo in una piccola edicola, dove vedemmo un giornale datato ormai di qualche mese fa, in cui c’era in prima pagina una foto a colori che riprendeva me in quella grigia città nella quale stavo per oltrepassare la barriera della pazzia, ma non sapendo lo spagnolo, non potei leggere il trafiletto che l’accompagnava. Provai a farmelo dire dal giornalaio, ma lui, a quanto pare, non conosceva l’inglese. Presi di nascosto il giornale e corsi prima che quell’uomo di mezza età se ne accorgesse. Feci vedere l’articolo a Clara, che mi guardò con sguardo accusatore, quasi arrabbiata. Era un miracolo che nessuno avesse ricollegato il volto dell’immagine al mio. Mi si formarono bruciature in tutta la faccia, non erano mortali, e quasi non provavo dolore, ma la mia faccia deformata da tali cicatrici era diventata irriconoscibile. I miei folti capelli corvini con riflessi rossi scomparvero, per lasciare la pelle ricoperta da bubboni rossi e viola che coprivano anche la parte destra del mio viso, rendendomi quasi cieco da un occhio. Continuammo a camminare per mesi, con giusto il tempo per riposarci e mangiare in fretta, prima di ricominciare la routine. Quando arrivammo in Francia avevamo entrambi una trentina di anni e dovevamo percorrere ancora il tratto che ci separava da Parigi. Cominciammo quasi a fregarcene di quello che pensavano di noi la gente, usavamo gli elementi sempre più spesso e con meno cautela. Non eravamo ancora arrivati ad uccidere nessuno, ma in un'altra edicola notammo l’immagine della casa marittima dalla quale avevamo preso la barca. Questa edicolante era decisamente più intelligente di quello spagnolo e ci tradusse il giornale dal francese. L’unico motivo per il quale non era allarmata dal mio aspetto era perché ero coperto da un grande cappuccio. L’articolo, in sintesi, diceva che era stato rinvenuto un cadavere ormai quasi completamente decomposto di un anziano signore che quel giorno d’estate si trovava nella sua villa al mare. La telecamere di sicurezza non avevano ripreso i colpevoli, ma erano distinguibili due ombre. Il mistero avvolgeva il nastro, che mostrava che il fucile tenuto in mano da Jack Potter disintegrarsi e il suo corpo schiacciato da una forza non identificata. Per quanto riguarda il fucile non c’era nulla di certo, poiché le ceneri erano state spazzate via dal vento prima che il cadavere venisse ritrovato, il corpo era, invece, un mistero per le autorità, che sono assillate dalle urla del popolo che dice che i ragazzi magici, dei quali l’esistenza era messa ancora in dubbio nonostante i numerosi testimoni, sono impazziti e uccidono chiunque osi mettersi sul loro cammino che porterà alla fine del mondo. Inoltre la barca del uomo era stata rubata e ancora oggi non è stata ritrovata. Non nascondo che ho cercato di trattenere una risata quando ho sentito parlare dei “ragazzi magici”. Provai a farmi dire la traduzione anche dell’altro trafiletto del giornale, ma lei era francese e non sapeva lo spagnolo. Mentre ci allontanavamo dal negozio, sentimmo l’edicolante chiamarci e ci chiese chi eravamo. L’ansia cominciava a crescere dentro di noi mentre lei si avvicinava quasi correndo lasciando l’edicola senza protezione. Eravamo in una strada molto trafficata e non potevamo permetterci di usare gli elementi con così tanta gente, eravamo diventati meno cauti, ma non stupidi. Mi allontanai quasi impercettibilmente e mi sistemai il cappuccio. Era stato stupido da parte di Clara ridurmi la faccia in quel modo, non era servito a nulla, se non diventare più sospetti. L’edicolante si fermò di fronte a me, cercando di guardare oltre il cappuccio che creava un ombra perfettamente nera sul mio volto. “Si vergogna, è stato sfregiato dal fuoco qualche mese fa e ha ancora i segni” disse Clara con la voce più calma che riusciva a fare, poi mi tolse il cappuccio. L’edicolante sgranò gli occhi e fuggì, come se avesse visto un demone proveniente dalle più remote zone interne della Terra. Mi rimisi il cappuccio in fretta, prima che anche gli altri notassero il mostro che Clara si portava dietro. Non tutti mi videro, ma qualcuno sì e dovemmo scappare da quel centro.

