ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato domenica 4 marzo 2018
ultima lettura giovedì 12 luglio 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Yarhù, il ragazzo che inventò gli sci

di GabriKanna. Letto 493 volte. Dallo scaffale Generico

Yarhù era un bambino ribelle e curioso che aveva una passione: amava scivolare. Fu così che, dieci o forse undicimila anni fa, inventò i primi sci...........

Un gruppetto di ragazze e ragazzi - nel Mesolitico erano giovani fino ai dieci anni d'età - si divertiva ruzzolando giù da un piccolo cocuzzolo, al margine della gracile foresta, dove gli ultimi sparuti alberi si arrendono alla gelida vastità della tundra. La pelle di renna con cui erano fatti i loro abiti, se piegata e tenuta tesa con due mani nel modo giusto, scivolava perfettamente sulla pendenza. I maschi erano abili nel tendere l'abito sotto il sedere, mentre le femmine avevano escogitato mille altre tecniche per scivolare più veloci. Ovviamente per i ragazzi ogni scusa sarebbe stata buona per iniziare una battaglia di palle di neve e questa sfida risultava essere inevitabilmente divertente. Se solo i genitori avessero assistito a questi momenti di spensieratezza proprio all'inizio del periodo più duro per ogni essere vivente, l'inverno, forse non sarebbero stati altrettanto felici. Gli uomini però si trovavano a caccia di renne a un'ora di cammino dall'accampamento dove le donne stavano conciando le pelli, gli anziani (quarantacinquenni) fumavano pipe e intonavano canti propiziatori, i giovani giocavano anziché raccogliere pezzi di legna secca e licheni dagli alberi, per accendere il fuoco. Non sempre le battute di caccia avevano successo, anzi, la lotta per la sopravvivenza non faceva distinzione tra prede e predatori, ma solo tra forti e meno forti, scaltri e meno scaltri. A volte tra fortunati e sfortunati. Perciò poteva accadere che una renna cacciata attirasse le attenzioni di un branco di lupi e gli umani da predatori potessero diventare prede. Più spesso, semplicemente, le renne erano troppo veloci per poter essere accerchiate e trafitte con lance e frecce. Le renne sì che sono fortunate: l'evoluzione ha donato loro degli zoccoli utili a nuotare, a muoversi agilmente sulla tundra e soprattutto a sprofondare meno nella neve. Gli uomini invece, su certi tipi di neve, sono sempre stati lenti, goffi, inadeguati. Certo, gli esseri umani avevano e hanno altri vantaggi - l'intelligenza, la competenza simbolica, le capacità comunicative, l'abilità nell'utilizzare e plasmare oggetti - che hanno consentito una loro diffusione in ogni angolo del mondo, sulla sabbia come sulla neve. Tuttavia non era una vita facile.
Quel gioco si ripeteva ogni inverno, per chi sopravviveva. Sempre di nascosto, sempre sfociante in una sfida e a volte nel primo bacio. Quell'anno però la prima nevicata non cessava mai. Le tende di pelle e rami incrociati dovevano continuamente essere scosse per evitare che cadessero sotto il peso della coltre bianca. Gli uomini avevano scorto in lontananza possibili prede, anch'esse in difficoltà, ma era impossibile avvicinarsi a piedi. La piccola tribù stava crollando nello sconforto. Per fortuna non era troppo freddo, ma il cibo cominciava a scarseggiare. Tutto ciò che restava da fare era intonare canti, pregando le divinità affinché facessero smettere di nevicare.
Fu in uno di quei giorni difficili che Yarhù, un bimbetto che avrà avuto forse sette o otto anni, decise di sgattaiolare fuori dalle tende, seguito da un gruppetto di suoi coetanei. La fame non moderava il desiderio di divertirsi un po', il gioco sembrava essere al contrario un perfetto sedativo per la negatività. Yarhù era un ribelle e a quel tempo, quando le leggi fondamentali erano quelle della natura e delle stagioni e non di certo degli uomini, poteva essere agli estremi o un'enorme debolezza o una grande forza. Voleva sfidare la neve e sfidare i suoi amichetti, voleva mostrare che niente avrebbe potuto fermarlo. Coperto con una calda pelle di orso, si buttò nella neve, invitando gli altri a seguirlo. Si sprofondava fino al collo. Gli amici dissero a Yarhù che era matto, che avrebbe fatto bene a tornare indietro prima che i grandi se ne accorgessero. Mai dire a un ribelle cosa fare: Yarhù, all'opposto, provò ad allontanarsi. Visto che camminando era impossibile, provò a imitare il movimento che utilizzavano quando scivolavano giù dalla collinetta, sdraiandosi sulla neve e spingendosi con braccia e gambe, faccia all'insù. Facendo così si accorse che il suo corpo non sprofondava, ma era comunque difficile muoversi. In quel momento un ricordo dell'inverno precedente gli balenò in mente: quante risate nell'osservare una lontra che giocava sulla neve! Prendeva la rincorsa spingendosi con le zampe per poi scivolare sulla pancia, il contrario di quello che faceva tanto divertire i bambini della tribù con la pelle di renna tesa sotto il sedere. Ecco come si sarebbe potuto muovere Yarhù, imitando la lontra! Si girò, si chiuse bene nella pelle d'orso, appoggiò la pancia sulla neve e iniziò come a vogare con tutti gli arti. Ben presto si accorse che questo movimento, se fatto in modo coordinato, era molto più efficace e si poteva muovere più velocemente, tanto che gli sembrava di essersi trasformato in una lontra! Senza accorgersi né della fatica né del tempo che scorreva, d'un tratto si trovò stritolato dall'oscurità. Non sapeva se era la notte o la fame o se era nella pancia di qualche creatura.

