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lavoro pubblicato sabato 31 marzo 2018
ultima lettura sabato 19 gennaio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

IL CRONISTORICO - 4

di MarcoMarchetta. Letto 187 volte. Dallo scaffale Storia

SAMUELE (1050 a.C. / 1030 a.C.) Parlava il Giudice con la voce sufficiente per giungere lontano e le facce ...

SAMUELE
(1050 a.C. / 1030 a.C.)

Parlava il Giudice con la voce sufficiente per giungere lontano e le facce dei rappresentanti di tutte le tribù erano attente. Seppure la parola di Samuele non fosse legge era la più autorevole nella tribù di Levi e aveva il suo peso presso tutti gli Ebrei. Stava dicendo:
"Fratelli, credo di avere svolto i miei doveri sacerdotali nelle maniere strettamente comandate e di essere stato fermo nel condurre i nostri guerrieri contro i nemici. Però per combattere occorrono tempre più ruvide della mia e, soprattutto, più giovani.
Posso continuare a servire Jahveh ma ci vuole qualcun altro per condurre le nostre schiere in battaglia. Se lo volete troverò io chi potrà farlo."
Come sempre il popolo eletto dovette discutere a lungo prima di digerire la cosa, anche perchè uno che facesse pressione per mollare una posizione di potere più che per rafforzarla non si presentava con frequenza.
Samuele diede loro un'ultima spinta per farli addivenire a un accordo:
"Fratelli, quello che occorre non è un nuovo Giudice, qualcuno che ora c'è e ora non più, seguito o non, con l'autorità che termina contemporaneamente al compito che gli si affida.
Così come si è voluta, la figura del Giudice fa in modo che i suoi impegni e sforzi in difesa e a vantaggio della nostra gente siano sempre scarsi e inefficaci. I progetti e le prospettive di un Giudice non hanno una sicura continuità e spesso restano irrealizzati. Ciò evita possibili tirannie ma non creerà mai la base per riunire in un forte popolo tutte le tribù ebraiche.
Un vero governo deve durare ed essere trasferibile a un successore. Ci vuole un re! A lui tutti dovranno obbedienza e fedeltà pena la morte per i riluttanti.
Lui, col favore di Jahveh, dovrà impegnarsi esclusivamente a vantaggio del popolo eletto, pronto ad accorrere in soccorso di qualsiasi tribù in pericolo.
Adesso, con un Giudice che vien seguito solo se non si ha altro da fare, ogni stirpe d'Israele è pari ai Gebusei, ai Moabiti, agli Amaleciti, gente sparsa condannata a cadere, prima o poi, sotto il tallone dei Filistei ad adorare idoli di pietra.
Vogliamo questo?"
Il 'no' urlato con rabbia da ogni gola fece sentire tutti come un solo uomo.
Samuele, in effetti, non per altruismo, cercava un soggetto che si assumesse l'onere della guerra e i fastidi del governo di gente assolutamente ingovernabile.
L'uomo che faceva al caso suo sembrava essere un certo Saul, un buzzurro pecoraio senza alcuna sensibilità, un soldataccio prepotente e fegatoso che in battaglia realizzava pienamente i suoi istinti belluini.
Quel tipo avrebbe potuto essere manovrabile e Samuele si sarebbe riservato una posizione comoda e di riguardo al contempo.
"Potrei presentarti come loro re" gli propose. "Saprai essermi riconoscente quando sarai consacrato?"
"Se farai questo per me" promise Saul, "sarà come se regnassimo assieme."
"Condurrai il nostro esercito in battaglia senza mai risparmiarti?"
"Questa sarà l'attività più piacevole del mio regno. Se tutto Israele mi seguirà farò in modo da ottenere rispetto e timore da tutti i popoli intorno."
"Ti seguiranno se tu mi proclamerai 'profeta', l'unico figlio di Levi autorizzato a far conoscere la volontà di Jahveh al popolo."
"Io non dovrò mai celebrare a Jahveh?"
"Non avrai di queste incombenze: pensa a regnare che alle cose divine penserò io.
E, Saul, bada a questo: se farai il prepotente, se ti arrogherai quello che non ti spetta e se non mi ascolterai ricordati che Jahveh sa creare così come sa distruggere. Mi capisci?"
"Certo. Non avrai da pentirti di avermi scelto, profeta."

