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lavoro pubblicato giovedì 15 marzo 2018
ultima lettura venerdì 16 agosto 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La Furia degli Elementi I: Aria

di Altair. Letto 410 volte. Dallo scaffale Fantasia

Ho provato a scrivere un urban fantasy con sfumature un po' misteriose ispirandomi allo stile di scrittura che aveva Lovecraft....

Non ricordo da quanti anni ho cominciato ad avere la capacità di pensare indipendentemente, ma sono quasi sicuro che sia da quel giorno che l’incubo iniziò. “Ha sicuramente qualche sorta di disturbo mentale grave” dicevano di me i dottori, confusi ma immobili. Ma io non ero e non sono pazzo. Gli elementi mi parlano, mi sussurrano segreti che non possono essere detti a gran voce, poiché ne uscirebbero solo suoni insensati che a lungo termine porterebbero alla rottura dell’equilibrio mentale di ogni individuo che abbia ascoltato anche solo una frase.

Anche questo me lo dicevano gli elementi, ed io non provavo a sfidarli facendo il contrario. Ma non tutti mi sussurravano cose malvagie, Aria mi confortava, accarezzandomi e prendendomi per mano. Aria era l’elemento che mi amava più di quanto non avessero fatto i miei genitori; con lei potevo parlare tranquillamente, esprimere ogni mio timore, perché sapevo che i suoi sussurri non erano volti al procurarmi dolore. Al raggiungimento del mio decimo compleanno, Aria scomparve, lasciandomi solo in quella clinica per ragazzi che definivano speciali. Dicevano che era una clinica per “ragazzi”, ma io ero l’unica persona sotto i trenta anni in tutta la struttura. Mi ritrovavo lì per colpa di Fuoco, contrapposto ad Aria, si prese la vita di mio fratello appena nacque, quando avevo sette anni e le prime voci stavano cominciando ad aumentare il tono, sempre più violento, sempre più oscuro. Dopo alcuni segreti che non posso riportare in questa lingua, in quest’alfabeto, in questa carta, mi convinse in un qualche modo che potevo controllarlo, controllare Fuoco. Futili furono le mie parole e le mie lacrime versate per l’anima che quel brutale elemento si era portata via. I primi giorni del mio decimo anno di “vita” gli altri elementi furono meno insistenti con me, non penso che sia per pietà data dall’abbandono di Aria, ma semplicemente avevano meno tempo perché dovevano tenerla più lontano possibile da me, prima che capisse da sola che era futile cercare di lottare. I dottori non mi permettevano di uscire fuori, ma sospettavo che non avrei più sentito colei che consideravo alla strenua di una madre accarezzarmi o darmi la mano.

Il motivo per cui non mi facevano uscire era Terra. Ogni volta che riuscivo ad entrare in contatto col suolo, accadevano cose non meglio definibili se non attività sismiche fortissime. Non intaccavano le diavolerie presenti nelle strutture, ma facevano male agli uomini, per questo hanno deciso di rimanere nella loro sciocca ignoranza e non chiedermi nulla, non guardare meglio, non investigare su ciò che ritenevano fisicamente impossibile, non so quante volte gli ho urlato che l’epicentro ero io e che stavano compiendo ciò che Terra voleva, non facendomi più uscire. Loro ridevano. Ridevano e scherzavano su forze che non erano di loro competenza, ma nostra. Sì, nostra, poiché al mio dodicesimo anno di esistenza arrivò un altro ragazzo.

Anche lui sentiva le voci degli elementi, il motivo per il quale era stato rinchiuso la era Acqua. Era stato anche lui eluso da un elemento. Lui aveva annegato la madre mentre dormiva, con la convinzione che potesse essere in grado di controllare la massa fluida che dalla bottiglia cominciava a riempirle i polmoni, non poté nulla. Lui era odiato anche da Aria, ma era benvoluto da Terra, che faceva germogliare le piante dove camminava. Anche lui fu abbandonato dal suo elemento all’età di dieci anni, e anche a lui, come me, gli venne vietato di uscire, ma per colpa di Aria. Ogni volta che usciva all’esterno folate di vento dalla forza maestosa si scagliavano verso ogni cosa. Non ci vedevamo spesso, ma quando succedeva, ero felice.

