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lavoro pubblicato lunedì 5 marzo 2018
ultima lettura venerdì 7 agosto 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Carlo Marx e il suo clone

di nickvandick. Letto 371 volte. Dallo scaffale Generico

CARLO MARX E IL SUO CLONE                       Fu durante la stesura del Capitale che Carlo Marx una mattina, dopo aver fatto un’abbondante colazione, era uscito a passeggiare ne...

CARLO MARX E IL SUO CLONE

Fu durante la stesura del Capitale che Carlo Marx una mattina, dopo aver fatto un’abbondante colazione, era uscito a passeggiare nel giardino della sua casa di Treviri in cerca di concentrazione.

Aveva trascorso una notte agitata da terribili incubi e il suo stato d’animo ancora risentiva dei postumi di quelle visioni paurose. Il sogno più ricorrente consisteva nel venire sottoposto ad una tremenda tortura da parte di sconosciuti che tenevano il volto coperto per non rivelare la loro identità. Questi mostri dell’inconscio lo afferravano e lo trascinavano nei sotterranei di un maniero decadente e abbandonato. Là sotto Marx veniva legato per le mani a dei ceppi e poi, impugnando una sega smisurata, i farabutti cercavano di dividerlo in due parti cominciando dalla testa. Il grande filosofo si era poi svegliato proprio nell’attimo in cui la lama dentata veniva poggiata sulla sua fronte, ma poi, riprendendo sonno, l’incubo si era ripetuto sempre uguale.

Al quarto risveglio (era ormai sopraggiunta l’aurora) Marx si era alzato ed era sceso in cucina a prepararsi una tisana decidendo di non tornare a dormire. Aveva atteso l’alba seduto nel suo studio a correggere le ultime pagine del manoscritto del Capitale e alle prime luci, ormai esausto e infreddolito, era uscito in giardino a prendere una boccata d’aria.

Era inverno inoltrato e il gelo era intenso. Durante la notte la neve era caduta abbondante coprendo ogni cosa sotto un manto candido e immacolato. Marx fece il giro della casa stringendosi al collo la sciarpa di lana e riparandosi il capo con una papalina color cremisi. Stava meditando di mandare un inserviente a casa di Engels per avvisarlo di non sentirsi troppo bene e che per quel giorno avrebbe rinunciato a lavorare, quando vide delle strane orme. Erano inconfondibili tracce di stivali che si inseguivano una dietro l’altra in un percorso che partiva dal punto in cui si trovava lui per arrivare fino al muro di cinta. Incuriosito sollevò lo sguardo e scorse la figura massiccia di un uomo che si stagliava contro lo sfondo imbiancato dalla nevicata. L’incredibile personaggio camminava avanti e indietro con le mani dietro la schiena, meditando su un argomento che, data la palese concentrazione, doveva essere di importanza vitale. Invero, di lontano, la sagoma di quel bizzarro individuo gli somigliava in maniera impressionante. Aveva la sua stessa corporatura, gli stessi capelli lunghi e canuti e la folta barba con ancora qualche striatura del colore giovanile nei baffi e sotto il labbro inferiore. Anche l’andatura leggermente claudicante ricordava la sua, la schiena ingobbita a furia di restare chino sui libri a studiare, scrivere e ancora studiare. Nonostante Marx godesse della reputazione di grande pensatore egli non si riteneva soddisfatto della propria opera, si considerava infatti un mediocre filosofo per non essere riuscito ad indagare come desiderava sui misteriosi flussi che regolano e dirigono la storia in maniera del tutto imprevedibile. La sua convinzione era, al contrario, che fosse possibile determinare il corso degli avvenimenti partendo da un’analisi approfondita delle cause e dei fatti che li avevano provocati. Forse quando avesse terminato di scrivere il libro sul quale stava lavorando, anche grazie all’incoraggiamento e al sostentamento economico del suo grande amico Friedrich, la stima del proprio pensiero sarebbe stata finalmente riconquistata.

