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lavoro pubblicato domenica 4 marzo 2018
ultima lettura mercoledì 20 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Le notti di Shipley e altri racconti

di AviMill. Letto 416 volte. Dallo scaffale Horror

Non sono mai stato un grande appassionato di racconti dell'orrore. Il gusto dell'orrido necessita di palati adeguati, poco esigenti, e il mio, tanto all'epoca quanto ora, non aveva la fortuna - o sfortuna - di appartenere a questa sordida élite.

Non sono mai stato un grande appassionato di racconti dell'orrore. Il gusto dell'orrido necessita di palati adeguati, poco esigenti, e il mio, tanto all'epoca quanto ora, non aveva la fortuna - o sfortuna - di appartenere a questa sordida élite. La mia mente era serva della razionalità e, per tutta la vita, dedicai la mia esistenza allo studio del corpo umano, dei suoi problemi e delle soluzioni per preservarlo dall'inevitabile entropia. Non sarebbero di certo state quel genere di storie a mettermi paura.
Ma cominciamo dal principio: tutto iniziò quando mio nonno mi donò al mio - sigh - decimo compleanno un libro di novelle del brivido. Ricordo nettamente ogni minimo dettaglio di quella giornata, anche se sono passati ormai quasi quarant'anni: era inverno, pioveva, e la mia famiglia si era riunita, evento assai raro, per festeggiare il compimento del mio decimo anno d'età.
Non mi sono mai piaciute le feste di compleanno, le ho sempre trovate così... insensate! Non avevo mai capito il senso di gioire del trascorrere del tempo. Ogni anno la clessidra della vita si svuota inesorabilmente, granello dopo granello. L'essere umano - come scrissi in un testo argomentativo durante i miei compiacenti anni di studi - è un atleta costretto a correre verso un traguardo che, a sua insaputa e suo malgrado, non vuole raggiungere. Non prendetemi per pazzo, sono sempre stato caratterizzato da questa visione negativa della vita, forse a causa di brutti trascorsi durante la mia infanzia, traumi verso cui la mia mente ha reagito chiudendosi in difesa, rimuovendo o nascondendo gli esatti motivi di questa prospettiva. O almeno, così direbbero i nuovi analisti dell'igiene mentale.
Ma non voglio divagare, ma sappiate che fu per questa mia sfrenata razionalità che, né da ragazzo, né da giovane adulto ebbi il benché minimo straccio di legame affettivo. La solitudine mi apparteneva, e io l'apprezzavo.
Comunque, la mia famiglia si era riunita per me e, verso mezzogiorno, iniziò il rito dei regali.
Ricordo mio nonno - pace all'anima sua - che, malato già da tempo, era vittima di tremori incontrollabili. La malattia gli aveva deformato anche le mani, rendendole contorte e spasmodiche.
Si avvicinò a me, che nel mentre stavo sorseggiando, appollaiato sulla poltrona del salotto davanti al camino, una tazza di Darjeeling.
Sorrise senza dire nulla. Mio nonno non parlava molto, nemmeno prima che la malattia iniziò a governare la sua vita. Lui guardava, osservava, contemplava.
Mi porse, con le mani tremanti, un piccolo tomo rivestito di velluto rosso. Una scritta dorata era stampata sul fronte, riportando il titolo dell'opera: "Le notti di Shipley e altri racconti".
Fui colpito dal minimalismo di quel libro, nonostante fosse simile a mille altri libri che ho potuto leggere nella mia adolescenza.
Mio nonna, vedendomi ammirare il suo regalo, mi disse che, durante una passeggiata domenicale a Notting Hill, lei e mio nonno notarono una bancarella che aveva in vendita numerosi libri e pergamene antiche, gestita da un uomo alto e ossuto. Chiesero consiglio su quale libro fosse più adatto a un ragazzo della mia età e il mercante gli porse il tomo in questione. Disse, stando a quanto mi riferì mia nonna, che il libro conteneva storie da brivido che avrebbero stuzzicato la mia curiosità e la mia fantasia.
