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lavoro pubblicato venerdì 9 marzo 2018
ultima lettura lunedì 20 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Tra i sussurri degli alberi

di OSCARtheDark. Letto 236 volte. Dallo scaffale Fantasia

La chiamavano la Foresta dei Sussurri perché si diceva che tendendo l’orecchio si potevano udire gli alberi sussurrare tra loro. Erano tanti gli alberi che componevano la foresta, cedri, querce, aceri, e betulle, eppure nessuno di questi era un normale al

Se chiudi gli occhi puoi vederli, i due amanti dell’orologio. Ania stava dipingendo le labbra della bella principessa, il principe era finito e giaceva solo sul tavolo, accanto agli intagli di scarto. Il pavimento era coperto di segatura e il disordine nella bottega era tale che a un estraneo sarebbe servita una mappa per potervisi orientare.

Ania aspettò che le labbra della bella principessa si asciugassero prima d’inchiodare i suoi piedi alla base di legno. Rinchiuse i due amanti all’interno di un grande orologio con le fattezze di un castello e quando lo caricò udì il primo stridio degli ingranaggi in azione, proprio come il primo vagito di un neonato.

Portò entrambe le lancette all’ora di punta e l’orologio intonò una melodia bassa e dolce.

La principessa si affacciò dalla sua finestra e il principe saltò fuori da un cespuglio. La storia narrava che la bella principessa fosse in realtà una potente strega e che, nonostante ciò, il principe fosse profondamente innamorato di lei, ma la sua famiglia era contraria a tale unione e credeva che la causa del suo amore incondizionato fosse un incantesimo lanciatogli dalla strega stessa. Ella fu bruciata viva dai paesani e il principe si suicidò per il dolore. Le storie di quel genere le piacevano molto, Ania aveva undici anni e a causa della sua fantasia romanzava troppo la vita.

Il campanellino alla porta tintinnò annunciando l’arrivo di un cliente. Era un uomo. Ania si volse a guardarlo. Indossava un completo elegante della migliore fattura, e anche le scarpe erano eleganti ma mostravano i segni dell’usura. Aveva un taglio curato e due baffi lisci e rossicci, negli occhi aveva un’ansia che lo portava a rigirarsi nervosamente tra le mani il cappello.

“Mi scusi, signorina, c’è l’orologiaio?” chiese l’uomo. Ania scosse il capo.

“Mio padre è in viaggio per lavoro, può chiedere a me se ha delle ordinazioni” rispose.

“Oh, capisco, non fa niente…” mormorò l’uomo. Fece per andarsene ma ci ripensò e si rigirò. “Ho bisogno di un regalo di nozze, è per mia moglie. Sapete, non l’ho mai incontrata…viene da Romondra, cosa pensate possa piacerle?”

“Un carillon è la scelta migliore, ne abbiamo venduti molti di recente e quelli di mio padre sono i migliori che troverete in commercio” disse Ania, indicando delle mensole su cui sfilavano decine di carillon dai colori delicati.

“Sì, sono bellissimi, voi quale scegliereste?” le domandò l’uomo.

Ania prese uno dei carillon e glielo porse. “Questo” disse. “Quando lo si apre una coppia d’innamorati comincia a danzare su una nuvola rosa.”

Ania sollevò il coperchio del carillon e dalla piccola scatolina partì una musichetta straniera che portava la mente sulle montane innevate del nord. “Ha dei piccoli cassetti, come potete vedere, può essere usato come portagioie…”

L’uomo sorrise soddisfatto. “Sì, è perfetto…ditemi, quanto volete?”

“Venti monete d’argento, signore.”

“Venti monete? È un po' caro ma non discuterò con voi, siete una brava bambina.”

Ania impacchettò il carillon e l’uomo le diede quanto richiesto, poi andò via. Ania si sentì fiera di sé per aver concluso quell’affare, da quando suo padre non c’era i clienti avevano iniziato scarseggiare. Aveva mentito a quell’uomo, in verità non era stato suo padre a costruire quel carillon ma lei, però se avesse detto la verità non avrebbe potuto venderlo a un prezzo simile. Venti monete d’argento…avrebbe comprato del pesce per cena!

