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lavoro pubblicato giovedì 1 marzo 2018
ultima lettura mercoledì 13 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La vita che mi hai rubato

di Lauretta88. Letto 194 volte. Dallo scaffale Storia

Ho fatto un sogno: percorrevo un sentiero a bordo di una macchina, in compagnia di volti sconosciuti; era un sentiero immerso dagli alberi e da una fitta vegetazione. Sentivo di averlo già visto. Non ero alla guida.....

La vita che mi hai rubato

Ho fatto un sogno: percorrevo un sentiero a bordo di una macchina, in compagnia di volti sconosciuti; era un sentiero immerso dagli alberi e da una fitta vegetazione. Sentivo di averlo già visto. Non ero alla guida del veicolo, e ciò mi permetteva di prestare pienamente attenzione al paesaggio che mi circondava. Mano a mano che la macchina avanzava lungo la strada, si presentava ai miei occhi qualcosa di incredibile. Alla mia destra una schiera di animali di ogni tipo, così tanti ma così tanti che pur fosse grande lo spazio che avevano a disposizione per vivere, stavano strettissimi, addossati l'un l'altro. Si poteva trapelare dai loro sguardi persi nel vuoto, un velo di tristezza e di rassegnazione, mentre dentro me cresceva un senso di impotenza, consapevole di non poter fare niente per aiutarli; non sapevo neanche dove fossi. La macchina proseguiva il cammino moderando la sua velocità e lo scenario non cambiò fino a quando non voltai lo sguardo alla mia sinistra e vidi una schiera di persone in piedi che ripetevano di continuo dei movimenti con le braccia e con le gambe, in maniera quasi robotica, come non potessero decidere di fare diversamente. Il loro sguardo era lo stesso degli animali che avevo visto poco prima: perso nel vuoto, indifferente, irraggiungibile. Alcune di quelle persone le avevo già viste, erano pazienti psichiatrici che avevo incontrato durante i miei anni di lavoro presso alcune comunità terapeutiche. In quel momento chissà come, mi accorsi che non era loro che stavo guardando ma la mia paura riflessa nei loro occhi: la paura di non potergli stare vicino come avrei voluto, che nulla potesse essere sufficiente ad aiutarli a sconfiggere il loro dolore, la paura di attraversare il loro sentiero senza fare alcun rumore e di non poterli mai condurre alla vita che gli è stata rubata. Questa forte paura mista ad angoscia mi assillavano ogni secondo di più e non potevo fermarle. Non mi era concesso nemmeno di scendere dal veicolo ma solo di guardare, guardare e basta, nient'altro. Solo guardare e soffrire. Mi chiamo Laura, sono un'educatrice e ho il desiderio di raccontarvi delle storie che hanno lasciato orme indelebili nella mia vita: storie di persone come noi che tutt’al più soffrono di un male che si chiama ''malattia mentale'' badate bene e non ''pazzia''. La malattia mentale invade tutto quello che siamo, corpo e cervello, entra in contatto con le parti più intime e inconsce di noi; parte dai geni, si fa supportare da una labile struttura bio-psichica, e si rafforza in un contesto sociale disfunzionale. A volte vince, a volte perde, e a volte semplicemente resta silente. Ma una cosa è certa: quando si insinua dentro di noi, diventa una ladra del nostro tempo, del nostro spazio, della nostra vita. Ciò che accomuna tutte le malattie mentali o quasi tutte, è la perdita parziale o totale di relazione con l'altro e/o una relazione disfunzionale. Entrambi eventi sono una conseguenza o una causa della malattia mentale o ancora, aiutano l'insorgenza di questa. Uno dei punti fermi del percorso di guarigione di un malato mentale è la riacquisizione di fiducia verso la parola ''relazione'' in ogni suo più insito aspetto poichè per questi soggetti ha assunto una valenza di sofferenza, paura, e disagio. Relazione e fiducia viaggiano nello stesso treno ma spesso in binari differenti, perchè non tutte le relazioni in cui le persone investono tempo ed energie sono state o sono degne della fiducia data, e per un paziente psichiatrico la cui vita ha volti sempre incerti, e il cui equilibrio psichico è appeso a un filo sottile, concedere fiducia è un’ operazione che comporta più rischi di quelli a cui va incontro una persona maggiormente sana.