Ringraziai i miei cari nonni e sfogliai le prime pagine: era dure e giallastre, segno che il libro era stato stampato da un pezzo. Notai dall'indice che conteneva una decina di storie, o forse poco più, ma non prestai particolare attenzione al contenuto.
Decisi che non avrei letto quel libro: non fraintendetemi, non avevo alcun timore. In quei giorni di fulgida giovinezza il mio unico desiderio era studiare per diventare un importante scienziato. Il lume della ragione era il faro che, già allora, decisi di seguire.
Quando la sera io e i miei genitori tornammo alla nostra routine, posizionai il mio regalo nella libreria del salotto e me ne dimenticai per quasi quarant'anni. Nel frattempo iniziai e finii brillantemente i miei studi ad Oxford, dove mi laureai a pieni voti in Medicina e diventai dottore e ricercatore, decidendo di avviarmi verso una vita di studio e di scoperte in completa solitudine.
Fu ieri notte, in compagnia dell'unica mia compagna di vita, l'insonnia, che mi ricordai del mio antico regalo e, finalmente, decisi di leggere il suo contenuto. In verità lo scelsi poiché convinto che mi avrebbe potuto facilmente conciliare il sonno.
Presi un candelabro, mi infilai le pantofole e scesi al piano inferiore, nel salotto, ormai vuoto dopo la triste dipartita dei miei genitori, avvenuta ormai diciotto anni fa, e lo cercai; in mezzo a tanti libri impolverati, il rosso colore del suo velluto spiccava ancora. Così vistoso, pensai, eppure non mi sono mai ricordato della sua presenza fino ad oggi.
Misi il libro sottobraccio e tornai a coricarmi nelle mie stanze.
Mi sistemai nelle pesanti coperte e, finalmente iniziai a leggere: aprii il libro e lessi velocemente l'indice, decidendo a quale racconto averi lasciato l'onore di portarmi tra le dolci braccia di Morfeo. A una prima lettura, "Le notti di Shipley e altri racconti" non aveva capitoli molto accattivanti, ma un frase in particolare attirò la mia attenzione: era il titolo del sesto capitolo, intitolato "Il sonno eterno". Visto che il mio scopo era quello di vincere la mia insonnia, risi della coincidenza che il fato mi aveva messo d'innanzi, cercai la pagina e iniziai a leggere.
Il racconto narrava di un uomo che, forse vittima di qualche scherzo del destino, soffriva d'insonnia, esattamente come me. Povero diavolo, come ti comprendevo.
Continuai a leggere con sorprendente interesse, fino a quando dovetti fermarmi un momento, non sicuro di quello che avevo appena letto. Tornai indietro di qualche riga e ricominciai con più attenzione la lettura.
"L'uomo" - così vi era scritto - "motivato a vincere l'insonnia, si ricordò di avere un vecchio libro nel salotto e, convinto che quel testo gli avrebbe conciliato il sonno, decise di portarlo con sé nella camera da letto".
Quel racconto sembrava stesse descrivendo ciò che feci io poco prima!
Era strano, ma non fui preso dal panico: d'altronde ero uomo di scienza e, ragionando con lucidità e razionalità, ne trassi che era statisticamente molto probabile che una persona scegliesse quel metodo per addormentarsi.
Il mio cervello si mise in moto e, volendo dimostrare - o forse dimostrarmi - la veridicità delle mie congetture, decisi di continuare la lettura.
"L'uomo si mise a letto e, illuminato dalla fioca luce delle candele, iniziò a leggere il libro con avidità, ammirando l'audace bravura dello scrittore da lui immeritatamente evitato. D'un tratto, dal buio che lo circondava, sentì dei piccoli colpi sulle assi di legno del muro che aveva davanti. All'inizio non gli diede peso, pensando che fosse colpa dei roditori che, nelle fredde notti invernali, cercavano riparo fra gli incavi delle pareti, ma dovette ricredersi quando sentì un lieve sussurro provenire dallo specchio che aveva in camera"