“Ania, Ania!”

Una voce roca la chiamò dal retrobottega. Ania si mise le monete in tasca e corse ad aprire la porta che dava sul retro. C’era una piccola stanzetta lì, buia, illuminata da una sola candela. Due letti erano posti l’uno sul lato opposto dell’altro e quello a sinistra era occupato. Sua padre giaceva con il capo reclinato all’indietro, gli occhi puntati verso la brocca dell’acqua appoggiata su un tavolino basso a tre piedi. “Acqua…acqua…” sibilò. Ania gli versò l’acqua in un bicchiere e glielo porse ma suo padre le strappò dalle mani l’intera brocca. Bevve tutto d’un fiato lasciando che alcune gocce gli bagnassero il mento e il colletto della camicia, già fradicia di sudore. Ania osservò il pomo d’Adamo salire e scendere. Quand’ebbe finito, suo padre lasciò cadere la brocca per terra (per fortuna non si ruppe). Ania si sedette accanto a lui. Stava sempre più male ogni giorno che passava. Le sue gambe non potevano più muoversi, erano ricoperte da una spessa corteccia e dai suoi piedi crescevano lunghe radici. Tutto il suo corpo si stava trasformando in un albero. Si era “ammalato” dopo il suo ritorno da un viaggio nelle terre di Corvus-black, per vendere i suoi prodotti anche oltre il confine. Era stato lo spirito della foresta a maledirlo perché aveva osato vandalizzare uno dei suoi alberi. Suo padre aveva tentato di tagliare un piccolo alberello pensando che ne avrebbe ricavato un ottimo legno. Da secoli, se non da millenni, la Foresta dei Sussurri segna il confine tra Firona e Corvus-black. La chiamavano la Foresta dei Sussurri perché si diceva che tendendo l’orecchio si potevano udire gli alberi sussurrare tra loro. Erano tanti gli alberi che componevano la foresta, cedri, querce, aceri, e betulle, eppure nessuno di questi era un normale albero. Chi tornava dalla foresta raccontava di alberi con facce umane, anche suo padre li aveva visti, alberi che apparivano comuni ma che non lo erano, impressi nelle loro cortecce c’erano i volti di chi aveva provato a sradicarli o a bruciarli. Giravano molti racconti spaventosi sulla foresta, quello più terrificante affermava che gli alberi mangiassero chiunque osasse attraversare la foresta senza il permesso della strega di Corvus-black, la Corva. A quei racconti suo padre non aveva mai creduto. La Corva era temuta da tutti, anche dalle altre streghe, e a Firona nessuno osava parlare di lei o delle altre, neppure per insultarle o screditarle; le streghe non esistevano a Firona. Firona era il fiore all’occhiello del Sacro Regno, non aveva nulla da invidiare alla capitale, era una cittadina splendente, con strade lastricate lucidate dalla pioggia.

Firona, la città dello zucchero e degli orologi.

Suo padre tossì più volte. Ania gli sistemò il cuscino dietro la testa. “Ho venduto un carillon a venti monete d’argento, padre…” gli disse.

“Venti monete d’argento? Ah, ci sai fare più di me con gli affari, hai preso l’astuzia da tua madre…” gli rispose suo padre.

“Posso comprare del pesce per cena, se vuoi…”

“Non mi va che tu vada in giro da sola.”

“Mi farò accompagnare da Raul, allora.”

“Non riuscirò a staccarti da quel buono a nulla, vero?”

“È mio amico.”

“Arriverà il giorno in cui i tuoi amici diventeranno i tuoi pretendenti.”

“Non mi sposerò con Raul, se avessi dei figli con lui sarebbero bruttissimi!”

