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lavoro pubblicato domenica 18 marzo 2018
ultima lettura sabato 17 agosto 2019

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La Furia degli Elementi II: Fuoco

di Altair. Letto 398 volte. Dallo scaffale Fantasia

Sperando che Aria mi portasse da qualche parte, cominciai a vagare senza meta, con solo l’obbiettivo di trovare i tre elementali umani che erano disseminati per il globo. Ci volesse la mia intera esistenza, dovessi riuscire ad evocare Etere............

Sperando che Aria mi portasse da qualche parte, cominciai a vagare senza meta, con solo l’obbiettivo di trovare i tre elementali umani che erano disseminati per il globo. Ci volesse la mia intera esistenza, dovessi riuscire ad evocare Etere al mio ultimo anno di esistenza, giuro sulla mia vita, ormai riempita di significato per aver trovato uno scopo, che lo farò, e ucciderò tutti gli elementali bisbigliatori. Inizialmente avevo paura anche solo a formulare questo pensiero, pensando a Mark. Poi dedussi che quelle erano solo delle ombre dei veri elementali, ombre vive e potenti, sì, ma non erano stati loro ad aver trasfigurato Mark. Cominciai ad costruire su intuito una gerarchia degli elementali, noi eravamo alla fine della catena, più in alto di noi c’erano gli elementali bisbigliatori, poi c’erano altri tipi di elementali, quelli puri. Erano stati loro ad aver punito Mark per la sua pazzia. Ma non erano loro ad aver sbagliato, ma coloro che ci avevano scelti, non so se sempre i bisbigliatori o un altro ordine di elementali, ma avevano scelto una persona dalla psiche troppo fragile che ne ha pagato le conseguenze. Avevo un bisogno di bere e mangiare disperato, ma in quella landa che per quanto potesse diventare verdeggiante rimaneva comunque vuota. Vagai per tre cicli di luna, prima di intravedere quello che sembrava un agglomerato di case e strutture più grandi. Il solo pensiero di dover parlare a delle persone mi riempiva di un timore e di una paura indescrivibile. Il Sole era quasi al culmine quando riuscii ad entrare in una strada asfaltata. Proseguii fino a che non raggiunsi una piazza dalla quale si diradavano numerose strade. Vista da fuori, da un estraneo,la città pareva fantasma. Non c’era nessuno in giro, solo qualche animale che passava. Tuttavia c’erano degli uomini, tutti dentro casa,sdraiati sui loro comodi divani o sui letti, soggiogati da macchine che erano i loro padroni. Cercavo un mercato. Un luogo in cui potevo prendere un po’ di cibo. Non ci misi molto a trovare un fornaio, dal quale riuscii a prendere qualche pagnotta e dell’acqua. Non mi feci vedere, non sarei rimasto lì per molto e non avevo nulla con cui pagare. Una volta dissetato e nutrito, cominciai a chiedere consigli ad Aria. Una folata fortissima di vento che mi scaraventò a terra fu la risposta. Non so se mi stava indicando la strada o se era arrabbiata perché volevo ucciderla, ma non essendomi ancora dissolto nel nulla, pensai che dovevo semplicemente continuare a camminare. Le giornate sembravano ripetersi, cammina, città, ruba, cammina, città, ruba, cammina, città, ruba. Se esiste un limbo, e so che esiste, era probabilmente meno ciclico di questo, e so che è vero. Passarono giorni, poi mesi, poi anni; e non importa quanto le città possano essere differenti tra loro, mi ritrovai col passare da piccoli paesi a maestose metropoli. Non trovavo ciò che volevo. Cominciai perfino a dubitare che esistessero degli altri elementali o se non mi fossi inventato tutto, forse era tutto frutto di una mente instabile che vedeva cose che non esistono ed era riuscita a scappare dal manicomio uccidendo tutti i medici con le proprie mani. Nel momento stesso in cui formulai quell’ipotesi si instaurò dentro di me un terrore dettato dal non sapere se ero pazzo o no. Il pensiero di Mark era ancora vivido nella mia mente mentre la rabbia e la paura facevano alzare folate di vento più forti di quanto i meteorologi non avessero previsto. La gente cominciava ad affacciarsi mentre gli agglomerati di nubi temporalesche si scontravano, creando fulmini e lampi. Il timore della gente quando cominciai a sollevarmi da terra in quella strada di quella città cupa, ma ricca di persone era palabile. Sentivo le loro emozioni scorrere alla velocità del vento. Una di loro, però, non provava nulla. Era una ragazza sulla ventina, la mia età. I capelli, diventati prematuramente bianchi, cominciarono ad emanare bagliori rossastri mentre alzava la mano per mostrarmi un marchio che rappresentava un triangolo rivolto verso l’alto. Avevo trovato Fuoco.