Intanto lo sconosciuto si muoveva come si trovasse completamente a proprio agio in quell’angolo di giardino e non mostrava affatto intenzioni cattive. Per la verità sembrava scimmiottare gli atteggiamenti del padrone di casa camminando e comportandosi come lui, la fronte aggrottata e la mente persa in arrovellamenti che trascendevano la banale quotidianità del mondo terreno. Si aveva l’impressione insomma di trovarsi davanti ad un sosia del vero Marx, una copia talmente perfetta da apparire come un’immagine riflessa allo specchio. Il filosofo si indispettì non poco per quell’invasione della sua proprietà e si diresse con impeto verso l’intruso che continuava a fingere di non essersi accorto della sua presenza.

Quando fu abbastanza vicino lo chiamò imponendosi di mantenere la calma. Non aveva nessuna voglia di imbarcarsi in volgari discussioni con una persona tanto maleducata da entrare nel suo giardino senza neppure chiedere il permesso. Era una questione di buone maniere e su questo Marx intendeva essere intransigente.

Lo sconosciuto si voltò per mostrare le proprie sembianze e fu allora che Marx quasi svenne per la sorpresa. Per non cadere a terra come una pera cotta fu costretto a reggersi al tronco di uno dei tigli che bordavano il muro di cinta e respirare profondamente per riprendersi. L’uomo che gli stava davanti era veramente la sua copia esatta, uguale come neppure un gemello avrebbe potuto essere.

“Com’è possibile?” farfugliò il filosofo dopo essersi ripreso. “Chi...chi siete voi?”

L’intruso lo guardò con preoccupazione, sospirò e gli si avvicinò senza fretta, come se avesse già previsto il suo arrivo e fosse lì ad attenderlo. Gli poggiò una mano sulla spalla e gli chiese con sincera cordialità: “Vi sentite bene?”

Marx si portò una mano alla bocca e tossì. Da una distanza tanto ravvicinata la somiglianza era ancora più impressionante. Persino le rughe più minute erano identiche, i difetti della corona dell’iride, i capillari in rilievo sulle guance rubizze. Il filosofo pensò di essere di nuovo preda degli incubi che lo avevano tormentato per tutta la notte e cercò di svegliarsi, ma poi non gli ci volle molto a capire che quella in cui si trovava immerso era la tremenda realtà.

Lo sconosciuto sorrise bonariamente.

“Non state sognando, egregio gemello,” disse con un tono di voce che nessuno avrebbe potuto giudicare diverso dall’originale. “Io sono veramente come voi mi vedete.”

Marx aveva ritrovato abbastanza sangue freddo da riuscire a reagire. Un’ira sorda gli strozzò la bocca dello stomaco che lo spinse a ergersi in tutta la sua mole, ora avrebbe dato il fatto suo a quell’obbrobrioso impostore, lo avrebbe scacciato malamente senza neppure concedergli l’opportunità di prolungare oltre la sua meschina mistificazione.

“Signore,” cominciò dunque con voce tonante. “Spero vogliate fornirmi una apprezzabile giustificazione della vostra presenza nel mio giardino prima che mandi a chiamare la polizia e vi faccia arrestare per invasione di proprietà privata.”

Il tizio allargò le braccia.

“Mi dispiace, ma voi mi chiedete l’impossibile. Nemmeno io so con precisione come sono arrivato qui.”

“Ma cosa dite? Volete forse farvi burla di me?”

Lo sconosciuto scosse la testa.

“Affatto. La verità è che io vivo in questa casa da sempre e quando sono uscito poco fa a prendere una boccata d’aria vi ho visto seduto attraverso la finestra sulla sedia che io occupavo fino a pochi istanti prima.”

Marx strabuzzò gli occhi.

“Sulla vostra poltrona?” berciò diventando paonazzo. “Come vi permettete, quella è la mia poltrona!”

L’altro non perse la flemma.