Suo padre provò a ridere ma il dolore glielo impedì. “Ania, sono davvero fortunato…sei in gamba e so che te la caverai anche senza di me quando arriverà il momento.”

“Padre, dovete ancora insegnarmi a costruire un buon orologio, i miei segnano sempre l’ora sbagliata, non potete lasciarmi prima di avermi insegnato.”

“Oh, imparerai, avevi cinque anni quando hai iniziato ad intagliare il legno, eri così piccola…ma ora vai, o finirò per bloccarti qui, vai con il tuo Raul e torna prima che faccia buio.”

Ania si alzò sorridendo mesta. “Non è il mio Raul” precisò.

Ania uscì dalla bottega e ed entrò nella panetteria accanto. L’odore del pane appena sfornato le fece venire l’acquolina in bocca. La signora Bea era dietro il bancone e l’accolse con un sorriso.

“Ciao, tesoro, come stai?”

“Salve, signora, sto bene, grazie. Raul c’è, può uscire?”

“Ah, ma certo, è di sopra, vuoi che lo chiami?”

“Sì, per favore…”

“Andate a fare una passeggiata?”

“No, no, devo andare al mercato e…”

“E come al solito tuo padre pretende che tu ti faccia accompagnare, ah, quel vecchiaccio, come se la passa?”

“Ora è fuori.”

“Fuori? Non sarà tornato a vendere orologi a quelli di Rusabad, vero?”

Ania accennò un sorriso e scosse la testa. “Beh, meglio così, hanno stabilito delle nuove leggi, sai? Per chi commercia oltre confine ci sono multe salate e l’arresto se accusati di essere spie…ieri le guardie sono venute a prendere il marito di Samanta, la sarta…ah, non so proprio come farà quella povera donna…con tre figli da sfamare poi! Ma queste non sono cose di cui dovete preoccuparvi voi bambini…Raul! Raul, scendi! C’è Ania!” concluse la signora Bea, chiamando a gran voce il figlio. Dal piano di sopra si udì un forte scalpitio, Raul corse giù per scale e, sbadato com’era, schiacciò la coda a Zarina, la gatta della signora Bea.

Zarina, offesa, minacciò di graffiarlo ma la signora Bea la prese in braccio e l’accarezzò. “Accidenti, Raul, fa attenzione! Guarda cosa hai fatto alla povera Zarina!”

Raul sbuffò e si voltò verso Ania. “Ciao!” la salutò sorridendo. Raul era più piccolo di lei di un mese, aveva le gambe magre e le ginocchia sporgenti, una carnagione bronzea, e un monosopracciglio nero che si muoveva come un bruco sulla sua fronte. I suoi occhi brillavano di gaiezza.

“Ciao” lo salutò Ania.

“Raul, fai il bravo e accompagna Ania al mercato ma tornate a casa prima di pranzo. Tesoro, ti fermi a pranzo da noi, vero?”

“Oh, no, non deve disturbarsi…”

“Nessun disturbo, e poi, ora che tuo padre non c’è sei sola, no?”

“Ma non posso lasciare la bottega…”

La signora Bea alzò una mano come a scacchiare via una mosca. “Ma non ti preoccupare!” disse.

“D’accordo…” bisbigliò Ania, afferrò Raul per un polso e lo trascinò fuori. La signora Bea li vide disperdersi nella folla che riempiva le strade.

Il mercato si svolgeva nella grande piazza difronte alla cattedrale di Santa Maria dei Rovi, la cattedrale era altissima e guardava con occhi invisibili le formichine ammassate ai suoi piedi. Era monumentale e inspirava stabilità, così come doveva essere la fede in ogni terra del Sacro Regno, stabile. Ania non era mai stata all’interno della cattedrale e non sapeva come fosse fatta o quali meraviglie contenesse. La facciata comprendeva una sequenza di paraste scanalate sotto una semplice trabeazione, e sopra, un timpano triangolare decorato con sculture di angeli in bassorilievo intenti in una danza dionisiaca, una trasposizione chiara del centocinquantesimo salmo di David.

