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Scaffali


lavoro pubblicato venerdì 2 marzo 2018
ultima lettura venerdì 15 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

CONIUGATIO MEDIOEVALE

di Rosnikant. Letto 690 volte. Dallo scaffale Eros

Si scuote l’anta del portone sull’accesso posteriore al refettorio, le finestre sono intorbidate dall’interno, fuori l’aria ta...


Si scuote l’anta del portone sull’accesso posteriore al refettorio, le finestre sono intorbidate dall’interno, fuori l’aria tagliente non lascia scampo nemmeno al respiro del passero. Un carico di legna solida toccata dal gelo viene scaricata da un carro bestiame davanti alla taverna del borgomastro, il mulo sbuffa attraverso le narici dilatate come un dragone dall’anima dannata, quasi percepisse che ancora pesi e macinature di strade e fitte di spine ghiacciate negli zoccoli e poca biada lo aspettano. I monascalzi accorrono a dare una mano, sembrano formiche che escono dalla terra e, subito, si rintanano con il loro piccolo meritato guadagno. Il fuoco del grande alimentatore non deve spegnersi altrimenti è davvero finita. Il calorigeno è situato nella madua di accesso all’ambulacro che precede il refettorio. La fornace è allustrata da piloni laterali in calcare con arzigogoli di melliflui angioletti con le gote abbuffate, intenti a soffiare: da esso diramano le fiammelle per le zone sovrastanti allorché i monacensi possono trarre scaldamento de lo corpore durante la notte, da esso si alimentano i carboncelli per le fornaci della magnatoria, da esso si accendono i ceri benedicenti per le funzioni canoniche. Belloino ha raggiunto l’apice del tortiglione mentre Malchiuvadio è ancora là che annaspa almeno due gironi più in basso: lo scrittorio è ampio e luminoso, dotato di un grosso abbaino da cui entra la luce, riparato da una specie di veculo tralucente che i mastri fornaciari hanno estratto dalla sabbia vasuviana. Decine e decini di scrannuli sono allineati da est a ovest dell’androne, addossati alle pareti gli scaffali pullulano di volumi dalle fattezze più disparate. I monaci sono tutti celati sul piegatorio a mancischiare e arrotolare, intingendo inchiostro di vegeto su pergamena spuliva, qualcuno rumina frasi senza senso, qualcun altro ronfa di brutto infastidendo i laterali, altri osservano il silenzio morigerante e muovono lenta la mano sopra i larghi fogli. Finalmente Malchiuvadio tocca la spianatoia e si arresta per recuperare il fiato, un fascio di calore lo avvolge, l’astro ha appena trovato un varco che infilza la coltre nuvolosa.

- Belloino, dove sei? Non ti vedo!

Il monascalzo muto fa ampi cenni con le braccia per farsi notare dal maestro.

- Bonagite magistre Malchiuvadio, bonagite, la jurnatura bona est per maditare lettere et allineare nummera!


Il vate Targus è il più scaltro dei monaci bargensi, quello più solerte alla scriptura, conosce a menadito tutte le file delle scaffalature e, riesce a trovare in pochissimo tempo qualsiasi testo di fillosolofia, di mattesmattica, di litteramuneratura, di psicostemantica, dell’arcadiatempulaaristoplatonica e, se ci si mette, persino le miriadi di sottospecie della scontramantalogica.

- Bonagite a vuje, vate Targus, odie est melio guatare oltre lo pensiero logico! Bisogna ammaditare la cannula spensierata, otrimenti rischiamo di addivenire a futuri spenti e sine speranza! Bono svrivenda et bona preganda, vate Targus!