Dentro una prigione
P. era un uomo di 56 anni, brizzolato e con lo sguardo rivolto sempre verso il basso. Compariva di tanto in tanto un sorriso smorzato e un leggero luccichio nei suoi occhi quando qualcosa lo divertiva veramente. Non mi accorsi del colore dei suoi occhi finchè non gli chiesi come aveva conosciuto sua moglie. Fu allora che alleggerì la tensione dei muscoli, sgranchì le dita della sua mano destra e posò lo sguardo su di me. I suoi occhi erano verdi come diamanti e carichi di mille notti insonni. Con un timido imbarazzo che copriva il suo volto, aspettò di potersi fidare del tono con il quale avevo pronunciato quella semplice domanda. Non gli misi fretta e soprattutto non gli diedi l’idea di impaziente attesa; voltai lo sguardo verso il calendario che avevo appeso quella mattina sul muro della mia stanza. Allora P. seguii il mio sguardo attento, e dopo una manciata di secondi, con voce flebile, mi rispose:’’ In gita scolastica, a Praga. Eravamo compagni di scuola. Il destino! Lui ci ha fatto incontrare’’. Gli risposi con un sorriso e lo lasciai proseguire. Il suo corpo voleva parlarmi. ‘’Mi accorsi dal suo profumo che era quella giusta. Mi rimase impresso tutta la notte, fino al mattino seguente. Sapevo che non avrei potuto più farne a meno ’’. Quando P. parlava del suo passato, dell’amore per sua moglie e della loro vita insieme, appariva uguale all’uomo che era stato per 45 anni. Si riusciva a emozionare e riusciva persino a emozionare me e a muovere nella mia testa i ricordi del mio passato. Si alzò di scatto dalla sedia, quella sedia su cui si era seduto cosi faticosamente, con una velocità disarmante. Abbassò nuovamente il capo e uscii dalla stanza a passi lenti e ogni passo lasciava dietro di sé un velo intriso di tristezza. La storia di P. era una storia molto particolare. Figlio unico di genitori divorziati quando aveva solo 4 anni, si era fatto carico in maniera eccessiva dell'instabile situazione familiare. La madre dopo la separazione non era stata più in grado di affrontare gli stress della vita sociale e preda di forti attacchi d'ansia, era vissuta facendo puntualmente riferimento al figlio. Fu così che P. crebbe con un forte senso di responsabilità, cercando in tutti i modi di incarnare al meglio il ruolo che si era prefissato nella mente: da adolescente saggio a marito assennato. Era facile notare in P. un comportamento remissivo: accondiscendente nella maggior parte delle situazioni, e disposto a far valere le esigenze degli altri sopra le sue. Non esternava quasi mai le sue idee se non quando lo riteneva necessario. Dopo la separazione dalla moglie niente per lui fu più lo stesso. Quell’uomo eccessivamente buono e giusto era stato travolto da una tempesta e non riusciva a uscirne. La moglie si era rifatta una vita molto in fretta, mentre il tempo di P. era rimasto fermo ai ricordi del passato che lo ritraevano ancora insieme a lei; unici ricordi di cui lui continuava a circondarsi. Quando penso alla storia di P. penso che una relazione dev'essere vista in un quadro ben più ampio di quello della semplice unione tra persone che si concedono l'una all'altra. Esistono casi in cui a una relazione si affida tutto: le aspettative personali, le mancanze del nostro passato, e il proprio schema di vita futuro. E uno schema, se disatteso, può generare profonda ansia e frustrazione. Io credo che bisogni allenare la mente a eliminare ogni tipo di schema mentale rigido formatosi nel tempo e di autoidentificazione con un ruolo ben definito, come quello di marito, di padre, di madre, di moglie, di lavoratore, ecc.. Tante volte mi capita di sentire definizioni di quel male chiamato depressione: ciò che penso io è che la depressione ha tante sfaccettature e veste maschere sempre diverse. Per questo motivo spesso sentiamo di persone depresse che davano l'idea a chi avevano intorno di stare benissimo, di condurre la vita che avevano sempre condotto. Io lo definisco un male silenzioso, che compie passi piccoli e pesanti. Purtroppo spesso la pesantezza dei suoi passi viene sottovalutata e non viene ascoltata, cosi