Cominciai a calmarmi e la rabbia e il terrore lasciarono spazio all’euforia. La gente mi guardava meravigliata, guardava me e le mie mani. Io guardavo solo lei. Mi avvicinai barcollando a colei che portava il marchio di Fuoco. Ritenendomi fortunato a non essere stato trasfigurato in ciò che compone l’aria, le sussurrai velocemente ciò che avevo in mente e ci allontanammo tutti e due dalla folla. Sulle prime quell’agglomerato di persone provò ad inseguirci, ma dopo i primi minuti un muro di fuoco separava noi da loro. Riuscimmo così ad allontanarci dalla città senza che nessuno ci seguisse. Trovammo un luogo isolato sulla cima di una collina dentro una foresta. Inizialmente ci occupammo di mantenere lontani i curiosi, io incupii il cielo fino a far piovere, lei creò delle fiammelle vive che lasciò andare in giro per far scappare anche i più temerari. Ci sedemmo all’ombra di un salice e ci raccontammo le nostre storie. Lei era Fuoco. Scappata e presunta morta dopo essere stata ingannata da Aria ed aver privato dell’ossigeno una sua amica che quel giorno era a dormire a casa sua. L’autopsia mostrava segni inesistenti di strangolamento e lei, Clara Hawking era l’unica presente durante l’omicidio. Al contrario di me, lei non si fece catturare e fuggì a perdifiato eguagliando le gesta di Filippide. Quando si rese conto che era ormai sperduta con la sola compagnia dei Bisbigliatori, anche lei fu presa da un attacco di terrore, ma che riuscì a domare. Come a me e Mark, anche lei perse l’abilità di comunicare col suo elemento all’età di dieci anni. Lei non trovò un altro elementale umano e riuscì a guadagnare il Marchio di Fuoco semplicemente osservando e studiando le fiamme che danzavano frenetiche. Mi passò dei pezzi di corteccia d'albero. Lì aveva inciso rozzamente tutte le varie tecniche che aveva adoperato e i suoi progressi. Cominciò col piegare il fuoco dove voleva lei e l’ultimo appunto rappresentava un rozzo disegno di un armatura fatta di fiamme. Grazie a questi allenamenti le si formò il Marchio in qualche mese, ma i suoi capelli, prima rossi, divennero di quel colore innaturalmente bianco. Cominciò a smettere di sentire le voci dei Bisbigliatori come le si formò il marchio completo.

Arrivò dunque il mio turno di raccontare la storia. Le raccontai tutto, da quando Fuoco mi aveva ingannata, a quando avevo conosciuto Mark e avevo buttato giù la clinica con una folata di vento. La paura che provò sentendo ciò che era capitato a Mark le fece sfiorare la sottile barriera che divideva la mentalità instabile dalla pazzia. Vidi che un aura di calore stava cominciando a crearsi intorno a lei. La paura agì per conto mio e la abbracciai, smettendo di parlare. Non volevo perderla. Lei si calmò, ancora scossa da cosa poteva e stava per succedere se non manteneva uno stato mentale adeguato. Cercai di tranquillizzarla e le raccontai il perché avevo deciso di cercare gli altri elementi. Ci volle un po’ di tempo perché lei metabolizzasse il concetto di Etere, del quale non aveva mai sentito nulla dai Bisbigliatori. Sprofondai in un sonno senza sogni sotto quell’albero e ci risvegliammo l’indomani. Ricominciammo a camminare, pensando che sarei ritornato a compiere la mia vecchia routine, quando Clara si fermo di colpo, sorpresa di qualcosa. Mi guardai attorno per capire se aveva visto qualcosa che non avevo notato. Il bosco era immobile. Lei cominciò ad ansimare mentre la testa mi si riempiva di varie immagini.

Vedevo una città dall'alto che aveva come faro una torre metallica altissima. Ora un paesaggio simile, ma senza quella torre, mi abbassai, una strada, immagini moderne e storiche si alternavano velocemente. Un cartello: Rue de Montmorency, proseguivo lungo quella via fino a fermarmi davanti ad un ristorante, che si alternava con una casa. Il nome di questo posto era Auberge Nicolas Flamel.

Ritornai lucido mentre Clara era tremante a terra in preda alle convulsioni. Cercai di tenerla ferma e di farla svegliare. Alle mie grida si calmò leggermente e tornò sana dopo che una folata di vento freddo creata da me la investì. Si guardava attorno confusa, poi poggiò lo sguardo su di me. “Lo hai visto?” Mi chiese con un tono che non apparteneva a qualcuno che era appena stato vittima di convulsioni. Feci di sì con la testa e lei sorrise. “L’ho sognato stasera e i Bisbigliatori mi avevano detto che c'era un metodo per condividere informazioni con gli altri elementali, me lo disse Fuoco.”. Io non sorridevo, non sorridevo dal giorno in cui divenni libero. Non riuscivo a sorridere dopo tutto ciò che è successo. Almeno sapevamo dove dirigerci, Francia, Parigi, Rue de Montmorency, 51, Auberge Nicolas Flamel.



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