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lavoro pubblicato mercoledì 7 marzo 2018
ultima lettura mercoledì 12 settembre 2018

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

POETICA E NARRATIVA - 1

di AlessandroConte. Letto 214 volte. Dallo scaffale Poesia

KOSSOVARE Lo scenario bellico era il solito per la pattuglia in perlustrazione: case sbrecciate, strade sporche e d...

KOSSOVARE

Lo scenario bellico era il solito per la pattuglia in perlustrazione: case sbrecciate, strade sporche e deteriorate, cumuli di immondizie nei punti predisposti e ... volti.
Volti, come?: facce scarne o pasciute, linde o in disordine, come dappertutto, ma tutte spaurite, con occhi che tendevano a sbarrarsi.
Era già da un po' che gli italiani erano presenti in zona e la pacificazione era un fatto compiuto.
L'interprete locale accorse per riferire le novità rilevanti; inoltre doveva diramare le disposizioni eventualmente prese nei riguardi di quella comunità dalle organizzazioni umanitarie e presentare richieste.
Nessuna novità per quella volta. Restava l'ispezione.
Il capitano comandante chiese all'uomo se li volesse accompagnare e quello, Voji, si inchinò prontamente in segno di adesione.
Si scantonò nel contado per interrogare gli occupanti delle masserie vicine.
Voji intermediava indefessamente, riferiva che tutto era normale, gli uomini stavano tornando, i rapporti con i vicini erano buoni e così via. Si occupava anche di ringraziare e rifiutare le povere offerte che quella gente voleva elargire in ceste, brocche e buste di plastica.
In uno di quei casali formato dal solo piano terra una mamma di mezza età e la figlia ventenne si alternavano parlando con Voji.
I toni e i gesti delle donne sembrarono al capitano in dissonanza con la consueta traduzione tranquillizzante dell'uomo.
"Voji, tu ci stai imbrogliando" lo apostrofò con piglio deciso.
"Capitano..." si impappinò quello, ammutolendo.
"Guarda che posso venire con un altro interprete" insisteva l'ufficiale spietatamente, "o registrare tutto e..."
"No, capitano ... io prego. Pensavo io che i nostri brutti cose non buoni per voi. Voi restate ... noiosi."
"Voji!" urlò il comandante, "da ora in poi traduci tutto ed esattamente! Non trascurare neanche una parola!
Che ci annoiamo o no non sono affari tuoi, ma è certo che non siamo venuti qui per perdere tempo o per farci prendere per il ... naso. Capito?!"
Voji era impaurito e preoccupato e, per tutta la filippica, continuava ad accennare scuse e brevi inchini.
La mamma sulla soglia aveva capito il senso di tutto e si era precipitata ad afferrare la mano dell'ufficiale, ma questi non lasciò che la baciasse. Cominciò anche lei e poi la figlia ad inveire contro il compaesano.
"Loro dice" fece Voji quando trovò un po' di spazio per dir la sua "che voi taliani non dato fastidio mai, non violentato mai come fatto serbi, come fatto scopettari ... albanesi dite voi, come fatto pure genti qua della Kossòva ... amici."
Quando si ritornò al campo al capitano il quadro era più chiaro: le cose non andavano affatto bene. Si stuprava, picchiava e rubava appena un po' meno che durante i combattimenti e, con tutta probabilità, si continuava a uccidere di nascosto perché gli odi erano forti e tante vendette ancora da compiere.
C'era tanto da fare.
Quelle donne sole erano preda di tutti e il capitano non sapeva che farci; né sperava miracoli da parte dei suoi superiori.
Voji aveva detto che solo un diaframma, che tutte le donne avevano accettato di portare le proteggeva dalle gravidanze ma non dagli stupri continui né dalle malattie veneree.
Le poverette avevano imparato a simulare una sorta di quiescenza per le violenze sessuali che dovevano subire onde evitar l'aggravio delle botte.
Ora il capitano capiva perché gli sguardi fossero spauriti nell'attesa degli orrori che continuavano a succedersi senza che vi fosse alcuna possibilità di evitarli.
A pensarci, ricordò che solo per ringraziare i ‘taliani' il viso delle due kossovare si era rasserenato un po'.

