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lavoro pubblicato lunedì 12 febbraio 2018
ultima lettura giovedì 8 novembre 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Aut - aut

di lis. Letto 324 volte. Dallo scaffale Filosofia

Dopo decine di migliaia di pagine lette, sigarette fumate per pensare alla questione, una tesi di laurea che trattasse di questo; dopo sospiri in bilico e lacrime sparse su tutta la faccia e sul cuscino, e scelte prese un po’ meno su due piedi ...

Dopo decine di migliaia di pagine lette, sigarette fumate per pensare alla questione, una tesi di laurea che trattasse di questo; dopo sospiri in bilico e lacrime sparse su tutta la faccia e sul cuscino, e scelte prese un po’ meno su due piedi di quanto sarebbe consigliabile fare; dopo quest’epopea d’esistenza vacillante, capii.

Che non destino, non fato, non necessità governano il mondo, o almeno, il mio mondo: tutto è caso.

Che nessun vincolo di nessun tipo ci fa scegliere questo o quello, né che una intelligenza particolarmente elevata avrebbe più difficoltà nello scegliere tra le infinite possibilità d’ogni secondo di vita, no: chi non riesce mai a prendere definizioni definitive, non lo fa perché troppo saggio, non lo fa perché sia impossibile prendere partito se non lanciando una monetina per aria , non perché ci sono sempre mille cose troppo belle da raggiungere e vedere in questa vita e pare un peccato non vagliare ogni angolo di terra.

Chi sceglie facilmente, ha una gran buona volontà. Non si f allettare da profumi d’idee o di arte.

Chi al contrario, come feci io, rimugina tanto sulla questione da non capirci poi più nulla alla fine, chi si arrovella su un qualche metodo per trovar sempre la possibilità giusta da rendere reale, non è portato a ciò da nessun motivo genetico.

Non una causa metafisica né una diversità essenziale rispetto agli altri.

Ma, semplicemente; mancanza di forza di volontà. Di interesse. Per sé stessi. Mancanza di un centro. Tanta, a volte troppa ironia su tutto, ed un enorme palloncino vuoto dentro.

Lo capii qualche sera fa, mentre sorseggiavo un calice di vino rosso spagnolo sulla barca, sotto un cielo stellato che prometteva soltanto buone scoperte: stavo appunto correndo da un luccichio bianco all’altro con lo sguardo, riparandomi leggermente dall’aria fresca con la sciarpa leggera; i miei capelli profumavano ancora di sale.

<<Aut – aut: vedi, Elìse, non è poi così difficile capirlo. O questo, o quello; si sta facendo tardi ed avrei piacere conoscere la tua posizione prima di andare a dormire. Dunque?>>.

Aut – aut. Aveva detto proprio così. Senza saperlo, quell’uomo grezzo cui la filosofia non doveva mai neanche esser passata per il cervello, proprio lui aveva detto proprio quella parola sulla quale avevo sudato non poco all’epoca della mia laurea breve!

Aut – aut. Non riuscivo davvero a capire, allora, che significato avesse in realtà. Mentre in quel preciso istante travolse con tutta la sua forza semantica le mie ossa deboli, facendo vacillare i sessant’anni che mi portavo sulla fronte: ci era voluta davvero tutta la vita, per capirlo?

*

<<Vieni da me stasera? Mia madre non c’è, sta via fino a tardi. Dài, forza, non lasciarmi qui da solo!>>. Vado o non vado? <<Te lo dico tra un po’, va bene?>>.

L’idea mi piace, ma secondo la morale delle brave ragazze non dovrei. Dovrei mentire un po’ a tutti, cosa dico agli altri? Suvvia, no, non ci andrò. Inoltre, sono stanca. Ma un bicchiere di vino e due parole piacevoli.. in fondo che male farei? Forse ci andrò.

Che fare? È l’ora. È rimasto tutta la sera ad aspettarmi, ed ora sarei davvero cattiva a mollarlo da solo.

Ma lo sono anche ad inventare sempre scuse su scuse. Oddio, fumo una sigaretta e decido.

<<Allora, Elìse, che facciamo, ti aspettiamo o andiamo?>> <<Dov’è che andate stasera?>> <<Proviamo quel locale nuovo in via G.! Dai non dirci sempre di no, non esci mai!>>

<<No ragazzi, davvero, sono davvero troppo stanca, oggi ho lavorato molto. Un’altra sera, davvero.>>.

Basta, vado da lui, e poi si vedrà. Tanto in fondo che importa al mondo quello che faccio? Devo fare quello che ho voglia di fare, o sbaglio? <<Aprimi, sono sotto casa tua.>>.

