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lavoro pubblicato martedì 23 ottobre 2001
ultima lettura lunedì 21 settembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

chi perlerà per primo?

di d.mycrux . Letto 1279 volte. Dallo scaffale Attualita

In questo periodo di paura e coraggio, sconforto e voglia di reagire, credo che quello di cui abbiamo più bisogno sia il dialogo. Non troverete giudizi, solo domande che cercano risposte e confronto.

Chi parlerà per primo? Russia, 1943 Forza, non fermatevi!, Le grida risuonavano nella sua mente. Non fermatevi, perché? Se solo avesse potuto stendersi un attimo. Sarebbe bastato un minuto. Chiudere gli occhi, dormire. Avrebbe ritrovato le forze, per andare avanti. Almeno fino a sera. Dio, come faceva freddo. Mai aveva immaginato di potersi sentire così. Un altro passo, un altro ancora. Davanti a lui, una fila di penne nere procedeva lentamente, stavano erette, sopportando il dolore. Sotto di lui la neve, candida e bellissima. Mortale, nemica, ma bella. Era nella neve che dormivano, era la neve che bevevano. E adesso sembrava un comodo letto pronto ad accoglierlo. Solo per un minuto. Giovanni si accasciò nel suo abbraccio, non era fredda. “Soldato! Alpino!” Giovanni alzò lo sguardo sull’uomo che gli si avvicinava. “Prendi il mio cappello. Di alla mia mamma che non sono morto invano. Dille che questo servirà perché ci sia pace. Dille che nessuno soffrirà più quanto noi. Mai più.” IRAK inizi anni ‘90 Il rumore era assordante. In pochi minuti lo sportello si sarebbe aperto sull’oscurità della notte. James sentiva l’usuale stretta allo stomaco. Sorrise ai compagni. Odiava l’attesa, lo costringeva a pensare, come adesso. Pensava al Natale trascorso da poco e a sua moglie, che la Vigilia gli chiedeva sempre di esprimere un desiderio. Questa volta erano lontani, e lui se ne era dimenticato. Beh, Gesù Bambino, non è mai troppo tardi. Ma lo sai che non mi piace esprimere desideri irrealizzabili. Mi piace desiderare qualcosa che posso ottenere. Quindi, ascolta. Siamo in guerra. Ti chiedo questo: se dovessi venire da te stanotte, vorrei prenderti in braccio. Perché a casa ho un bambino che è appena nato, pochi giorni fa, come te. E muoio dal desiderio di prenderlo tra le mie braccia. Cullando te, mi sembrerà di cullare lui. Chiederò alla tua mamma di dare una mano alla mia Allison. So che non approvi la violenza. Ma io combatto perché ci sia pace nel mondo. Perché la guerra non si ripeta. Mai più. “Alla porta!” IRAK 1999 Fatima cullava dolcemente il fagottino che stringeva al petto. Accanto a lei, Ibrahim, suo marito, guardava la sua famiglia con tutto l’amore e l’orgoglio che può provare un padre. Fatima avvertì quello sguardo e alzò gli occhi. Scoppiò a piangere. Una fitta strinse il cuore di Ibrahim. “Ehi, non fare così. Me la faccio la barba, lo so che mi fa più brutto.” “Non scherzare, ti prego. Non volevo un figlio, non avremmo dovuto farlo”. L’uomo sentì il suo cuore farsi ancora più pesante. “E’ la cosa più bella che io abbia mai visto.” “Anch’io. E non merita di nascere qui. Dove un bambino è fortunato se arriva ai 10 anni di età. Dove non c’è niente. Se solo si ammalasse, anche di una malattia banale, non avremmo di che curarlo.” “Ma non si ammalerà. Non è così che dobbiamo pensare. L’embargo finirà. Non chiedermi quando e come, perché queste sono cose talmente illogiche per la mente di persone semplici come noi, che non saprei trovare risposta. Ma la sofferenza finirà. E noi siamo stati scelti per aiutare a crescere questo bambino. Vuoi?” Fatima sorrise tra le lacrime e annuì. “Te la dovresti proprio fare la barba, lo sai?” mormorò mentre appoggiava il capo sul torace rassicurante del marito. Ibrahim rise, mentre dentro di sé pregava con tutte le sue forze che quello che aveva detto si avverasse. Basta soffrire. Mai più. AFGHANISTAN 2001 Il fiume di persone avanzava stanco, lento. Un passo dopo l’altro, nella sabbia ardente. Mohammed