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lavoro pubblicato martedì 3 aprile 2018
ultima lettura lunedì 22 ottobre 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Miele e petrolio

di AndreaPulli. Letto 1093 volte. Dallo scaffale Generico

Che cos’è la felicità? A questo interrogativo, ritornello delle pagine del suo romanzo autobiografico, il giovane Nathan tenta di dare varie risposte, dettate dalle emozioni, dagli amori e da un sogno, quello di diventare uno scrittore di successo.......

Capitolo primo

Da dove passa la felicità? Forse John Lennon mi risponderebbe: - Let it be. Lasciala passare, prendila un po’ come viene. Oh, sei incredibilmente bellissima, mia inconfondibile malinconia. Maliarda, laconica, silenziosa, taciturna, di nero vestita, come questa notte torinese, imbrattata soltanto dal rumore della pioggia che armonicamente batte contro il metallo della grondaia. Sta suonando “Coffe and cigarettes” di Otis Redding. Questo pezzo avrà, se va bene, almeno l’età di mia madre Melanie. Anzi, forse anche qualche anno di più. Eppure, eppure la senti l’atmosfera, come ti travolge dentro! È una canzone dannatamente felice e spensierata! Suona come fosse un vecchio blues, non ne vuole proprio sapere di smettere e poi ha questo sottofondo perpetuo, sempiterno e un po’ retrò, che quasi ti illude che la vita sia eterna, che quasi quasi persino a me verrebbe voglia di cominciare a fumare, anche se non ho mai avuto il coraggio di farlo. Avevo sempre avuto paura delle sigarette, paura di cosa diavolo avrebbe potuto provare la mia gola nel preciso istante in cui avessi inalato quel fumo.

Lo senti come canta bene Otis Redding? Un disco non è eterno però, e allora ovviamente finisce, ma è lì, in quel preciso momento, che attacca subito a cantare Ray Charles. Dico, lo avete mai sentito voi, Ray Charles? Sono tutti così allegri, ma allegri nel senso che riesci a percepire il loro amore verso la vita, riescono a farti credere in qualcosa di grande, a tratti epico, a tratti veritiero. Altro che quella merda di Dark Polo Gang e quei poveri stronzi vestiti da manichini dei negozi cinesi che ascoltavano i miei coetanei di provincia.
Sinceramente non so perché questa sera sia finito ad ascoltare canzoni di questo genere. Sto cercando di fare cose nuove, vedere cose nuove, nuove prospettive di vita. Ma le rivoluzioni, cari lettori, sapete da dove partono? Partono dalle piccole cose. Quelle impercettibili. Avete presente le donne? Le donne hanno capito tutto. Quando vogliono cambiare vita, cambiano acconciatura. Ogni mutamento può portare benessere, in fondo. Le donne partono da lì. Io, invece, cerco di scoprire nuove abitudini, spandere le mie conoscenze musicali per esempio. Per questo stasera mi sono tuffato sui Beatles, su Otis Redding, Ray Charles, e compagnia cantante.

Questa notte torinese è silenziosa, malinconica, nostalgica, fredda, intrisa nel mistero, bagnata e ascetica. È anche buia, e in questo stato di caos riesco a malapena a riconoscere me stesso. Ho rovesciato un po’ di Jack Daniels sul tappeto, ma giuro: - Non sono ubriaco. È che avevo bisogno soltanto di bere, quel poco che riuscisse a farmi distrarre da una vita troppo movimentata e di cui purtroppo spesso perdevo le coordinate.

Sincero? Io Otis Redding non sapevo neppure chi cazzo fosse. Solo che tra un bicchiere in più e uno in meno le mie dita hanno cercato il suo nome per puro caso, in quel fazzoletto di incognite che è la tastiera di un PC per un ragazzo brillo - ma non ubriaco! - che non sa come occupare il tempo nella solitudine di una grande città che non conosce. Non vi è mai successo? Intendo, non vi capita mai di ricercare la felicità nella follia? A me accadeva spesso, ma mi accadeva ancora più spesso di ricercarla nella solitudine: preferivo di gran lunga così in quegli ultimi anni. Anni bastardi, anni frivoli, anni di miseria. La gente non era mai stata in grado di appagarmi, non c’era mai riuscita ed io avevo sempre preferito chiudermi dentro il mio guscio. Appunto, con tanto di buona musica e tanto di Jack Daniels. Soprattutto il Jack Daniels però.