Quando si svegliò splendeva un bel sole, o meglio il sole era quello che gli sembrava di veder filtrare oltre un gelido strato di nebbiolina. Provò ad alzarsi, ma si accorse che ormai doveva muoversi solo come una lontra, altrimenti sarebbe sprofondato nella coltre bianca e chissà se sarebbe riuscito a venirne fuori. Provò a gridare il nome dei genitori, degli amici, degli anziani della tribù e come risposta ci fu solo il fruscio dell'aria tra gli alberi. Sapeva che doveva nutrirsi e ritrovare l'accampamento: se gli altri avessero trovato le condizioni favorevoli, probabilmente si sarebbero spostati in cerca di un posto migliore in cui passare l'inverno. Non si perse d'animo e strisciando sulla neve superò collinette, aggirò arbusti, cercò di tanto in tanto riposo sotto qualche raro albero. A un certo punto le sue orecchie gioirono nel sentire il rumore dello scorrere dell'acqua e, un istante dopo, anche la vista si rallegrò nello scorgere una macchia rossa sulla neve, nei pressi di un torrentello. Yarhù si era avvicinato alle montagne e si era imbattuto nei resti del pranzo di un orso o forse di una lontra - era troppo affamato per guardare le impronte - che aveva lasciato qualche pezzettino di pesce. Non era molto, ma per il giovane umano poteva bastare per un po'.

Da una parte la tundra si infrangeva, in lontananza, contro le montagne, dall'altra gruppi di alberi la coprivano a macchie. In realtà era difficile distinguere gli elementi di quel panorama, completamente bianco, però fu la prima volta che Yarhù percepì le varie tonalità di quel colore: le luci e le ombre si rincorrevano e da un bianco cominciò a vederne a decine. Quello che vide un istante dopo gli fece battere il cuore ancora più forte. Un branco di renne si stava avvicinando e, più distante, degli uomini tenevano il passo, in attesa del momento propizio per scagliarsi sui cervidi più deboli, armati di lancia, arco e frecce. Yarhù non poteva crederci! Sapeva che se avesse gridato e le renne fossero fuggite gli uomini non avrebbero accolto il ragazzo con entusiasmo, perciò rimase in silenzio. Fortuna fu che i cacciatori, avendo scorto una macchia scura e immobile somigliante a una carcassa di orso, deviarono il proprio interesse verso di essa, abbandonando temporaneamente l'inseguimento del branco. Ci fu grande sorpresa da entrambe le parti: gli uomini si stupirono di trovare un ragazzo solo nella tundra, Yarhù rimase a bocca aperta nel vedere le calzature dei cacciatori. Alle scarpe di pelle di renna erano fissate con delle stringhe di cuoio due cortecce che aumentavano la superficie di appoggio del piede. Ecco perché riuscivano a seguire le renne senza sprofondare troppo! La tribù chiamava questi strumenti "zampa d'orso", a causa della forma dell'impronta che rimaneva sulla neve, simile a quella del grande carnivoro.
Quando arrivò in spalla all'accampamento dei suoi soccorritori, Yarhù aveva convertito la gioia della salvezza con la tristezza e la malinconia verso la propria famiglia. Tuttavia il ragazzo fece presto a conoscere nuovi amici e tutta la tribù lo accolse come un proprio figlio.
Col passare del tempo, diventò grande, forte e scaltro: d'estate percorreva la tundra senza stancarsi mai, costruiva imbarcazioni per solcare i laghi e superare le paludi, d'inverno perfezionava le zampe d'orso per renderle più comode e leggere, in modo da riuscire a seguire più agevolmente le prede sulla neve. Un inverno la tribù si era spinta più a sud-ovest, a ridosso delle montagne, dove le foreste di pini e abeti potevano offrire una maggiore protezione oltre che fornire legna per accendere il fuoco e creare utensili. Anche se era ormai diventato adulto, Yarhù amava divertirsi scivolando a bordo della canoa giù dai cocuzzoli, gironzolava da solo in ispezione, faceva scherzi ai suoi compagni. Spesso andava anche a caccia da solo, soprattutto quando nella mente ritornavano i ricordi della famiglia e degli amici, che ormai non vedeva da anni. Fu in una battuta di caccia solitaria che a un certo punto scorse un animale che non aveva mai visto: poteva essere una grossa capra selvatica, o forse un cucciolo di alce, magari una femmina di cervo. Certo è che sulla neve era agile e veloce. Yarhù, imbracciato l'arco, provò a seguire a distanza l'animale, aiutato dalle sue nuove zampe d'orso, preparate lisciando e levigando una spessa corteccia con schegge di pietra e coltelli costruiti con il palco delle renne. Quando il misterioso essere sembrava ormai sparito, eccolo ricomparire qualche metro più in basso, in fondo a una discesa piuttosto ripida. Uno degli errori più fatali che può commettere una potenziale preda è quello di trovarsi più in basso rispetto al predatore. Yarhù lo sapeva bene e, imbracciato saldamente l'arco, era pronto a scoccare la freccia.

