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lavoro pubblicato lunedì 19 febbraio 2018
ultima lettura mercoledì 24 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Un piccolo uomo

di ltedesco. Letto 391 volte. Dallo scaffale Amicizia

Nicola gli ricordava la figura di Robespierre, l'incorruttibile.Lo difendeva sempre Nicola, a testa bassa, quando la ragazza, gli amici gli chiedevano - ma che lavoro fa? Come si guadagna da vivere? -. - Nicola lotta, laggiù, in uno sperduto pae...

Nicola gli ricordava la figura di Robespierre, l'incorruttibile.
Lo difendeva sempre Nicola, a testa bassa, quando la ragazza, gli amici gli chiedevano - ma che lavoro fa? Come si guadagna da vivere? -.
- Nicola lotta, laggiù, in uno sperduto paesino della Sicilia occidentale - prendi la mappa, direbbe qualsiasi persona, prendi la mappa e vediamo dove sta 'sta cazzo di Arcoleo -. Si alza la mattina - gli piaceva pensare a Vladimiro -, si mette l'elmetto, si cala nella sua trincea telematica e comincia a dare fuoco alle polveri, a menare fendenti e sparare cannonate via etere agli avversari. Una lotta furiosa e disinteressata che non porta denari -.
- Sì, d'accordo: ma come si guadagna da vivere? -. - Boh? Coltiva un po' di ulivi, produce un po' di olio, i genitori probabilmente gli passano qualcosa, poi non ha figli -.
Ma poi è veramente così importante come uno si guadagna da vivere? Questa del lavoro, della necessità dell'indipendenza economica come condizione irrinunciabile per acquisire dignità nei confronti propri e degli altri è qualcosa di vero, oggettivamente vero o semplicemente un'invenzione, come tante altre, della modernità? L'assenza di lavoro, lavoro retribuito s'intende, deve essere per forza fonte di vergogna?
Che nessuno poteva dire che Nicola non lavorasse, laggiù, sempre intento a organizzare blog, riviste, numeri unici, osservatori, manifesti, convegni e quant'altro.
- Già ma questo non conta -, dicevano gli stipendiati a fine mese come Vladimiro -. Quando uno chiede che lavoro fai, intende dire che lavoro retribuito fai. Il resto non è lavoro, è hobby, passatempo, cosa accettabile, financo buona se prima hai portato lo stipendio a casa ma manifestazione evidente di immaturità, di infantilismo alla Peter Pan se prima il portafoglio non lo hai ben gonfiato -.


Nicola un giorno gli telefona, a Vladimiro. Vladimiro era da poco ricercatore, in Storia contemporanea, a Roma, e da poco aveva scritto un libro sui Fasci siciliani. Nicola gli propone di presentarlo a Arcoleo questo libro.
Vladimiro accetta e attacca il cellulare.
- Perché non siamo andati insieme in Jugoslavia? - gli aveva chiesto Nicola una volta, quando, dottorando di ricerca, aveva iniziato a studiare le relazioni italo-jugoslave nell'immediato secondo dopoguerra. Già, perché non c'erano andati? Non lo sapeva perché.

Aveva avvertito il pericolo.
Le frasi contenute in quel volantino erano troppo assertive, forse violente. Vladimiro aveva cercato di spiegarglielo a Nicola che non era il caso di distribuirlo ma Nicola lo aveva rassicurato, non c'era alcun pericolo, non conteneva nulla che non fosse vero.
Vladimiro aveva temuto così di apparire agli occhi dell'amico un vigliacco se si fosse rifiutato ed ora mentre lasciava quel volantino sul parabrezza delle macchine, di notte, manco fosse un ladro, si rendeva conto di quanto il giudizio di Nicola potesse condizionarlo.

Le serate a casa di Nicola, attorno a dei piatti inventati da Nicola stesso, erano zone franche dove Vladimiro e l'amico potevano lanciarsi in scorrerie intellettuali. Nessun pensiero era interdetto e l'indicibile ben accolto.


Ada, assessore alla cultura ad Arcoleo, vestiva verde elettrico. Lì, attorno a un tavolo in pizzeria, Vladimiro se la squadrava. Quella che nel volantino veniva indicata come una grande corruttrice era una donna pensosa che ogni tanto volgeva lo sguardo al figlio quasi adolescente, abbozzando un sorriso per poi rifugiarsi nel suo universo lontano mentre Vladimiro con gli altri commensali ragionava di nuovi appuntamenti per celebrare degnamente il centenario della morte del giurista Luigi Leorcao, che proprio ad Arcoleo era nato.
Ada non sapeva di avere di fronte, a quella tavola, colui che aveva denunciato. Aveva infatti sporto querela contro ignoti. Alcuni giorni dopo la notifica della denuncia, a Vladimiro, per chissà quale scherzo del destino, la Direttrice del Dipartimento di Giurisprudenza aveva proposto di intervenire alle celebrazioni del Centenario della morte di Leorcao, da tenersi ad Arcoleo, che proprio al Dipartimento aveva insegnato. Vladimiro non aveva lasciato cadere l'offerta. - Mi faccio apprezzare - aveva detto confusamente a se stesso -. Contraggo un credito intellettuale con l'assessore con la mia relazione su Leorcao. Potrei anche incaricarmi della pubblicazione degli interventi più significativi. Così, quando poi dovesse scoprire cosa ho combinato, potrebbe, per generosità o calcolo, ritirare la denuncia. Così ‘salvo' anche Nicola. Chissà... -.

«Sono ben pochi gli scrittori come Albert Camus gloriosamente tutt'uno per coraggio civile e bellezza letteraria, che non neghino nei fatti della vita quanto hanno scritto nelle parole dell'opera». Così scriveva Aldo Busi ne L'altra mammella delle vacche amiche. E quelle parole avevano provocato le vertigini a Vladimiro, che sembravano essere state scritte per lui, che tentava mille vigliacchi sotterfugi per salvare la sua onorabilità professorale.
Busi, già, Busi. - Se da domani - pensava Vladimiro - mia moglie guadagnasse più di me, domani stesso stapperei una bottiglia di spumante per festeggiare l'evento, pregustando gli sfizi futuri che potrei togliermi. Non nutro, infatti, invidia sociale nei confronti di nessuno, uomo o donna che sia; o meglio non conosco invidia nei confronti della pecunia altrui (forse per questo antiberlusconiano non sono mai stato, che, in fondo e al netto degli alti lai contro la volgarità politica del parvenu padano, quel che a questo non si è mai perdonato sono la ricchezza e soprattutto la sua ostentazione), che invece l'invidia per l'intelligenza altrui, per l'eccellenza del pensiero altrui la provo, la provo eccome tanto da schiumare di rabbia (e forse per questo comunista non sono, che per me la disuguaglianza nelle capacità intellettuali è ben più bruciante di quella economica; ma alla prima non c'è rimedio, che a forza di studiare e con qualche santo in paradiso, o meglio in famiglia, puoi aprire il tuo bello studio notarile ma il fuoco sacro che fa uno scrittore o pittore e non imbrattacarte o imbrattatele, quello ce l'hai o non ce l'hai. Si potrebbe allora, non potendo tutti innalzare, atterrare i pochi che svettano sugli altri ma si avrebbe allora la pacificazione, l'eguaglianza dei cervelli all'ammasso e la mia invidia, per quanto canagliesca, non arriva a chiedere tanto)-.
Ecco perché delle 463 pagine dell'ultima fatica di Busi Vladimiro era arrivato solo a pagina 100; poi, sfinito, aveva alzato bandiera bianca; troppa, per l'appunto, l'invidia nei confronti della busiana padronanza della parola, della sua capacità di ammaestrarla, addomesticarla come un domatore di leone e condurla dove vuole il padrone per poi farla esplodere in fantasmagorici fuochi pirotecnici. Capacità che Vladimiro non avrebbe mai avuto.
Poi, quando oramai pensava di avere perso ogni speranza, una luce aveva squarciato le nubi. Vladimiro era così riandato alle pagine 21 e 22 dove Busi parlava di una ricorrente «pressione soffocante al torace» che però non gli impediva di «andare alla porta e, facendo forza sulla ciabatta nella cunetta dell'alluce, sollevare lo scrocco giù nel pavimento che la blocca dall'interno», sdraiarsi e poi aspettare; che se lo spasmo «questa volta non passa non dovranno sfondare niente per entrare e fare la constatazione».
E allora Vladimiro confidava, meschino, vigliacco, pusillanime, nella fortuna e nel tempo che non avrebbero forse dato a Busi un'altra possibilità per farsi beffe della mediocrità sua e della maggior parte di noi altri.

Quante volte, si chiedeva Vladimiro, aveva votato nelle sedute del consiglio di Dipartimento proposte che non aveva neanche letto? Molte. Pensava allora ad Ada, che aveva forse diffamato. Immaginava i suoi "padrini" politici mentre facevano scivolare con noncuranza sulla sua scrivania documenti accompagnati da rassicurazioni recitate con voce tanto suadente quanto ferma. E Ada firmava, forse consapevole che rischiava di cacciarsi in qualche guaio ma incapace di dire no a quelli che l'avevano lusingata e fatta assessore. Perché i voti glieli avevano portati loro e quindi ora Ada non poteva opporsi; doveva firmare e sperare che nulla accadesse. E ora guardava suo figlio, mentre veniva inseguita da avvisi di garanzia, e il cuore le si stringeva; che sapeva come i compagni di scuola, canaglie aizzate dagli ormoni in fibrillazione, potessero essere sadici e implacabili.


Vladimiro contemplava Luca, il figlio di quattro anni, mentre dormiva. Come al solito nel sonno si era girato di 180 gradi e rannicchiato con il culo all'insù.
Un giorno Luca gli aveva chiesto - papà, alcuni miei compagni chiamano il loro papà, babbo. Io, come ti devo chiamare? -.
Vladimiro gli aveva risposto sorridendo - Beh, mi potresti chiamare principio ordinatore di ogni cosa... -.
Lo scherzo, come sempre accade, celava un simulacro di verità. Vladimiro, padre e professore universitario, appariva certamente agli occhi dei figli fonte di disciplina e ordine, principio di rigore che assorbivano inconsapevolmente e che dava alle loro giornate, alle loro azioni, geometriche sicurezze.
Ma se quella denuncia per diffamazione fosse andata avanti, come avrebbe potuto Vladimiro continuare ad esercitare credibilmente quelle funzioni? Se anche i figli non avessero saputo nulla, lui comunque non sarebbe stato più nella posizione di insegnare loro alcunché. La sua credibilità sarebbe crollata, come le statue dei padri della patria ad ogni cambio di regime, e del ruolo svolto fino a quel momento sarebbero rimaste solo macerie.


-Proprio perché credeva in una società aperta, dove nulla era garantito a priori, il borghese aveva bisogno di un retroterra sicuro, quale solo il tradizionale istituto familiare poteva fornirgli -. Vladimiro aveva trovato nella sua vita privata una conferma indubbia della validità di questa affermazione, che aveva letto ai tempi del liceo in un manuale di Storia.
Vladimiro aveva bisogno di abitudini, era in qualche modo le sue abitudini. La sua giornata doveva essere cadenzata dagli stessi luoghi e dagli stessi tempi. L'imprevisto lo irritava fino a sfinirlo. Era consapevole di quanto questo potesse limitare l'orizzonte delle sue possibili esperienze ma, diceva a se stesso, questo era però funzionale a quella che era la più importante, anzi la sola irrinunciabile, delle esperienze praticabili: lo studio e la scrittura. Tutto ciò che non era studio e scrittura lo considerava come un colpevole diversivo. Avrebbe voluto avere la forza di condurre per conseguire questo fine una vita da eremita ma aveva dovuto amaramente ammettere a se stesso che non aveva la forza di vivere una condizione di perfetta solitudine. Da qui la famiglia e tutto l'inevitabile carico di distrazioni dal proprio lavoro che comportava e la confusione che provava quando all'emozione data dal poppante che si addormentava sulla sua pancia mentre gli leggeva una storia seguiva l'invidia che provava verso il giovane studente quando lui doveva abbandonare anzitempo la biblioteca per l'inevitabile incombenza familiare.


Sarebbero forse stati salvati da quell'Italietta democrista, cattolica nel senso più straccione, da quell'Italietta del sempiterno adagio «volemose bene», «so' solo ragazzi» (ragazzi? Sopra i 40 tutt'e due...!), quell'Italietta che aveva partorito la tenuità del fatto, mostruosità giuridica, in cui si era tradotto per l'appunto l'italico scappellotto di doncamillesca memoria, scappellotto benevolmente assestato dal giudice di turno che ben volentieri, probabilmente, sarebbe ricorso al pietoso sotterfugio per perpetuare immacolatezza alla fedina dei due imprudenti.
Ma si sarebbero veramente salvati? Il casellario giudiziario, forse, ma a un prezzo altissimo, quello dell'amicizia.

Pensava di avere più coraggio, Vladimiro.
Si sorprendeva a compulsare ossessivamente il web alla ricerca di vie di fuga. Tenuità del fatto, oblazione, messa in prova gli apparivano così compromessi pietosi che uno Stato paternalista gli squadernava davanti agli occhi, compromessi che comunque non avrebbero evitato il marchio dell'infamia.
Da ultimo aveva iniziato a frequentare le sue ansie l'ultimo ritrovato per svuotare le carceri o per impedire che si riempissero di poveri Cristi, di autori, come si diceva tra giuristi insigni, di reati bagatellari: l'estinzione del reato a fronte del risarcimento.
Ultimo ritrovato però che faceva la sponda tra Camera e Senato e rimaneva così solo un fantasma.
Ecco quello a cui si era ridotto Vladimiro, a disperdere energie e tempo rovistando nell'etere, confidando nella benevolenza degli dei.


Archiviata perché il fatto non costituisce reato. Con questo sms l'avvocato gli comunicava l'esito della querela per diffamazione, qualche secondo prima che Vladimiro iniziasse la lezione all'università.
Un'iniziale euforia aveva lasciato il posto, lì, di fronte ai suoi allievi, ad una mestizia, progressiva e senza scampo.
Stava ora seduto, al buio, nel suo studio. Tutta la faccenda era stata molto istruttiva, si trovò a pensare. Era stato costretto a conoscersi meglio, a prendere consapevolezza della sua codardia. No, non era stato un bello spettacolo, certamente; purtuttavia istruttivo, molto.
Si alzò di scatto, infastidito dalla posizione orizzontale sulla mensola della libreria dell'ultimo fascicolo del Mestiere di storico. Lo mise diritto, accanto agli altri numeri.
L'abitudine, la narcotizzante ritualità dei gesti avrebbero salvato anche questo piccolo uomo, come già accaduto per innumerevoli volte ai suoi consimili.



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