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lavoro pubblicato sabato 24 marzo 2018
ultima lettura domenica 21 aprile 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

IL CRONISTORICO - 3

di MarcoMarchetta. Letto 285 volte. Dallo scaffale Storia

LA FINE (1821) "Monthelon..." soffiò Napoleone dalla sua alcova."Sì, mio Imperatore" g...

LA FINE
(1821)


"Monthelon..." soffiò Napoleone dalla sua alcova.
"Sì, mio Imperatore" gli rispose il suo medico personale Antonmarchi, unico presente.
Tutti si erano trattenuti fin dal mattino di quel tempestoso 5 maggio al capezzale del loro mito per vederlo spirare. Ma le ore passavano e l'agonia si protraeva.
Col tempo inclemente, che toglieva la voglia di respirare dell'aria fresca all'aperto, si cominciò pian piano a disertare il luogo.
"Scrivete ... vi prego."
Il medico fece cenno di assecondarlo e stette a sentire fra rantoli e sussurri quei ricordi mai dettati. Le sue memorie erano già state scritte un po' da tutti a turno, dagli ufficiali ai servitori.
Quella larva umana lì distesa aveva scosso e terrorizzato l'intera Europa e continuava a legarsi alla vita con altri labili ricordi come se l'umanità fosse ansiosa di conoscerli tutti, e fin nei minimi dettagli.
Ci volle molto ad Antonmarchi e a quelli che tornavano a riprendere la veglia funebre per ascoltare e capire quegli episodi.
Napoleone aveva nove anni e alla scuola militare di Brienne aveva notato del vetro nella brocca accanto al letto. Lo fece presente ai compagni e questi risero tanto che accorsero i superiori. Il vetro era ghiaccio e lui nella sua Corsica non ne aveva visto mai.
Prima di esalare l'ultimo respiro il morente cercò di raccontare dell'altro che, pienamente cosciente, non avrebbe mai confessato a nessuno.
Nel rapporto positivo a fine corso i relatori prospettavano per il cadetto ‘Monsieur de Bonaparte' una eccellente carriera marinaresca. Nel ricordare questo nei suoi ultimi momenti Napoleone riuscì perfino a ridacchiare.
Infatti avrebbe voluto concludere che di mare non aveva mai capito nulla. Nell'ottocentoquattro insistè col vice-ammiraglio Magon perché le navi pronte all'invasione dell'Inghilterra sfilassero nonostante il mare grosso. Circa la metà della flotta andò a picco. E questo, per sua fortuna, la morte gli aveva consentito rimanesse nel dimenticatoio.

Marco Marchetta

BIANCA MARIA VISCONTI
(1466)

La duchessa è sempre più preoccupata nel rileggere le sue memorie e si arrovella.

