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lavoro pubblicato mercoledì 21 febbraio 2018
ultima lettura mercoledì 6 maggio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il postino

di nottesenzaluce. Letto 388 volte. Dallo scaffale Generico

Il postino. 1 Quel mattino il postino era in ritardo sulla tabella di marcia. In venti anni di servizio, non era mai accaduto. In sella al motorino delle poste guidava con il gas aperto a tutta, digrignando i denti per il...

Il postino.






1





Quel mattino il postino era in ritardo sulla tabella di marcia. In venti anni di servizio, non era mai accaduto. In sella al motorino delle poste guidava con il gas aperto a tutta, digrignando i denti per il freddo e lamentandosi con se stesso per il ritardo accumulato. Un'anziana signora aveva bloccato il traffico tamponando un'auto che la precedeva, la quale aveva inchiodato all'improvviso per evitare un enorme gatto rosso che disinvoltamente attraversava la strada sulle strisce pedonali.

Imprecava e teneva il gas aperto con forza quasi si aspettasse un altro mezzo giro di manopola. All'incrocio fra via Istrice e via Pomella girò a destra repentinamente piegando il motorino quasi fosse un pilota di moto da corsa. E così avvenne. Quello che in venti anni di rigoroso lavoro, non era accaduto. Rovinò a terra scivolando su una sottile lastra di ghiaccio, il motorino grattando l'asfalto e provocando scintille quasi fosse una girandola di quelle che si usano per festeggiare l'anno nuovo, scivolò per diversi metri e andò a conficcarsi sotto ad un'auto parcheggiata.





2





L'autoambulanza partì a tutta birra e a sirene spiegate verso l'ospedale, lasciando dietro di sé un turbinio di lettere in una nuvola nera di smog.

Il 2 febbraio ovvero il giorno dopo, l'infermiera di servizio, di buon mattino entrò nella camera numero 5 a. I sei letti disposti tre per lato nella stanza ancora in penombra, erano tutti occupati.

Avanzò lentamente ma con passo pesante, il rumore degli zoccoli sul pavimento ricordava il suono

degli zoccoli di un cavallo sull'asfalto mentre a passo traina un calesse.

Il rumore degli avvolgibili in movimento non svegliò i degenti, solo la tenue luce li destò, avanzò nella stanza e rese visibili i letti in ferro attaccati dalla ruggine e i muri bianchi scrostati dal tempo e dall'inedia di vernice fresca.

Voltando le spalle alle finestre l'infermiera avanzò verso il nuovo arrivato, sempre lentamente prese la cartella appesa alla sponda del letto, la scrutò attentamente e poi la riappese.

“ Lei è il signor..” disse fissandolo negli occhi.

“ Cosa mi è successo.. “ rispose ancora con gli occhi socchiusi dal sonno pesante.

“ E' caduto dal motorino.. si ricorda.. mi sa dire il suo nome “.

“ Mario.. Mario Santi..”.

“ Bene.. ha subito una leggera commozione cerebrale..ma sembra star meglio “.

Fece per muoversi e sentì dolore quasi in tutto il corpo.

“ Non si muova deve riposare, fra poco passerà il dottore, non si preoccupi, le è andata bene “ disse voltandosi verso gli altri pazienti.

L'infermiera, una dopo l'altra controllò le cartelle degli altri ricoverati, per Mario ed un altro non c'era colazione, digiuno. Solo un tubicino lo alimentava, lentamente e a piccole goccioline che scivolavano mestamente dalla flebo e scomparivano nella sua vena.

Chiuse gli occhi e cercò di ricordare quello che gli era accaduto poi sprofondò in un sonno senza sogni.





3





Al suo risveglio trovò davanti a sé Monia, la sua vicina di casa. Era in piedi al lato del letto, sorrideva e stringeva a sé una minuscola borsetta di pelle nera.

Mario rimase senza parole, confuso, sì guardò intorno, poi le indicò una vecchia sedia dall'imbottitura sbiadita e consunta. La pregò di sedersi cercando di dissimulare un fastidio che nemmeno lui sapeva spiegarsi, o almeno... così voleva credere.

“ Le ho portato dei succhi di frutta e dei biscotti “ disse indicandogli con lo sguardo un sacchetto di plastica bianco deposto sul comodino accanto al letto.

“Grazie, ma non doveva.. “.

“Si figuri, so che vive da solo e.. volevo esserle d'aiuto “

Rimasero in silenzio, lei stringeva ancora a sé la borsetta. I suoi occhi verdi, sembravano riuscire a penetrare fin dentro ai pensieri di Mario, fin a quelli più reconditi. Provò a muoversi, ma sentì un dolore forte alla spalla destra e poi più giù al bacino, fino alle gambe. Lui non poteva andarsene, era imbarazzato, forse fingendo di essere stanco lei avrebbe tolto il disturbo, ma si rese anche conto di essersi appena svegliato. Anche lei probabilmente era imbarazzata, e forse il destino le aveva concesso un occasione per fare il primo passo. A salvarlo dall'aria rarefatta intorno a loro, il rumore degli zoccoli dell'infermiera giunse come una boccata di aria fresca.