Attraverso lui potevo sussurrare ad Aria, a cui veniva concesso di parlare solo con gli altri elementali umani. Questo eravamo. Personificazioni viventi dei nostri elementi con i quali non potevamo parlare, una volta raggiunta una certa maturità mentale che ci permetteva di distinguere ciò che è buono da ciò che non vuole far altro che ferirci. Non era un caso che proprio l’elemento a noi affine ci venisse strappato, fino a quasi dimenticare la sua voce e ciò che ci aveva sussurrato, ma potendo parlare di nuovo con lei, ascoltare ciò che sussurrava ad alta voce attraverso colui che aveva il nome di Mark Smith, mi permise scoprire ciò che potevo fare. Aria metteva da parte i rancori infondati che portava verso il ragazzo per parlare con me. Ovviamente non era un gesto di cortesia, ma di scambio reciproco. Io facevo la voce di Terra, la paura reverenziale che avevo prima per quello e gli altri elementi estranei diminuirono, pensando che qualcuno doveva essere benvoluto anche da Fuoco e Acqua. Quando potei ricominciare a parlare con Mamma, questa m’insegno concetti e pratiche non appartenenti a questo mondo, ma che potevano essere importati da altri. Mark mi descrisse una breve visione, durata non più di qualche decimo di secondo, in cui aveva visto una forma del mondo com’è ora, fatta di una materia quasi trasparente che intuii essere una sorta di aria resa quasi solida. Finalmente posso definire quella che per ora ho chiamato semplice esistenza, vita. Potevo controllare Aria come Mark poteva controllare Terra. Con la sempre più complessa conoscenza di questi elementi, non tardarono a venire anche dei cambiamenti fisici al nostro corpo. Le mani cominciavano a bruciare e dei disegni neri cominciarono a formarsi nel palmo. Io avevo un triangolo rivolto verso l’alto con una linea che passava per i due lati più vicini al vertice in alto. A Mark venne un disegno quasi analogo al mio, ma lui aveva il triangolo capovolto. Quelle persone che si spacciavano per scienziati e medici esperti non seppero dare alcuna cinica spiegazione all’avvenimento, così fecero finta di non aver visto nulla, m’impedirono di vedere Mark e provarono addirittura a tagliarmi la mano. Dopo aver trovato i cadaveri dei quattro uomini che avevano il compito di amputarmi la fonte del passaggio dalla dimensione àerea alla nostra, mi rinchiusero in una cella d’isolamento, ma tutto non durò più di un’ora. Attraverso quel marchio potevo controllare completamente Aria, creare correnti, diminuire i venti fino a farli cessare e alimentarli, per creare trombe d’aria. Creai una corrente così maestosa e forte, da sradicare il soffitto di quel moderno e sicuro edificio. Potevo finalmente risentire il Sole che mi scaldava e Aria che mi accarezzava. Avevo preso 145 anime e le avevo date in pasto a lei, il mio elemento. Mark si salvò grazie a Terra. Aveva creato una cupola di radici così resistenti, da non essere state nemmeno piegate dalla mia potente folata. Eravamo entrambi liberi, ascoltavamo ciò che succedeva attorno a noi. Non sentivamo più nulla. Non sentivamo più i sussurri blasfemi degli altri elementi.

“Tu dove andrai?” quasi sussurrò Mark, con gli occhi lucidi di gioia per aver rivisto il Sole dopo quattro anni dal nostro divieto d’uscita. “Tu sei l’elementale umano di Terra, io di Aria. Andremo insieme alla ricerca degli ultimi due elementali, Fuoco e Acqua.” Risposi con tono sicuro, quella era l’unica cosa che importava. Non io, non lui, ma noi come rappresentanti di forze immortali che insieme formavano il Dominio Superiore, l’Etere. In mezzo ai frammenti di sussurri che gli elementi ci dissero al loro tempo, i quattro riuniti riusciranno a mettere insieme un potere così forte che neanche tutti gli elementali bisbigliatori che ci avevano tormentato non potranno nulla, anche se questa è solo una parafrasi di ciò che ci hanno bisbigliato ad alta voce. La delusione che mi colse quando un basso ma sicuro “No” uscì dalle labbra di Mark mi fece sentire erroneamente speciale, come se avessi qualcosa di unico che non volessi avere. Ma ormai avevo iniziato e la curiosità aveva completamente distrutto il mio senso del pericolo. “Cosa vorresti fare?” gli chiesi con un tono di voce quasi altero, ma che conteneva una certa moderatezza. “Casa” disse lui con tono flebile. “Mamma” e continuò a ripetere queste parole per minuti interi, fino a quando non urlò l’ultima parola di quella sorta di frase sconnessa: “Vendetta”. La sua psiche era andata in malora. Oramai non ragionava più, era diventato pazzo, un folle vendicatore e non degno di essere rappresentante dell’elemento difensivo per eccellenza. Cadde a peso morto a terra, dove venne tramutato in albero. Il Marchio di Terra ancora visibile dalla mano lignea era ancora presente, almeno per i primi minuti, prima che le radici si aggrovigliassero attorno a quest’ultima e la spezzassero. Potevo ancora sentire i gemiti di dolore di Mark, che non era del tutto morto, ma vegetava senziente all’interno dell’albero. Non so se poteva vedermi o reagiva solo a emozioni e istinti primordiali quali la paura o il dolore, ma sono rimasto lì fino a che non ebbi finito tutte le preghiere che conoscevo, di qualsiasi religione. Come feci per andarmene, una margherita bianca sbucò dal terreno arido e ne usci una sfera di luce raggiante di un colore non appartenente a questo piano dimensionale, ma a qualcosa di più spirituale, che cominciò ad allontanarsi dal fiore da cui era nato per cercare un nuovo custode. Era Terra.

Ero completamente sola. Una distesa di terreno arido si protraeva dinanzi a me a perdita d’occhio. Solo qualche raro cespuglio secco e basso differenziava le varie zone di quel monotono luogo. Non potevo fare nulla se non camminare verso dove l’istinto mi portava, ero controcorrente al vento, mi girai e mi diressi verso dove il vento spirava.



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