La gente cercava inutilmente di sembrare disinteressata, mentre era chiaro che spostavano i loro sguardi dal giornale al mio cappuccio con ritmo abbastanza regolare. Qualcuno cominciò a pensare se non fosse il caso di chiamare qualche medico o la polizia. Cominciammo a correre il più veloce possibile, cercando di scappare dalle persone provviste di macchine fotografiche o simili. Richiamai Aria per darci una spinta e correre più velocemente e, fortunatamente, riuscimmo a far perdere interesse a coloro che ci stavano inseguendo di soppiatto. Le strutture diventavano più grigie e spoglie man mano che ci allontanavamo dal centro, trovammo perfino qualcuno che tentò di derubarci, non cercherà di derubare più nessuno. Per sempre. Procedemmo verso nord continuando la solita routine. Alla fine buttai il giornale spagnolo perché avevo già capito come gli altri ci avevano inquadrati, perciò era inutile tenerlo. Ci mettemmo circa una settimana per arrivare alla capitale francese, Parigi. Era tutto molto acceso, e tutto sembrava emanare un aura di felicità. Cercammo di chiedere indicazioni ad una decina di persone, solo una riuscì a dirci dove potevamo trovare l’Auberge Nicolas Flamel. Ci dirigemmo verso quella parte, finché non trovammo un cartello che diceva che eravamo nella Rue de Montmorency. Proseguimmo lungo quella via fino a che non trovammo un grigio edificio che portava il nome del famoso alchimista. Dopo aver svolto la funzione di casa, quell’edificio era diventato un ristorante che, nonostante la facciata, sembrava molto decorato all’interno. Non ci rimaneva che aspettare l’arrivo di qualcuno. Speravo con tutto me stesso di incontrare Terra, anche se non ci contavo molto, c’era qualcosa che non andava. Flamel era diventato famoso per un motivo, ma non riuscivo a ricordare quale. Provai a chiederlo a Clara, ma lei non sapeva neanche chi fosse Nicolas Flamel. Non dovemmo aspettare molto prima che un ragazzo di circa vent’anni si avvicinò a noi. Aveva della stoffa che nascondeva i palmi delle mani, ma riuscivo comunque ad intravedere un marchio che sembrava rotondo. Lui non era Terra. “Acqua?” chiesi sottovoce, lui si fece scappare una risata, fece per dire qualcosa, ma si bloccò guardandosi intorno. Poi riprese e ci disse di seguirlo. Io e Clara ci guardammo per un attimo ed entrammo insieme a lui nel ristorante. Un impiegato si avvicinò subito a noi chiedendoci se volevamo accomodarci, il nuovo arrivato lo squadrò da capo a piedi e poi gli disse in modo molto brusco di andarsene. Rimase quasi impietrito davanti alla velata minaccia dell’uomo, poi imprecò sottovoce e se ne andò. Cominciammo ad incamminarci verso le cucine, per poi fermarci a metà tragitto. L’uomo poggiò le mani su delle mattonelle e queste divennero sabbia, rivelando una fitta rete di stanze. Entrammo in fretta e, toccando la sabbia, questa si ricompose per ridiventare dei mattoni solidi con dietro delle mattonelle. Quella stanza era totalmente fatta di pietra, con un lungo tavolo di legno che sembrava appena intagliato con sopra vari alambicchi, microscopi e vari oggetti scientifici che si potevano trovare in un normale laboratorio di chimica. C’erano inoltre anche varie macchine dall’aspetto antiquato, ad esempio c’era una specie di letto con due aghi ai lati, dalla parte del cuscino, attaccati a vasi sferici pieno di un liquido rosso che emanava un bagliore di calore. Poi c’erano simboli alchemici di ogni tipo, mercurio, ferro, argento, oro e poi quattro simboli di cui tre erano i marchi di Aria, Terra e Fuoco. Poi ce n’era un altro, un triangolo rivolto verso il basso che pensai fosse