*

Quella sera feci un sesso bellissimo, uno dei più belli della mia vita; come scordarlo? In tutte le posizioni del mondo, avrebbe detto qualcuno. Ma, a pensarci bene, ora: quel ragazzo davvero aveva un non so che di poetico, dolcissimo, non mi piaceva abbastanza ma mi piaceva abbastanza. Mi insegnò ad amare i Pink Floyd.

Ho sempre imparato un sacco di cose in questi momenti segreti. Segreti, sì, perché accadeva sempre all’insaputa del mondo che io andassi da questo o quello a bere buon vino e fare l’amore vero.

Quando avrei dovuto farlo in camera mia, col mio ragazzo di turno, no, non era mai vero, lo facevo perché andava fatto; non che non mi piacesse, ma la testa era sempre altrove.

E, per non dimenticarmi di tutti i segreti, all’età di vent’anni cominciai anche a dipingere.

*

<<Ti dispiace se faccio una foto?>>. <<A cosa, di preciso, Elìse? È solo camera mia.>>. <<No, cioè non alla camera in sé, ma al momento>>.

Un tappeto difficilissimo da riprodurre su un foglio bianco, una cassettiera con intarsi dorati delicatissimi, uno specchio, due calici di cristallo, con mille sfumature alla base. Eppure mi sono innamorata di quest’immagine, e adesso la dipingerò. E poi la inquadrerò. E spero che chiunque vedrà alla fine la mia opera mi dica semplicemente che è bellissima, senza chiedere dove abbia tratto l’ispirazione: è segreto, risponderei; ma so fin troppo bene che tanto la gente in generale si sofferma alla superficie dell’astetica, senza arrivare alla radice della bellezza.

*

Andò proprio così: mia madre inquadrò il mio dipinto in sala, insieme a tutti quelli che seguirono, in una lunga fila di pezzi di vita che sapevo solo io; nessuno mi chiede mai da dove avessi copiato tutte quelle stanze. Tutti quei vasi. Tutti quegli alberi, in quale bosco? Che giorno? Era primavera, con chi ero? Sapevo solo io. E gustavo golosamente e gelosamente i miei segreti.

Ed, in tutto ciò, ebbi anche la fortuna d’esser brava col pennello! Ora sarà qualche anno che non lo uso, ma nessuno l’ha mai negato. In un certo senso ho anche avuto successo.

Sussulto. <<Elìse, ci sei ancora? Allora, domani vuoi attraccare a Barcellona o proseguiamo verso Granada? Hai deciso cosa vuoi fare? Devo avvertire anche Imbradh. Ogni tanto pare proprio tu sia altrove.>>. Lo guardo ma senza guardarlo davvero, cosa mi importa in fondo se Barcellona o Granada? Finisco il vino, alzo le spalle, gli passo di fianco entrando in sottocoperta e rovescio un altro po’ della bottiglia nel calice leggero. Accendo una sigaretta, la guardo. No, se fumare o meno, non me lo sono mai chiesta: lo faccio ormai da trentacinque anni senza pormi il dubbio di smettere.

Così in realtà è successo per tutte le cose che ho sempre ritenuto importanti. Il vino, le sigarette, l’arte in genere; la filosofia. La scrittura. Nel senso, io sono sempre state Elìse, ho sempre amato leggere, ho cominciato a scrivere storie alla veneranda età di otto anni e non ho mai smesso, sono sempre stata appassionata di arte figurativa, e fin dalla scuola media ho dimostrato una buona attitudine nel disegno.

Ho sempre saputo chi sono, nella mia essenza. Sono tutto questo. Ho sempre avuto i miei obiettivi, li ho sempre raggiunti. In ciò, neanche una difficoltà, anzi a guardarmi con attenzione alle spalle vedo un sentiero coerente senza particolari deviazioni, che mi ha portato ad essere quello che volevo essere.

Una scrittrice di medio successo, forse a volte un po’ fuori dagli schemi, che ha fatto soldi non per tenerli in banca ma per vedere il mondo in barca o a piedi o come capitava; sono stata in tutti i posti più poveri del pianeta. Ho abbracciato le donne più disperate. Ho visto più albe che tramonti, ho sempre preferito il verde ed il mare. Ho tenuto due gallerie di acquerello, una a Parigi, l’altra in California.

Una donna sola.

*

<<Elìse, vieni a ballare allora stasera? Ce lo avevi promesso>> fa davvero male deludere in questo modo la mia migliore amica, ma so già nel mio cuore che non andrò proprio in nessuna discoteca. Nonostante deluda le sue aspettative, dico di no. Lui al mio fianco, seduto in macchina a girarsi una sigaretta, sorride. <<Preferisci la mia compagnia, eh, stella?>>. <<Avevi dei dubbi? A parte gli scherzi, lo sai, che mi piaci>>.

