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lavoro pubblicato giovedì 1 marzo 2018
ultima lettura domenica 25 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

RIASCOLTATI PER VOI – FABRIZIO DE ANDRE’ – STORIA DI UN IMPIEGATO ( 1973 )

di jankadjstrummer. Letto 456 volte. Dallo scaffale Musica

INTRODUZIONECANZONE DEL MAGGIOLA BOMBA IN TESTAAL BALLO MASCHERATOSOGNO NUMERO DUECANZONE DEL PADREIL BOMBAROLOVERRANNO A CHIEDERTI DEL NOSTRO AMORE...

  1. INTRODUZIONE

  2. CANZONE DEL MAGGIO

  3. LA BOMBA IN TESTA

  4. AL BALLO MASCHERATO

  5. SOGNO NUMERO DUE

  6. CANZONE DEL PADRE

  7. IL BOMBAROLO

  8. VERRANNO A CHIEDERTI DEL NOSTRO AMORE

  9. NELLA MIA ORA DI LIBERTA'

    Della produzione di De Andrè niente risulta poco poetico ed ispirato ed è difficile per me indicare il disco migliore, posso solo esprimere la mia preferenza in questo momento che scrivo, perché nel tempo mi sono legato a tutti i lavori del Faber. In questa fase della mia vita e della situazione politica che sta attraversando l’Italia, l’album che più calza questi sentimenti è senz’altro “Storia di un impiegato” perché è entrato, nel bene e nel male e con prepotenza nelle nostre storie personali e ci ha consegnato spunti di riflessione su tante problematiche ancora molto attuali , la lotta, i rapporti tra le generazioni, la violenza, il carcere. Un disco, scritto nel 1973 con Nicola Piovani ( musica ) e Fabrizio Bentivoglio (liriche), un concept-album che insieme a La buona Novella” (1970) e “Non al denaro non all’amore nè al cielo” (1971) fa parte di una trilogia in cui si riflette su grandi tempi. Un album particolare, di cui si è molto parlato e da taluni addirittura contestato perché sembrava quasi un incitamento alla ribellione mentre secondo me rappresenta un quadro, sotto forma di poesia, in cui viene descritto un importante periodo storico. Un ritratto molto marcato ma assolutamente privo di qualsiasi pretesa di insegnare o ispirare azioni violente, anche se è innegabile la sua forza fatta di melodie e nuove sonorità che unite ai tanti temi caldi e sentiti si fondono in una miscela esplosiva. “Storia di un impiegato” è un disco sull’illusione che nasce da quel grande movimento di massa che fu il 1968. E’ un romanzo in musica in cui si traccia il percorso di un giovane che partendo dall’ascolto di una canzone di lotta del ’68 (La canzone del Maggio) riflette sulla sua incapacità di prendere parte alla lotta, perchè ormai troppo integrato nella società borghese, ma è una canzone in cui c’è una presa di coscienza dei problemi sociali e della necessità di lottare per cambiare la situazione; si parla di lotta: ricorda gli avvenimenti accaduti durante la rivolta nata dagli studenti e, rivolgendosi a quelli che alla lotta non hanno partecipato, li accusa e ricorda loro che chiunque, anche chi, in quelle giornate, si è chiuso in casa per paura, è ugualmente coinvolto negli avvenimenti. La canzone contiene l'affermazione che la rivolta non è finita ma ci sarà nuovamente, in futuro, più forte. L'impiegato riflette sulla sua vita fatta di mediocrità, paura e tanto individualismo e si paragona a quei ragazzi che hanno voluto, invece, ribellarsi al sistema che li opprimeva, questa riflessione risveglia in lui sopiti ideali di protesta, che lentamente si fanno strada nella sua mente e nei suoi sogni (Al ballo mascherato e Sogno numero due), in cui pensa di risolvere individualmente tutti i problemi. Decide così di gettare una bomba ad un ballo mascherato al quale partecipano tutti i miti, i valori della cultura e del potere borghese. E comincia a sognare di assistere agli effetti della deflagrazione su coloro che per anni ha rispettato, assiste all'agonia di tutti, del padre e della madre e dell’amico che gli ha insegnato a ribellarsi. Il sogno prosegue: la voce di un giudice lo informa che il potere borghese era al corrente dei suoi atti, addirittura lo stava seguendo dalla nascita così come segue