Alessandro Conte


NEL TUNNEL

No.
Non stare con l'animo in ansia
in attesa che il treno,
tornando alla luce,
ti arrechi un sollievo.
Un abisso è davanti
e un abisso è didietro;
e tu in fondo ti senti annaspare.
Ma fuori da quello
la vita sorride,
sorride.
Ma no.
Non mirare quel bel panorama
così attentamente.
T'accorgi ben presto
che tutto sovrasta
e t'avanza in grandezza.
No. Non mirare.
Il treno sferraglia.
Tu lascia che culli il tuo sonno.
Oh no,
non sentire quel bimbo che piange
con tanta insistenza.
Non sentirlo con tanta attenzione.
Finirai col sentire
a lui intorno
i fratelli e la madre
ed il padre.
E piangono tutti
ciascuno a suo modo.
Guarda fuori
quel volo d'uccelli,
così non ci pensi.
Ma no,
non guardare quel volo d'uccelli!
Non guardarlo così intensamente.
Potresti invidiare
quei battiti lievi
d'accordo col vento.
E alla lunga
odieresti il tuo passo.
Non guardare,
ma pensa con l'occhio socchiuso
a quanto di buono
la vita t'appresta.
Tu pensa
e sorridi con l'occhio socchiuso.
Il treno sferraglia.
Nel tunnel s'affonda
all'oscuro, all'abisso.
Tu più non sorridi.
La gloria fu breve
e del tunnel fu colpa.
Oscuro l'ambiente
e oscuri i pensieri.
Tu guardi
e rimiri il tuo volto
nel vetro lì a fianco.
Raccogli ricordi a brandelli
e componi a tua gloria
gli stessi.
No, sciocco.
La mente
ti pone talvolta davanti
uno specchio.
Non tuffartici dentro.
È incrinato
e deforma.
Ti vedi sublime nel più delle volte
e ti scruti.
Ti piace.
Ma spesso, non sempre, deforma.
Potrebbe accadere vederti
qual sei.
Non scrutarti all'interno.
Non puoi pencolare
dal treno che corre.
Se rendi cosciente te stesso
di tutto
un argine lasci alle spalle
in terreno sicuro.
Non far forza
su quel parapetto.
È l'unico forse
che ostacola il crollo
di tante illusioni.

Alessandro Conte


GUSTI

"Ci fu una volta nel Paese del Mare Amaranto una gran battaglia fra i reami di Quassù e quello di Quaggiù..." legge lei col libro delle fiabe aperto in grembo.
La bambina la interrompe agitando la testa sul cuscino:
"Nonna, perché non accendiamo la televisione?"
"Senti senti, piccola mia, che è bello" e continua la lettura accompagnando le scene e i dialoghi con pause, intonazioni appropriate e gesti studiati.
Non riesce ad andare molto oltre che la nipotina torna a farsi sentire sbuffando:
"Ma nonna, questa la so. La principessa prigioniera di Lancia Storta trova da spingere un mattone e fugge. E poi il Conte Raggio nel Buio arriva..." sbadiglia ma non si addormenta.
La donna la guarda con ansia e inventa una variante introducendo nella storia Schioccaledita, maestro di Incantesimi e Prodigi.
"Nonna" torna a interrompere la bimba, "accendi la tivvù. Tra poco c'è il telegiornale. Quello è più bello. Ci stanno i politici che parlano parlano. Così il sonno mi viene."

Alessandro Conte


UNA MOGLIE

Dir non posso. È troppo intimo e sfacciato
ed anche questo lei me l'ha promesso.
Sapete di che parlo: certo, sesso.
Già basterebbe questo e sono stato

ad aspettare invan siccome un fesso
dalla consorte d'essere appagato.
Lei non mantiene mai ma innamorato
son sempre. Ed oggi a tavola m'ha messo

sciapo brodino e non verzi col riso.
Promesso pure quello e a ricordarlo
lei fa spallucce e dice col sorriso:

"Il tempo m'è mancato a prepararlo."
Ha beltà, forza e spirito ben gaio
ma se promette sembra un marinaio.