Rabbrividii, lo ammetto, forse perché anche io, come il protagonista della storia, possedevo uno specchio nella mia camera da letto.
Rimasi in silenzio per qualche secondo, trattenendo il respiro: sentii solo il battito del mio cuore aumentare nelle mie orecchie, come dei sordi e decisi colpi di tamburi.
Un battito più forte degli altri mi fece sobbalzare quando, nell'ombra della camera, sentii sussurrare il mio nome.
Pensai fosse suggestione; il cervello umano, secondo alcune eclatanti scoperte di uno stimato collega austriaco, era in grado, se sottoposto a stimoli particolari, di ingannare il corpo, facendogli credere di subire stimoli di natura esterna pur essendo, in realtà, frutto di complicati processi mentali.
Respirai profondamente, cercando di riprendere il controllo della ragione, ma quel sussurro non accennava a smettere; anzi, diventava sempre più forte, pur rimanendo sottile e a tratti impalpabile.
Deglutii e chiesi se c'era qualcuno nella stanza.
Non ci fu nessuna risposta, se non il continuo pronunciare del mio nome.
Il respiro tornò a farsi affannoso e pesante e notai un aumento improvviso della temperatura corporea e della sudorazione.
Non poteva essere vero, era sicuramente suggestione; chiusi il libro e presi il candelabro, illuminando la stanza davanti a me: non c'era nessuno.
I quadri alle pareti, che ritraevano fedelmente i volti dei miei antenati, mi parvero improvvisamente di cattivo gusto. I loro sguardi, nella penombra della notte, sembravano fissarmi incessantemente.
Al centro della parete, sopra la mia scrivania, c'era lo specchio che rifletteva la luce delle candele nella sua parte inferiore.
Mi ricordai del libro e dell'origine del rumore; decisi quindi di farmi coraggio e di andare ad indagare.
Il sussurro era sempre presente, così come erano sempre presenti i miei pensieri sulla suggestione e sulla razionalità.
Mi alzai lentamente, tenendo saldamente il candelabro davanti ai miei occhi, prestando attenzione a qualsiasi eventuale segnale. I miei occhi erano vigili, attenti.
Arrivai dinnanzi allo specchio e, nel vibrare dei riflessi luminosi, mi accorsi che stavo tremando in maniera quasi incontrollata; in quel momento, come un fulmine nella mia mente, mi ricordai di mio nonno e della sua malattia. Pensai al giorno del mio compleanno e al maledetto libro che mi regalò!
Alzai il candelabro verso lo specchio e la luce mi restituì l'immagine del mio volto.
Mi si gelò il sangue nelle vene: ero pallido, madido di sudore e avevo la bocca spalancata in un ghigno distorto di puro terrore! Non riuscivo a ricompormi, sentivo che la mia mente si stava inesorabilmente sgretolando, come se stesse implodendo in sé stessa. Sentii ancora sussurrare il mio nome, sempre più forte, sempre più veloce, fino a diventare un urlo insostenibile nella mia testa!
La tachicardia prese il sopravvento, iniziando a scandire dolorosamente nei miei condotti uditivi l'incessante coro che ripeteva il mio nome!
Mi voltai verso il letto e vidi che era circondato dai miei genitori e dai miei nonni, pallidi come cadaveri, che urlavano senza sosta il mio nome con una cantilena insopportabile, guardandomi con orbite vuote e prive di vita! Il peso dei loro sguardi e delle loro grida s'impossessò della mia ragione e sentii un forte senso di compressione al petto e, credetemi, un urlo mi si bloccò in gola quando mi accorsi che stavano indicando - che Dio abbia pietà di me - il mio corpo esanime, contorto tra le pesanti lenzuola, che stringeva quel libro, quel maledetto libro!


Commenti

pubblicato il domenica 4 marzo 2018
Dylan, ha scritto: La riflessione sul trascorrere del tempo è toccante, mi piace

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