Acqua. Lui non aveva nessuno di questi quattro marchi nelle mani. L’uomo prese delle sedie e ci invitò a sederci, poi si tolse le bende dai palmi, rivelando il disegno molto stilizzato di una sorta di serpente che si mangiava la coda, il simbolo che avevo confuso con un cerchio. “Mi presento, il mio nome è Nicolas Flamel, tranquillo, puoi toglierti quel cappuccio, qualche bruciatura non mi spaventa”. Mi tolsi cautamente il cappuccio, poi mi accorsi di ciò che aveva detto, lui era Nicolas Flamel, l’alchimista francese del 1330. In quel momento mi ricordai il motivo per il quale Flamel era diventato famoso, la leggenda vuole che lui avesse trovato il modo di diventare immortale e ricco grazie alla creazione della pietra filosofale, dalla quale si poteva creare un elisir che aumentava la durata della propria vita. In quel momento provavo un ammirazione per quell’uomo che aveva sconfitto la morte, guardai Clara, che sembrava per niente sorpresa, quasi come se l’aspettasse. Si voltò verso di me, e con un sorriso mi mise le mani in faccia, mi sentii la pelle risanare e i capelli ricrescere, poi mi sentii abbassarmi e mi tolse le mani dal viso. Cercai uno specchio e vidi che la mia faccia era tornata normale. “Io mi chiamo Clara Hawking, mentre lui si chiama Daniel Turner. Siamo rispettivamente Fuoco e Aria, tu chi domini?” chiese Clara con tono molto sospettoso, ma Flamel rispose in modo quasi eccitato:”Non domino nessun elemento, me lo sono creato”. In questo momento aprì i palmi per mostrare meglio il suo marchio.”Un drago che si mangia la coda, il mio simbolo,non domino un elemento fisico come possono essere Aria, Acqua, Fuoco o Terra, ma lavoro su un piano quasi etereo, che fa comunque sentire i suoi effetti sul piano materiale. Quando avevo circa cinquant’anni e lavoravo come scriba, un giovane uomo con un simbolo, quello di Acqua, nelle mani mi diede un libro abbastanza piccolo il cui titolo recitava solo la parola “Grimorio”. Non mi disse nulla, mi diede quel libro e scappò senza mai più far ritorno. Sapevo cosa contenevano solitamente i grimori e non volevo nulla a che farci. La magia nera e il demonio sono cose assai pericolose, ma questo libro non conteneva formule di invocazioni o lodi alle entità maligne, cito testualmente, le prime parole erano:”Questo libro non è un grimorio, se state cercando invocazioni di demoni o lodi a Satana, questo non è il libro che state cercando.” La schiettezza di quel manoscritto mi lasciò allibito e ciò che era scritto al suo interno erano complicate formule e rivelazioni di altri mondi che mi lasciarono confuso e perplesso. Parlava degli elementi che compongono il nostro mondo come se fossero entità maligne costrette da un potere superiore a scegliere dei rappresentanti. Poi c’era un metodo per creare un proprio marchio. Mi ci sono voluti dieci anni, ma alla fine riuscii ad ottenere ciò che mi serviva. Mi misi al centro del Cerchio degli Elementi e recitai le magnifiche Cantilene che sono scritte nel libro, cito testualmente:”Per far volgere su di se lo sguardo di Dio”. Intorno a me tutto scomparve e riapparve improvvisamente. Seguendo la procedura dovevo pensare al simbolo del marchio e pensai al mio simbolo, che vidi apparire sui palmi che dolevano, come se centinaia di lance li stessero attraversando. Il mio elemento è il tempo. Il mio marchio funziona in modo diverso dal vostro, il mio lavora direttamente in questo piano dimensionale, senza intramezzi, mentre il vostro funziona in due dimensioni distinte, quella materiale, che è la nostra, e quella elementale. Potete trasportare energia elementale dall’altro