Alessandro Conte

IL MODULO

"Lei ha chiesto un colloquio con il dottor Ratezzi?" L'impiegata, con un occhio a me e l'altro alla mia richiesta, aggiunse: " Riempia questo modulo."
In due minuti era pronto e glielo riconsegnavo. Lei consultò i registri e confermò l'appuntamento per l'indomani, ore quindici e quaranta, timbrò, firmò e me lo ridiede avvertendomi: "Questo glielo chiederà il dottor Ratezzi."
L'indomani il dottor Ratezzi aveva un occhio a me e l'altro alla mia prenotazione. Verificato che tutto fosse secondo prassi concluse: "Mi dica pure."
"Dottore, sono stato per un mese a una delle alesatrici in Officina" spiegai.
"E allora?"
"Vede, io sono laureato in Scienze Politiche..."
"E ha chiesto di fare l'operaio?"
"Ma neanche per sogno!" sbottai pentendomene subito. "Mi scusi. Io pensavo fosse una specie di tirocinio. In effetti io ero stato destinato all'Ufficio Pubbliche Relazioni."
"Un momento" e il funzionario ricominciò a scambiare i suoi sguardi fra me e le carte, "verifichiamo."
Un impiegato fu convocato in soccorso; in breve scavò e portò al suo capo la mia pratica.
"Ecco qua" ne dedusse il dottor Ratezzi e mi porse il modulo che mi aveva destinato all'Officina e non al Centro Direzionale, "il modello J è per gli operai e lei ha firmato questo.
Il Capo Officina le stava facendo fare effettivamente un po' di pratica con le macchine più facili."
Presi il modulo e lo esaminai:
"Guardi, dottore" puntualizzai trionfante, "che questa è una I non una J. C'è una cacchetta di mosca proprio sotto l'asta."
Ratezzi esaminò e riesaminò, scettico. Ma la cacca è cacca.
Così ammise: "Beh, questo è il bello degli automatismi. Basta una mosca e un laureato finisce in Officina.
Penso che lei voglia riempire un modulo di trasferimento. Lo porti con la mia controfirma al Capo Officina e lui ci porrà il suo placet."
In breve l'apposito modello fu disteso fra noi due e, tanto per dire e per la precisione, volli dichiarare:
"Dottore, se ho chiesto questo colloquio è giusto perché il capo mi ha licenziato."
"Oh" e la penna e il modulo furono riposti, "questo cambia tutto" e mi sembrò che quello mi stesse abbassando una saracinesca in faccia. "Se è licenziato lei non fa più parte della nostra azienda. E di conseguenza non può più essere trasferito da nessuna parte."
"Scusi, dottor Ratezzi, ma cosa potevo capire di alesatrici per quanto fossero facili" provai a scalfire la dura scorza di quel personaggio come avevo già tentato di fare con l'acciaio.
"Lei, caro collega, aveva una serie di moduli fra cui scegliere per inoltrare un reclamo; beninteso, prima di essere estromesso."
Non ero ancora sicuro si fosse espressa la Cassazione quindi, con qualche lacrimuccia pronta a tracimare chiesi:
"Ma lei, dottore, non può fare niente?"
Era quello che voleva sentire. Propose:
"Lei potrebbe essere riassunto come se partisse da zero; è d'accordo?"
"Assolutamente sì. E starò bene attento a sottoscrivere il modello I."
"Il suo mese d'Officina, ovviamente, le sarà pagato da operaio."
"Naturalmente." Avevo fretta di mettere una pietra tombale su quella serie di sviste. "La colpa è delle mosche; continuerò a odiarle."
Nonostante tutto ero euforico e felice.

Alessandro Conte

(Vi do appuntamento a mercoledì prossimo, 14 marzo con altre storie)



Commenti

pubblicato il mercoledì 7 marzo 2018
AnnaCostanzo, ha scritto: Accidenti come sei bravo.
pubblicato il lunedì 12 marzo 2018
LuisaBarra, ha scritto: Complimenti!!
pubblicato il mercoledì 14 marzo 2018
AlessandroConte, ha scritto: Grazie, signore, per i vostri graditissimi commenti.
pubblicato il mercoledì 14 marzo 2018
Tara92, ha scritto: È un piacere conoscerti e leggerti
pubblicato il sabato 17 marzo 2018
SoniaBattiston, ha scritto: I miei sinceri complimenti. Sei un grande!!

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