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lavoro pubblicato domenica 25 marzo 2018
ultima lettura domenica 22 marzo 2020

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Una canzone senza ritornello

di arturo59. Letto 542 volte. Dallo scaffale Generico

Quella sera a Milano era caldo, ma che caldo, che caldo faceva.Sembrano i versi di una canzone e forse lo sono. Ma è proprio caldo, un caldo innaturale per la metà di febbraio. In piazza dell’Agricoltura, la gente circolava veloce ...


Quella sera a Milano era caldo, ma che caldo, che caldo faceva.
Sembrano i versi di una canzone e forse lo sono. Ma è proprio caldo, un caldo innaturale per la metà di febbraio. In piazza dell’Agricoltura, la gente circolava veloce e senza guardarti, figuriamo sorridere. I romani li riconosci dalla parlata, i milanesi da come camminano. Bloccati dalla paura che se vai piano e ti guardi intorno, possono pensare che tu sia un perdigiorno, uno il cui tempo vale poco.

Il mio di tempo valeva pochissimo, in termini monetari. O meglio, il valore al mio tempo, l’ho sempre dato solo io: avevo apposta scelto di fare l’insegnante. Avevo appena finito il corso di aggiornamento sui DSA (disturbi specifici di apprendimento), a cui il preside mi aveva supplicato di andare, perché nessun altro era disponibile, e giravo per Milano senza meta e senza scopo aspettando l’ora per andare in pizzeria. L’aereo per casa l’avrei preso molto presto l’indomani.

Mi divertivo a guardare in viso i passanti e a sorridere. Solo per vedere di nascosto l’effetto che fa. Anche questo sembra il verso di una canzone e forse lo è.
Voi non ci crederete, ma lei invece rispose subito al mio sorriso, anzi fu lei a sorridere per prima. Lo faceva con tutti da un manifesto elettorale. Bianca, sono forse vent’anni che non la vedo. No, mi sa di più. Il manifesto mi diceva che di lì a poco avrebbe avuto, un incontro con gli elettori non molto lontano da lì.

Per uno che bighellonava senza saper che fare, equivaleva a un invito a nozze. Bastardi che non siete altro, smettetela di sogghignare, so bene cosa vi passi per la mente. Curiosa associazione mentale: pensare alle nozze quando si rivede un grande amore. Ma a parte il fatto che non so come abbiate fatto a sapere che sia stato un grande amore, io ero solo curioso di vederla, da lontano confuso fra la folla. L’avevo sempre giudicata intelligente, colta e interessante. Inguaribili cafoni, state pensando che se un uomo descrive così una donna, ne sta implicitamente mettendo in dubbio l’avvenenza. Non avete capito nulla: io non sono quel tipo di uomo e lei non era quel tipo di donna.

Neanche la sala era un tipo di sala traboccante di persone. La politica non tira più come una volta. Fate bene a chiosare che, invero, neanche io son qui per la politica. Mi sedetti in terza, quarta fila dietro un gruppo di persone che sembravano conoscersi bene, almeno in base a quanto chiacchieravano. Pensavo di essere al sicuro, ben nascosto dall'età e dai miei occhiali, che son sempre sporchi, che son sempre uguali, come, forse, dicevano i versi di un’altra canzone, una di quelle di nicchia, che conosco solo io. Non vi date pena, se non la riconoscete.

All'improvviso sento arrivare la sua voce, dietro di me. E sento anche un tuffo al cuore. E se voi pensate che sull'orlo dei cinquantanni questo non possa succedere, mentite sapendo di mentire, se li avete già; o vi illudete, se siete più giovani. La pace dei sensi non arriva mai e comunque non a cinquantanni. Sta percorrendo il corridoio fra le due file di poltrone. Resisto alla tentazione di girarmi per vederla, non voglio essere riconosciuto, o, peggio ancora, non esserlo.

Si siede, sorridendo alla platea. Un compagno inizia a parlare, per presentare l’incontro e salutare la candidata. Non vi posso nascondere proprio nulla; ora è chiaro da che parte sta Bianca e da che parte sto io. Che ci volete fare, nei racconti non c’è la par condicio. Io sono stato sempre da una parte, questa; è la parte che si è spesso spostata. Da un po’ di tempo, l’ho lasciata andare da sola. Comunque è stato facendo politica che ci siamo conosciuti, io e Bianca, un quarto di secolo fa.