cresce sempre di più, fino a che non esplode. Se parliamo di depressione non parliamo di tristezza com'è luogo comune pensare, ma di vuoto interiore; dell'incapacità a provare qualcosa. Quando un avvenimento spiacevole ci colpisce in prima persona e la nostra struttura psichica è fragile, ciò a cui ci si era aggrappati svanisce, il significato di cui avevamo caricato diversi elementi di vita va perdendosi o trasformandosi in qualcos'altro di sconosciuto, spesso difficile da gestire. Capita allora che la nostra mente piuttosto che accettare situazioni che non riesce a controllare si rifugi in un sentiero buio e smetta di attivarsi agli stimoli ambientali perchè causa di paura e sofferenza. Il vuoto rimane allora l'unica scelta sicura. Una mente che non si attiva più è come un pc che ha la batteria scarica e mano a mano rallenta la velocità delle sue funzioni finendo poi per spegnersi.
Un male da nascondere
G. era una donna sulla quarantina, capelli e occhi castani, statura bassa e leggermente in sovrappeso. Segni particolari: strabismo dell’occhio destro. Diagnosi al momento del ricovero in comunità: depressione maggiore con innesto di psicosi delirante. Deliri maggiormente riscontrabili all'arrivo della paziente in comunità quelli di colpa e di rovina, e in misura leggermente minore quelli di persecuzione. Nelle prime settimane di conoscenza con G. affiorarono questi ultimi. Si sentiva costantemente osservata, giudicata e calunniata e non erano rari le crisi di rabbia verso gli operatori. In seguito aumentò la nostra confidenza e di conseguenza la fiducia terapeutica che ella poneva in me e tali deliri si affievolirono, lasciando il posto a quelli di colpa, forse i più potenti, e a una perseverante sindrome di abbandono, rivolta al figlio adolescente e alle due sorelle. Una mattina trovai G. seduta nella sala ricreativa a gambe unite, con lo sguardo perso, rivolto in basso. Indossava gli stessi abiti del giorno precedente: un pantalone nero di almeno due taglie più grandi della sua e un maglioncino verde di lanetta leggera, chiaramente sciupato dal tempo. La scarsa igiene le aveva provocato un'evidente forfora in quei corti capelli a caschetto, e un cattivo odore corporeo ormai cronico. Sempre più spesso praticava il rito di coprirsi la bocca con la mano destra. Unico pensiero della donna sembrava essere il figlio e il desiderio incrollabile di tornare a casa per prendersi cura di lui. G. era una donna vedova ma non sapeva della morte del marito; credeva di essere stata tradita e abbandonata e di lui non parlava mai. All'interno della comunità terapeutica dove lavoravo e dove era ricoverata da un paio di mesi, notai che si rapportava alla figura maschile in maniera particolare provando per essa sottomissione. Riuscii a stringere un forte legame con un paziente ipocondriaco, con il quale ebbe una relazione temporanea. Un pomeriggio capii che G. si sentiva pronta a raccontarmi del suo passato: mi strinse la mano e mi guardò con gli occhi lucidi, comunicandomi senza alcun pudore e priva di barriere emotive, che aveva bisogno di me. In silenzio mi sedetti e l'ascoltai. Cominciammo a parlare dei suoi genitori. Descrisse il padre come un uomo estremamente severo e la madre come una donna buona e molto umile. Le chiesi della sua adolescenza e mi accorsi subito che l'esperienza di cui aveva maggiore difficoltà a parlare erano gli anni passati in un collegio di suore dall'età di 14 anni. Quando le domandai come mai i suoi genitori l'avessero mandata in collegio, seppe solo rispondermi che l'avevano dovuto fare per via della sua età quasi come dovesse essere una tappa obbligata nel suo percorso di crescita. Leggere lacrime le avvolsero il viso ma volle continuare il racconto. Gli unici momenti belli che si ricordava di quei giorni in collegio erano i fine settimana perché poteva fare rientro a casa e vedere i suoi familiari. Dentro il collegio non era riuscita a farsi veri amici poiché si sentiva spesso sotto giudizio e vittima di isolamento. Quando le chiesi del marito si ricompose subito e la tristezza del suo viso lasciò il posto a