Samuele, esautorato da Saul e decaduto da ogni carica prestigiosa, ovviamente era pentitissimo della scelta fatta. Essere di parola e mostrare gratitudine erano sentimenti che non albergavano nell'animo del re.
Il profeta cercava una rivincita servendosi di qualcuno da contrapporre al tiranno.
Davide avrebbe potuto fare al caso suo: aveva ucciso in una singolar tenzone un erculeo capo filisteo e per questo era riuscito a impalmare la figlia del sovrano. Però anche lui era un buzzurro pecoraio senza la minima sensibilità, un soldataccio prepotente e fegatoso abituato ad anteporre il suo interesse egoistico a quello altrui.
Samuele cercò invano qualcuno più adatto. Nel consacrarlo secondo re di Israele si augurò uno 'speriamo bene' e non riuscì a esimersi dal lamentarsi con Jahveh:
"Visto che questo sarebbe diventato il tuo popolo eletto, Signore, non potevi aiutarlo a rendersi un poco più civile?"

Marco Marchetta

L' ORDALÌA
(542)

"Come, lesa maestà?" urlò Valdemir e le pareti della sua casa sembrarono tremare. Indicò la moglie. "È stato lui o chi a tenersi sotto la mia Urgrid?"
Dalleh, fido compagno di tanti scontri armati, cercava di calmarlo:
"Valdemir, Tòtila è il re."
"E questo gli dà il diritto di abusare della donna di un guerriero?"
"Assolutamente no ma è successo; e, per questa sua mancanza, come guidrigildo ti ha fatto consegnare un bel po' di argento. Tu il guidrigildo l'hai accettato."
"Sì. Ho fatto vendetta, forse?"
"Tu l'hai insultato, amico. Hai detto che per quanto ci abbia provato per un'intera notte con Urgrid non sia riuscito a fare niente."
"Io non c'ero, Dalleh. Se l'ho detto è perchè lei non mi ha nascosto niente di quello che è successo: Tòtila ha approfittato della mia ebbrezza per prendersi Urgrid contro la sua volontà. Questo è sembrato a chi c'era quando l'ha condotta via.
Me l'ha restituita e mi ha indennizzato: siamo pace così. Se poi non è riuscito ad approfittarne, come dice lei, meglio per me e peggio per lui. Perchè non dovrei dirlo in giro?"
"La versione di Tòtila è che Urgrid ha riferito il falso; e di tua moglie ne rispondi tu. Lui si sente diffamato dal sospetto di non essere stato maschio con questa donna."
"E allora?"
"Chiede l'ordalìa com'è suo diritto. C'è la parola sua contro la tua. Chi ha ragione? Tu l'hai provocato e la prova la fai tu."
"Quale?"
"L'erba della cagna. Questo vuole il re. Se Urgrid ha detto il vero Dio ti salverà."
"Va bene, andiamo a berci questa prova, amico caro e ti dico addio. Alle divinità e alle stregonerie non ho mai creduto; al veleno sì.
Si vede che avevo vissuto già troppo."