Jim mi guardava con il suo tipico aplomb un po’ sornione. Gli avevo sempre detto, dall’età di tredici anni, che a tratti mi sembrava uscito da un film horror. Lui non è che la prendesse male, anzi, si faceva persino due risate. Io ero brillo - penso questo vi sia chiaro - ma rimanevo vigile su quel che accadeva lì intorno. Jim invece era seduto sulla poltrona davanti a me, inclinato leggermente in avanti, con le braccia appoggiate sulle ginocchia, e mi osservava. Aveva il naso lungo e affusolato, per questo lo prendevo in giro. Dopo qualche istante iniziò a ridacchiare e mi disse di tornare a bere. Mi consigliava di farmi un bel rum liscio.

- Meglio di no, Jim... Dopo tutto quel Jack Daniels ho davvero un brutto mal di stomaco.
- Ti ricordi il giochino che facevamo a sedici anni, Nat?

- Certo che me lo ricordo...

- Ecco: mischiare gli alcolici come se non vi fosse un domani. Te lo ricordi, Nat, quanto ci si divertiva? Che la mamma non ci vedeva...

- Sì, ma sto già male... Domani devo andare a lavoro.

- Dai, solo un sorso. Condivido con te.

- E se vomito?

- Meglio! Così vai a lavoro che non hai nemmeno quel senso di dover vomitare da un momento all’altro. Dai, dai, inizio a versare i due bicchieri.

In camera suonava Frank Sinatra, quell’appartamento così oscuro colmo di penombra, quel rumore che faceva Jim riempiendo i bicchieri e posando le bottiglie sul tavolo: faceva molto anni sessanta o giù di lì. Jim aveva una passione per i vizi. Alcool e prostitute su tutti, e poi non aveva mezze misure, diceva sempre ciò che pensava, era pieno di tatuaggi e pieno di segreti, segreti che non voleva rivelare. Solo una cosa ci eravamo vietati io e lui: le sigarette. Era d’accordo con me che non ne avrebbe mai toccata mezza, anzi, quando osava propormi di fare un tiro - e accadeva, seppur molto raramente - lo richiamavo così forte che spariva alla velocità di un lampo, quasi dissolvendosi, e non si faceva vedere per diversi giorni. Quando tornava lo faceva sempre chiedendomi scusa e versando qualche lacrima. Lui sapeva che era giusto così. Io lo perdonavo e dopo pochi secondi gli tornava il sorriso e mi offriva in men che non si dica una bottiglia di whisky.

Jim dunque stava preparando qualche intruglio alcolico, lo faceva con classe, sembrava un barman qualificato, indossava persino i guanti. Ma dove cazzo li aveva rimediati? Mi si avvicinò col bicchiere in mano colmo di alcool, roba che il solo odore mi stava per far contorcere l’intestino, e me lo protese sorridendomi. Stavo per afferrare il bicchiere e ingurgitarlo di rigore, ma in quel preciso momento intervenne Verity, e fece rovinare a terra il cristallo, che si ruppe.

- Ma che cazzo stai facendo, Jim?

- Mi stavo facendo un drink con Nat. Che vuoi? L’abbiamo sempre fatto.

- Smettila. Ti ho già detto mille volte che devi lasciarlo perdere, devi lasciarlo in pace.