‘Devo distruggere tutti i miei scritti.
Mio figlio, Galeazzo Maria, è troppo impulsivo e irrazionale e quando verrà a prendere possesso di Milano non so che sorte potrebbe riservarmi. Offrirgli un appiglio può essere la fine per me.
Tutti gli Sforza, da Muzio Attèndolo, sono bestie, compreso il mio amato Francesco appena morto. Tutti violenti e irragionevoli.
Però qui dentro ci sono i miei ricordi, la mia vita.
"Io, Bianca Maria de' Visconti, signora di Milano per legittimo matrimonio con Francesco Sforza, gli ho dato figli a sufficienza per lo stabilimento di una dinastia..."
Bell'inizio che a Galeazzo Maria non dovrebbe dispiacere. Aspettiamo prima di buttare tutto nel camino.
Ah, qui ho scritto della mamma.
"Mia madre, Agnese del Maino, mi disse tutto sulla mia origine: Filippo Maria, ultimo dei Visconti, signori del ducato, non era affatto mio padre."
In effetti solo gli ingenui potevano crederlo: quel maialone non mi somigliava affatto ed era notoria la sua propensione per i maschi giovani.
Questo, una volta letto, addio duchessa, erede dei Visconti. Ecco, al fuoco e leggiamo appresso.
"Mamma mi disse che lui aveva finito per gradirne la presenza nel suo letto solo perché era bellina e tenerella anche a vent'anni, efebica come i suoi ragazzetti e perché la riteneva altrettanto capace di stuzzicarlo con le mani e con la bocca.
Giacendo al suo fianco gli faceva credere che anche con lei, supportato dall'ebbrezza, si comportava da vero stallone.
Qualche sgherro che doveva vigilarla per il padrone finiva fra le sue gambe prima o poi. Così fu concepita mia sorella Lucia, morta da tempo."
Potrei mai far sapere queste cose a Galeazzo Maria? Via, al camino.
Dove sta, a tal proposito, quell'altra possibilità? Dove l'avrò scritta? Cerchiamo un po'... Ah, ecco.
"Agnese, mia madre, era orgogliosissima delle sue proprietà e me le mostrava per giustificare la sua disinvoltura amatoria. Filippo Maria aveva tutti i vizi umani ma con lei era stato generoso.
Sicuramente alle due mogli ufficiali, Beatrice di Tenda e Maria di Savoia non era riuscito neanche ad accostarsi e, ritenendo di avercela fatta con mia madre in quei momenti di incoscienza, aveva ritenuto giusto compensarla per avergli dato l'unica sua figlia sopravvissuta, me.
Avevo quindici anni e Francesco Sforza continuava a far pressione su mio padre per avermi in moglie: voleva porre un'ipoteca sul ducato in quanto era chiaro per tutti che per la dinastia viscontea non vi sarebbero stati discendenti maschi.
Fu allora che mamma mi prospettò la possibilità che il mio vero padre fosse lo stesso Sforza che mi stava chiedendo.
Aveva ventitre anni il mio Francesco quando mia madre mi ha concepita. In quel periodo il duca aveva bisogno dell'armata di Muzio Attèndolo, detto 'Sforza', passata al figlio Francesco, dopo la sua morte, unitamente all'appellativo. Quel giovane capitano di ventura era già famoso per aver conquistato Napoli.
Ambasciatrice e fiduciaria del Visconti presso di lui chi era? Agnese del Maino con le più intuibili conseguenze.
La mamma mi chiese esplicitamente se volevo correre il rischio di sposare mio padre. Avrei dovuto essere proprio folle per rifiutare un partito simile, signore di quasi tutte le Marche, l'unico che poteva rendermi duchessa di Milano da insignificante figlia illegittima di chissà chi.
Le risposi che anche lo Sforza era consapevole delle sue frequentazioni intime nel tempo in cui venivo concepita. Se non si preoccupava lui di sposare sua figlia chi ero io per prendermene pensiero?" '.

Bianca Maria si arrende alla fine: cose simili non vanno neanche pensate, figuriamoci messe per iscritto. Un tale contenuto che pervenisse al figlio, il nuovo duca, e la sua vita non sarebbe valsa più di una foglia al vento.
Quanto resta del memoriale va ad alimentare le fiamme del camino.

Marco Marchetta

IL RACCOMANDATO
(1492)

"Mia sovrana, la facciamo?"
"Sì, sovrano mio. L'affideremo ai fratelli Pinzòn, è vero?"
"Ma perchè non ragioni un poco, regina mia? I Pinzòn sono troppo potenti: se l'impresa riesce sarà difficile eludere le promesse. E i soldi per mantenerle vuoi cacciarli davvero?"
"No, sovrano. E allora scegliamone uno che sia un buon marinaio e che socialmente non conti niente.
Comunque dobbiamo fare presto sennò il Portogallo ci frega pure in questo.
Abbiamo una vasta scelta: ormai si sta in fila a chiedere il nostro placet per navigare il mare Oceano verso occidente."
"C'è quel Colòn, sovrana."
"Cristobal Colòn? Ti prego, re mio. Quello no.
Sono anni che mi toglie l'anima. Me lo stanno raccomandando un po' tutti quelli di poco conto come lui. È proprio asfissiante: stavamo in piena 'reconquista' contro i Mori e quello veniva a insistere per avere il permesso di andare alle Indie."
"Io, regina, pensavo proprio a quello."
"No, sovrano, ho detto no. Morta piuttosto. Anzi, se insisti pure tu, morto ti faccio trovare quel Colòn, sgozzato per la strada."
"Sei la solita zuccona, regina mia."
"E tu quel cafone morto di fame che sei, re delle mie pezzuole. Io dico no.
Lo sai che si dice di questo Colòn? che non sia altro che un marrano di Catalogna, un discendente di ebrei convertiti."
"E con questo, sovrana scema mia? proprio per questo ci fa gioco: se avrà troppo a pretendere al ritorno gli butteremo in faccia la sua origine."
"Re, tu insisti e io a quell'odioso rompiscatole aizzerò contro l'Inquisizione, così impara.
Lo sai che i suoi patroni genovesi, i Centurione, lo fanno già passare per un connazionale?"
"E chi ci crederà, regina?
Io per la nostra impresa non vedo alcuno più indicato: nel caso non tornasse non avremo perso granchè; ma se avesse successo faremo in modo che continui a non ricevere appoggi importanti. Così il merito pian piano ce lo piglieremo tutto noi..."
"No, sovrano."
"... e anche le ricchezze delle Indie favolose, regina."
"Ho detto no, sovrano."
"Neanche se, regina, l'Aragona si contenterà di una parte minoritaria?"
"Re mio, quanto?"
"Nominale, regina mia. La Castiglia avrà il 51%."
"60 o niente, re bellissimo."
"D'accordo, sovrana sfolgorante."
"Purchè sia Martin che Vicente Pinzòn partecipino in subordine a Cristobal Colòn, sovrano."
"E sia; ma non mi chiedere altro sennò m'incazzo, sovrana."
Che ci poteva fare il povero Ferdinando? Isabella era, in tutto, in quella nuova Spagna 'reconquistada', la socia maggioritaria ... e lo sapevano entrambi.
Fu così che l'America potè essere scoperta.