una dura freddezza. Mi fissò in silenzio per moltissimi secondi prima di riprendere la chiacchierata. Mi raccontò di averlo conosciuto quando era ancora molto giovane e di averlo "perso" per colpa della sua malattia che la costrinse ad andare via di casa. Decise per quel giorno di non tornare più sull'argomento, si sistemò un ciuffo di capelli ribelli dietro l'orecchio e mi concedette un breve sorriso prima di alzarsi e andare via. Il caso di questa donna è un caso dove emerge un nuovo concetto, quello di delirio. C'è una definizione di delirio che mi affascina più di altre. Essa inquadra il delirio in un contesto più ampio del semplice allontanamento dal pensiero condiviso; giudica il delirio come espressione della fine dei rapporti tra l'Io e il mondo: un mondo pieno di intollerabili frustrazioni. Nella mente del soggetto avviene una destrutturazione della realtà che egli conosceva. Una realtà che si disgrega fino ad annullarsi completamente. Questo processo a mio avviso può essere paragonato a un evento catastrofico come la violenta scossa di terremoto, che causa un movimento rilevante del terreno, spostando di posizione o distruggendo le strutture poste su di esso. E' un pò quello che succede nella mente del soggetto delirante, dove le idee, le convinzioni e quindi gli equilibri si spostano o addirittura si perdono. Allora ecco che il delirio diventa l'unica forma di salvezza, perché permette alla mente di questi soggetti di rinascere in una forma nuova, malata, lontana da tutti e isolata dal mondo stesso. Elementi centrali di molti deliri sono infatti l'isolamento, la distanza, e la solitudine. La persona che soffre di psicosi delirante si aggrappa a nuove convinzioni, come farebbe lo scalatore di una montagna in caduta libera, aggrappandosi a un'escrescenza seppur fragile, piuttosto che cadere nel vuoto.
Giornate variabili
Immaginate per un attimo una mattina di settembre in cui il sole splende in alto e la temperatura è molto calda; le foglie degli alberi sono ferme e respirate un'estrema calma. Immaginate adesso che il sole scompaia tra le nuvole e che incombi una tempesta di vento, seguita nel pomeriggio da un lieve abbassamento della temperatura. La sera la tempesta di vento lascerà il posto a un clima rigido e a un violento acquazzone. A fine giornata non potrete stabilire il clima che ha predominato, ma solo di provare un fastidioso mix di sensazioni. Questa metafora calza a pennello se vogliamo parlare del disturbo di personalità borderline. Queste persone lottano contro la loro variabilità d'umore costante, per via della loro instabilità emotiva e una perenne frustrazione per il succedersi di eventi di vita che non possono controllare e gestire nella loro totalità. Quando incontri un soggetto con disturbo di personalità borderline, la prima cosa che devi tenere a mente è che la natura dei suoi gesti e delle sue parole è sempre intrisa di malizia: hanno uno scopo molto chiaro nella loro mente, e il loro interesse primario è raggiungerlo. Costruiscono legami con persone a cui di volta in volta attribuiscono la capacità di portare loro benefici, se non nell'immediato, in una vicinissima prospettiva futura, ed è probabile che il beneficio più grande per loro sia proprio quello di compensare il vuoto che provano per l'incapacità di fidarsi del mondo esterno, di essere traditi o abbandonati. Un'incapacità che non accettano e che li spinge a dover dimostrare a tutti e specialmente a loro stessi di essere persone socialmente attive, se non quanto gli altri, anche di più. Amano infatti contrarre più relazioni contemporaneamente e renderle plateali; Da qua i continui gesti di affettuosità: abbracci, baci, carezze, ecc. Stabilire più rapporti, serve loro anche a ripararsi dalla sofferenza del fallimento di uno di essi, perchè in tal modo, nella loro visione mentale, possono appoggiarsi immediatamente a quello creato con un'altra persona. In realtà la paura della sofferenza diventa per loro sofferenza stessa, perchè non addentrandosi davvero in nessun territorio, non lo conoscono mai oltre la superficie e ne hanno costantemente