Jim non l’ascoltava proprio mai, Verity. Se una diceva A, l’altro diceva Z, e viceversa. Così Verity, quando iniziava a capire che con Jim non c’era modo di dialogare, si rivolgeva esclusivamente a me. Iniziava a dirmi di smettere di dargli ascolto, smettere di lasciarmi tentare dalle sue idee folli, e dare ascolto solo a lei. Verity era una donna molto candida, pallida e affettuosa, premurosa e con sale in zucca, oserei dire equilibrata. Adorava la letteratura e i poeti come Montale e Ungaretti, era molto solitaria e allo stesso tempo educata. Entrambi, sia Jim che Verity, avevano in comune la medesima passione: la scrittura di poesie. Passione che per altro potevano condividere proprio con me. Entrambi per diletto scrivevano una poesia al giorno, ma chiaramente con stili molto differenti, quasi come due poli opposti. Verity amava la poesia pura, ricercata, amorevole, pacifica, in sentimento con la natura, amava scrivere d’amore, di bellezza, di pace; Jim invece era grezzo, scriveva di sesso, di una società malata, parlava di donne maledette, di uomini spregevoli, di un destino bastardo. E se lo stile di Verity era dedito alla finezza, Jim utilizzava parolacce ovunque fosse possibile, per lasciar percepire al mondo lo spregio verso di esso, e il rifiuto delle regole e delle congetture.



















Capitolo secondo


Che diavolo di ore erano? Erano forse le sei del mattino, e non avevo ancora chiuso occhio, ero sfibrato, debilitato, prostrato dall’insonnia e dalla sbronza. La sveglia sarebbe suonata mezz’ora dopo. Non mi rimaneva che lavare il mio corpo sudicio con una doccia alla svelta, sbrigativa, restituire al mio capello la giusta piega, lavarmi i denti e scegliere la camicia meno stropicciata del mio armadio. Il profumo è molto importante, così come gli accessori che non mancano mai: ho un look apparentemente trasandato, ma io so che in verità è molto curato. Tutti pensano che Nathan non sia una persona attenta al suo aspetto, ma è esattamente l’opposto: adoro prendermi cura di me stesso! È solo che non si nota…

Torino era una bella città, ma dovevo ancora prenderci la mano, soprattutto col traffico, diverso da quel buco che era Tortona o paesini nei quali avevo speso la mia adolescenza, come Voghera. Prendo come riferimento Tortona, perché era il luogo nel quale ero, purtroppo, cresciuto. Indossai il mio cappotto e restituii al mio aspetto un look che gratificasse mia madre di un briciolo dei suoi sforzi durante il parto. Mi aveva messo al mondo per mille ragioni, ma sicuramente una era proprio quella di apparire presentabile. Avevo due occhiaie grosse quanto il gap tra una bistecca alla fiorentina cucinata a Firenze e una cucinata in California, con tutto il rispetto per la cucina americana.

Le vie torinesi erano così frenetiche, convulse, millimetriche, parallele, confuse e al contempo simili, inconfondibilmente confondibili. Come le persone. Tutte uguali. Tutte stereotipate, scontate, monotone, scialbe, incolore. Tutte incurvate con gli occhi verso il proprio cellulare già alle sette di mattina. Persi nell’aspettare chissà quale buongiorno o chissà quale notizia. O semplicemente persi e basta. Un uomo sostanzialmente ha bisogno di poche cose. Una cosa essenziale è l’amore. Eppure io, questo sentimento, faticavo a ritrovarlo dentro gli occhi smarriti e freddi di quei passanti.

Sembravano burattini senz’anima, attenti solo ai numeri e mai alla gioia di poter posare un passo sulla terra: un gesto che sottovalutiamo ma che non potremo fare in eterno. Non volevo diventare come loro. Preferivo una notte insonne a intere giornate passate come un vegetale ambulante alla ricerca di un dovere che non desideravo realmente. Il mondo intorno a cosa gira? Ai soldi. Al lavoro. Al successo. Alla tecnologia. Quella ricerca di unione che da sempre aveva caratterizzato l’uomo si stava trasformando nell’esatto opposto: il distacco. Il proseguimento del proprio io non si ritrovava più dentro le altre persone o nella società, bensì nell’abbandono al freddo, pallido e meccanico dovere. Tutto questo mi ossessionava. Qual era il prezzo per un pizzico di felicità? La mia testa era turbata da questa necessità di dovere che portava stress, ansie, paure, malattie e problemi. Siamo in balìa di un’epoca triste, caratterizzata dall’assenza di ideali, dall’assenza di talento, dall’assenza di poesia, di spontaneità, di libertà, dall’assenza di sentimento, dall’assenza di essenza. Questo era il quadro generale nel quale vivevo ogni giorno. La mancanza. La mia testa continuava a picchiettare su questi concetti tristi.