Il giorno dopo era l'abitazione di Tòtila a tremare per le urla:
"Come? L'erba non ha funzionato? Valdemir è ancora vivo e si sta riprendendo?"
"Tòtila" lo ragguagliò lo zio Balthu, uno dei più valorosi fra gli Ostrogoti e suo fido consigliere oltre che amico, "hanno preparato il filtro in mia presenza.
Dio lo ha salvato e non pensare di dargli un'altra morte perchè nessuno del nostro popolo te lo perdonerebbe."
"Non ferirmi, Balthu. Non ci pensavo affatto. Pensavo invece che, per quanto io sappia com'è andata con Urgrid, tutti adesso sono convinti che con lei non sia stato più valente di un vecchio o di un bambino.
D'altronde sono stato io ad appellarmi al Giudizio di Dio e devo accettarne il responso.
Sai che ti dico? Non c'è nessun Dio a giudicare ed ora ne sono convinto: quella donna ha detto il falso e nessuno è mai uscito vivo da quella prova."
"No, mai a memoria d'uomo, Tòtila."
'L'erba di cagna ha ucciso chissà quanti innocenti, ed ora un colpevole si è salvato' rimuginava il re. 'A proposito di cagna, Urgrid mi invitava a cenni e con lo sguardo quella sera e recalcitrò appena giusto per salvar la faccia. Ha fatto in modo da entrare nel mio letto e portare avanti quella recita per la sola voglia di restare vedova... .'
"Balthu" concluse poi, "sono contento che Valdemir guarisca. Fallo vigilare strettamente da famigli nostri; di' ch'è un ordine del re.
Io sono pronto a sostenere la mia verità accusando io quella donna di falsità, a rischio di subire io l'ordalìa. Il marito sarà ragguagliato pubblicamente e, se vorrà consentire, proverò con lei nuovamente la mia virilità in presenza di chiunque voglia. Allora Valdemir potrà vendicarsi, com'è suo diritto, contro chi desiderava davvero la sua morte; e per farlo non avrà bisogno di ulteriori prove: gli basterà la spada.
Circa l'ordalìa, serve solo a far dei cadaveri innocenti e non credo che eventuali divinità, seppure esistono, vogliano immischiarsi in queste cose. Ne parlerò in Consiglio perchè è tempo di abolirla e con la mia verità appurata voglio vedere chi se la sentirà di considerarla ancora una cosa giusta.
Nel frattempo proteggiamo quel valoroso. Non vorrei, zio, che prima di riuscire a recuperare le forze, salvato dalla 'benevolenza divina' venga ucciso dalla malvagità di un demonio."

Marco Marchetta


BEETHOVEN
(1809)