mondo o direttamente agire su questo. Io posso solo agire su questo. Molti pensano che la Pietra Filosofale sia qualcosa di fisico, ma in realtà è solo il tempo che scorre in maniera differente. Così posso mantenermi giovane, e per le ricchezze, invece, mi basta agire sul carbone, che in qualche millennio si trasforma in diamante se messo sottoterra. Al contrario di ciò che si crede, è impossibile diventare onniscienti e dato che la pietra dovrebbe dare anche questa caratteristica, ho creato una Pietra Filosofale imperfetta. Ho notato che stavano accadendo fenomeni abbastanza singolari in alcune parti del mondo, così ho contattato l’elemento che ero più sicura che c’entrasse qualcosa ovvero Fuoco. Bizzarri episodi di afa intensa stavano capitando in luoghi dove un tempo la neve era l’elemento predominante come, ad esempio, in Russia. C’erano due elementi che potevano essere ricollegati al caldo se messi insieme, ovvero Terra e Fuoco. Scelsi Fuoco, senza offesa ma come elemento lo preferisco. Ci volle circa un anno per distillare e liquefare l’elemento puro del Fuoco e qualche mese per lasciarlo raffreddare a temperature tollerabili. Il resto del compito lo fa la macchina. Mi sdraio sul letto e mi inietto il composto nel cervello in modo da entrare in sintonia con l’elemento, più è lontano, maggiore quantità di composto serve. Non sapevo quanto ne serviva per coprire tutto il mondo, ma a quanto pare non ne serve molto, ho ancora un contenitore quasi pieno del liquido. Quindi, qual è il vostro intento? Cosa volete fare?”. Cominciai a provare una specie di invidia verso Flamel, lui non aveva mai ascoltato i segreti che i Bisbigliatori ci urlavano nelle orecchie, lui aveva scelto di diventare un emarginato sociale, noi no. La mia ammirazione verso colui che aveva sconfitto la morte era comunque ancora forte e lo rimane tutt’ora. Pronunciò, però, l’ultima frase quasi con paura, come se temesse la risposta. Io non riuscivo a parlare a colpa dell’improvviso ringiovanimento, così fu Clara a parlare per me. “Tu non sai probabilmente cosa significa aver sentito anche solo una frase dai Bisbigliatori o essere nati consapevoli che la vita non apparteneva totalmente a te, ma anche al nostro elemento, ma sappiamo come distruggerli. Uniremo i quattro Elementi per formare l’Etere e, se non si possono uccidere, segregare i Bisbigliatori che hanno tormentato e tormenteranno coloro che secondo loro sono “prescelti”. Uno di noi è caduto, si chiamava Mark, Terra, trasfigurato in un albero per non aver retto mentalmente ciò che loro ci hanno costretti a fare. Ma la sua morte fa capire che il futuro non è scritto a penna, ma con una matita dalla mina leggera, facile da cancellare e difficile da vedere.” Flamel tirò un sospiro e disse quasi rassegnato:”Se due Elementali Umani hanno provocato un ondata di caldo in Russia, cosa credi che capiterebbe se tutti gli Elementali Umani, più Etere, che è più puro perfino degli Elementali Primordiali, convergessero in un unico punto della Terra? Morireste ancor prima di poterlo intravedere, si tratta solo di teoria, certo, ma anche solo tentare potrebbe significare la fine di ogni cosa. Non solo Bisbigliatori, ma anche la Terra e gli Elementali Primordiali verrebbero uccisi nel folle processo.”