Da dove passa la felicità? Oh, davvero, non lo so. L’Hank Bar era divenuto il mio piccolo rifugio personale. Rifugio anche economico, diciamocela tutta: se potevo permettermi un appartamentino in periferia a Torino era grazie a quel lavoro, ma non solo, perché anche Olivia e la nascente Tormenti Records mi aiutavano come potevano in quella scommessa o esperimento sociale, che era ormai divenuta la mia vita. Volevo fare lo scrittore ma non avevo ancora pubblicato uno straccio di libro. La Tormenti Records, la casa editrice che mi aveva messo provvisoriamente sotto contratto, mi sosteneva moralmente e mi offriva un alloggio. Era proprio di una vecchia zia di Olivia, deceduta due anni prima. Ogni tanto faceva un po’ freddo, ma me lo facevo andare bene. Eccome se me lo facevo andare bene.
Cosa facevo dentro l’Hank Bar? Boh, come si chiama sostanzialmente quello che lavora in un bar? Va beh, insomma preparavo cappuccini e caffè, tagliavo il salame e lo ficcavo dentro i panini, e via dicendo… Ma no, non era divenuto il mio rifugio personale solo per questo: non sono un tipo materiale. Adoravo quel posto perché in esso v’era un piccolo angolino dedicato alla riflessione su se stessi. Ve lo spiego nel dettaglio: la proprietaria, Margot, era un’appassionata lettrice di Bukowski. Charles Hank Bukowski, all’anagrafe: ora capirete perché aveva dato proprio quel nome al suo bar.

Margot era una donna sotto certi punti di vista meravigliosa, di un intelletto esagerato e una classe da fare invidia ai cigni che si posano sulle acque gelide nelle fiabe. Cercava di rendere il suo locale un posto con un’anima, non solo una banale macchina da soldi: era questo che la differenziava leggermente da tanti altri titolari. All’angolino dell’Hank Bar potevi fare quel che ti pareva: ascoltare Ludovico Einaudi nelle cuffie, l’ultimo pezzo di Fabrizio Moro, leggerti un buon libro tra quelli messi a disposizione dalla padrona di casa (“Post office” e “Panino al prosciutto” di Bukowski erano stati letti fino alla nausea dai clienti fissi, ma c’era anche una vasta scelta di nomi celebri, come Hemingway), tenerti aggiornato sulle mostre della città, su quanto è diventata demenziale e indecorosa la politica italiana, ma soprattutto, soprattutto, specchiarti. Sì, specchiarti! Margot mi aveva detto sin dal primo giorno testuali parole: - Nathan, quando avremo pochi clienti, avrai finito tutte le pulizie e avrai un minuto di pausa, specchiati. Hai il mio permesso, guardarsi è importante. I tuoi occhi non mentono mai, ma se li guardi poco sarai il primo a non conoscere la verità della tua anima. Specchiarsi vuol dire guardarsi dentro. Vuol dire essere coscienti di ciò che siamo. Dei nostri limiti. Dei nostri capricci. Dei nostri desideri. Di quello che siamo stati. È metaforicamente importante.

Aveva un tono di voce speciale. Esistono persone che parlano e parlano ma risultano logorroiche. Poi esistono quelle che dicono poco, ma con quel poco ti aprono la mente, ti illuminano. Lei era una di quelle. Era saggia e materna. Mi diede una carezza come fossi suo figlio e mi salutò. Partiva per Malaga. Economicamente non le mancava proprio nulla: poteva concedersi il lusso, e anche il rischio, di lasciare interamente un suo locale a un tipo come me.