Nel recarsi dal suo maestro di tanti anni prima Ludwig cercava di sfogare l'insoddisfazione verso il mondo intero concentrandolo nell'insofferenza verso quel pomposo individuo.
Non gli doveva niente. Fosse stato per l'impegno e la cura che Haydn aveva impiegato per migliorare l'educazione musicale del suo allievo, il giovane Beethoven avrebbe fatto meglio a dedicarsi ad altro.
Che cercava da lui? Provocarlo forse; mettere in dubbio la validità effettiva dei suoi successi. Ci si fosse provato!: gli avrebbe tolto la pelle a urli e fatto capire a tutti in quale considerazione tenesse quel monumento vivente.
Il famiglio di Haydn gli aveva riferito che il padrone desiderava un incontro con lui e che la vecchiezza lo impossibilitava a uscire.
"Vi prego, siate generoso, accontentatelo" aveva supplicato; "non penso abbia ancora tanto da vivere."
Si era incuriosito e si augurava per lui che davvero non lo avesse convocato ingiustificatamente.
Trovò il vecchio in poltrona in uno stato di salute davvero pietoso.
"Caro Beethoven" lo ragguagliò dopo un'accoglienza festosa, "l'imperatore Napoleone sarà qui il mese prossimo e ho ricevuto un invito. Mi è stato detto che questo onore è stato riservato anche a voi. A noi due soli in tutta la città, lusinghiero, non è vero? Ci considera gli unici musicisti degni di essergli presentati.
Allora, carissimo, veniamo al dunque. Io ho un inedito, una sonata breve per pianoforte e gliel'ho dedicata. Volevo fargliela sentire io stesso ma non ce la faccio più a muovere neanche un passo. Mi dovrò scusare e volevo che in mia assenza la presentaste e la suonaste voi unitamente al vostro programma. Che ne dite?"
Il maestro era parzialmente in ombra. Dalle labbra in movimento e dai pochi suoni afferrati Ludwig aveva capito solo una parola su tre.
"E parlate, quindi!" insistè Haydn. "Che siete ... sordo? Ditemi pure di no se la cosa vi guasta tanto!"
L'allusione alla sua sordità Beethoven l'aveva afferrata.
Irrigidito e dimèntico della cordialità iniziale stava per raccogliere tutta la rabbia repressa da tempo quando quello scandì forte ponendosi in luce a mostrar le labbra:
"Compatitemi, caro Ludwig. Sono un vecchio asino calzato e vestito. Il vostro male non mi ha colpito ancora ma per il resto non mi manca alcuna infermità compresa, certamente, una certa tardezza mentale. Sono ricco d'anni. Mi perdonate?"
Da orsaccio intrattabile con un cuore grande così Beethoven si avvicinò e gli chiese di ripetere la richiesta.
"Maestro" si scusò quando tutto gli fu chiaro, "io non posso soffrire Napoleone. Pensavo che lui i tiranni li avrebbe abbattuti, non sostituiti!
Però vi servirò ugualmente: presenterò e suonerò in vostro nome il pezzo che dite; poi accuserò anch'io un malore e non mi tratterrò oltre."
"Ludwig, vi conosco bene per sapere che come avete detto così farete. Ma pensateci; ve lo dice chi non ha fatto altro che chinar la schiena pur di poter presentare il proprio lavoro a chi conta.
Sono convinto da tempo che in futuro con Bach, Haydn e Mozart ci sarà solo Beethoven nel mondo musicale ascoltato. Però perchè non farsi osannare il più possibile anche nel presente?
L'imperatore vi aiuterà se gli dimostrerete un po' di deferenza."
Salutato il pallone gonfiato di una volta, ormai del tutto sgonfio, Beethoven pensò che già recarsi alla presenza di gente odiosa per favorirlo, fosse più di quanto Haydn meritasse e aveva ben presente come si sarebbe comportato alla presenza di colui.
All'inchino, nel rispetto dell'etichetta, non avrebbe potuto sottrarsi; ma incensare e ossequiare erano cose incompatibili col suo orgoglio a cui non avrebbe mai rinunciato.
Lui non aveva famiglia cui badare ed, eventualmente, sacrificare l'amor proprio e, per fortuna, viveva agiatamente.
Come si sarebbe considerato se si fosse reso opportunista e servile secondo i suggerimenti di quel vecchio che continuava a non essergli di alcuna utilità? Lui non aveva che sè stesso e con sè stesso unicamente avrebbe fatto i conti in ogni attimo dell'esistenza; gli eventuali rimproveri della coscienza li avrebbe sentiti sempre chiaramente, eccome.

Marco Marchetta

SENNACHERIB
(690 a.C.)