“Calmatevi, non è questo il modo di affrontare il problema. L’unico dato di fatto in nostro possesso è che ci troviamo uno di fronte all’altro, identici in ogni particolare e che non esiste persona al mondo che possa affermare con certezza chi sia quello vero e chi l’imitazione.”

Marx urlò istericamente.

“State scherzando? Chiunque mi conosce potrebbe smascherare all’istante la vostra mistificazione.”

L’uomo sorrise di nuovo.

“Io non ne sarei così sicuro. Guardatemi bene, voi stesso siete rimasto stupefatto della nostra somiglianza.”

Marx si voltò di scatto e si diresse a grandi falcate verso la casa, era deciso a porre subito fine a quella incredibile farsa e a far intervenire le forze dell’ordine.

“Non ne voglio discutere oltre,” disse categorico mentre il gemello gli correva dietro.

“Aspettate,” implorò quest’ultimo. “Dove volete andare? È tutto inutile.”

Marx però non lo volle ascoltare. Come una furia si catapultò all’interno della cucina, attraversò il salotto e si fermò sulla rampa di scale che conduceva al piano superiore.

“Gertrud, Gertrud!” urlò con la voce che gli moriva in gola. Ma la governante doveva essere impegnata in qualche faccenda domestica perché non rispose.

Lo sconosciuto intanto lo aveva raggiunto e agitò nervosamente le braccia.

“Vi state comportando in maniera irrazionale, caro signore” lo redarguì. “Mi meraviglio di voi!”

Marx chiamò ancora ma Gertrud pareva essersi dissolta nel nulla.

“Andiamo,” continuò l’altro. “Non siate ridicolo, non avete ancora capito che non c’è niente da fare?”

Marx ritornò con mosse frenetiche in cucina e da lì nello studio dove finalmente realizzò che non sarebbe riuscito a liberarsi di quel paradossale personaggio tanto facilmente. Si posizionò dietro la massiccia scrivania di noce ingombra di cataste di fogli ingialliti e puntò le nocche sul bordo sporgendosi in avanti. Gocce di sudore freddo gli imperlavano la fronte spaziosa.

“Bene,” cominciò con cipiglio combattivo. “Ditemi dunque, perché siete qui e cosa volete da me.”

Il gemello si lisciò i baffi con una movenza comune ad entrambi.

“Ci ho riflettuto e sono giunto alla conclusione che per il futuro saremo costretti a vivere sotto lo stesso tetto.”

Il filosofo sbuffò ironico.

“Una prospettiva agghiacciante. Mi libererò di voi non appena avrò l’opportunità di comunicare con chicchessia invece, e state certo che non la passerete liscia.”

La sua convinzione però andava incrinandosi. A ben vedere la tesi di quel mistificatore non appariva poi così irrazionale, era chiaro che se fossero stati messi a confronto chiunque avrebbe avuto difficoltà a separare la verità dalla menzogna, persino il suo fedele e caro amico Friedrich Engels. Marx rischiava di venire estromesso dalla propria dimora nel caso in cui fosse risultato meno convincente del rivale e allontanato dalle cose che amava, dal suo manoscritto, dai suoi studi, dalla sua intera esistenza.

Scosse la testa sconsolato, perché era capitata una simile sciagura proprio a lui? Cosa aveva fatto di così malvagio per meritare una punizione tanto severa? Quasi gli venne da piangere dalla disperazione.

L’impostore invece dava l’impressione di mantenere i piedi ben ancorati al pavimento.

“Vi consiglio di ascoltarmi piuttosto,” sentenziò costui perentorio. “So che vi sembrerà strano, ma io so esattamente cosa bisogna fare.”

Marx lo fissò con odio manifesto.

“Com’è possibile? Dove volete arrivare, alla fine?”

“Il mio scopo è aiutarvi, signore.”

“Aiutarmi? Pensate forse di aiutarmi estorcendomi con l’inganno quanto possiedo di più caro?”

“Questo dipende da voi.”