Poesia 1*

CAMBIAMI


Cambiami, ti chiedo solo questo.
Rendimi diverso dal bosco sperduto che sono diventato.
Cambiami. Puoi riuscirci solo tu.
Ricordami l’essenza del mio vivere.
Sono diventato una persona diversa.
Cambiami come puoi.
Non scrivermi lettere.
Sono arrogante, non apprezzerei neppure Hemingway.
Non mandarmi baci.
Sono apatico, non provo più brividi.
Non accarezzarmi.
Non apprezzo più il calore umano.
Cambiami tu che sai.
Fammi tornare a essere puro.
Fammi tornare a pensare positivo.
Che io in quegli occhi ci avevo visto lungo.
Che tu nei miei non ci hai mai visto chiaro.
Usami se ti può servire. Ti è concesso.
Ti ho usata troppe volte, per questo cambiami.
Fai cambiare solo me.
Che tu sei perfetta così
e non meriti la maledizione
che mi porto dentro.

(*Poesie spezzacapitoli: queste sono mie poesie totalmente distaccate dal resto della storia con la funzione di spartitraffico ogni due capitoli)

Capitolo terzo

La giornata di lavoro si era conclusa dopo estenuanti fatiche. Mi tolsi il grembiule di dosso e sospirai. Non avevo chiuso occhio e il sonno stava davvero imperversando sul mio essere, ma nonostante questo mi presi un momento. Un solo, ultimo, momento. Mi avvicinai all’angolino speciale. Nella testa le parole di Margot rimbalzavano da una tempia all’altra: - Guardarsi è importante. Lo feci. Il mio sguardo era così languido. La mia barba incolta concerneva un’aria trasandata. Cos’avevo vissuto fino a quel giorno? Il mio viso veniva attraversato da una lacrima. Tutto quello che avevo vissuto, era così lontano. Tutte quelle donne con cui avevo consumato il mio tempo, dov’erano? Gli amici con i quali avevo condiviso gli anni migliori, dov’erano? Lontani, chilometri. Lontani. Ricordo che il mio pianto si faceva sempre più umano. Avevo tirato giù la serranda, fortunatamente: nessuno poteva vedere quello scempio. Un ragazzo accartocciato su se stesso, con le ginocchia a terra, a piangere e rimuginare sul passato. Nathan, chi sei diventato? Non mi riconoscevo proprio. Un pianto umano è un pianto disperato. Porta ira. Porta desolazione. La mia testa non funzionava più. Una voce dentro non si placava: - Mi fa ancora male, mi fa ancora male! Un’eco coordinata e senza un briciolo di pietà. Verity era accanto a me e cercava di abbracciarmi, rassicurarmi, dirmi di calmarmi, ma Jim, dall’altra parte, mi continuava a ripetere tutte quelle cose che volevo scordare. Litigavano fra loro. Verity continuava a dirmi di non pensarci, era acqua passata, ma Jim no. Secondo lui, se ci stavo ancora pensando non era passato un bel niente: dovevo affrontare tutto quello da solo e il prima possibile. La mia mente era un incrocio senza semafori. Ero fuori di me: strinsi un pugno e lo sferrai contro lo specchio. Cadde in frantumi. Cadde in frammenti. Desolati, a terra. Mille pezzi di vetro, prepotenti, affilati: mi si riversarono addosso come grandine durante una tempesta.





Capitolo quarto



Quando prendevo le ordinazioni al bar, solitamente, ero sempre distratto. Per esempio mi dimenticavo se un caffè doveva essere decaffeinato. Sono sempre, sempre, stato così. Troppo preso dal contorno della vita che dalla vita stessa. Adoravo le aree verdi durante il periodo autunnale: le foglie gialle e arancioni che scendevano dall’alto, un senso di abbandono generale in cui mi rispecchiavo. Troppi pensieri, troppi progetti, troppe cose per la testa per ricordare, anche, se una signora anziana preferiva lo zucchero normale o lo zucchero di canna. All’Hank Bar mi sorridevano tutti, ma sotto sotto avevo captato che mi soprannominavano “lo sbadato”, per non dire “il coglione”. Dalla filodiffusione intanto si spargeva la voce di un nuovo pezzo di una band italiana emergente. Non conoscevo benissimo il nome, diceva tipo “Perfettamenteee...” oppure era “Esattamenteee...” o forse “Fottutamenteee...” anzi, forse “Completamenteee...” Non ricordo. Molto orecchiabile, però.