paura: rimangono infatti guardinghi e alla minima delusione rimettono tutto il rapporto in discussione, arrivando persino a negarlo. I rapporti maggiormente disfunzionali di solito sono quelli sentimentali perchè vi investono di più e diventano il fulcro delle loro giornate, una sorta di ancora a cui aggrapparsi, o meglio ancora di salvagente in un mare dove non riuscirebbero ad appoggiare i piedi. Giocare al ruolo di vittima per loro è fondamentale perchè in questo modo ritengono di manipolare la persona con la quale stanno stabilendo una relazione, andando a colpire la sua emotività. Sono consuete infatti crisi di pianto, anche per motivi molto banali. E' chiaro che non accettano di buon grado la perdita di interesse e attenzione nei loro confronti e non ammettono di perderne il controllo. Altresì il “grande affetto” si potrebbe trasformare in “odio profondo” e la frustrazione provata, in attacchi d'ira ed escogitazioni di piani di vendetta. Quando soffrono per il cambiamento di alcune dinamiche in una loro relazione, o per un abbandono subito, che non avevano messo in conto, spesso riversano la loro frustrazione su altro, la ''spostano'' attuando proprio un meccanismo di difesa chiamato spostamento, e sono continue, richieste di qualunque genere, che devono essere di volta in volta soddisfatte per diminuire in loro il senso di frustrazione. E allora che mi viene in mente V., una donna di 40 anni che era cresciuta solo con la madre fino a 24. Era stata vittima di abusi fin dall'età di quattro anni da parte del padre che scontava i suoi anni in galera per molteplici reati. V. era un turbinio di emozioni vivente, e cercava di trascinare chi gli stava accanto nel suo vortice. Le sue relazioni amorose erano fallite tutte, perché si era circondata sempre di uomini dal comportamento violento che in parte avevano cercato di sfruttarla. D'altro canto non riusciva ad accettare l'idea di restare da sola, di non avere relazioni amorose; aveva bisogno sempre di dipendere da una figura maschile. Aveva attraversato un periodo molto difficile dopo la fine della sua ultima relazione, finita per via delle continue bugie di cui era stava vittima. Ma a dimostrazione del fatto che questi soggetti devono riuscire a colmare il loro vuoto interiore e non si legano in maniera sana a nessuno, cercò subito un modo per conoscere altri uomini. Nel giro di una settimana mi raccontò di tre uomini con i quali aveva intrapreso una conoscenza online. Se un giorno il primo aveva i giusti requisiti per approfondire la conoscenza, il secondo giorno era già passato secondo in classifica, o addirittura l'aveva abbandonata, lasciando il posto all'altro. Se in quel momento A. le faceva battere il cuore e la riempiva di attenzioni, lei si faceva invadere da una sensazione di positività che desiderava contagiare a chiunque e che l'accompagnava anche per un'intera giornata; ma se A. cambiava il modo di fare, anche in un piccolo particolare, cominciava a vedere solo grigio attorno a lei, facendosi prendere da continue crisi di pianto o attacchi d'ira, in qualunque contesto si trovasse e di qualunque cosa si parlasse. Quando era presa da attacchi d'ira cambiava il tono della voce e i suoi aspetti femminili lasciavano il posto ad aspetti marcatamente maschili con i quali tentava di imporre in misura maggiore la sua persona e le sue frustrazioni. Una sera V. dopo aver covato rabbia per l'intera giornata, per via della decisione da parte del suo psichiatra di trasferirla in un'altra comunità, minacciò di tagliarsi con una lametta e andò nella sua camera, sicura che qualcuno l'avrebbe seguita. Portò all’ estremo il suo sentimento di frustrazione e urlò per un'ora di fila. Fece il gesto di strapparsi i capelli, frantumò alcuni oggetti posti nel suo comodino, e tentò di prendere a calci e pugni gli operatori che le stavano vicino. Lo scenario tragico che si era costruita ricreava perfettamente il suo stato emotivo, ma durò solo fino al mattino successivo in cui come accadeva tutte le volte elargii le sue scuse più sentite esasperando un pianto ormai conosciuto da tutti.
Vittima dei miei pensieri
“Sono tanti, troppi, affollano la mia testa di continuo e non so come mandarli via.” F. cercò di spiegarmi quanto male gli facessero i suoi pensieri, ripetitivi e ossessionanti; non lo lasciavano in pace neanche un secondo e l'angoscia invadeva il suo animo disperato e disarmato. Le maledette ossessioni erano il suo male. Questo termine cosi pauroso non indica semplici pensieri negativi che facciamo entrare volontariamente nella nostra testa nei momenti di sconforto, bensì automatismi involontari di cui non siamo consciamente artefici. Possiamo paragonarli se vogliamo alle manifestazioni somatiche che prendono il controllo del nostro corpo nei momenti di forte ansia e stress. Si chiamano somatismi e si localizzano in parti del corpo differenti da persona a persona: tratto gastro-intestinale, testa, mani, gambe, piedi ecc.. provocandoci dolori veri e propri o semplici fastidi, che il nostro corpo ci manda come segnali di elevato stress psico-fisico in corso, per avvisarci di “rallentare un po'”. Anche quando parliamo di ossessioni il nostro corpo vuole dirci qualcosa, ma che cosa? Voglio partire dalla citazione di un filosofo ''Roberto oxton'' il quale affermava che una convinzione non è solo un'idea che la mente possiede ma un'idea che possiede la mente. Il meccanismo delle ossessioni è simile a quello delle convinzioni, perchè diventa qualcosa di invadente e non lascia spazio ad altro. La differenza però con la convinzione di un soggetto su un determinato evento è che quest'ultima viene creata e accettata dallo stesso, come conseguenza di idee che si sono confermate a vicenda nella sua mente in maniera del tutto volontaria (io sono convinto che la mia opinione è quella giusta, per via di determinati fattori, e anche se ascolterò mille ipotesi diverse manterrò a priori la mia). A volte nascono come fonte di sicurezza personale, più specificatamente come meccanismo di difesa; possono essere segno di chiusura mentale e portare a poco a poco a un allontanamento dalla realtà esterna. Mentre quando parliamo di ossessioni, parliamo di qualcosa che per il soggetto è disgustoso e inaccettabile: le sente estranee a lui. F pensava continuamente alla morte della madre, e di solito nel suo pensiero ad ucciderla era proprio lui. Si sentiva ripugnante davanti un tale pensiero perchè lui amava sua madre e anzi cercava sempre di essere per lei il figlio perfetto. Le ossessioni non lo lasciavano respirare e per far fronte all'ansia la chiamava di continuo, in maniera compulsiva. Durante la chiamata si accertava che stesse bene, e dopo una sua conferma, l'angoscia lasciava gradualmente spazio a un ricercato senso di serenità. Non riuscivano a passare neanche dieci minuti che i pensieri di morte accompagnati da una forte angoscia riprendevano il sopravvento. F. non accettava nemmeno l'idea di provare una minima dose di rabbia o rancore verso la madre, figuriamoci ucciderla. Allora cosa portava le ossessioni a invadere la mente di F.? Se pensiamo al suo perseverante senso di colpa immaginiamo senz'altro una morale molto rigida in lui, che non accetta determinati pensieri e altri si, che può cioè solo adorare la madre e nient'altro. Però la mente per sopravvivere ha bisogno di equilibrio tra negativo e positivo, tra odio e amore, bene e male. Non accettare uno dei due lati della medaglia è impossibile. La mente in un certo senso si ribella e impone con forza i pensieri non accettati in una forma sempre più grande. Più la si allontana più lei si avvicina aumentando di dimensione.