Gelo. Cosa avrò mai detto di sbagliato? Smette di sorridere, si tira un po’ su, mi dice <<Dobbiamo parlare>>. Gelo. Cosa vuole dirmi, ora, cioè non era scontato mi piacesse da morire? Ho perfino dato la benedizione ad una relazione di ben cinque mesi per lui, nonostante lui non me l’avesse mai chiesto. È stato irrazionale, ma per lui vado fuori di testa. È palese.

<<Allora, ti piaccio, eh? E quindi? Cioè, ora, sul serio, cosa ti aspetti che succeda? Credi che ci metteremo insieme? Qui, in questa città piccola e noiosa? Pensi che staremo insieme per un sacco di tempo, poi ci sposeremo, faremo dei bambini e fine?

Credi possa andare veramente in questo modo? Che senso avrebbe, Elìse?>>.

<<Non lo so, non me lo sono chiesta, insomma.. mi è parso naturale potesse andare così, potessimo stare insieme alla luce del giorno, finalmente..>>

<<Ma tesoro, io non voglio questo; io voglio vedere tutto il mondo, voglio trovare l’amore a caso, in viaggio, e poi continuare a viaggiare per tutta la vita.>>.

Ammutolisco. Quelle parole mi sembrano aliene. Sono delusa, ma allo stesso tempo non comprendo fino in fondo l’effetto che il discorso fa su di me. Tipo una scossa. Non resisto più di fronte a quel sorrido di chi la sa lunga, provo un odio immenso. <<Ti porto a casa.>><<Ci sentiamo, buonanotte.>>.

*

Spengo la sigaretta con svogliatezza, mi guardo le mani piccole e appena grinzose, ripensando a quella sera in cui tutto inconsciamente cambiò. Le mie convinzioni di quasi vent’anni evaporate di colpo, che poi chi era quello, per aver un tale potere su di me? Forse è vero che quando si è realmente innamorati si perde qualsiasi cognizione.

Ciò significherebbe che sono stata innamorata davvero solo una volta nella mia vita. Comunque, è da quell’episodio che cominciai a diventare quella che sono, forse prima non avevo mai realmente pensato alla vita con la mia testa, adagiandomi sugli insegnamenti altrui. O sarà stato invece il contrario? Chissà come sarebbe andato tutto se quell’episodio non ci fosse mai stato.

Non sarei qui, certo, con quest’uomo goffo che mi guarda perplesso in attesa di una risposta, non su questa barca in vacanza perenne, non con questi capelli lunghi e sbiancati dalla solitudine, non con questa anima squarciata dai pensieri.

Avrei avuto dei figli, forse; un marito che avrebbe lavorato molto, un lavoro mediocre e ben pagato che mi avrebbe permesso di concedermi la parrucchiera una volta al mese, l’estetista ogni due, e poco altro.

Ma, Elìse cara, davvero credi possa bastare così poco, a stravolgere un’esistenza intera? Non era forse scritto dentro di te, che dovesse andare in questo modo?

Un soffio di vento più prepotente degli altri mi riporta sui miei piedi, il mare comincia a ruggire più arrabbiato, non mi ero neanche accorta fosse già tanto tardi. Sarebbe stato meglio andare a riposare, forse.

<<L’aria di Granada è limpida e fresca stamattina, non è stata una cattiva idea fermarci qui, Imhrad aveva proprio ragione!>>. Già, c’è un frullio di gente per le strade, ma io so bene dove siamo diretti; concedo una colazione sfarzosa in un locale piccolo e colorato lungo la via principale ai miei accompagnatori. Poi chiedo indicazioni: voglio trovare il quartiere Rom, rivederlo dopo tutti questi anni, è davvero necessario. <<Elìse, non possiamo ancora goderci un poco di questo sole e questa bella gente qui? Che fretta c’è?>>.

<<State, state, no non c’è alcuna fretta in effetti; ma lasciate che io vada a fare due passo in questa direzione, sarò di ritorno tra meno di un’ora, state comodi.>>

È davvero tutto come ricordavo, come le foto fedeli avevano conservato in tutto questo tempo: le case bianche che si arrampicano lungo l’altura, costeggiate da una viuzza sempre a strapiombo, le scritte sui muri. Cammino di buona lena e dopo circa un’ora sono in cima, come ricordavo c’è anche un caffè. Mi siedo, ammirando la bellezza della vista che tanto mi aveva tolto il fiato allora: <<Un caffè, per favore>>.

È quasi più bello e pacifico di come lo ricordavo.

*

<<Non resisto più, te lo giuro, no, non lo so cosa sia, non saprei dirti perché ma sento che dobbiamo finirla qui, voglio stare da sola. No, non c’è nessun altro. Voglio semplicemente stare da sola. Sì, ne parliamo a voce.. come vuoi. Ciao, buonanotte. Ma stavolta faccio sul serio.>>.