Quei clienti li vedevo tutti uguali, standardizzati e adeguati alla massa. Come i passanti che si recavano al posto di lavoro la mattina. Nessuno - dico nessuno - riusciva a spingere la mia innata curiosità a fantasticare tra le pagine delle loro agende o scavare nel profondo della loro vita. Margot quel giorno entrò all’Hank di bianco vestita e con un cappello molto chic. Aveva passo deciso e occhiali scuri. Quando faceva ingresso all’Hank con queste due caratteristiche, dentro di me, sapevo che per lei era una giornata abbastanza no, o perlomeno esagitata. Sapevo che la causa, probabilmente, ero anche io. Mi salutò con quell’aria un po’ da “Che cosa mi tocca stare al mondo a fare?”. Mi domandavo sinceramente se fosse lecito domandarselo, quando si è in possesso di una fottuta casa di novecento metri quadrati a Malaga. A volte, mi domandavo, se avesse ancora il ciclo. Non lo sapevo. Iniziava ad avere qualche capello bianco, quindi era molto probabile. Insomma, Margot era agitata perché non capiva per quale assurdo motivo avessi rotto lo specchio dell’Hank Bar quella notte.

- Nathan, dobbiamo parlare.

- Margot, Margot, perd...

- No! Parlo io! Mi mise a tacere con un solo acuto.

- Sai quanto ero affezionata a quello specchio, vero? Era qui dentro da quando ho aperto questo bar. Mi dici che diavolo ti è saltato per la testa? Non sono nemmeno partita per Malaga, mi hai fatto spaventare.

- Margot, io non so davvero cosa dire. Mi scuso, è stato uno scatto d’ira. Ti prego, ti prego, scusami. Scalami lo stipendio, dammi in pasto agli squali, usami come lavacuccia del tuo cane, ma, per favore, non mi licenziare.

- No, Nathan, non ti licenzio. Voglio solo capire che diamine hai in quella testa malata per fare un danno simile e rimanere chiuso un’intera notte dentro il bar.

Non è sempre così semplice rispondere a una domanda quando non sai la risposta, nonostante la cosa ti riguardi direttamente. Sapevo che vi fossero motivazioni inconsce riguardo il mio gesto.

Lo specchio giaceva ancora a terra, in frantumi, e attendeva d’essere raccolto.
- Nathan, questa notte chiaramente ti toccherà fare gli straordinari. Lo sai, vero?

- Margot, lo so. È il minimo che possa fare per scusarmi e sdebitarmi con te. Stai tranquilla, e parti per Malaga. Ora è tutto ok.

Salutai Margot con un abbraccio affettuoso. Non era da tutti incontrare una donna così per bene, in grado di capirti e scusare anche un gesto così incomprensibile. Conclusi la mia giornata lavorativa come sempre e, com’era giusto che fosse, m’impegnai a sistemare l’angolino dell’Hank Bar che la notte prima avevo messo a soqquadro, e che non ero ancora riuscito a sistemare, a causa dello stato confusionale in cui avevo versato quella notte.