Il mercato offriva uno scenario non troppo dissimile. Le persone erano talmente tante che era impossibile non cozzare un gomito o una spalla, le voci dei mercanti, che chiamavano i clienti annunciando offerte e prezzi, si confondevano tra loro. Ania e Raul camminavano insieme. Raul le stava raccontando una delle sue solite bravate, ridacchiando e sfregandosi l’indice sotto la punta del naso moccioloso. Con disinvoltura, allungò una mano verso un cesto di mele d’una bancarella, e senza che nessuno se ne accorgesse, se ne mise una in tasca. Quando si allontanarono la ricacciò fuori e l’addentò. Ania sospirò. “Avresti potuto pagarla” disse.

“Non voglio sprecare i soldi che mi dà mia madre per una mela, se posso voglio risparmiare.”

“Ma tu non risparmi, rubi, ed è un po' diverso…”

“Ah, ho capito, ne volevi una anche tu! Beh, puoi dare un morso se vuoi…” le sorrise sbruffone lui, avvicinandole la mela alla bocca. Ania si scansò curvando le labbra in una smorfia di disgusto.

“No, grazie...” rispose. Da lontano vide un pescivendolo alzare per la coda un grosso merluzzo. “Avanti, gente, fatevi avanti!” diceva. Ania si avvicinò al banco. “Pesce appena pescato, bambina, vengo ora dal porto” le assicurò il pescivendolo. Raul non gli credette, a giudicare dalla puzza quel pesce doveva essere vecchio di due giorni. Il sale e l’acqua l’avevano protetto dal guastarsi. Lo capì anche Ania ma il prezzo era troppo conveniente per discutere. “Due merluzzi, per favore” chiese. “Subito” rispose il pescivendolo, accartocciando i due merluzzi in una carta bruna. Ania, dopo aver pagato, prese il cartoccio e lo sistemò nel suo cestino. “Torniamo indietro” disse a Raul. “No, dai, andiamo al monastero e rubiamo le uova ai preti, come abbiamo fatto l’ultima volta!” protestò lui. Ania scosse la testa. “Ho fretta, e quella volta padre Elio ti ha scoperto, sei fortunato che non abbia detto nulla al priore.”

“Tsk, non è vero, se mi avesse visto avrebbe spifferato tutto…”

“Padre Elio è stato gentile, ma se non vuoi riconoscerlo lo capisco, sei un mulo!”

“Eh? Ti sembro un mulo?” rise Raul, si portò le mani sulla testa per simulare le lunghe orecchie e ragliò. Girò attorno ad Ania in modo irritante finché non urtò qualcuno. “Scusi” stava per dire, ma quando vide con chi si era scontrato rimase senza voce: un ragazzo basso, con il viso coperto di squame e due occhi da rettile. Una chimera umana.

Il suo padrone, un uomo dall’aspetto cupo, lo teneva al guinzaglio con una corda. Guardò Raul minaccioso facendogli gelare il sangue, poi strattonò la corda impartendo al suo animaletto di proseguire. Il ragazzo obbedì chinando il capo. “Era una chimera vera…” mormorò Raul.

Ania gli sfiorò la spalla con una mano. “Stai bene?” gli chiese.

“Non ti è sembrato triste?”

“Mio padre dice che anche se hanno un corpo umano restano degli animali, e gli animali sono più felici con un padrone che senza.”

“Uhm, chissà…”

Raul e Ania tornarono dritti a casa senza fare deviazioni. Ania tentò di sgusciare in fretta dentro la bottega ma Raul la fermò per un braccio. “Hai detto a mia madre che avresti mangiato con noi…”

“Lo so, ma, per favore, dille che non posso…non posso proprio lasciare la bottega.”

“Ma Ania!” esclamò Raul contrario. “Prima hai detto sì!”

“Lo so, ma davvero, questa volta no…” ripeté Ania, liberandosi dalla debole presa dell’amico.