Le lacrime cominciano a scendere lentamente lungo le mie guancie trascinando con sé il mascara, sembro un pagliaccio, forse lo sono, forse sto continuando a mentire senza saperlo. Ormai è una situazione che si ripete all’incirca una volta all’anno. Penso d’essere innamorata, smetto di esserlo, mi stufo, proclamo la libertà e confesso di voler stare sola.

Peccato, lui è davvero un gran bravo ragazzo; di certo meglio degli altri ultimi che ho avuto. Eppure accade di nuovo. Ma cosa sarà mai questa voglia di solitudine che sento? Nessuno la capisce fino in fondo, delle persone con le quali mi apro. Nemmeno mia madre. Neanch’io forse.

Accendo una sigaretta, la radio, un po’ di Guccini e piango sommessamente, triste ma soddisfatta allo stesso tempo, come se tutto ciò fosse un male inevitabile. Finalmente libera. Già, ma libera di cosa?

*

È tutto maledettamente perfetto in questo angolo di mondo; forse è proprio il mio angolo di mondo.

Il fumo esce a serpente dalle mie narici, il sole mi abbaglia, eppure non distolgo lo sguardo; qualcuno avrebbe scritto..”M’illumino d’immenso”. Già, ma libera di cosa?

Era solo una bugia, me ne rendo conto adesso e qui, che chiamavo libertà tutt’altra questione. Non volevo essere libera, poiché non è scritto da nessuna parte che avere un ragazzo privasse di qualsivoglia libertà, se non di quella di fare all’amore a caso. Non volevo quello.

Io volevo soltanto ingannare il tempo che passava, i ricordi e la memoria, per non arrendermi e non essere quella perdente che in realtà ero stata. Non cercavo libertà, cercavo un pretesto. Per tornare da quello là che mi aveva strappato il cuore in mille pezzettini: getto la sigaretta e mi alzo, lascio qualche moneta sul tavolino. Mi avvicino al bordo della strada: tira una brezza leggera, mi sposta i capelli dalla fronte.

Aut – aut. Si è sempre solo trattato di una scelta, una sola: non una stuoia infinita di possibilità tutte ugualmente realizzabili.

Aut – aut: o scegli, o non scegli, Elìse. O scegli di scegliere, o di non farlo.

Pare tu abbia sempre scelto di non scegliere, vero cara? Quando lanciavi spiccioli in aria e lasciavi andasse come il caso decideva dovesse andare.

Ma pare soltanto. Stavi ingannando il tempo, soltanto. E la vita con tutte le persone. E te stessa.

Perché in realtà, Elìse, tu sapevi benissimo che in cuor tuo avevi scelto. In modo definitivo. In modo segreto, segreto anche a te stessa: eppure era così palese! Tu, sì avevi scelto in modo immutevole, da sempre, da quando avevi cominciato a crescere.

Da quando un episodio ti ha scosso dal torpore dell’infanzia e delle illusioni. Avevi scelto. La tua scelta ha sempre e solo avuto un unico nome. Sei stata bravissima a scegliere, senza dubbi, senza vacillare, hai avuto una forza di volontà enorme. Come sempre nella vita. Non un palloncino vuoto, dentro, ma una perenne muta speranza, un cuore pieno di emozioni.

Ma: hai scelto l’impossibile.

E, si sa, lo sanno tutti, ma proprio tutti, anche quel cameriere che toglie la tua tazzina dal tavolo e ti guarda, anche la mosca posata sulla tua spalla: tutti sanno che se scegli l’impossibile, l’aut – aut si fa maledizione. Perde di valore. Si frantuma una volta per sempre.

Una volta scelto l’impossibile, qualsiasi altra alternativa non avrà più alcun senso, e per forza che uno non si capacita di quanto sia disperatamente difficile continuare la farsa, fingere di prendere decisioni. Tanto difficile perché per te non hanno valore.

Una volta scelto l’impossibile, rimani lì, sospeso, indeterminatamente ed infinitamente. Per tutta la vita, finché non sarai vecchia, ma con la stessa voglia di volare che avevi a vent’anni, quando tutto si era fermato: quando hai scelto l’impossibile, non ti rimane che volare.

Giù. Nello strapiombo del quartiere Rom di Granada. Col segreto negli occhi.



Commenti

pubblicato il venerdì 2 marzo 2018
Samuel92, ha scritto:
pubblicato il venerdì 2 marzo 2018
Samuel92, ha scritto: ??
pubblicato il venerdì 2 marzo 2018
lis, ha scritto: ...ovvero?

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