Non fece in tempo a rendersene conto. Si trovò faccia a faccia con l'animale. Sentiva il suo alito caldo sulla fronte, entrambi erano increduli: la freccia era spezzata e l'arco spuntava parzialmente fuori dalla neve in cima alla discesa dove Yarhù aveva preso la mira. Solo dopo che l'animale trovò il coraggio di fuggire via, il ragazzo si rese conto di cosa era successo: pronto a colpire lo strano animale, le zampe d'orso avevano cominciato a scivolare sulla neve, terminando la corsa in fondo alla discesa. Non passò molto tempo che Yarhù stava già provando a salire e ridiscendere scivolando, tentando di controllare la direzione e l'equilibrio. Possiamo solo immaginare le emozioni e le meravigliose sensazioni che provava in quelle brevissime scivolate preistoriche! L'indomani prese spunto dalla canoa - un tronco incavato, modellato e ben levigato - per preparare delle nuove zampe d'orso che dovevano servire non solo a galleggiare sulla neve, ma anche a scivolare. Ci vollero alcuni inverni per mettere a punto questi nuovi attrezzi, che volle chiamare ostrasanbaina - lontra che gioca sulla neve - e che gli permisero di muoversi con agilità anche d'inverno. Per questa sua invenzione gli anziani della tribù decisero di riservargli un posto speciale nella gerarchia e ben presto divenne una grande guida per i più giovani. Infatti, con quei nuovi strumenti, gli uomini potevano avvicinarsi velocemente alle prede ed erano finalmente in grado di portare pesanti tronchi in spalla senza sprofondare. I suoi compagni di caccia erano ben felici di apportare modifiche e dare consigli per perfezionare gli ostrasanbaina: uno suggerì di utilizzare delle tavolette di legno, un altro ebbe l'idea di porre delle pelli sotto le stesse, così che la neve, incastrandosi contropelo, permettesse lo scorrimento in avanti e non all'indietro.
Un giorno, ispezionando un nuovo territorio con i suoi ostrasanbaina, Yarhù sentì dei rumori familiari e scorse in lontananza del fumo. Sicuro di poter sfuggire velocemente a eventuali pericoli, Yarhù decise di avvicinarsi a quello che era evidentemente un accampamento di un'altra tribù. Per un attimo un pensiero lo lasciò impietrito e la conferma di quel pensiero quasi lo fece svenire: aveva davanti la sua famiglia. Gli anziani genitori stavano macinando delle nocciole mentre ragazzini divertiti strappavano licheni dalle cortecce degli alberi. Non ricordava più la lingua d'origine e la sua indecisione tra l'andarsene e il riabbracciare i genitori lo soffocava. Si fece coraggio e si avvicinò alle tende, abbandonando le armi e scivolando bene in vista sugli ostrasanbaina. Tutti quelli che lo videro cominciarono a gridare, facendo segni inequivocabili con le appuntite lance in mano. Venne istintivo a Yarhù togliersi gli ostrasanbaina e, come faceva da ragazzino, tenne ben tesa la pelle dell'abito, si sedette e scivolò giù per la breve discesa. Bastò questo gesto per farsi riconoscere e far piangere tutti dall'emozione: Yarhù, i suoi vecchi amici, i suoi genitori. Trovò il modo di raccontare la sua storia e insegnò anche a questa tribù come riuscire a scivolare sulla neve.
Qualche migliaio d'anni più tardi, in Scandinavia, dove si era perso l'antico nome dato da Yarhù a quei pezzi di legno che scivolavano sulla neve, i norvegesi iniziarono a chiamarli ski - pezzi di legno - ...e il resto è storia. Storia di nomadi, di cacciatori, di esploratori, di guerrieri, di eroi, di atleti, di turisti - insomma di uomini - che da millenni si muovono sulla neve con gli sci.
Non sappiamo se sia andata proprio così, ma l'importante è che non si dimentichi che, dietro a un attrezzo semplice come gli sci, si nascondono avventure, viaggi, storie e soprattutto uomini e natura.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: