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lavoro pubblicato sabato 24 febbraio 2018
ultima lettura domenica 1 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Red Rain Capitolo 1

di touch. Letto 235 volte. Dallo scaffale Gialli

AgostoSollevò delicatamente le mani dal pianoforte. Le ultime note si erano ormai disperse nell’aria.Le finestre del salotto erano aperte...

Agosto


Sollevò delicatamente le mani dal pianoforte. Le ultime note si erano ormai disperse nell’aria.

Le finestre del salotto erano aperte ed una leggera brezza portava con se’ l’intenso odore del mare. Fece un profondo respiro, percepiva una piacevole sensazione di soddisfazione, era da molto tempo che non si sentiva così.

“Ottima esecuzione! Eccellente!”

Quelle parole le riempirono il cuore di gioia

“Sei sincero?” chiese scrutando nei suoi occhi, alla ricerca di un segnale che le avrebbe permesso di comprendere che stava mentendo.

“Non ti mentirei mai lo sai”

Ed era vero, lui non le avrebbe mai mentito, ne era più che certa.

“Pensavo che non avrei suonato mai più” sussurrò stringendo le labbra con rammarico

Tornò a guardare il piano: onice e avorio, bianco e nero, bene e male.

Lui si sedette accanto a lei, le prese dolcemente le mani tenendole strette tra le sue.

“Se hai deciso di tornare a suonare il pianoforte, sono sicuro che dentro di te hai trovato il coraggio di prendere anche altre decisioni, non è vero?”

Fece un cenno affermativo con la testa senza aggiungere altro.

“Sarà difficile, ma ci riuscirai sicuramente”

“Lo spero tanto, ma non so se tutto è rimasto come l’ho lasciato otto mesi fa”

“Per saperlo non devi fare altro che tornare a Roma”

Rimase in silenzio.

Posò lo sguardo su quelle mani delicate che stringevano le sue, quante volte, da bambina le aveva osservate muoversi con estrema velocità sul piano, a quel tempo sognava di diventare, da grande, brava come lui, ma poi le cose erano andate diversamente.

“Qualsiasi cosa accadrà a Roma, io ti starò sempre vicino, capito?”

“Grazie papà”







C’è chi crede che i corvi guidino

i viaggiatori verso la meta,

altri pensano che avvistare

un corvo solitario porti fortuna

e chi, invece,

uno stormo di corvi sia un cattivo presagio

(Cit.)



Capitolo 1



L’estate era alle porte ormai. Respirò a pieni polmoni l’aria fresca della notte. Ora si sentiva un po’ meglio. Mise le mani nelle tasche della giacca, il cellulare era lì, avrebbe potuto chiamare un taxi e farsi portare subito a casa, ma preferiva camminare, in fondo, casa sua non era molto distante dalla centrale di polizia da cui era uscito poco prima.

Il leggero ma costante dolore alla testa e il bruciore di stomaco che ancora aveva erano i rimasugli della sbronza colossale che aveva preso quella notte. C’era abituato ormai. Quei fastidi, nel corso degli ultimi anni, erano diventati ormai una costante del suo quotidiano, non c’era certo da andarne fieri, ma a lui andava bene così.

Quello che invece non gli andava affatto bene era stata la sfuriata che suo padre gli aveva fatto davanti a tutti alla centrale.

Non ricordava bene come si erano svolti i fatti, e quando gli avevano fornito le spiegazioni era ancora troppo ubriaco per capire completamente, fatto stava che era stato pizzicato dalla polizia alla guida della sua auto ubriaco fradicio. Ricordava di aver vomitato anche l’anima davanti ad un poliziotto, ricordava poi che lo avevano caricato sulla macchina e poi il buio totale. Doveva essersi addormentato nella macchina della polizia. Al suo risveglio si era ritrovato seduto su una scomoda sedia di legno scosso per le braccia da suo padre.

Che cazzo lo avevano chiamato a fare?

“Sebastiano, tu non hai capito nulla della vita, non sei altro che un povero perdente” gli aveva urlato contro disgustato

E perché poi?

Perché suo padre era un famosissimo avvocato penalista noto in tutta Roma, mentre lui non aveva neanche messo piede all’università, accontentandosi di un diploma preso ad un liceo paritario?

Perché si era rifiutato di accettare qualsiasi aiuto che suo padre o i suoi amici gli avevano offerto per trovare un buon impiego accontentandosi di suonare in una band sconosciuta nei locali più squallidi?

Perché ogni tanto si faceva di qualche sostanza che il suo paparino non avrebbe mai acconsentito?

Perché non aveva una donna fissa, ma solo puttane?

Era la sua vita e voleva viverla come voleva, giorno dopo giorno senza fare progetti per il futuro. In fin dei conti chi poteva garantire che fra un giorno, un mese o un anno lui fosse ancora in vita. Perché allora sacrificarsi per un qualcosa che non era certo. Tanto meglio godersi la vita giorno per giorno, nel modo che preferiva e senza essere comandato da nessuno.

La vita era l’aria che respirava in quel momento, il rumore dei suoi passi che calpestavano l’asfalto, il rombo del motore delle macchine che gli passavano accanto dirette chissà dove. Non era quello che sarebbe accaduto domani o tra un anno o chissà quando, quelli erano progetti, e i progetti, si sa, non è detto che riescano a concretizzarsi e allora, perché sacrificarsi ora per delle incertezze?

Prese le chiavi di casa ed aprì, leggermente barcollante, il portone del suo palazzo.

Entrò nell’ascensore e schiacciò il pulsante con impresso il numero 3.

Quando entrò nel suo monolocale si sentì finalmente a casa. Accese la luce e si buttò a peso morto sul letto, guardò l’orologio da muro a forma di palla da baseball, mancavano pochi minuti alle due.

Si sentiva stanco, ma non aveva sonno. Osservò tristemente lo squallore che lo circondava: le nude pareti che avevano bisogno di un’imbiancata, il vecchio armadio di legno che aveva lasciato il precedente inquilino, l’angusto cucinino che nei tre anni in cui aveva vissuto lì gli era servito solo per riscaldare cibi precotti. C’era povertà e squallore in quelle quattro mura, ma c’era anche lui con la sua voglia di vivere la vita così come veniva. Era forse per questo che doveva essere definito perdente, ribelle, idiota come gli aveva detto quella sera suo padre?

Sbuffò infastidito. Il risultato della sbornia di quella notte era stata una multa, la sospensione della patente e l’ennesimo litigo con suo padre. Che figura di merda gli aveva fatto fare davanti a tutti quei poliziotti. Non appena si era sentito meglio si era alzato, aveva chiesto se poteva tornarsene a casa e aveva mandato a ‘fanculo suo padre che sperava di portarlo a casa e di continuare la sua ramanzina.

Il citofono suonò una due, tre volte.

Chi cazzo poteva essere alle due del mattino?

Poi gli venne in mente di chi si potesse trattare e sorrise maliziosamente all’immagine di Roberta tutta nuda nel suo letto.

Lo faceva spesso ultimamente, dopo aver chiuso la serata allo streapclub passava da lui per farsi una scopata.

A quel pensiero i postumi della sbornia svanirono all’istante.





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