Belloino è già arrivato sul suo desco, quello disposto giusto dietro lo magistro. Lavora sullo stesso titolo da tanti di quei giorni che ne ha perso il conto: il suo compito è quello di arricopiare forme mascule et femminule sul trattato di anatomantropia. Lui è abilissimo col lapis, acclara le linee de li muscoli partendo dalla testa, tira l’onda delle spalle ansino alle braccia, modellando lo torso fino alle gambule e giùggiù ai peduli. Pur non avendo mai visto le nudità dell’opposto sesso, le conosce meglio di altri monallustri poiché il vate Targus gli ha affidato quel testo siriano in via di sfacelo che descrive ogni minuzia del corpo femmineo. Passa il dito sopra la tracciatura del carbonchio per aggiustare la curvatura delle ancule e assorbire le rotonde sporgenze dei seni. Non trascura lo minimo dettaglio. Ora sta ricalcando il ventre de la femmina e la via d’accesso all’organo de la riproduzione. Ne cura la sottile peluria con massima diligenzia, giusto quel tanto che lascia appetitosa e rosea la parte dell’accesso centrale, dove si apre lo pertugio. Corpo affustoloso, longilineo but rotundo del quarto tipo della classificazione di De Joannes. Nel bozzetto la femmina presenta le gambe aperte in medio: ella appare talmente reale che sembra dislocarsi ad ogni aggiustatura della scancellapane. Ecco, ora, il monte de venere è gonfio sufficientemente, la postura inarca l’apritura delle natiche, mostrando, tra le labbra superiori e quelle infime, il mantice bagnato de la vulva et sotto lo secondo pernicioso pertugio. Il testo arabo acclara che qualunque femmina adulta anela a quella contrapposta protuberanza verguta de lo masculo che completa l’incastro inevitabile della specula e soddisfa, transeundo, l’esigenza interiore de la sua natura. La mano libera del monascalzo andiriviene veloce sotto la tonaca gonfia, con un gesto sempre più cadenzato, senza sprecare un istante di concentrazione. Lo si lascia fare, i monascribuli anziani buttano l’occhio mimando il gesto. Molti sghignano. Beata sfrontatezza della giovinitade! Dopo la pregunta del vespertino, il peccatore andrà a rimettere lo peccato de la sua infimalussuria al frate confessore. In questo loco si perdura a stento e s’adda tollerare sine esasperazione, altrimenti la fede rischia ditramutarsi in follia e la follia è la fine di tutte le cose. L’opera del cello Belloino è fondamentale per la scienza medicamentaria ed egli è il protetto di Malchiuvaldo, anche se, adesso, nel viso, gli si legge solamente la voluttà masculatoria di addivenire ad una violenta penetrazione dell’orifizio femminale. Finalmente lo schizzo contratto del membro sotto la tonaca decreta il compimento de l’atto impuro con un sonoro spostamento del desco in avanti che, nel contempo, cela il rumore grauco del godimento strozzatoglisi in gola. Incurante di ciò che sta accadendo Malchiuvadio continua la lettura chino sopra un testo di filantropologia. I risolini cessano all’arrivo del venerando De Rubertis. Il silenzio si riappropria dello spazio mentre il lavoro riprende pacato. Del resto nel monastero succedono cose ben più gravi che niuno osa rappresentare agli stati maggiori della sequela, ma che le tenebre del loco, nella loro incolpevole cecità, conoscono molto bene.

Minicuccia è femmina sposata, ha dato alla luce tre figli certi e tre incerti, lo marito suo è faticatore e spensierato, conosce le voglie matte della mogliera ma chiude gli occhi e apre lo core, tanto sempre a la maggione adda tornare per faticare e abbadare alla vita sua e a quella de li figlioli. Anzi per grazia delle sue attitudini è parca di roba e donatarìe: spesso se ne torna a casa, allegra, con la sacchetta colma di mangiatorie. Granaglia, inseminature di minestre, caciocaciotte, cipollotti, strette d’agli, tocchi di cinghiale, leprotti e selvaggina. Talvolta, e allora è festa grossa, porta anche legumi saporosi per la zuppa provenienti da paesi lontani, chiama essi cicercule e lenticole. Grossa parte de lo tempore essa se ne sale su lo monte: quella diavola di Minicuccia conosce le mulattiere a menadito, passa sotto la valle de la Mutria con estrema riverenzia senza mai fermare lo passo tranne si adda da racimolare fronne medicamentose. Pare che, in certe caforchie, tra rocchie e murecine, alloggino orripili criature, essa ne ha vedute spesso ma tiene lo instrumento adatto per tenerle a bada. Attraversa tutta la silva notte tempo, per giungere all’alba al Monasterio. Qui resta alcuni giorni al servigio dei monacensi prima di ritornare a valle, tutti al claustro la conoscono, esercita sotto la protezione massima del venerando De Rubertis al quale reca personalmente i suoi servigi. Stavolta, però, all’atto del commiato, ha ricevuto uno strano incarico dal venerevole, quello di condurre al claustro una femmina fresca sposata che ancora non ha dato alla luce progliolanza ma che, comunque, non sia di prima notte, una donnula che, insomma, ci saccia fare con la verga ancor che non sia stata abusata dappertutto. Insomma una femmina sana per reggere le fatiche di una settimana tra venerandi, monallustri e abbatisanti. E non è finita qua, il venerando ha chiesto pure che insieme alla maritata addivenisse al monasterio anco una paesavola vergine da usare per la cerimonia ospitale: pare sia in arrivo una delegazione dell’Ordo Esquilonia e l’occasione è di quelle importanti. Menicuccia c’è passata, anni addietro, per le pratiche di quei porci. Oh, se solo le torna il pensiero… non voglia lo si sappia, il marito la ricuserebbe all’istante, perché per quanto abbia tentato inizialmente di ritrarsi poi c’è stata eccome se c’è stata. Nottate di finti dolori e di sicuri piaceri in cui la femmina sacrificale dapprima subdice diventa indice e trae cotanto sucamento et libidine che viene possessa con mille e mille orgasmatoria continuata. Solo a pensarci ora, mentre procede veloce sulla via della scesa di costa, le si sta bagnando tutta sotto, le sta salendo una voglia che si farebbe montare dal primo che passa basta che sia masculo e ben dotato. Sacrobbove che pensieri! Adda resistere, tiene da affrettare il passo per giungere a mezzodie alle prime case del paese, per convincere la commara e trovare la verginotta. Poi, a notte fonda, si sfogherà col marito, forse col compare, meglio sarrìa con tutti e duje. Il compare Zancòla lo ha conosciuto anni addietro che era uno stracciafacente, gli ha succiato l’ugello nella stalla mentre mungeva la vacca e poi lui se l’è fatta davanti e di dietro sopra la pagliarola. Ora pare si sia sistemato, ha sposato Ntunzia, una figliola morigerata tutta dedita alle faccende del maritino. Quando si sono parlate Ntunzia le ha confidato che il marito nel giaciglio è una furia, le sale sopra con il membro eretto enorme, la penetra velocemente che pare nu paradiso ma dopo duo o tre colpi è già finito tutto ed essa se ne resta con la vulva bagnata sotto le coltri senza alcun risultato di godimento, fantasticando stantuffi impenitenti da annebbiarsi il cervello. Menicuccia le ha consigliato di aspettare che il marito ronfi sul lato, quindi di alzarsi, di recarsi in cucina, prendere una grossa cucozza allisciata, intingerla in olio e calendula e finire quello che doveva essere finito, che non è di certo peccato. Se l’abbia fatto o meno sono affari suoi, ha pensato Menicuccia. “Si faccia fottere da chi le pare, la commare! Ma ora la bella m’adda aiutare. Ci sono laute ricompense a cui non si può e non s’adda rinunciare! Deve addivenire meco al monasterio e m’adda pure trovare una paesavola acconniscente.”