“ L'orario delle visite è finito, per favore abbandonate la stanza, grazie “ disse l'infermiera entrando nella stanza.

“ Bene, allora a presto, tornerò a trovarla “ disse Monia alzandosi e afferrando la sedia per riporla quasi millimetricamente nella sua posizione iniziale.

Mario la salutò con un cenno del capo. Era di nuovo libero e solo. Solo sì, ma con ancora quella sensazione allo stomaco. Quella sensazione che compariva all'apparir di Monia.

Ormai sapeva con certezza che non era fame.





4





Il dottore lo aveva visitato. Sembrava aver qualche contusione e graffio qua e là, ma niente che con qualche giorno di riposo non sarebbe tornato a posto. La sua testa stava bene, ricordava come era avvenuta la caduta. Proprio a lui, il postino più integerrimo del piccolo paese di Montebaro, l'ultimo postino di un paesino situato vicino all'appennino tosco-emiliano. Non aveva mai fatto un giorno di malattia, sano e fresco come una rosa, perché tutto questo..? non aveva spiegazione.. . L'unica spiegazione, forse, era che lui fosse l'unico postino del paese. E solo lui poteva essere lì in quel momento a consegnare la posta.




Non aveva pensato molto a se stesso in vita sua, accudire la madre nei suoi ultimi anni di vita, era stato un suo piacevole passatempo. L'unico. Il resto... lo conosciamo... consegnare piccoli plichi, missive e quant'altro. Tutto questo... era stata l'unica missione della sua vita e quello era forse il momento buono per riflettere un po'. Quarantatré anni lo attendevano, due mesi di distanza lo

separavano dal traguardo, ma la corsa non finiva, continuava.. . La divisa da postino, si rese conto, era quasi il suo unico indumento.

Avrebbe lasciato l'ospedale con quella e forse nessuno, vedendolo uscire dalla porta principale del vecchio edificio, avrebbe intuito che non vi era stato per consegnare la posta.

Era il millenovecentoottantacinque, dalle finestre, si vedeva iniziare a scendere dal cielo, la neve bianca e leggera, sembrava danzare fra i rami spogli degli alberi fino a cadere a terra esausta e felice, come i bambini, dopo un interminabile girotondo.





5





Il giorno dopo si svegliò che era già giorno da qualche ora, non aveva udito i passi dell'infermiera risuonare sul pavimento. Era però attorniato da tre uomini, erano tutti ricoverati, suoi vicini di letto e sopra i settanta anni, almeno così gli sembrò.

“ Buongiorno “ disse quello calvo più vicino a lui.

E gli altri dietro ridacchiando dissero buongiorno.

“ Come si sente oggi “ continuò l'uomo calvo.

“ Meglio, grazie “ rispose Mario.

“ Io sono Giuseppe, detto Beppe, lui è Antonio detto Antò e questo qua è Bruno detto il Magro”.

“ Piacere io sono Mario “.

“ Io ti conosco, tu sei il postino, vero? “ disse il Magro.

“ Bé sì, tra poco tornerò a esserlo “ e gli scappo una mezza risata.

“ Tu te ne andrai presto, ma noi abbiamo ancora un po' da star qui “ disse Antò.

“ E qualcuno se ne andrà ma non con le proprie gambe “ disse Beppe.

Poi tutti e tre, si voltarono verso l'ultimo letto dalla parte opposta, a indicare silenziosamente il povero cristo che ormai non si lamentava neanche più.

Poi di nuovo tornarono a scrutare Mario.

Mario li conosceva, non personalmente, ma li aveva sempre visti in giro. A volte a far la spesa al negozio di alimentari, nei piccoli orticelli a curare verdure e ortaggi, o anche più semplicemente alla posta a ritirare la pensione.

“ La ragazza di ieri è la tua fidanzata? “ disse Beppe.

“ E' una bella figliola “ disse con gli occhi che brillavano per la curiosità il Magro.

E subito dietro Antò “ Quando ero giovane, ne avevo quattro o cinque intorno a me, bionde rosse, di ogni tipo “.

“ E stai zitto, neanche più sai come è fatta una donna “ disse Beppe.

“ Tu non lo sai, a me ancora funziona, ce l'avessi io una figliola così “ disse Antò.

“ Quando c'era la guerra eravamo nascosti tutti sul Montebaro, c'era poco da mangiare, ma ogni tanto ci scappava qualcosa, lassù, sì, proprio lassù “ disse il Magro.

“ Non eri nemmeno un partigiano, io non ricordo di averti visto sul Montebaro “ sentenziò Beppe.

E da lì cominciarono a discutere fra di loro, guerra e fame, nascosti tutti nelle grotte segrete del Montebaro. Chi diceva una cosa e chi un'altra, impossibile capire dove stesse la verità, forse qualcosa di vero c'era in ogni versione dei fatti, confusa e rielaborata dopo molte serate trascorse al circolo del paese.

L'attenzione tornò nuovamente su Mario, che stancamente aveva ascoltato i tre, discutere animatamente.