"... per tutto Assur, da Karkemish agli Elamiti, sia posto il bando a Merodachbaladan, già re del Paese del Mare" dettava lentamente il sovrano agli scribi che imprimevano tutto sulla creta coi legnetti. "Il signore che ce lo condurrà vivo, riceverà dalla città reale cento schiavi siri, con un minimo di venti giovani donne fra essi."
Alla fine del proclama Hodamenec chiese umilmente di parlare.
"Parla pure."
"Senza formalismi e senza orecchie estranee, mio re."
Hodamenec era un po' tutto per Sennacherib: suo braccio destro a palazzo, eunuco capo dell'harem, consigliere, amico fidato e amante se ne aveva abbastanza delle femmine.
"Qui puoi parlare liberamente" concesse il re quando si furono ritirati negli alloggi privati.
"Mio adorato Sennac e mio re, tu ti preoccupi e ti affanni troppo. Perchè non prendi fiato?"
"Non posso Hoda, tutti mi guardano."
"E tu non te ne curare; sei il re."
"Non sono i mortali a osservarmi. No, Hoda, non è così semplice.
Cosa dicono di noi i popoli assoggettati?: 'Gli Assiri ammassano le teste dei nemici e nuotano nel sangue'. Siamo noi a farglielo credere e così ci temono; perchè sappi che quando perderanno quel timore ci sommergeranno.
I re di Assur non possono vivere fra mollezze e pigrizie perchè sarebbe la fine. Ma tu vorresti che passassi il tempo fra le tue braccia.
Io sul mio trono sto cavalcando una tigre e devo pensare a lasciare per la posterità una numerosa discendenza oltre che un paese sicuro."
"Sennac, era necessario quel bando? Hai scacciato Merodach da Babilonia, non è sufficiente?
E poi hai già una città-palazzo: l'ha appena costruita tuo padre. Perchè Nìnive, allora? Cos'ha Dur-Sharrukin che non va bene? E ancora, non hai già troppo da fare? perchè progetti un'incursione a Gerusalemme? cos'è quest'altra novità?"
"Smetti, Hoda, finchè hai la testa!"
"Certo, re. Però io voglio che tu viva non che muoia di strapazzi."
"Hoda, tu parli per il mio bene lo so e per questo voglio che tu capisca.
Merodachbaladan ha tradito Tiglatpileser cui era soggetto poi mio padre occupando Babilonia. Morto lui che lo aveva costretto a più miti consigli si è rifatto signore di quella città. È insopportabilmente arrogante e ribelle ed è riuscito a sfuggire alla cattura. Bisogna lasciargli la vita e dargliela vinta? Nessuno l'ha tolto ancora di mezzo e devo farlo io, per vendicare i miei ascendenti a cui tale compito non è riuscito!
In questa città-palazzo quel che non va bene è che l'ha fatta mio padre, non io! E sempre mio padre, Sargon, ha raddoppiato le terre di Assur.
Quando gli Dei mi domanderanno che cosa ho fatto nella mia esistenza cosa potrò rispondere?"
"Tu sei giovane, mio re, e finora hai fatto più che Tiglatpileser, Salmanasar e Sargon nello stesso periodo iniziale del regno. Tu sei un grande sovrano e hai tutta la vita per superare i tuoi illustri predecessori.
Non hai alcun motivo di invidiarli, nè di sentirti continuamente osservato e giudicato da loro o dagli Dei."
"Hodamenec" sibilò Sennacherib, "tu mi sei amico e lo sento. Sono io che non sono più certo di esserlo nei tuoi confronti!
Ritirati e saprai domani se avrai conservato la mia benevolenza e la testa al suo posto."
Con atteggiamento reverente e falsamente intimorito Hoda si allontanò contento in cuor suo perchè aveva percepito compiacimento, non soltanto giusta irritazione, nella voce del suo signore.
Comunque fosse andata non si rimproverava alcunchè, dato che aveva operato secondo il suo dovere di fidato consigliere.
Inoltre, guardando al passato tante volte il suo adorato Sennac aveva minacciato di decapitarlo e poi gli aveva rinnovato il suo affetto. Quelle minacce non lo intimorivano più ma il suo re, questo, non doveva saperlo. Lui era giusto si ritenesse di quelli che le teste le accumula, pronto a nuotare nel sangue...

Marco Marchetta

(Vi do appuntamento al prossimo sabato, 7 aprile, con altre storie)



Commenti

pubblicato il giovedì 5 aprile 2018
AnnaCostanzo, ha scritto: Eccezionale
pubblicato il giovedì 5 aprile 2018
ClaudiaRosto, ha scritto: Ma che bravo
pubblicato il giovedì 5 aprile 2018
SoniaBattiston, ha scritto: Ti ammiro molto
pubblicato il giovedì 5 aprile 2018
StefaniaOrlando, ha scritto: Alla prossima Marco

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