Raul sbuffò. “Sei una bugiarda, la verità è che non sopporti la cucina di mia madre!”

“Ma che dici? Tua madre è una bravissima cuoca, ma io te l’ho detto, non posso. Ci vediamo domani, va bene?” concluse Ania, chiudendo la porta della bottega.

Raul andò via dando un calcio a una pietruzza.

Ania posò il suo cestino sulla tavola, dov’era l’orologio dei due innamorati. Si tolse lo scialle che aveva indossato prima di uscire e andò a controllare suo padre. Stava ancora dormendo. Tornò a lavorare e per pranzo sbocconcellò una fetta di pane raffermo. La notte scese senza che lei se ne accorgesse e allora qualcuno bussò alla porta. Ania sapeva chi era e andò ad aprirgli di corsa. Era padre Elio. Il monaco entrò nella bottega, indossava un lungo saio con un cappuccio che gli celava il volto. Se lo tolse una volta all’interno scoprendo un viso dai tratti spigolosi. La sua faccia era interamente occupata dal suo naso che faceva sfigurare ogni altro suo tratto. Aveva due occhi piccoli e scuri come quelli di una talpa e i capelli biondicci rasati al centro. Portava con sé una bisaccia di pelle. “Buonasera, figliola, oggi come va?” le domandò.

“Sera, padre” rispose Ania. “Il rimedio che mi ha dato non funziona.”

“Lascia che lo visiti di nuovo” rispose padre Elio.

Ania accompagnò padre Elio nel retrobottega e lì il monaco visitò per l’ennesima volta suo padre.

“Dov’è l’unguento che ti ho dato?” le chiese. Ania recuperò una boccetta di vetro e gliela porse. “Ecco, padre, gliel’ho spalmato sulla corteccia come mi ha detto lei.”

“Brava bambina” le sorrise dolce padre Elio, poi sospirò. “Posso essere sincero con te?”

“So cosa state per dire, padre.”

“Io non posso fare nient’altro, ma c’è qualcuno che potrebbe, tuttavia, se ti consigliassi quella persona sarei un pazzo e anche un traditore della fede cristiana.”

“Di chi parlate, padre?”

“Conosci la strega di Corvus-black?”

“La Corva?”

“Se esiste in questo mondo terreno qualcuno in grado di curare tuo padre è lei.”

“Ma…”

“Dovresti attraversare la Foresta dei Sussurri, in più, potrebbe essere già troppo tardi.”

Ania ci rifletté. Se c’era una possibilità di salvare suo padre avrebbe tentato il tutto per tutto.

“Grazie per il vostro aiuto, padre” disse, e allungò a padre Elio ciò che le era rimasto delle venti monete d’argento. Padre Elio infilò le monete nella bisaccia, benedì suo padre e a lei baciò la fronte.

“Io non sono mai stato qui, e non so nulla, né ti ho detto alcunché, chiaro?”

Ania annuì.

“Brava bambina” le ripeté padre Elio; andò via con il cappuccio calato sul volto.

L’indomani mattina, Ania era pronta. Aveva preparato una borsa con cibo e acqua e aveva indossato gli abiti più pesanti che possedeva. Salutò suo padre, lasciandogli brocche, pentole, e bicchieri pieni d’acqua (beveva in continuazione). “Tornerò presto” gli promise. Suo padre la guardò senza dirle nulla, come se non la vedesse per davvero. Il suo respiro era debole, la corteccia si espandeva rapidamente e gli aveva, ormai, coperto mezzo busto. Ania uscì. L’aria era gelida e il respiro le usciva dalla bocca sotto forma di nuvola.

Era molto presto e a quell’ora soltanto i gatti e i cani randagi sembravano essere svegli. Ania si voltò verso la Torre dell’Orologio, la grande torre che svettava alta sopra il palazzo del Duca. Il grande orologio della torre segnava le cinque del mattino. La Torre dell’Orologio era il simbolo di Firona, Ania pregò di poterla vedere anche dal fitto della foresta, sarebbe stata la sua stella polare. Imboccò le stradine secondarie per lasciare la città e arrivare ai campi dei contadini. Lì gli uomini erano già all’opera, lavoravano il terreno per renderlo fertile, e spingevano i buoi. Oltre i campi si stendeva la foresta. Gli alberi erano giganteschi, dritti e storti, i loro rami s’intrecciavano e annodavano creando un soffitto che non lasciava penetrare la luce. Ania sentì un brivido percorrerle la schiena ma non smise di camminare.

Si addentrò nella foresta.

Le foglie secche scricchiolavano sotto le sue suole. Tra i rami degli alberi qualcosa si muoveva. Ania alzò lo sguardo e vide le ombre saettanti di alcuni scoiattoli. Camminò a lungo. Non c’era nessun sentiero da seguire, soltanto una scia di foglie, rosse, marroni, e gialle. Guardò con attenzione le cortecce degli alberi ma non vide nessun volto, né le sembrò che si muovessero. All’improvviso, con un piede, spezzò un rametto caduto e spaventata dal rumore abbassò gli occhi. Il rametto spezzato cominciò a zampillare sangue. Ania indietreggiò inorridita. “No, non è sangue, di sicuro è resina” si disse, poi si guardò attorno. Gli alberi la guardavano arrabbiati, con facce rancorose sulle loro cortecce, quasi scavate in rilievo.

Ebbe, per un istante, l’istinto di scappare via, ma si fece coraggio e proseguì correndo. I sussurri e i bisbigli degli alberi la seguirono. “Chi è?” chiedevano. “Chi sei?”; “Dove vai?”; “Dove vuoi andare?”; “Cosa vuoi diventare?”; “Cosa diventerai?”; e poi le voci scomparvero.

Ania impiegò l’intera giornata per attraversare la foresta e, quando la luna e il sole stavano per scambiarsi di posto, arrivò alle spalle di una collinetta. Sulla sua cima c’era il castello della Corva. Un castello dai tratti gotici e massicci, con gargolle che spiavano dall’alto. Scalandola, poté presto vedere il piccolo paese di Corvus-black, con le sue casette meschine e basse, e il piccolo porto occupato da pescherecci. L’odore del mare arrivava fino a lei e le acque erano tinte dal rosso del tramonto. Ania agirò il castello, non v’era alcuna sorveglianza. Bussò al portone alzando un pesante battente d’ottone e attese che qualcuno venisse ad aprirle.

Pensò a che aspetto potesse avere la Corva, le storie che aveva sentito su di lei gliela fecero immaginare come una vecchia arpia, e nonostante ciò che aveva immaginato, ad aprirle fu una giovane ragazza dai capelli biondi e gli occhi verdi. Un bocciolo di rosa, bianca e profumata. La ragazza le sorrise cordiale. “Buonasera” le disse.

“A-ah…buonasera…” farfugliò Ania.

“Hai bisogno di?”

“V-voi siete la Corva?”

La ragazza ridacchiò e scosse il capo. “Affatto, ma prego, entra, lei ti riceverà subito” le rispose gentile.

Ania si sentì piccola piccola sotto il suo sguardo. Quella ragazza era splendida. Entrò in una grande sala coperta da una volta affrescata, era uno spazio tanto grande che neppure tutti i suoi orologi avrebbero potuto riempirlo. Alle pareti c’erano centinaia di ritratti, tutti volti assai seriosi, e accanto a un grande camino acceso, era seduta una donna anziana. Indossava un abito nero da vedova, e portava i capelli, anch’essi neri ma con qualche filo bianco, legati in una crocchia. Nella mano destra stringeva un bastone con la testa di un corvo d’argento. Guardava con aria assorta le fiamme. “Nonna, c’è una visita per te” le disse dolce la ragazza. La donna si voltò verso Ania e lei sussultò a quello sguardo di fuoco. “Chi sei e cosa vuoi?” domandò la donna, poi annusò l’aria intorno. “Questo odore…legno e zucchero…tu vieni da Firona!” esclamò. Ania annuì deglutendo a vuoto. “P-per favore, mio padre sta male e voi siete l’unica che può salvarlo…”

“Ah! Questa storia non mi è nuova, sai quante ragazzine come te vengono qui per chiedere una cura per i loro cari? Fin troppe, ecco quante!”