Mi misi comodo: pantalone della tuta che custodivo nell’armadietto, pantofole e un maglione di lana largo, stile anni ’90. Mi versai un bicchiere di vino rosso, che non guastava mai, posandolo sul tavolino: sapevo che avrei fatto qualche pausa. Nel frattempo, misi sotto carica il mio cellulare. La notte era lunga e avevo deciso di dormire nuovamente all’Hank, evitando così di risvegliarmi la mattina presto, attraversare a piedi mezza Torino ed essere puntuale. E poi il divanetto in fondo alla sala non era neanche così scomodo. Quella sera Jim e Verity non c’erano. Erano usciti insieme, molto probabilmente. Non ne avevo la certezza, ma ogni tanto immaginavo che fra loro vi fosse del tenero. Non lo so, eh, sono solo insinuazioni, le mie. Quella sera però erano insieme molto probabilmente, in ogni caso non c’erano, e io mi sentivo finalmente in pace con me stesso o perlomeno mi sentivo leggermente meglio, rispetto alla notte precedente. Mi avvicinai all’angolino con il mio passo un po’ fiacco e flemmatico, munito di scopa e paletta. Sollevai lo specchio, o meglio, la cornice che era rimasta intatta, e la riposi contro la parete. A terra v’erano tantissimi frammenti, tutti molto piccoli, ognuno con un taglio differente. Sarebbe quasi stato carino ricomporli a mo’ di puzzle. Mentre li osservavo nelle loro particolarità, notai nuovamente il mio riflesso in tutti quei resti. Cos’ero? Ricordavo la valenza che aveva sempre rappresentato per me lo specchio. Da sempre metafora del verbo essere. Ricordavo bene anche da cosa avevo iniziato a dare importanza alla figura dello specchio. Ricordavo e ricordavo così tanto che fu inevitabile ripensare anche al mio passato. Inevitabile, come evadere da Torino. Ogni frammento che prendevo nelle mie mani descriveva una scena del mio passato, un evento che avevo vissuto, un momento particolare. E ogni frammento che tenevo in mano, la stessa mano che la notte prima aveva tremendamente sferrato un colpo scellerato contro quello specchio, mi rivelava senza pietà perché il mio animo era così tormentato. Ma - mi chiedevo - che diavolo di invenzione è stata quella dello specchio? Ci avete pensato mai? Cosa saremmo noi, senza uno specchio? Probabilmente non sapremmo che pensare di noi, non conosceremmo il nostro volto, saremmo privi di insicurezze o di stupide convinzioni. Lo specchio è solo un argomento estetico o un mezzo per essere consci di noi stessi? Questa era una domanda importante. Io non conoscerei il colore dei miei occhi, non saprei se i miei denti sono puliti e ordinati oppure ingialliti e storti. Dovrei fidarmi esclusivamente del giudizio altrui, delle considerazioni estetiche delle altre persone. E quindi, come uomo, potrei contare esclusivamente sulle mie sensazioni spirituali e sul concetto che io stesso ho di me come persona, o meglio come essere, ma considerando esclusivamente il mio essere interiore e non esteriore.

Non tutte le specie umane possono o sono in grado di riconoscersi in uno specchio. È un privilegio che abbiamo solo noi umani, alcune scimmie e la gazza ladra. I cani, per esempio, non vi riescono, salvo eccezioni. Lo specchio è uno dei migliori mezzi per riconoscere il proprio io durante l’infanzia. È stata un’invenzione dannatamente geniale e con una valenza psicologica che spesso sottovalutiamo, anzi, sempre. Nell’immaginario comune, lo specchio è simbolo del doppio, della vanità, della dimensione parallela. Distruggerlo significava assicurarsi sette anni di sfiga. Io vi ero appena riuscito probabilmente, ma era la mia ultima preoccupazione, anzi, un pensiero che non mi sfiorò minimamente. Raccogliere quei frammenti, per me, fu un po’ come il viaggio in auto di Borg ne “Il posto delle fragole”, durante il quale ripercorre le scene della sua vita: io, a ogni frammento, ripercorrevo il mio recente passato. Così, quella divenne la notte più produttiva della mia vita. Colto da un’irrefrenabile alienazione e ispirazione, trasferii su un foglietto della cucina tutti i ricordi che i frammenti di quello specchio mi avevano riportato alla mente: la mia anima si svuotò improvvisamente da ogni pensiero che aveva tenuto imprigionato sino a quell’istante, la mia mano iniziò a scrivere senza sosta, quasi come se alimentata da un motore a scoppio, e la nostalgia del mio ieri si mescolava con la necessità di raccontarla al mio oggi. Più tardi ci fu anche il tempo di raccogliere ogni frammento che ancora giaceva a terra e, finalmente, concedermi un meritato pisolino.











Commenti

pubblicato il martedì 3 aprile 2018
AndreaPulli, ha scritto: Se vi va di ricevere il proseguimento di questa storia, tratta dal mio primo romanzo, lasciate un commento.

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