Mentre il compagno fa sfoggio di tutta la retorica di cui noi, noi di questa parte, siamo i massimi produttori e consumatori, Bianca gioca coi suoi capelli castani. La mano sinistra attorciglia, stringe fra le dita e poi rilascia una ciocca di capelli: lo faceva, e ne deduco lo fa tutt’ora, quando è concentrata.


Mi venne in mente la prima volta che mi prese la mano. Finita una riunione del collettivo universitario, si era deciso di andare tutti a mangiare una pizza. Io vengo con te mi disse, mentre mi avviavo alla macchina, e mi prese la mano. E con la mano si prese tutto il resto di me, per sempre. Ma questo ditelo in giro che ho due figli, moglie e ancora un po’ di reputazione. Nun lo di' a nessuno tiettelo pe' te; ancora, forse, i versi di una canzone.

In pizzeria non arrivammo mai, andammo per i fatti nostri. E ci rimanemmo per tre anni. E poi, non so, non ho mai capito bene. Ci sarà stata un’altra mano da prendere. Io rimasi solo con la mia matematica, a fare i calcoli della sua assenza. Pensavo che la nostra fosse un’identità e invece era un equazione; cambiati i parametri, non è tornata più, come Bianca peraltro. Ho preso anche il dottorato, ma il teorema di Bianca non l’ho mai capito. Lo so che state pensando: se ne andò perché ero noioso: io, la matematica, la politica, persino mia mamma vedova. Si, le avevo presentato mia mamma. I suoi non li ho mai incontrati; pensate che volesse dire qualcosa? Non fate tanto i professori con me che insegno da quindici anni. Tutti scienziati siete, col senno di poi.

Mentre ero perso in questi pensieri e in alcuni altri un po’ più spinti che non ho nessuna voglia di rendere pubblici, i racconti erotici sono in un’altra directory, la gente - ma che gente e gente, non siamo mica fra leghisti - i compagni seduti davanti a me andarono via. Compagni si, ma un po’ maleducati perché lei parla solo da quindici minuti e non ha ancora finito. Maleducati e inopportuni, perché ora tutti i posti davanti a me sono vuoti ed è come se stessi in prima fila.

E accadde quello che non volevo accadesse. E capitò quello che speravo proprio accadesse. Lei mi vide e mi riconobbe e mi sorrise e mi fece un cenno di saluto. La sua voce si interruppe per un attimo e riprese con un tono leggermente diverso; quasi commosso. O almeno così mi sembrò.

Ero fregato. Ebbi la tentazione di andar via, ma fu solo una tentazione e durò un attimo. Anche perché ero quasi sicuro che mi avesse fatto con la mano un gesto che vuol dire aspettami, non andar via. Nessun commento, per favore. Ho già a che fare con la mia coscienza.

Attenderla qualche minuto, che volete che sia. Sono vent'anni, no, che dico di più, che aspetto. Non mi importa il vostro parere e la retorica ve l’ho detto è il nostro pane quotidiano.

Vissi come in sospeso l’ora successiva: non sentii lei, non sentii il dibattito. Anche perché ne o già sentiti tanti, sempre diversi, sempre dannatamente uguali. Avrei voluto che questo non tempo continuasse per sempre. Questo è il posto dove mi sento più sicuro, sarà per questo che ho scelto il mondo preciso ma astratto e senza tempo della matematica. Il mondo concreto ha regole sfuggenti che devono essere interpretate e che possono essere piegate per ottenere qualsiasi risultato, generalmente quello più conveniente. E’ la vita assiomatica, teorica quella dove mi trovo meglio. Un tempo, sospeso e indefinito, dove quel che è stato può ritornare e magari convivere su piani paralleli con quello che adesso c’è. Dove nessuno è costretto a scegliere, dove si può avere tutto perché non si ha bisogno di nulla.

Senza barba quasi non ti riconoscevo, mi disse dopo essersi liberata da quelli che la salutavano alla fine dell’incontro. Me l’ero tagliata, quando alla fine ero guarito dalla malattia di lei, per cambiare aspetto, tentando di cambiare vita. Altro che barba, pensavo. Io ora vorrei tagliare questi vent’anni, che dico, di più, che ci separano da quando mi prendesti la mano.