“Mio padre ha offeso la foresta, e gli alberi lo hanno maledetto…lui…lui si sta trasformando in uno di loro…io ho soltanto lui…mia madre morì dandomi alla luce.”

“Non cercare di farmi impietosire, non è con la pietà che si ottengono le cose, dammi un motivo valido per cui dovrei aiutarti!”

Ania, allora, prese dalla sua borsa una sacca di monete, tutti i guadagni dei giorni in cui suo padre era stato malato, e un carillon, il migliore che avesse mai costruito.

Alla ragazza gentile brillarono gli occhi e prese il carillon tra le sue mani. “Oh, ma è bellissimo!” affermò. Lo aprì e osservò una minuscola ballerina danzare su una rosa bianca. “Anna” la chiamò la strega. “Restituiscilo.”

“Oh, Nonna, ti prego, aiuta questa ragazza!”

La Corva sospirò. “Non voglio i tuoi soldi, ma accetto quella scatoletta…” disse. La ragazza gentile saltellò di gioia e lasciò un bacio sulla ruvida guancia della strega. Anche Ania era felice, più che felice. La strega si ritirò nelle sue stanze per preparare una pozione efficace, e mentre attraversava la sala, Ania poté notare che la sua gamba destra non funzionava, era rigida e se la trascinava dietro. Finì, così, per riamasse sola con la ragazza gentile. “Accomodati pure” le disse, indicandole un divanetto difronte la poltrona. Ania, che sentiva le spalle rigide come pietra, dovette fare un grande sforzo per sedersi. In realtà non voleva stare seduta, era troppo nervosa, sentiva l’impellente bisogno di muoversi, agitarsi, ma non voleva fare innervosire la ragazza gentile. Lei occupò la poltrona della strega e posò il carillon su un basso tavolino di legno dai piedi ricurvi. “Vieni davvero da Firona? Com’è, dai, dimmi com’è!”

“Uhm, ecco, è molto tic e toc” disse Ania.

“Cosa?”

Ania arrossì rendendosi conto dell’assurdità che aveva detto. Tic e toc? Ma da dove le era uscito fuori? La ragazza gentile scoppiò a ridere, ma con grazia. “Ah, mi piace, è divertente! È molto tic e toc, ma certo! sei davvero divertente, come ti chiami?”

“A-Ania.”

“Ania…io sono Anna, è un piacere conoscerti.”

“Anche per me” rispose Ania abbozzando un sorriso.

“Questo carillon, l’hai costruito tu, non è così?”

“Come fai a saperlo?”

“L’ho solo supposto, le tue mani sono rosse e piene di tagli.”

Ania abbassò lo sguardo e chiuse le mani in due pugnetti. “Aiuto mio padre, è lui che mi ha insegnato a lavorare il legno, costruiamo orologi e carillon come quello.”

“E ti piace?”

“Sì…”

“Ma vorresti fare qualcosa di più grande, vero?”

Ania rialzò gli occhi sorpresa. “Mi leggi nella mente?” domandò alla ragazza gentile. Lei rise e scosse la testa. “No, no, io non so fare queste cose, sono soltanto brava a capire le persone.”

Ania annuì mesta. “È vero, non mi bastano orologi e carillon, a volte mi vengono delle idee in testa però, se costruissi ciò che voglio, le persone potrebbero pensare che sono strana.”

“Oh, e sarebbe un problema?”

Ania alzò le spalle. “Credo di sì…” mormorò.