. Da muto, persi anche gli altri sensi, non riuscivo più a muovermi o a guardare qualcuno, era quello il piano degli elementali fin dall’inizio? Volevano usarmi per portare l’umanità all’estinzione? Perché avrebbero voluto che l’umanità morisse? Dovevamo pagare un debito che non potevamo saldare? Magari un antico stregone fece un patto con un Elementale e gli promise qualcosa, ma non era riuscito a saldare il debito prima che la morte sopraggiungesse. Erano speculazioni forse un po’ troppo fantasiose, ma che temevo contenessero un nocciolo di verità. La rivelazione di Etere mi fu data da Aria, in fin dei conti anche lei era un Elementale, aveva sfruttato la mia affinità al suo elemento per poi pugnalarmi alle spalle? C’era comunque qualcosa che non andava, Flamel disse l’energia sprigionata dall’unione degli Elementi più Etere farebbe collassare la Terra e l’intero ordine degli elementali, aveva esagerato Flamel o erano così determinati a distruggerci che avevano intenzione di lanciare una sorta di attacco kamikaze? I dubbi infestavano la mia mente mentre camminavo avanti e indietro per la stanza a cupola. Provai ad enunciare qualche domanda ad alta voce, che dopo il mutamento improvviso mi era tornata, ma Flamel conosceva gli Elementali ancor meno di noi. “Hai ancora il libro?” Chiesi osservando una libreria in legno piena di libri che contenevano principalmente formule fasulle e rituali, oltre che blasfemi, inutili. Indicò il libro più fine di tutta la libreria, con una copertina in pelle d’animale e le pagine scritte su corteccia d’albero intagliata finemente. Sulla copertina era inciso abbastanza rozzamente “Grimorio” e all’interno era presente una sezione di pratica e una di teoria. Trovai estremamente riduttivo ciò che era scritto in quel libro, di ogni singola riga si potrebbe parlare in un tomo, ma questo non importava. Provai numerose chiavi di lettura dello stesso testo in quel mese durante il quale potevo restare con Flamel. Alcune funzionavano e scoprivo cose che neanche io sapevo, ma nulla di eclatante. Non c’era nulla per assorbire l’energia. Provai a cercare altri metodi per convocare un elemento, magari senza doverci incontrare. Non trovai nulla e decisi così di consultare anche altri libri che non erano stati scritti da elementali, ma che parlavano di concetti che avevano imparato in modi che preferivano non approfondire. Restammo, quindi, nella rozza ma affascinante abitazione di Flamel. il quinto giorno di continua ricerca mi fece venire in mente un dettaglio sul quale non mi ero soffermato, ma che ora mi incuriosiva e trovavo quasi inquietante. Mentre svuotavo i cassetti di una delle sette librerie sparse per le varie stanza, fatta in legno di ciliegio di stile gotico, trovai un piccolo anello fatto d’oro. Guardandolo meglio notai inciso due nomi, uno era quello di Nicolas Flamel, l’altro non riuscivo a leggerlo, poiché la scritta era stata quasi cancellata da un intervento chiaramente umano. Lo presi e lo porsi a Flamel, chiedendogli a chi apparteneva quell’anello, che sembrava in tutto e per tutto una fede nuziale, ma non rispose, prese l’anello con aria tra l’annoiato e lo scocciato e se lo mise in tasca, pronunciando parole incomprensibili in quello che pensai che fosse francese. Informai di questo episodio anche Clara, che reputò del tutto normale poiché già sospettava che Flamel fosse stato sposato, ma lì dentro non c’era nulla che suggerisse l’identità di sua moglie. Niente più di un vecchio e logoro diario che riportava il nome di Perenelle Flamel e che si fermava con la trasformazione di Flamel in elementale, durante la quale si lascia intendere che Perenelle aiutò con il rituale. Flamel non voleva dare informazioni su ciò che successe successivamente e sembrò quasi arrabbiato quando nominammo Perenelle. Nascose il diario e controllò se non aveva lasciato altri oggetti legati in qualche modo alla figura della donna.



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