ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.533 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 48.910.437 volte e commentati 55.652 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato lunedì 12 febbraio 2018
ultima lettura sabato 26 maggio 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L'orologio da taschino

di ANDROS. Letto 171 volte. Dallo scaffale Sogni

Il Tirabuscion, un bar nella periferia di Torino, è frequentato da gente di tutti i colori. È il classico locale in cui un buon padre di famiglia, con una station wagon in garage e il prato inglese ben curato, non metterebbe piede. Gente ...

Il Tirabuscion, un bar nella periferia di Torino, è frequentato da gente di tutti i colori. È il classico locale in cui un buon padre di famiglia, con una station wagon in garage e il prato inglese ben curato, non metterebbe piede. Gente di questo tipo non sa com’è la vita vera; di quanto i sogni che il mondo ti ha strappato via brucino abbandonati lì infondo allo stomaco. Di quanto a volte il whisky, un po’ di compagnia a buon mercato e un bar trasandato aiutino a superare giorni tutti uguali. Il proprietario Ennio Scalzi: un ometto rotondo, stempiato e con un paio di occhiali tondi, neri e sempre unti appoggiati sul naso adunco, tutti i giorni apre la caffetteria alle sette del mattino e la richiude alle sette di sera.
< Dai Ennio, apri che ho sete…> un uomo corpulento, con gli occhi iniettati di sangue ed una camicia bianca stropicciata, per metà fuori da un paio di jeans neri troppo stretti, si avvicina alle spalle del barista. Ennio, impegnato a tirar su la grigia serranda del bar ricoperta da un murales malfatto, prodotto da una mano inesperta, continuando l’operazione guarda il cliente. < Solita colazione Carl?> < Beh… lo sai che senza benzina non riesco a scrivere> Carl Jonson è uno scrittore squattrinato italoamericano con alle spalle qualche romanzo pubblicato ma passato inosservato al grande pubblico. Tutte le mattine l’uomo si siede al solito tavolo marrone (mangiato dalle termiti) e resta lì fino all’ ora di pranzo scrivendo pagine di un thriller che non conclude mai; sorseggiando cognac e criticando le nuove generazioni che, a detta sua, non hanno più passione per la buona letteratura. “ Internet ha rovinato questo paese!” ripete sempre l’uomo senza sapere bene a chi rivolgersi. A metà mattinata, quando il locale è ormai gremito di anime e l’alcol brucia le budella di tutti i presenti un uomo entra nel bar. Alla solita ora da dieci anni senza perdersi mai un giorno Edgard Touret, pseudonimo di Eugenio Torello varca la soglia del Tirabuscion. Con un bastone da passeggio, munito di un pomello a forma di leone di bronzo, un completo bordeaux ed un cilindro In tinta sul capo siede anche lui al solito tavolino accanto al lungo bancone in noce del bar. Il posto riservato al sig. Touret è proprio accanto a quello di Carl, troppo intento però a disperdere inchiostro in fogli che prontamente accartoccia e butta a terra uno dopo l’altro ammucchiandoli ai suoi piedi per notarlo.
< Ei Carl insozzi tutto il locale così>. < È bastato che entrassi tu per rovinarlo del tutto pittorello..> risponde lo scrittore con un ghigno sarcastico in viso, senza degnare di uno sguardo l’ultimo arrivato e continuando a scribacchiare violentemente su un foglio sudicio. A terminare l’inutile conversazione ci pensa Ennio che, con in mano un vassoio rotondo, porge al sig. Touret la solita colazione: ciambella e Tennet’s ghiacciata. Edgard, un uomo di mezza età alto e asciutto, si leva il cilindro dalla testa liberando una folta chioma grigia pettinata all’indietro con la brillantina; si liscia i corti baffetti a riga anch’essi grigi che porta sotto il naso e addenta il dolce. L’uomo, oggi semi alcolizzato e perso negli anni 20, è un pittore che negli anni settanta ha avuto una discreta fama ma poi il mondo l’ha masticato e sputato come un chewingum ormai insapore. Un divorzio alle spalle, due figlie gemelle che probabilmente lo ritengono morto, Edgard oggi vive nella impolverata soffitta di una vecchia palazzina; circondato da quadri invenduti e orologi… una marea di orologi. Una passione nata molti anni fa che ha spinto l’artista ad accumularne centinaia di tutti i tipi: da muro, da polso, da taschino, a pendolo, persino a cucù e sono i peggiori facendo un rumore infernale di notte. Edgard ne va fiero, ormai quest’enorme collezione è l’unico punto d’orgoglio che gli resta. In ogni suo discorso, in ogni sua riflessione, anche al bar, Edgard va a finire sempre col parlare di numeri e ore che passano; non accorgendosi che le ore passano sul serio e che forse il tempo speso a parlare di argomenti che non interessano a nessuno è tempo perso… oppure è il miglior modo di passarlo. Il sig.Touret una risposta non riesce a darsela e quindi continua ad ammorbare tutti i clienti e avventori del Tirabuscion disquisendo dei suoi cimeli. Questa mattina, è metà settembre ma la calura estiva non decide a rivolgersi altrove, finita la colazione Edgard si alza dal tavolo e si avvicina al bancone. Salutando con un leggero inchino il dottor Melani, appena entrato nel bar per gustarsi il peggior caffè del circondario, il pittore gli siede accanto. Andrea Melani ex chirurgo al Mauriziano, noto ospedale di Torino, è stato radiato dall’albo dei medici per dipendenza da farmaci ed oggi si guadagna da vivere noleggiando auto. Andrea è un uomo comune, capelli neri e mossi che gli cadono in fronte a mo’ di frangia, occhialetti rossi a mezzaluna sulla punta del naso ed un perenne completo grigio ornato da una cravatta rossa. Si può dire che il dottore sia l’unico amico di Edgard o meglio, è l’unico a non cacciarlo quando parla dei suoi maledetti orologi; il suo temperamento gentile e sottomesso non glielo permette.
