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lavoro pubblicato sabato 3 marzo 2018
ultima lettura lunedì 14 gennaio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L'odore del ginko

di Pyros. Letto 263 volte. Dallo scaffale Viaggi

Era autunno, e gli alberi di ginko fiorivano ingiallendo il paesaggio, lasciando cadere i frutti che, sebbene sgradevoli all’olfatto, davano ad esso un tocco di colore...............

Erano le nove del mattino. Un rumore sordo, e continuo.

Erano le nove del mattino. Il sole filtrava attraverso la tenda. Ancora quel rumore, ad intervalli.

Erano le nove e un minuto. La bocca arsa e la testa dolorante. Un rumore sordo, gli intervalli erano regolari.

Mi alzai e mi trascinai verso la porta, schiacciando una lattina di birra vuota, apro. Era Santi.

– Hei amico! stavo pensando: dovresti davvero ascoltare Mirrored dei Battles. È un buon album. Stavi dormendo?-

– Qualcosa del genere –, feci io.

– Ti dispiace se prendo un sorso di whisky?... Dovremmo andare a fare due passi –.

È un tipo abbastanza attivo quando è in compagnia, e a volte ho provato a non rispondere quando mi chiedeva cose che non avevo voglia di fare, come fare una passeggiata alle nove e tre minuti del mattino, appena sveglio dopo una sbornia colossale. Ma, dopo aver parlato per un altro po’, ritornava sull'argomento.

Camminare con Santi mi dava una sensazione strana. E non solo perché la sera prima avevo alzato il gomito: è stato sempre così. Aveva un passo troppo veloce, lui. Io sono il tipo che quando esce per fare due passi se la prende comoda. Ma non Santi. Tante volte pensi “al diavolo, lo lascio andare avanti”, ma lui ha come una sorta di magnetismo che ti spinge a cercare di tenere il passo. Dopo un po’ di tempo ci si abitua. Io mi ero abituato, e ormai sapevo che quando camminavo con lui avrei dovuto tenere il passo.

Finimmo a passeggiare nel parco Inokashira, vicino al dormitorio. Per vicino si intende trenta minuti a piedi: trenta minuti col passo di Santiago.

Ci sedemmo su una panchina a parlare per un po’ e, mentre parlavamo di cose poco rilevanti, pensavo che passare del tempo con lui quando il sole è già calato mi faceva sentire molto più a mio agio. Non è facile da spiegare, ma la sua compagnia non è una cosa da prendere alla leggera; bisogna sempre essere pronti a tenere il passo. Perché tenere il passo con Santi non è mai facile, e non solo quando cammina. Comunque, la cosa mi riusciva molto più semplice di sera, con un po’ di musica e con qualcosa da bere che mi permettesse di rilassarmi un po’, oppure nell'atmosfera accogliente di un Izakaya economico, dove vanno gli studenti o i salary man ad ubriacarsi dopo il lavoro.

Erano belle le notti passate a mangiare, bere e parlare di cosa ci piace o cosa ci sarebbe piaciuto fare. È così che abbiamo organizzato la maggior parte delle cose rilevanti che abbiamo fatto insieme: bevendo. Proprio in questo modo, ad esempio, decidemmo che saremmo andati in Cambogia, e non era l'alcol a parlare. Ci andammo sul serio. Poi, quando era buio da parecchie ore, lui se ne tornava nel suo buco, e io rimanevo lì nel mio, a rimuginare.

Quel giorno, con la testa dolorante e i sensi intorpiditi, non ero riuscito a dire di no a Santi, ma decisi di essere sincero e dirgli che avevo solo voglia di riposare, così mi incamminai verso casa. Con l’autobus. Quando scesi alla mia fermata era all’incirca l’ora di pranzo, ma non avevo fame. Mi fermai in un conventient store e comprai un onigiri nel caso la nausea mi avesse abbandonato più in là, e mi incamminai verso il dormitorio. Era autunno, e gli alberi di ginko fiorivano ingiallendo il paesaggio, lasciando cadere i frutti che, sebbene sgradevoli all’olfatto, davano ad esso un tocco di colore. Sempre più innamorato di questo paese, e malinconico per la lontananza dal mio, camminavo tra il rumore delle macchine che passano per lo stradone principale, e arrivai di fronte al portone del mio palazzo. Il dormitorio era pieno zeppo di questi alberi, e il terreno era diventato una distesa gialla di foglie e frutti, dalla quale si innalzavano i bassi e grigi palazzi della struttura. Presi una lattina di succo di frutta dal distributore automatico e mi sedetti sulle scalette all’ingresso a mangiare l’onigiri. Quando mi sento così malinconico mi viene voglia di stare da solo, ma la presenza di questa città è così ingombrante che non la si può ignorare. Tutto d’un tratto mi era venuta voglia di chiamare qualche amico e passare la serata a Kichijoji, magari in sala giochi o semplicemente a mangiare qualcosa per cena vicino alla stazione. Però finito l’onigiri me ne salii nella mia stanza pensando che fosse un fuoco di paglia, e avrei probabilmente oziato fino all’ora di dormire.

Dalla finestra della mia stanza ancora quel panorama giallo, con il campo da tennis trascurato, ricoperto di foglie, la cupa luce autunnale e il grigio dei palazzi. La domenica è proprio fatta per starsene a letto.

...

Un giorno Santiago mi parlò di suicidio. Rimasi scioccato dal fatto che un ragazzo così giovane potesse aver già pensato ad una cosa così grande, forte e spaventosa come quella di togliersi la vita. Poi, elaborato lo stupore, ho iniziato a pensare più razionalmente, e in maniera distaccata dall’affetto che mi legava a Santi. Le persone si sono sempre tolte la vita. È sempre stato così. Si toglievano la vita cinquanta, sessanta, settant'anni fa, anche prima, e a renderle disperate è la mancanza di attenzione. Attenzione agli eventi quotidiani che ci circondano, attenzione al sorriso di un passante mai incontrato prima, attenzione alla cortesia di un commesso costretto a ripetere le stesse frasi dalla mattina alla sera, attenzione ai propri cari. Anche a loro. Perché da un momento all’altro potrebbero decidere di andarsene, e quando succede rimaniamo sempre li a chiederci il perché. E non intendo andarsene scegliendo la via che Santiago mi aveva confessato di aver preso in considerazione. Anche semplicemente allontanarsi camminando in una direzione opposta alla nostra, verso altre vite, alla ricerca di attenzioni che qui non c’erano. E noi lì, a chiederci perché; senza realizzare che, chi se ne va, qualche messaggio ce lo lascia sempre. A volte addirittura inconsciamente, come se qualcosa dentro di lui stesse cercando con tutte le forze di dirci quello che egli non osava confessare. Poi ho pensato ai messaggi che forse Santi aveva provato a mandarmi, ma non me ne venivano in mente. Tutto sommato, lui è uno che dei suoi problemi ne parla apertamente. Voglio dire: chi è che a 23 anni, ad una manciata di mesi dal vostro primo incontro, ti confessa di aver provato a farla finita? E poi con tanta naturalezza da farti pensare “Hei, ma di che ti stupisci? È normale che nel mondo ci sia qualcuno che possa aver pensato di averne abbastanza con la vita da queste parti”.



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