tutti i suoi sudditi. L'accusa di omicidio, di strage, si trasforma in ringraziamento per aver eliminato vecchi residui che davano fastidio al potere stesso, che ormai ha trovato altri modi per governare. Il giudice lo informa che ha usato correttamente gli strumenti della legge e che il suo gesto non è altro che la ricerca del potere personale. Così lo accolgono tra coloro che contano, tra coloro che decidono, tra coloro che governano e dispongono della altrui e della propria libertà. Un nuovo sogno, o una nuova puntata dei sogni precedenti, e l'impiegato prende il posto del padre da lui stesso sacrificato alla ricerca di uno spazio personale. Rivive una vita lancinante, fatta di illusioni e di relative delusioni, di difese disperate della propria integrità, del proprio denaro, delle proprietà, non è più un sogno, ma un incubo e l'impiegato si sveglia. Ha capito che in qualunque modo è un uomo finito, senza nessuna possibilità di recupero, che i suoi gesti saranno sempre individualisti, tesi al proprio bisogno personale e che salendo la scala del potere non si sfugge comunque alla propria condizione di isolamento, d'angoscia. La bomba che nel sogno era stata gettata con forza, con rabbia, per vendetta, ora, nella realtà, diventa un momento di ebbrezza e, ovviamente, di lucidità. Il sogno si trasforma in incubo quando l’uomo sogna suo padre, che lui stesso ha ucciso “in un sogno precedente”, e capisce di essere uguale a lui (Canzone del padre). L’impiegato si sveglia consapevole di essere in tutto e per tutto funzionale a quella società che odia. L'impiegato sa cosa fare, sa dove andare, sa chi deve colpire e perché. Va dritto al parlamento a gettare una bomba vera per ammazzare gente vera, ma la sua abilità era soltanto un sogno: la bomba rotola giù verso un'edicola di giornali e l'unica cosa che colpisce è, come una previsione, la faccia della sua fidanzata che sta su tutte le pagine dei giornali. E alla fidanzata del mostro, l'impiegato scrive una lettera dal carcere nel quale è rinchiuso (Verranno a chiederti del nostro amore), e poi, nell’ultima traccia del disco, assume finalmente una nuova consapevolezza del suo ruolo all’interno di una collettività, in questo caso il carcere, e della lotta (Nella mia ora di libertà). Nel carcere, in una realtà non più individualista, ma forse il massimo dell'essere uguali, l'impiegato non più impiegato scopre un nuovo modo di capire la vita e le cose che lo circondano. Scopre la realtà della parola "collettivo" e della parola "potere". Quand’ecco, proprio l’incarcerazione fa compiere al ragazzo l’ultimo passo per raggiungere la piena consapevolezza di ciò che è giusto fare: la lotta in carcere da individuale si rifà collettiva e la rinuncia all’ora d’aria, come rinuncia all’individualismo prepara il terreno al sequestro dei secondini con l’ausilio di tutti i prigionieri, uniti, per riconquistare la vera aria, la vera libertà che gli era stata, ingiustamente, sottratta.* Una grande novità stilistica del disco sta nel linguaggio, un linguaggio moderno che anziché racconto diventa immagini a volte psicologiche a volte oniriche in un pout-pourri di elementi reali e non. Nove tracce che delineano un percorso in cui si rincorrono le diverse fasi della sua coscienza, sogni a volte carichi di lirismo ( Lottavano così come si gioca/i cuccioli del maggio era normale/loro avevano il tempo anche per la galera/ad aspettarli fuori rimaneva/la stessa rabbia la stessa primavera), e di ironia (c'è chi lo vide piangere/un torrente di vocali/vedendo esplodere/un chiosco di giornali). Una menzione speciale spetta ad un capolavoro “Verranno a chiederti del nostro amore”, una delle più intense canzoni d’amore se sia stata mai scritta, la lettera dal carcere del bombarolo alla sua donna : partendo dal loro rapporto De Andrè si spinge ad una riflessione più ampia sui compromessi della coppia borghese….“non sei riuscita a cambiarmi / non ti ho cambiata lo sai.”

    *Molte informazioni sono riprese dalle note di copertina del disco a cura di Roberto Danè e dal libro di Doriano Fasoli, Fabrizio De André. Passaggi di tempo, pp. 175-176

    BUON ASCOLTO O RIASCOLTO DA JANKADJSTRUMMER

  • A dimostrazione del dibattito acceso intorno a questo disco, qui uno stralcio di una intervista a Fabrizio De Andrè “In Cantico per i diversi” a cura di Roberto Cappelli, Mucchio Selvaggio, settembre 1992]

…… Il '68 io l'ho vissuto a contatto con questi gruppi di estrema sinistra, partecipando al tentativo di rinnovamento; non li ho seguiti, perché di solito un artista, indipendentemente dall'ideologia, è un coniglio individualista. Mai avrei fatto la lotta armata, ma condividevo quasi tutti quelli che oggi vengono definiti gli eccessi sessantottini, anche perché li avevo quasi promossi, attraverso le mie canzoni. Se alle manifestazioni un autonomo sgangherato iniziava a tirare pistolettate, questo non lo condividevo sicuramente, ma condividevo la rivolta contro un certo modo di gestire la società che non teneva minimamente conto della società stessa. Volevamo diminuire la distanza tra il potere e la società. Abbiamo ottenuto diverse vittorie: pensa solo alla liberazione sessuale, frutto del '68, purtroppo frustrata dalla paura dell'Aids, o alla libertà d'informazione, che allora non esisteva realmente. Certo, ho anche fatto concerti in mezzo a bombe molotov e lacrimogeni.

Ma il '68 è stato una rivolta spontanea, e il fatto che non sia riuscita forse è un bene, se è vero che il grosso problema di ogni rivoluzione è che, una volta preso il potere, i rivoluzionari cessano di essere tali per diventare amministratori.

Eh sì, questo non è venuto molto bene (a proposito di Storia di un impiegato,ndc). A questo punto si era capito che le persone deluse dal fatto che la rivolta era fallita, che non era diventata una rivoluzione vera, che non era cambiato nulla, fuoriuscite dai partiti che avrebbero dovuto rappresentare la sinistra, si erano armate. Il che equivaleva a dire allo Stato, levati da questa poltrona che mi ci voglio sedere io, che è poi quello che ho cercato di dire ne La canzone del padre. Il terrorismo è stata la vera esagerazione: il '68 che ho vissuto io era un'epoca ricca di fantasia, e ha fatto del bene. Le BR no, se avessero vinto loro oggi staremmo peggio.

TESTI

INTRODUZIONE

Lottavano così come si gioca

i cuccioli del maggio era normale

loro avevano il tempo anche per la galera

ad aspettarli fuori rimaneva

la stessa rabbia la stessa primavera...

CANZONE DEL MAGGIO

Anche se il nostro maggio

ha fatto a meno del vostro coraggio

se la paura di guardare

vi ha fatto chinare il mento

se il fuoco ha risparmiato

le vostre millecento

anche se voi vi credete assolti

siete lo stesso coinvolti.

E se vi siete detti

non sta succedendo niente,

le fabbriche riapriranno,

arresteranno qualche studente

convinti che fosse un gioco

a cui avremmo giocato poco

provate pure a credervi assolti

siete lo stesso coinvolti.

Anche se avete chiuso

le vostre porte sul nostro muso

la notte che le "pantere"

ci mordevano il sedere

lasciandoci in buonafede

massacrare sui marciapiede

anche se ora ve ne fregate,

voi quella notte voi c'eravate.

E se nei vostri quartieri

tutto è rimasto come ieri,

senza le barricate

senza feriti, senza granate,

se avete preso per buone

le "verità" della televisione

anche se allora vi siete assolti

siete lo stesso coinvolti.

E se credete ora

che tutto sia come prima

perché avete votato ancora

la sicurezza, la disciplina,

convinti di allontanare

la paura di cambiare

verremo ancora alle vostre porte

e grideremo ancora più forte

per quanto voi vi crediate assolti

siete per sempre coinvolti,

per quanto voi vi crediate assolti

siete per sempre coinvolti..

LA BOMBA IN TESTA

...e io contavo i denti ai francobolli

dicevo "grazie a dio" "buon natale"

mi sentivo normale

eppure i miei trent'anni

erano pochi più dei loro

ma non importa adesso torno al lavoro.

Cantavano il disordine dei sogni

gli ingrati del benessere francese

e non davan l'idea

di denunciare uomini al balcone

di un solo maggio, di un unico paese,

e io la faccia usata dal buonsenso

ripeto "non vogliamoci del male"

e non mi sento normale

e mi sorprendo ancora

a misurarmi su di loro

e adesso è tardi, adesso torno al lavoro.

Rischiavano la strada e per un uomo

ci vuole pure un senso a sopportare

di poter sanguinare

e il senso non dev'essere rischiare

ma forse non voler più sopportare.

Chissà cosa si prova a liberare

la fiducia nelle proprie tentazioni,

allontanare gli intrusi

dalle nostre emozioni,

allontanarli in tempo

e prima di trovarti solo

con la paura di non tornare al lavoro.

Rischiare libertà strada per strada,

scordarsi le rotaie verso casa,

io ne valgo la pena,

per arrivare ad incontrar la gente

senza dovermi fingere innocente.

Mi sforzo di ripetermi con loro

e più l'idea va dì là del vetro

più mi lasciano indietro,

per il coraggio insieme

non so le regole del gioco

senza la mia paura mi fido poco.

Ormai sono in ritardo per gli amici

per l'odio potrei farcela da solo

illuminando al tritolo

chi ha la faccia e mostra solo il viso

sempre gradevole, sempre più impreciso.

E l'esplosivo spacca, taglia, fruga

tra gli ospiti di un ballo mascherato,

io mi sono invitato

a rilevar l'impronta

dietro ogni maschera che salta

e a non aver pietà per la mia prima volta.

AL BALLO MASCHERATO

Cristo drogato da troppe sconfitte

cede alla complicità

di Nobel che gli espone la praticità

di un eventuale premio della bontà.

Maria ignorata da un Edipo ormai scaltro

mima una sua nostalgia di natività,

io con la mia bomba porto la novità,

la bomba che debutta in società,

al ballo mascherato della celebrità.

Dante alla porta di Paolo e Francesca

spia chi fa meglio di lui:

lì dietro si racconta un amore normale

ma lui saprà poi renderlo tanto geniale.

E il viaggio all'inferno ora fallo da solo

con l'ultima invidia lasciata là sotto un lenzuolo,

sorpresa sulla porta d'una felicità

la bomba ha risparmiato la normalità,

al ballo mascherato della celebrità.

La bomba non ha una natura gentile

ma spinta da imparzialità

sconvolge l'improbabile intimità

di un'apparente statua della Pietà.

Grimilde di Manhattan, statua della libertà,

adesso non ha più rivali la tua vanità

e il gioco dello specchio non si ripeterà

"sono più bella io o la statua della Pietà"

dopo il ballo mascherato della celebrità.

Nelson strappato al suo carnevale

rincorre la sua identità

e cerca la sua maschera, l'orgoglio, lo stile,

impegnati sempre a vincere e mai a morire.

Poi dalla feluca ormai a brandelli

tenta di estrarre il coniglio della sua Trafalgar

e nella sua agonia, sparsa di qua, di là,

implora una Sant'Elena anche in comproprietà,

al ballo mascherato della celebrità.

Mio padre pretende aspirina ed affetto

e inciampa nella sua autorità,

affida a una vestaglia il suo ultimo ruolo

ma lui esplode dopo, prima il suo decoro.

Mia madre si approva in frantumi di specchio,

dovrebbe accettare la bomba con serenità,

il martirio è il suo mestiere, la sua vanità,

ma ora accetta di morire soltanto a metà,

la sua parte ancora viva le fa tanta pietà,

al ballo mascherato della celebrità.

Qualcuno ha lasciato la luna nel bagno

accesa soltanto a metà

quel poco che mi basta per contare i caduti,

stupirmi della loro fragilità,

e adesso puoi togliermi i piedi dal collo

amico che mi hai insegnato il "come si fa"

se no ti porto indietro di qualche minuto

ti metto a conversare, ti ci metto seduto

tra Nelson e la statua della Pietà,

al ballo mascherato della celebrità.

SOGNO NUMERO DUE

Imputato ascolta,

noi ti abbiamo ascoltato.

Tu non sapevi di avere una coscienza al fosforo

piantata tra l'aorta e l'intenzione,

noi ti abbiamo osservato

dal primo battere del cuore

fino ai ritmi più brevi

dell'ultima emozione

quando uccidevi,

favorendo il potere

i soci vitalizi del potere

ammucchiati in discesa

a difesa della loro celebrazione.

E se tu la credevi vendetta

il fosforo di guardia

segnalava la tua urgenza di potere

mentre ti emozionavi nel ruolo più eccitante della legge

quello che non protegge

la parte del boia.

Imputato,

il dito più lungo della tua mano

è il medio

quello della mia

è l'indice,

eppure anche tu hai giudicato.

Hai assolto e hai condannato

al di sopra di me,

ma al di sopra di me,

per quello che hai fatto,

per come lo hai rinnovato,

il potere ti è grato.

Ascolta

una volta un giudice come me

giudicò chi gli aveva dettato la legge:

prima cambiarono il giudice

e subito dopo

la legge.

Oggi, un giudice come me,

lo chiede al potere se può giudicare.

Tu sei il potere.

Vuoi essere giudicato?

Vuoi essere assolto o condannato?

CANZONE DEL PADRE

-Vuoi davvero lasciare ai tuoi occhi

solo i sogni che non fanno svegliare.-

-Sì, Vostro Onore, ma li voglio più grandi.-

-C'è lì un posto, lo ha lasciato tuo padre.

Non dovrai che restare sul ponte

e guardare le altre navi passare

le più piccole dirigile al fiume

le più grandi sanno già dove andare.-

Così son diventato mio padre

ucciso in un sogno precedente

il tribunale mi ha dato fiducia

assoluzione e delitto lo stesso movente.

E ora Berto, figlio della lavandaia,

compagno di scuola, preferisce imparare

a contare sulle antenne dei grilli

non usa mai bolle di sapone per giocare;

seppelliva sua madre in un cimitero di lavatrici

avvolta in un lenzuolo quasi come gli eroi;

si fermò un attimo per suggerire a dio

di continuare a farsi i fatti suoi

e scappò via con la paura di arrugginire

il giornale di ieri lo dà morto arrugginito,

i becchini ne raccolgono spesso

fra la gente che si lascia piovere addosso.

Ho investito il denaro e gli affetti

banca e famiglia danno rendite sicure,

con mia moglie si discute l'amore

ci sono distanze, non ci sono paure,

ma ogni notte lei mi si arrende più tardi

vengono uomini, ce n'è uno più magro,

ha una valigia e due passaporti,

lei ha gli occhi di una donna che pago.

Commissario io ti pago per questo,

lei ha gli occhi di una donna che è mia,

l'uomo magro ha le mani occupate,

una valigia di ciondoli, un foglio di via.

Non ha più la faccia del suo primo hashish

è il mio ultimo figlio, il meno voluto,

ha pochi stracci dove inciampare

non gli importa di alzarsi, neppure quando è caduto:

e i miei alibi prendono fuoco

il Guttuso ancora da autenticare

adesso le fiamme mi avvolgono il letto

questi i sogni che non fanno svegliare.

Vostro Onore, sei un figlio di troia,

mi sveglio ancora e mi sveglio sudato,

ora aspettami fuori dal sogno

ci vedremo davvero,

io ricomincio da capo.

IL BOMBAROLO

Chi va dicendo in giro

che odio il mio lavoro

non sa con quanto amore

mi dedico al tritolo,

è quasi indipendente

ancora poche ore

poi gli darò la voce

il detonatore.

Il mio Pinocchio fragile

parente artigianale

di ordigni costruiti

su scala industriale

di me non farà mai

un cavaliere del lavoro,

io son d'un'altra razza,

son bombarolo.

Nel scendere le scale

ci metto più attenzione,

sarebbe imperdonabile

giustiziarmi sul portone

proprio nel giorno in cui

la decisione è mia

sulla condanna a morte

o l'amnistia.

Per strada tante facce

non hanno un bel colore,

qui chi non terrorizza

si ammala di terrore,

c'è chi aspetta la pioggia

per non piangere da solo,

io son d'un altro avviso,

son bombarolo.

Intellettuali d'oggi

idioti di domani

ridatemi il cervello

che basta alle mie mani,

profeti molto acrobati

della rivoluzione

oggi farò da me

senza lezione.

Vi scoverò i nemici

per voi così distanti

e dopo averli uccisi

sarò fra i latitanti

ma finché li cerco io

i latitanti sono loro,

ho scelto un'altra scuola,

son bombarolo.

Potere troppe volte

delegato ad altre mani,

sganciato e restituitoci

dai tuoi aeroplani,

io vengo a restituirti

un po' del tuo terrore

del tuo disordine

del tuo rumore.

Così pensava forte

un trentenne disperato,

se non del tutto giusto

quasi niente sbagliato,

cercando il luogo idoneo

adatto al suo tritolo,

insomma il posto degno

d'un bombarolo.

C'è chi lo vide ridere

davanti al Parlamento

aspettando l'esplosione

che provasse il suo talento,

c'è chi lo vide piangere

un torrente di vocali

vedendo esplodere

un chiosco di giornali.

Ma ciò che lo ferì

profondamente nell'orgoglio

fu l'immagine di lei

che si sporgeva da ogni foglio

lontana dal ridicolo

in cui lo lasciò solo,

ma in prima pagina

col bombarolo.

VERRANNO A CHIEDERTI DEL NOSTRO AMORE

Quando in anticipo sul tuo stupore

verranno a chiederti del nostro amore

a quella gente consumata nel farsi dar retta

un amore così lungo

tu non darglielo in fretta,

non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole

le tue labbra così frenate nelle fantasie dell'amore

dopo l'amore così sicure

a rifugiarsi nei "sempre"

nell'ipocrisia dei "mai"

non son riuscito a cambiarti

non mi hai cambiato lo sai.

E dietro ai microfoni porteranno uno specchio

per farti più bella e pensarmi già vecchio

tu regalagli un trucco che con me non portavi

e loro si stupiranno

che tu non mi bastavi,

digli pure che il potere io l'ho scagliato dalle mani

dove l'amore non era adulto e ti lasciavo graffi sui seni

per ritornare dopo l'amore

alle carezze dell'amore

era facile ormai

non sei riuscita a cambiarmi

non ti ho cambiata lo sai.

Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre

come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre

i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro

i tuoi occhi assunti da tre anni

i tuoi occhi per loro,

ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo

o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo

e troppo stanchi per non vergognarsi

di confessarlo nei miei

proprio identici ai tuoi

sono riusciti a cambiarci

ci son riusciti lo sai.

Ma senza che gli altri ne sappiano niente

dimmi senza un programma dimmi come ci si sente

continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito

farai l'amore per amore

o per avercelo garantito,

andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori

o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori

o resterai più semplicemente

dove un attimo vale un altro

senza chiederti come mai,

continuerai a farti scegliere

o finalmente sceglierai.

NELLA MIA ORA DI LIBERTA'

Di respirare la stessa aria

di un secondino non mi va

perciò ho deciso di rinunciare

alla mia ora di libertà

se c'è qualcosa da spartire

tra un prigioniero e il suo piantone

che non sia l'aria di quel cortile

voglio soltanto che sia prigione

che non sia l'aria di quel cortile

voglio soltanto che sia prigione.

È cominciata un'ora prima

e un'ora dopo era già finita

ho visto gente venire sola

e poi insieme verso l'uscita,

non mi aspettavo un vostro errore

uomini e donne di tribunale

se fossi stato al vostro posto...

ma al vostro posto non ci so stare

se fossi stato al vostro posto...

ma al vostro posto non ci so stare.

Fuori dell'aula sulla strada

ma in mezzo al fuori anche fuori di là

ho chiesto al meglio della mia faccia

una polemica di dignità

tante le grinte, le ghigne, i musi,

vagli a spiegare che è primavera

e poi lo sanno ma preferiscono

vederla togliere a chi va in galera

e poi lo sanno ma preferiscono

vederla togliere a chi va in galera.

Tante le grinte, le ghigne, i musi,

poche le facce, tra loro lei,

si sta chiedendo tutto in un giorno

si suggerisce, ci giurerei

quel che dirà di me alla gente

quel che dirà ve lo dico io

da un po' di tempo era un po' cambiato

ma non nel dirmi amore mio

da un po' di tempo era un po' cambiato

ma non nel dirmi amore mio,

Certo bisogna farne di strada

da una ginnastica d'obbedienza

fino ad un gesto molto più umano

che ti dia il senso della violenza

però bisogna farne altrettanta

per diventare così coglioni

da non riuscire più a capire

che non ci sono poteri buoni

da non riuscire più a capire

che non ci sono poteri buoni.

E adesso imparo un sacco di cose

in mezzo agli altri vestiti uguali

tranne qual'è il crimine giusto

per non passare da criminali.

Ci hanno insegnato la meraviglia

verso la gente che ruba il pane

ora sappiamo che è un delitto

il non rubare quando si ha fame

ora sappiamo che è un delitto

il non rubare quando si ha fame.

Di respirare la stessa aria

dei secondini non ci va

e abbiam deciso di imprigionarli

durante l'ora di libertà

venite adesso alla prigione

state a sentire sulla porta

la nostra ultima canzone

che vi ripete un'altra volta

per quanto voi vi crediate assolti

siete per sempre coinvolti.

Per quanto voi vi crediate assolti

siete per sempre coinvolti.

* Testi di Fabrizio De Andrè e Giuseppe Bentivoglio tranne "Sogno numero 2 di Fabrizio De Andrè e Roberto Danè. Musiche di Fabrizio De Andrè e Nicola Piovani



Commenti

pubblicato il mercoledì 11 aprile 2018
mavisa, ha scritto: Non condivido l'opinione dello stesso De Andrè che storia di un impiegato non sia venuto bene,forse è meno poetico di altri suoi lavori,ma esprime bene quel che deve esprimere.L'argomento trattato non era semplice,il rischio di cadere nella retorica era forte,ma a me sembra che Fabrizio ci sia riuscito,senza contare che canzoni come La canzone del Padre(la mia preferita),Il ballo mascherato e verranno a chiederti del nostro amore,sono,a parer mio,autentici capolavori.

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