Marco Marchetta


I CÀTARI
(1209)

Filippo Augusto, in trono, riceve i convocati che continuano a lanciarsi occhiate di fuoco.
Raimondo di Tolosa fa il gesto di poggiare a terra il ginocchio e lo fanno anche Simone di Montfort con a fianco il legato pontificio Arnoldo. È a quest'ultimo che il re si rivolge:
"Ditemi, monsignore, sono dieci o venti le migliaia di abitanti di Bèziers di cui avete eseguito il massacro?"
"Non li ho contati, maestà. Si tende sempre a esagerare in casi incresciosi come questo. Ma ne sono addolorato."
"Quanti?" insiste il re. "Era gente di Francia. Chi vi ha dato quest'ardire?"
"Sì, erano ventimila. Ma è il papa che l'ha voluto."
"È Innocenzo Terzo che comanda ora sulle mie terre?"
Tutti i presenti pensano ‘terre accresciute a spese di Riccardo Cuor di Leone e di altri'.
"È inutile rispondere, Arnoldo" continua il re e rivolto a Raimondo: "Voi, conte, che ne dite? Albi è nelle terre della vostra Tolosa e anche la devastata Bèziers."
"Io chiedo giustizia e vendetta contro costoro, assassini e grassatori da trivio!"
"Non vorrete" interviene Simone "che costui e i suoi Catari albigesi, eretici e profanatori di monasteri la facciano franca? Dio vede e punisce!"
"Lo so, lo so" e il re li squadra cercando il punto debole in loro per continuare la propria politica. "Voi siete davvero l' ‘Atleta di Dio', come tutti dicono, Montfort, per lo zelo che mostrate nel condurre questa Crociata di sterminio.
Innocenzo non ha interesse a far perdere alla Chiesa il suo sfarzo e proseguirà con le corruttele e le sopraffazioni. I Catari, al contrario si considerani ‘i Puri', non lo sopportano vedendo in lui l'Anticristo e gli si oppongono. Hanno forse torto?"
"Le Cose Divine devono essere difese a mano armata contro ogni attacco sacrilego" asserisce Arnoldo. "Lo vuole Dio!"
"E non hanno questi Catari depredato chiese e conventi?" lo appoggia Simone. "E Dio dovrebbe tollerare questi vandalismi nei Suoi possedimenti?"
"Per questo" replica Raimondo "si uccidono indiscriminatamente migliaia di innocenti e fedeli cattolici colpevoli solo di risiedere assieme ai Catari?"
"Questa me l'hanno raccontata" ridacchia Filippo Augusto. "Foste voi, monsignor Arnoldo, ad affermare spada in pugno: ‘Ammazzateli tutti. A riconoscere i Suoi ci penserà il Signore'?"
Sia il prelato che gli altri restano in raccolto e tormentoso silenzio.
"Raimondo di Tolosa" conclude il re prima di congedarli, "mi dispiace per voi ma non amo appoggiare le cause perse. E la vostra lo è.
Simone di Montfort, voi agirete per conto mio e dei miei vassalli, oltre che per ordine del papa. Estirpate coloro liberandoci da quelli che non sanno essere buoni cristiani. Cercate solo di risparmiare i miei buoni sudditi.
Che questa assurda Crociata finisca al più presto e col minimo delle devastazioni!
Un giorno, chissà, quelle terre potrebbero appartenere al Regno di Francia."