La Corva tornò con una piccola ampolla di vetro al cui interno c’era un liquido denso, quasi melmoso, verde, con sfumature più chiare. Ania si alzò dal divanetto e prese l’ampolla tra le mani. “Fagliela ingoiare, ma non sprecarla per qualcosa che non si può più salvare, e ricorda, ragazzina, le mie pozioni non hanno scadenze” le disse con voce grave la Corva.

Ania fece cenno di aver compreso. “Grazie” miagolò a bassa voce. La Corva fece una smorfia e con una mano la cacciò via. “Vattene, ora.”

“Ma Nonna, è notte, non può attraversare la foresta!” esclamò Anna.

La Corva si voltò di nuovo verso di lei e le posò una mano sulla fronte. Ania rimase immobile non osando neppure respirare. “Hai la mia benedizione, gli alberi della foresta non ti faranno alcun male.”

La Corva sollevò la mano. Ania non percepì nulla di diverso ma credette ciecamente alle parole della strega, ella l’aveva benedetta con la sua magia. Anna l’accompagnò fino all’entrata. “Pregherò per tuo padre” disse.

“Grazie” rispose Ania. Il portone del castello si chiuse e Ania, sotto i raggi della luna, si addentrò ancora una volta nella foresta. Se avesse camminato per tutta la notte avrebbe raggiunto Firona all’alba. Nonostante vagasse nel buio più pesto, Ania non era affatto spaventata. Aveva dentro qualcosa che la rincuorava, non percepiva neanche il freddo. Da lontano vide apparire dei piccoli puntini luminosi, fuochi fatui. La loro luce, di un blu spettrale, illuminava la strada da seguire. Ania li seguì affascinata. La foresta non le era più contro.

Quando poté rivedere la Torre dell’Orologio, il nuovo sole stava colorando le nuvole di rosa, e la città, così come l’aveva lasciata, ancora dormiva. Arrivò a casa e ad aspettarla fuori c’era una cerchia di curiosi che guardavano stupefatti un albero cresciuto dal nulla durante la notte. I suoi rami avevano sfondato il tetto della bottega. “Tesoro, ma dov’eri? Si può sapere cos’è successo?” le venne incontro la signora Bea, anche lei tra i curiosi. Ania non le prestò attenzione, corse all’interno della bottega. Il letto in cui suo padre giaceva era stato rivoltato contro la parete e le radici dell’albero affondavano nelle assi del pavimento. Ania vide il viso di suo padre impresso nella corteccia dell’albero. Le palpebre chiuse, la bocca circondata da rughe. Si ricordò delle parole che la Corva le aveva rivolto: “Non sprecarla per qualcosa che non si può più salvare”. Quindi lei lo sapeva, sapeva che per suo padre era già troppo tardi. Ania sentì le braccia cadergli lungo i fianchi. Batté la fronte contro il tronco dell’albero e scoppiò a piangere travolta da forti singhiozzi.

Raul masticava rumorosamente una focaccia mentre lei guardava il cielo con il naso all’insù. Era passata una settimana e in quel lasso di tempo Ania aveva avuto modo di riflettere, era arrivata alla conclusione che cercare un senso agli avvenimenti della vita è un’impresa ridicola. Raul l’aveva aiutata a riparare il tetto in modo da lasciare spazio a suo padre ma non alla pioggia. Le fronde di suo padre facevano loro ombra e ondeggiavano al vento. “Ehi, Ania, quando saremo grandi mi sposerai?” le domandò Raul. “Uhm, credo sì…” gli rispose Ania.

Raul sorrise, era davvero felice per quella risposta indifferente ma non voleva darlo a vedere.

“È una promessa, vero?”

“Sì.”

“Quando mi racconterai della foresta, eh, eh?”

Ania alzò le spalle. “Quando ne avrò voglia, e ora zitto, rovini il silenzio.”

Raul sbuffò. L’orologio della torre rintoccò il mezzodì.

FINE



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