Era un po’ più rotonda di allora, ma questo la rendeva meno spigolosa e più accogliente. I suoi occhi erano rimasti speciali; il colore mutava fra il castano e il verde, a seconda della luce, del suo umore o dio sa cosa. La prendevo in giro perché dopo l’amore erano di un verde intenso. Chi sa quanti altri dopo l’avranno notato.

Si rivolse ai suoi collaboratori e disse che andava con me al bar a prendere un caffè. Non mi chiese nemmeno se avessi tempo e se volessi accompagnarla.

Mi raccontò la sua vita e la sua scelta recente di tornare a fare politica: il presidente del Senato le aveva offerto un seggio quasi sicuro nel collegio di Milano e ci si era buttata con entusiasmo.
Tu mi voti, no?, concluse. Mi venne il sospetto che tutto l’incontro fosse finalizzato solo a guadagnare un consenso. La guardai dritta negli occhi; era una mia impressione o stavano diventando verdi?
Non posso, le dissi. Tu in Sicilia non sei in lista.
Allora sei tornato a casa. Tua mamma?

Dopo vent’anni, no, mi sa di più, certe domande sono pericolose. Non risposi e lei capì. Mi dispiace, disse e pose una mano sulla mia e dal palmo me la strinse leggermente. Ancora una volta. Ero fregato.
Le raccontai cosa facessi nella vita e a Milano. Lo so che cosa vi state chiedendo. Mi costituisco immediatamente: della moglie e dei figli non feci alcuna menzione. E la fede per motivi di allergia non la portavo mai. Il mondo per me era tutto precipitato in un tavolino anonimo di un circolo ARCI.

Un insegnante ? Che spreco, eri un genio.
Un’altra che non ha capito, pensai. Ma a lei avrei perdonato tutto. Forse, dico forse, l’avrei perdonata anche se fosse stata renziana.
Sei libero stasera? Ceniamo insieme? Così mi racconti tutto di te. Fra l’altro se sarò eletta, e se non ci sono terremoti lo sarò, volevo chiedere di essere inserita nella commissione cultura e istruzione. Potresti collaborare con me, che ne dici? Insieme magari riusciamo a cambiare la scuola. Stasera a cena ne parliamo.
Come potevo dirle di no? Avevamo anche scoperto di stare nello stesso albergo.
Ora scappo, che ho un’altra iniziativa. Alla nove, in albergo allora. Aspettami se facessi tardi.

Mi salutò con un abbraccio e una carezza veloce ma dolcissima sul viso.
Andava a incontrare gli operai della Falerone SPA che lottavano per conservare il proprio posto di lavoro. La multinazionale che aveva acquistato la fabbrica, si era presa il know-how e i brevetti e ora spostava la produzione in Vietnam; guarda l’ironia della sorte.

Non seppi mai se gli operai della Falerone, riuscirono a salvare la loro fabbrica, so che salvarono la mia vita.
Tornai di corsa in albergo, feci la mia valigia, non pagai il conto: ci aveva già pensato il ministero. E scappai, letteralmente fuggii a gambe levate. Senza di loro non ce l’avrei mai fatta. Forse la classe operaia avrà perso il suo ruolo nella storia dell’umanità, ma ha mantenuto un ruolo fondamentale nella mia storia personale.

Mi venne da ridere pensando a un corteo, come quello dei bei tempi, dove gli operai della Falerone e i miei alunni marciavano compatti dietro uno striscione con il mio nome e gridavano: Operai, studenti uniti nella lotta, la vita di … non si tocca.
Mi dispiace, il mio nome, voi curiosoni, non lo saprete mai. Ho moglie, figli e una reputazione da difendere. Prima di tutto con me stesso e da me stesso. Corsi alla stazione a prendere il primo treno per la Sicilia; anche se il viaggio avrei dovuto pagarlo io e sarebbe durato quindici ore.

E pensavo dondolato dal vagone, cara amica il tempo prende il tempo dà... Noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa.

Questi non sembrano, sono i versi di un poeta che scrive splendide poesie musicali.



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