Il corpo non mente
Come fai a vederti grossa se pesi quanto uno stecchino? Glie lo ripetevano di continuo i familiari, gli amici, i conoscenti, ma erano parole inutili che forse sentiva ma non ascoltava più ormai. V. aveva un viso dai tratti meravigliosi ma ogni chilo che perdeva frantumava un po' di più quella delicata e ingenua bellezza che le era stata donata. Trascorreva gran parte delle sue giornate davanti lo specchio e sopra quella maledetta bilancia. Quasi come un rito spostava una ciocca di quei suoi lunghi capelli ribelli dietro l’orecchio sinistro e faceva una smorfia per esprimere il suo costante disappunto nei confronti di un corpo che era in grado di darle solo delusioni. Non era un vero e proprio odio, ne sono convinta, perché aveva bisogno di guardarsi in quello specchio, aveva bisogno di quel corpo, di sentirlo e di toccarlo ma lei era il giudice e lui il carnefice e la sentenza era sempre la stessa. Quale sorte toccava al suo corpo? Quella di scomparire a poco a poco, ogni giorno di più. Pensai che forse era lei a voler scomparire e se il suo corpo non esisteva, beh allora non esisteva neanche lei. Eppure V. era cosi intelligente, educata e premurosa con tutti. Forse vi sarà capitato di restare ammaliati di fronte a un giardino di fiori colorati che emanano un dolcissimo e intenso profumo; sono disposti in maniera uniforme e sembrano tutti cosi perfetti, come in un dipinto. Io credo che V. si sentisse come uno di quei fiori, solo che attorno a lei vedeva perfezione mentre lei si sentiva diversa e imperfetta. Un giorno le chiesi di prendere carta e penna e di provare a far uscire fuori tutto quello che immaginavo tenesse sepolto dentro. Glie lo leggevo negli occhi il desiderio di perdersi nei meandri della sua anima, senza limiti, senza barriere e soprattutto senza giudizi. Quel foglio rimase tra le sue mani per l’intera giornata; nel tardo pomeriggio, quasi al termine della mia giornata lavorativa, la vidi avanzare a testa bassa verso di me. Le sfiorai la spalla e lei alzò il suo viso provato in cui risaltavano dei grandi e vispi occhi lucidi che avevano bisogno di comunicarmi la loro verità. Il foglio che mi consegnò quella sera era colmo di rabbia e di dolore; aveva per un attimo smesso di vestire il ruolo di figlia e adolescente perfetta e mi si era mostrata per quella che era davvero. La madre emergeva come figura autoritaria e al contempo carica di femminilità mentre il padre come uomo estremamente indaffarato e chiuso nel suo mondo lavorativo e sociale. Io e V. al termine della lettura ci fissammo negli occhi qualche istante e poi ci lasciammo andare a un abbraccio interminabile. Non servivano parole.
Solo storie
Ognuno di noi nel corso della propria vita, forse, si sarà creato dei pensieri sul significato della malattia mentale o in generale sulla sofferenza emotiva che provano alcune persone più di altre, del perché succeda, di come insorga e di come si possa combattere. Ma la verità è che restano solo dei pensieri e le persone restano solo delle persone e come tali inimitabili, avvolte da un manto di mistero e unicità che non può definirle. Cosi non resta che aprire il nostro cuore e donarci, nei limiti del possibile e del ragionevole, alla vita e alle persone con gli occhi semichiusi e le orecchie e i cuori sempre aperti per comprendere appieno l’essenza di ciò che abbiamo di fronte.






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