< Dott. Melani buongiorno, come sta questa mattina? La vedo in forma> esordisce Edgard appoggiandosi al bancone. < Beh sig. Touret il Prozac ha fatto effetto quindi… bene lei?> risponde l’altro mescolando lo zucchero nel caffè.< Non c’è male, le posso far vedere l’ultimo gioiellino della mia collezione? Mi è arrivato giusto stamane da un mio amico fornitore. Un originale TAG Heuer da taschino degli anni ottanta guardi> replica Edgard tirando fuori dalla tasca dei pantaloni e avvicinando agli occhi dell’interlocutore un piccolo cronografo dorato allacciato alla cintura. < Pensi che l’ho pagato metà prezzo> continua il pittore tutti impettito. Andra finisce di sorseggiare il caffè e ribatte poco convinto:< buon per lei, è stato un bel colpo> posando la tazzina sul piattino aggiunge tra se e se sorridente “ grazie al cazzo è falso come il sole di notte! Povero vecchio rimbambito” Le giornate al Tirabuscion volano uguali tutti i giorni: stessi clienti, stessi discorsi, stessi litigi; sembra quasi che il tempo si fermi oltrepassando la porta a vetro di questo umido e sporco locale dall’insegna verde. Le lancette sull’orologio appeso sopra il bancone si spostano, i fogli vengo strappati dal calendario ma i giorni si susseguono immutati per chi decide di lasciarsi vivere e non di vivere. Il mondo si trasforma, le persone viaggiano, prendono aerei, fanno figli, muoiono, le tecnologie aumentano e si superano; il Tirabuscion no: resta immobile nel tempo. Il Tirabuscion non cambia: con il suo caffè schifoso, con i suoi alcolici scadenti ma con i suoi clienti a cui non importa perché quel buco di mondo per loro è l’universo; il loro universo… infondo non gli resta nient’altro… e cazzo… se lo tengono stretto.
< Avanti ragazzi tutti fuori sono le sette devo chiudere!> Un'altra giornata è passata, il bar si svuota ed Ennio spegne le luci per dirigersi in un'altra stanza poco lontano da lì anch’essa silenziosa e buia.
*
Quella mattina il sole splende alto su Torino, illuminando di una luce intensa la Gran Madre. Ottobre è alle porte e la vita in città ha ripreso pieno regime, abbandonando ai ricordi anche l’ultimo sprazzo d’estate. Sono le dieci di una mattinata non diversa dalle altre, Il mercato di Porta Palazzo è pieno di passanti che fanno acquisti; Anche al Tirabuscion, poco lontano tutto sembra essere al proprio posto. Eppure Ennio mentre asciuga nervosamente un tambler con uno strofinaccio a scacchi, guarda di continuo l’orologio appeso alla parete. I minuti passano, la lancetta rintocca le undici e qualcosa continua a non essere al proprio posto. Anche i clienti abituali partecipano al nervosismo del proprietario che si rivolge ad Andrea: <Dove sarà finito?> Proprio mentre il dott. Melani con sguardo incerto si appresta a rispondere, la porta d’entrata del bar viene aperta con violenza. Un ragazzino entra tutto trafelato nel locale e, cercando lo sguardo del titolare, con voce rotta dal fiatone esclama: < È MORTO! IL PITTORE È MORTO!> Gli occhi di tutti i presenti sono incollati sul ragazzino che resta lì impalato come ad attendere ordini. Carl, sempre intento a consumare inchiostro blocca la penna a mezz’aria e rivolge l’attenzione sul bambino. Lo scrittore è il primo a rompere il pesante silenzio creatosi e domanda ciò che tutti stanno pensando:<Quando? Come è successo?>. Il piccolo, rosso in viso si gira verso di lui e racconta:< La Polizia pensa sia successo ieri sera, ma è stato trovato sta mattina. Una macchina l’ha investito. La donna al volante dice che è sbucato dal nulla nel buio e non l’ha visto. Non deve essersi accorto di nulla, non ha neanche notato la macchina intento com’era a fissare e lustrare quel suo orologio!> Edgard Touret non c’è più, il pittore Edgard Touret non c’è più; la sua eccentricità, la sua raffinatezza e le sue stranezze si sono infrante. In una notte come tante altre l’artista soccombeva per mano della sua più grande passione. Ora nella sua soffitta polverosa e vuota, tutti quegli orologi accumulati continueranno a vivere e a girare scandendo il passare dei giorni senza nessuno più a cui importi. È proprio vero che non è il tempo che passa, lui resta… siamo noi che passiamo.



Commenti

pubblicato il lunedì 12 febbraio 2018
LexieStone, ha scritto: Ciao, Andros Volevo esprimere il mio parere su quest racconto. La trama è carina, parla di vita ordinaria ma forse come scrivi (punteggiatura, respiro durante la lettura ecc) forse non rendono bene l'idea del racconto stesso, manca di suspance e penso sia dovuto alla punteggiatura. Tutto sommato l'idea e la struttura le trovo molto buone. Spero tu possa continuare

Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: