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lavoro pubblicato lunedì 19 marzo 2018
ultima lettura mercoledì 20 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

MAMMA SI CHIAMAVA MARIA

di CarloNobili. Letto 290 volte. Dallo scaffale Generico

Non so come fece, cosa s'inventò, come riuscì nel suo intento, ma mamma, che non si arrendeva mai tanto facilmente, nemmeno davanti alle difficoltà della vita (e questa fu assai generosa con lei nel dispensarle ostacoli e complicaz.......

Non so come fece, cosa s'inventò, come riuscì nel suo intento, ma mamma, che non si arrendeva mai tanto facilmente, nemmeno davanti alle difficoltà della vita (e questa fu assai generosa con lei nel dispensarle ostacoli e complicazioni di ogni sorta), riuscì nel corso della sua vita a cambiarsi, da sola, il nome di battesimo. Il suo documento diceva "Maria" ma non fu questo dall'inizio il suo vero nome. Quando nacque le fu imposto quello di "Giuseppa", che lei non amava. Anzi lo detestava e così cominciò sin dalle elementari a convincere tutti, maestra e compagne di scuola comprese, che lei non si chiamava con quello che alle sue orecchie suonava come una orribile offesa, "Giuseppa". "Ma come fa una bambina ad essere chiamata con quel nome?", ripeteva. Diventò allora ben presto "Maria" anche per la sua stessa famiglia e forzando le cose, come solo lei sapeva fare, riuscì ad ottenere che anche sul suo primo documento ufficiale risultasse "Maria" e non già "Giuseppa". Era fiera di quello che era riuscita a fare e quindi non sopportava chi le ricordava il suo primo nome, quello vero, quello con cui fu battezzata. Io che, per natura e carattere, sono sempre stato un po' burlone, sapendo del suo fastidio, ogni anno in questo giorno, quello che il calendario della liturgia cattolica dedica a S. Giuseppe, insieme agli auguri e ad un regalino a mio padre per la festa del papà, che cade proprio nello stesso giorno, ero solito presentarmi con un vassaio di bignè di S. Giuseppe per lei. "Mammì, auguri", dicevo io e lei di rimando: "Carlé, ma che te possino, io me chiamo Maria, mica Giuseppa e tu ogni anno a damme fastidio co' 'sta storia dei bignè. Vabbè, assaggiamoli, và". Papà e mamma non ci sono più da tempo, da 24 e 20 anni rispettivamente. Oggi, non li compro più i bignè ed un poco 'sta cosa mi manca. Non mi consola nemmeno il fatto che i bignè (quelli fritti, ovviamente, perché quelli al forno nemmeno li calcolo, finti e castigati come sono) non posso più permettermeli per una questione di salute. Mi manca l'espressione del suo volto davanti a quel vassoio tra il fintamente infastidita ed il suo sorriso di compiacenza. Oggi non mi rimane che il ricordo di questa mia rituale e scherzosa pantomima e la tradizionale formula augurale che per me ha ancora un significato profondo. Ed allora rinnovo, oggi come ieri, "Auguri papà per la tua festa e auguri a te Giuseppa, mia bella".


Commenti

pubblicato il lunedì 19 marzo 2018
Calamaro, ha scritto: Il tuo racconto fa tenerezza tanto è spontaneo e a tratti scolastico. COndividere un ricordo è sempre difficile.
pubblicato il lunedì 19 marzo 2018
Calamaro, ha scritto: Il tuo racconto fa tenerezza tanto è spontaneo e a tratti scolastico. Condividere un ricordo è sempre difficile.
pubblicato il martedì 20 marzo 2018
CarloNobili, ha scritto: Il suo commento/recensione, signor Calamaro, è per me assai difficile da interpretare: in genere quando si dice che un racconto "fa tenerezza" lascia pensare che esso faccia "pena" o addirittura "schifo". Altro è dire che "muove alla tenerezza". Ma credo che lei intendesse proprio la prima poiché sostanzia poi il concetto usando un aggettivo che non lascia adito ad altre interpretazioni se non la prima: "scolastico", ossia elementare, convenzionale. Se a questo aggiungiamo quel "condividere un ricordo è sempre difficile" mi fa pensare, ahimè, di aver davvero scritto un qualcosa di penoso e di non essere proprio riuscito a condividere il mio personale ricordo dedicato a mia madre. La invito a leggere altri miei racconti qui presenti, il suo giudizio a questo punto diventa per me dirimente.
pubblicato il martedì 20 marzo 2018
Calamaro, ha scritto: Mi dispiace tantissimo che abbiate interpretato il mio commento in questo modo e mi rendo solo adesso conto della sua ambiguità. Personalmente, la tenerezza è uno delle impressioni più belle e più difficili che si possano trovare in letteratura -- il suo racconto mi ha fatto molta tenerezza, mi immalinconito, e mi è piaciuto. Ciò che intendevo per scolastico è, al di là di una formulazione delle frasi talvolta ordinaria e forse forzatamente ricercate o forse datata, un riferimento alla prosa scolastica vera e propria: rileggendo il vostro racconto ho avuto l'impressione di leggere la correzione di uno dei miei temi, fatta dalla mia maestra delle elementari. Nonostante, certo, questa cosa possa non farle piacere, è stata una mia impressione spontanea, genuina e penso sia uno dei suoi punti di forza, una di quelle caratteristiche che ha provocato della "tenerezza". E ciò che ha scritto è meritevole, in più, perché è difficile trasferire i ricordi e il fatto che l'abbiate fatto con questo stile, con questa lingua non vi fa ascendere al podio dei più valorosi originali esploratori dell'Arte letteraria, ma a chi importa? Il suo lavoro mi è molto piaciuto e, come le ho detto, mi ha fatto provare un'emozione difficile da provare. Quindi che importa la scolasticità? Che importa l'originalità? La vostra forma corrispondeva perfettamente al vostro contenuto. Non penso sia cosa da poco. Poi, non tenete così tanto da conto i miei giudizi.
pubblicato il martedì 20 marzo 2018
Calamaro, ha scritto: E personalmente mi farebbe molto piacere che deste un'occhiata a quello che ho scritto, mi farebbe davvero piacere sapere cosa ne pensate.

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