“Non siate ridicolo, vi rendete conto in che situazione mi avete cacciato?”

“Io non ne ho colpa, non è stato per mia volontà che mi sono ritrovato a passeggiare nel vostro giardino.”

Marx si lasciò cadere sulla poltrona. Era esausto, ogni briciolo di energia lo aveva abbandonato, come se un parassita immondo, un vampiro gli avesse succhiato fino all’ultima goccia di sangue.

“Il vostro proposito è ben chiaro invece, voi volete sostituirvi a me,” esalò in un sospiro.

Lo sconosciuto fece di no con la testa.

“Vi sbagliate, io voglio semplicemente affiancarvi nel vostro lavoro.”

Marx avvertì la rabbia rifluire nelle vene.

“Come osate? E come avete la presunzione di essere all’altezza senza sapere nemmeno qual è l’argomento delle mie tesi?”

L’intruso ridacchiò sommessamente.

“Però sono a conoscenza del fatto che siete in difficoltà con la stesura del vostro manoscritto,” disse. “L’impresa è troppo ardua per le vostre energie residue, la vostra mente vacilla e le vostre convinzioni si stanno affievolendo irrimediabilmente.”

“Questo è vero,” ammise il filosofo calmandosi. “A mano a mano che procedo le strade si trasformano in viottoli e i viottoli in sentieri. Sono in stallo e non so come venirne fuori.”

“Questo è il motivo che mi ha portato qui.”

“Come potete pretendere di aiutarmi?”

“Dimenticate che io e voi siamo la stessa persona.”

Ci fu un lungo istante di silenzio poi il nuovo arrivato fece alcuni passi in direzione della cucina ma si fermò sulla porta.

“D’ora in poi dovremo prestare molta attenzione a non farci vedere insieme,” riprese. “Organizzeremo la nostra vita in modo da non rivelare la nostra duplice identità, dove sarete voi non sarò io e viceversa. Io sarò attivo la notte e voi il giorno, così potremo unire le forze per portare a termine il manoscritto nel minor tempo possibile e farlo pubblicare dal nostro comune amico Engels. Ogni particolare è già stato predisposto, non possiamo fallire.”

Marx avvertì una folata di aria fresca lambirgli il volto, era piacevole e rigenerante. Fuori aveva ripreso a nevicare e la luce del giorno faticava a penetrare nella stanza.

“Non mi pare di avere altra scelta,” dichiarò alla fine rassegnato.

Il doppione annuì.

“Finalmente un briciolo di buon senso.”

Marx inforcò i vecchi occhiali rotondi e osservò a lungo l’essere partorito dalla fantasia di qualche incomprensibile stregoneria.

“Chi siete veramente?” chiese sfinito. L’uomo agitò la chioma canuta.

“Ve l’ho detto, sono voi. Un altro Carlo Marx creato appositamente per aiutarvi a completare la vostra opera fondamentale, il Capitale. Da solo non ce l’avreste mai fatta.”

Il vero Marx chiuse gli occhi. Era tentato di abbandonarsi al sonno, al nulla totale, alla perdizione assoluta. Poi però gli ritornarono alla mente gli incubi che lo avevano perseguitato durante la notte e li riaprì d’impeto. Si ritrovò davanti la figura di Gertrud che lo fissava perplessa. La governante indossava una lunga gonna scura sotto il grembiale bianco, le maniche della camicia erano rimboccate nonostante il freddo pungente e i capelli erano raccolti dentro una cuffia di trine. Il suo sguardo denotava una muta esortazione di rimprovero.

“Stavate parlando con qualcuno?” domandò roteando gli occhi ad ispezionare la stanza.

Marx si drizzò sulla schiena e inspirò profondamente. Il sosia era scomparso, volatilizzato, svanito come se non fosse mai esistito.

“Leggevo ad alta voce,” si giustificò e Gertrud fece una smorfia per convenire con sé stessa che il suo padrone cominciava a dare preoccupanti segni di stanchezza.



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