Un paio di giorni dopo, tre donne, una baldanzosa e le altre due timorose, attraversano la cinta del claustro ed entrano nel sottopasso che si apre sul fronte dell’edificio: quantunque le lucellole siano affiammate a distanza regolare, il buio intorno resta predominante e le lunghe ombre arrossate incutono terrore. Hanno ricevuto precise istruzioni al portone di varco: Minicuccia insieme a Ntunzia addano arrecarsi alla loggiatura de ri municastri, la scala più attempata della loggia. Per giungervi debbono proseguire lungo il sottopasso sino alla sala delle segrete da cui si accede al posto più inviso del monasterio, la cosiddetta stanza della confessura. L’altra, la paesavola nomata Parzella, dal secondo adito adda continuare solitaria e prendere la salitora che porta insù alla torre. Lì l’aspettano i monascalzi che, dopo averla denudata completamente e averle fatto indossare la tonaca della penitura, l’incappucciano e, la coricano sulle spalle, quindi la recano in loculo secretissimo al cospetto dell’Orda Esquilonia affinché possa darsi inizio alla irrituale cerimonia.

La stanza della confessura è quadrata, enorme, allampata da fiammelle in ogni dove. Allo sbocco dallo stretto budello, gli sguardi delle donne sono catalizzati dagli affreschi dipinti sulle pareti. Trattasi di figurazioni di scene strapilianti: mostri marini, enormi uccelli dalle ali senza piume, scimmie urlanti con sei zampe, leoni che inseguono e azzannano giraffe sanza collo e dragoni dalle teste umane che sputano fiamme di stelle per la volta. Un grosso astro risplende allo zenit, mentre l’occhio onniveggente del sole scruta lo monno di sotto. La porta si serra quasi per incantazione. Un grosso serramanico cala dall’alto ad incrociamento delle ante.

- Ohi sacra miseria, e mo’ che succede?

Grida Ntuccia mentre le luci si assottigliano fino a lasciare una lieve parvenza di lustro che non impedisce però la visuale delle cose.

- Non adda temere, assinnò sarrìa peggio! Statte bbona, commara meja!

La rassicura Minicuccia mentre decine di munacastri appaiaono da dintro le mura come fuoruscenti dalle rappresentazioni rappresentate. Sono tutti incappucciati ma niuno tene la tonaca: ognuno face bella mostra del suo membro turzoluto. Tutti ce l’hanno addrizzato e lucido, pronto all’uso.

- Menicù ma mo che succede? Questi ommini ci fanno la festa?

- Statte zitta commara… lascia fare a loro!

Sul podio in fondo, assiso su uno scranno regale, se ne sta seduto lo venerando mentre un altro monallustro intonacato si agita intorno a lo foco.

- Ecco cerusico… le due femmine che mi avevi chiesto. La più giovine è quella da usare per lo spirimento, l’altra è la porcella da fottere!

- Bone, bone… veneravolo… spogliate la più giovine e facitela legare a lo muro con le braccia e le cosse aperte intra medio, cosicch’io possa controllare sue spasmodìe et sue produzioni umorali et verificarne le contrazioni corporali et le modificazioni de lo spirito. Lo spirimento adda addimostrare se la femina riesce o meno, sine alicunio adiuvazio esterno, ad addivenire a lo godimento solamente tramite l’osservazione de li godimenti di otera femmina possessa da tanti ommini. M’arraccumanno sia della maxima importanzia, per la bona resultazio de lo spirimento, che niuno dei presenti abbia a sfiorare la femmina legata! Essa adda solo assistere e guatare tutto ciò che viene fatto alla commara.

- Ebbene sia! Così venga fatto! Procedete pure.



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