“ Raccontaci qualcosa di tua sorella “ disse il Magro.

“ E' sua moglie “ disse Antò.

“ No no, è la sua fidanzata “ disse Beppe.

“ Non è niente, è solo una vicina di casa, la conosco appena “ disse Mario un poco divertito, ma anche esausto dal chiacchiericcio incessante dei tre.

“ Ah.. ah..” disse Beppe.

“ Hai visto, avevo ragione io, non è la sua fidanzata “ disse Antò.

“ Io me ne torno a letto a riposare “ disse il Magro.

Tutti e tre lentamente tornarono ai rispettivi letti. Mario tirò un sospiro di sollievo, chiuse gli occhi

e cerco nuovamente di dormire, non aveva niente di meglio da fare. Pensò per un attimo al suo lavoro, ma il pensiero di Monia lentamente prese forza nella sua mente, fino a divenire quasi immagine davanti ai suoi occhi.




6





L'indomani il dottore gli comunicò che il giorno dopo poteva lasciare l'ospedale. Tutti i controlli previsti, erano stati fatti, con esito negativo, quindi non c'era più motivo che lui rimanesse ricoverato. Dì ritorno dallo studio del dottore, gli venne comunicato dall'infermiera, la visita di una persona, che però data la sua assenza se ne era andata. Mario si sdraiò sul letto e contemplò il soffitto, doveva essere Monia, la sua vicina di casa. Non fece in tempo a porsi domande, il trio in pigiama circondò il suo letto.

“ Ci lascerà presto.. vero? “ disse Beppe.

“ Sì, domani “ rispose Mario.

“ E' passata sua moglie quando lei era dal dottore “ disse il Magro.

“ Non è sua moglie, non sono sposati, sono ancora fidanzati “ lo corresse Antò.

Mario non disse niente, ma annuì con la testa, tanto sarebbe stato inutile replicare che non c'era niente fra di loro.

“ Bene, domani non ci vedremo e lei se ne andrà, io invece sarò in sala operatoria, così mi toglieranno quei dannati calcoli “ disse Beppe..

“ Sarà un gioco da ragazzi, il dottore è bravo, a me li ha tolti due anni fa “ fece il Magro.

“ La saluterò adesso, e mi raccomando, non si lasci scappare quella ragazza, altrimenti farà la mia fine, guardi con chi mi ritrovo qua, senza nemmeno una visita di un parente “ concluse Beppe.

“ Ci siamo noi, cosa vuoi di più, forse non stai bene con noi? “ disse Antò, diventando quasi serio in volto.

“ Lo so ragazzi, grazie, era solo così per dire “ disse Beppe.

“ Siamo noi la tua famiglia “ disse il Magro quasi con le lacrime agli occhi.

I tre lo salutarono stringendogli la mano, uno dietro l'altro, tornarono ai loro letti, persi nei loro pensieri e nei ricordi rimasti in quelle menti sature di vita passata.

Mario nel suo letto, si girò di lato per non avere il sole negli occhi. Sul comodino c'era ancora mezza confezione di biscotti che le aveva portato Monia. Aprì un pacchetto e ne prese uno, continuò

a mangiarne fino a quando le lacrime non presero a scendergli lungo il viso, seguivano un tragitto preciso fin sotto al suo mento. Nessuna donna, tranne sua madre, aveva avuto un gesto così carino

nei suoi confronti. Ormai erano cinque anni che sua madre non c'era più. Suo padre era ancora vivo

ma chissà dove e con chi, non aveva importanza comunque, ormai non più.





7





Uscì fuori dall'ospedale come vi era entrato, con la divisa da postino. La manica destra del giubbotto si era rovinata a contatto con l'asfalto, avrebbe dovuto far domanda per riceverne uno nuovo dalla posta. La giornata era fredda e soleggiata, la neve caduta precedentemente, era stata spalata ai lati della piccola piazza di fronte all'ospedale.

Si guardò intorno, a pochi metri da lui, seduta su di una panchina, avvolta in un cappotto, sedeva Monia. Stringeva a sé la piccola borsa di pelle nera, quella che aveva qualche giorno prima.

Alla sua vista Monia si alzò in piedi, la sua figura esile, investita dalla luce, proiettava a terra una minuscola ombra. Mario rimase fermo, poi come ipnotizzato avanzò verso di lei. Monia mosse qualche timido passo verso di lui. A un metro di distanza l'uno dall'altra, rimasero immobili. Mario le sorrise e lei ricambiò con un sorriso, poi lui abbassò leggermente lo sguardo a terra. Quasi come un automa, inconsapevole dei propri movimenti, la prese sottobraccio. I due si avviarono verso il piccolo centro del paese. I raggi del sole colpivano i loro volti. Non servivano parole o forse nessuno dei due riusciva a proferir qualcosa, ma sembrava non avere nessuna importanza.

Uscirono da un vicolo per immettersi nella piazza del mercato, in mezzo al via vai di persone indaffarate, avanzarono incollati l'uno a l'altra, fino a divenire un unica figura, parte della vita di Montebaro.





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