ringraziava il cielo di non avere figli. Poco cibo, poca acqua. Niente igiene. Erano profughi. Mohammed era giovane, ma l’amputazione del braccio che aveva subito qualche tempo prima non lo rendeva abile a combattere. Ed era un bene. Le forze ribelli erano lontane da raggiungere, e non aveva mai approvato il regime. Avevano costretto sua madre a una vita ben peggiore di quella riservata agli animali. Sua madre, una donna intelligente e brillante, una persona che dovrebbe essere un vanto per un Paese, non un oggetto da nascondere. Se c’è qualcosa di positivo in cui posso sperare, è che forse il regime cadrà. Eppure non poteva fare a meno di credere che doveva esserci un’altra strada. Queste grandi potenze che lui non capiva, ma che sapeva avere il potere di creare e distruggere uno stato. Possibile che non avessero potuto fare qualcosa prima? Possibile che l’unica strada fosse questa? Il potente rombo di un aereo lo risvegliò dai suoi pensieri. Guardò in cielo. Pensò che su uno di quei velivoli, un ragazzo come lui si stava preparando a colpire. Forse servirà davvero, concluse. Su quell’aereo Michael scrutava attento il territorio sottostante. Nei suoi occhi era ancora vivo l’orrore. Migliaia di vite distrutte, migliaia di famiglie in lacrime. Guardò la fotografia che teneva lì, accanto a sé. Lo faccio per te Chris, e per tutti noi. Quando crescerai, non dovrai più temere il terrorismo. Mohammed rallentò. C’era qualcosa che non andava. Poi si rese conto. Si fermò impietrito. Sentiva il suo cuore battere febbrilmente. Perché stavano volando così bassi? Non c’era niente lì attorno. Solo il suo villaggio a qualche chilometro. Sua madre era ancora là. Non poteva essere vero. Eppure… Mohammed si mise a correre sulla scia dei jet. “Fermatevi! Per l’amor del cielo! Fermatevi! Non c’è niente di là. Non sono là i nemici! NO ENEMY THERE! PLEASE. FRIENDS” Mohammed si lasciò cadere in ginocchio, mentre una colonna di fumo si levava dal luogo dove si trovava la sua casa. Non poteva parlare, non poteva piangere. Perché? Perché? Un ragazzino guardava la scena senza parlare. Non capiva, ma avrebbe cercato delle risposte. Chissà chi sarà a dargli delle risposte. In alto, molto più in alto, una creatura sollevò lo sguardo dal mappamondo che teneva sulla scrivania. Aveva visto molte lucine accendersi e rispegnersi nell’arco di un secondo, sulla parte del Globo chiamata Afghanistan. Annuì. Una buona parte di quelle lucine, segnavano delle vittorie. La parte rimanente, beh, non ne era sicuro. Vicino al mappamondo stava una lente di ingrandimento. Avrebbe potuto allungare la mano ed utilizzarla, per controllare, per ponderare le sue prossime mosse, ma non era questo a cui stava pensando in quel momento. La creatura aveva sembianze umane, ma ogni sua singola caratteristica somatica sembrava appartenere a un corpo diverso. Guardò di nuovo il suo globo e spostò lentamente lo sguardo verso un alto fazzoletto di terra. La scritta leggeva: Irak. Fatima, Ibrahim e il loro bambino erano troppo piccoli per essere visti. Un altro impercettibile movimento del capo e il suo sguardo si posò sul Mar Caspio. Perché la lente di ingrandimento resta lì, inutilizzata? pensava intanto un ragazzo tra il pubblico, che attendeva con fiato sospeso quello che la creatura avrebbe detto di lì a poco. Perché non se ne serve? Ma se ne guardava bene dal dirlo ad alta voce, quante persone c’erano in aula, più importanti e sagge di lui? Come avrebbero reagito a una considerazione tanto stupida? Eppure, cosa avrei da perdere? La creatura rimaneva silenziosa. Stava cercando una parola. Una parola magica, una parola chiave. Se l’avesse pronunciata, il pubblico lo avrebbe acclamato e si sarebbero presto accese altre lucine sul suo bel mappamondo. Il ragazzo guarda la lente sul tavolo, è sul punto di alzarsi in piedi. La creatura è calma e decisa. È questione di poco. Chi parlerà per primo?


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