Marco Marchetta


ADALOALDO
(625)

Il re è giovane, biondo e preoccupato.
I duchi, nell'Alto Consiglio dei Longobardi lo accusano di varie colpe che lui rigetta alla bell'e meglio. Quei signori dovrebbero avere il compito di spalleggiarlo contro eventuali nemici ma ora sono loro che lo attaccano furiosamente.
"Tu non hai ancora un erede maschio" getta fuori Ghisulf e nel suo rabbioso latrare tintinnano gli orpelli della sua armatura; "forse ti manca il vigore per farne!"
"Non è detto, caro duca" lo rimbecca Adaloaldo. "Ritengo di avere messo nel corpo di molte delle nostre donne figli in abbondanza. Hai chiesto mai a tua figlia Freya, vedova da poco, con chi ha concepito tuo nipote Walfrid?"
Ghisulf è impietrito e fissa il giovane ferocemente.
Si alza Tàtone:
"Tu, re, non muovi guerra a nessuno. Riteniamo tutti che non hai il fegato di uccidere neanche un pollo. E questo non è da longobardo!"
"Sighbert!" chiama Adaloaldo e quando sente alle spalle quello schiavo discendente di gèpidi sconfitti si volge estraendo al contempo lo spadone di Tàtone. In un istante la testa e il resto di Sighbert giacciono separati.
"Dicevamo?" chiede ironicamente restituendo l'arma. "Vi siete guardati intorno? I nemici sono dappertutto: Franchi, Àvari, Bulgari ... e sono forti. Mio padre Agilulfo li ha neutralizzati. Vogliamo davvero trascinarli di nuovo in battaglia? Che ci guadagneremmo?
Noi una patria l'abbiamo trovata e l'Italia potrebbe essere tutta nostra se non ci fosse Bisanzio a contrastarci. Ma su questa terra per ogni longobardo ci sono venti italici. Li vogliamo dalla nostra parte, o no per inserirne tanti nelle nostre schiere prima di aggredire i bizantini? E per ottenere questo occorre, o no avere papa Onorio in appoggio?
Prima di combattere bisogna stabilire dove è più utile farlo e in che maniera risulta più vantaggioso. Più del fegato è il cervello che va usato. Le guerre fatte solo per menar le spade ci rendono utilmente più deboli: anche i Bizantini vorrebbero l'Italia tutta per loro, o no?
Se ritenete che ci sia del vero in ciò che ho detto perchè non la smettete di contrastarmi?"
"Riesci sempre a cavartela, Adaloaldo" fa Walliamer, "come una serpe nel fieno. Ma tu sei cattolico proprio come tua madre. La regina Teodolinda segue quella fede e tu ti lasci guidare da lei da bravo agnellino."
"Agnelli, polli ... anche tu con queste bestialità, fido Walliamer?" commenta tristemente il re accorgendosi che ogni cosa diventa un buon motivo per esautorarlo. "Se fossi meglio informato sapresti che ho confinato mia madre in convento.
Riguardo il credo religioso a te la fede nell'arianesimo chi l'ha inculcata?"
"Beh, sì, mia madre, certamente, o re, quand'ero bimbo."
"E la mia ha fatto lo stesso con me. Perchè te ne meravigli?"
La logica c'è e Adaloaldo si accorge, guardando in giro, che sono tutti d'accordo con lui.
"Allora" prova a dire, "perchè non volete che regni?"
"Perchè... , perchè..." si mette a sbuffare Arioaldo, suo cognato, in cerca di un movente, "perchè sei odioso! E, compagni, facciamola finita!"
Alla fine il complotto si perfeziona e Adaloaldo è condotto via verso la sua prigione.
Arioaldo, capo della fronda, riprende:
"Signori, così non va bene. Propongo che le decisioni prese a maggioranza dal Consiglio non vàdano giustificate. Sennò così non riusciremo a decidere più nulla."
Forse in tal modo, fra quei rudi guerrieri, si comincia a concepire il principio della 'ragion di stato'.

Marco Marchetta

(Vi do appuntamento al prossimo sabato, 31 marzo, con altre storie)



Commenti

pubblicato il mercoledì 28 marzo 2018
StefaniaOrlando, ha scritto: Grande Marco, io adoro Napoleone
pubblicato il mercoledì 28 marzo 2018
SoniaBattiston, ha scritto: Mi piace il tuo modo di raccontarle
pubblicato il mercoledì 28 marzo 2018
ClaudiaRosto, ha scritto: Il racconto LA FINE è entusiasmante
pubblicato il mercoledì 28 marzo 2018
AnnaCostanzo, ha scritto: Anche io trovo il racconto su Napoleone di categoria superiore ...bravo davvero

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