ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.533 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 48.910.437 volte e commentati 55.652 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato martedì 6 febbraio 2018
ultima lettura giovedì 24 maggio 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il caso del Capitano Olonov

di AshleyColes. Letto 237 volte. Dallo scaffale Gialli

La prima quindicina di ottobre il Lago d’Orta è ancora un posto incantevole. Il sole è tiepido; il cielo di un celeste carico; qualche acero piantato di recente colora alla Van Gogh il panorama dei giardini. Il commissario Gianni Ro...

La prima quindicina di ottobre il Lago d’Orta è ancora un posto incantevole. Il sole è tiepido; il cielo di un celeste carico; qualche acero piantato di recente colora alla Van Gogh il panorama dei giardini. Il commissario Gianni Rodari era sempre felicissimo di poter lavorare in quell’angolo di provincia.

Smise di guardare dalla finestra. Lo stavano di nuovo chiamando nella piccola cucina accanto. Il corpo di Giovanni Creola era sempre là (e come avrebbe mai fatto a muoversi, d’altronde, con due fori di quel genere nel petto); seduto, la testa col mento appoggiato sul busto, la schiena incollata alla sedia. Non si era riverso sul tavolo. Forse i colpi lo avevano schiacciato allo schienale. Ottantenne, all’apparenza. I parenti stavano arrivando alla spicciolata. Aveva parlato con il proprietario di una villetta vicina a quella dell’omicidio. Niente di particolare. Non aveva sentito nulla. E poi – aveva detto – sarà anche successo quando lui non era in casa; ha una piccola rubinetteria in San Maurizio. Tutti hanno una rubinetteria in quel paese.

Dopo aver scambiato le solite frase di circostanza con una nipote, che era accorsa dopo essere stata avvisata dal comando locale dei vigili urbani, si mise a osservare il lago dal terrazzino della casetta. La sponda ovest, quella di Lagna, dove si trovava lui, ha l’unico handicap di perdere in fretta il sole in autunno. I rilievi che la dividono dalla Valsesia si mangiano i raggi già a metà pomeriggio. E quel giorno il cono d’ombra si stava già spandendo una ventina di metri oltre l’abitazione del sig. Creola, dove la corona del fondale precipita di botto, subito quasi cento metri di profondità. Guardava il verde scuro di quello specchio d’acqua: chissà – pensò – magari l’assassino è uscito da quei gorghi e poi si è di nuovo immerso; forse mi sta anche guardando da là sotto.

Sarebbe stato un caso rognoso; lo aveva fiutato da subito. Quando viene uccisa una persona così anziana, è ancora più difficile arrivare a capo di qualcosa. Un suo collega aveva trascinato per vent’anni il fascicolo di un omicidio in commissariato da una scrivania all’altra, per poi doverlo archiviare senza averci capito più di tanto. Peggio che mai se, come in quel frangente, non vi era stato alcun tentativo di rapina o violenza. Così, due colpi sparati da poca distanza, come se fossero stati serviti al posto del caffè.

Nei giorni a seguire i giornali bruciarono migliaia di copie.

Era andato in edicola a Novara per acquistare “La Stampa”, collezionava gli inserti di “Tuttolibri”, ma si sentì rispondere sempre la stessa cosa: - Mi dispiace, troppo tardi; finita due ore fa!-.

Con il nome che si ritrovava, poi, era per lui diventato obbligatorio avere un minimo di informazione letteraria. Infatti, quando gli capitava di incontrare qualcuno di media cultura, la prassi era sempre la solita: - Gianni Rodari? -. – Ma lo scrittore?-. Risposta: - No, no, faccio un altro mestiere -.

Molti invece sapevano, ed erano quelli più colti, che lo scrittore Gianni Rodari, grande penna italiana, era già defunto, e che gli era stato dedicato a Omegna (proprio sul Lago d’Orta), sua città d’origine, un Parco della Fantasia e un Centro Studi; però la curiosità rimaneva tanta, fosse solo per l’incredibile caso di omonimia; e allora facevano una faccia stupita; qualcuno si spingeva fino a un: - Parente? -. – No, no, neppure quello – era sempre la risposta.

Il commissario stava sorbendosi un cappuccino in Piazzetta delle Erbe, centro storico di Novara, quando ricevette la telefonata del secondo omicidio. Altro anziano, gli dissero dall’ufficio, sempre una casetta sul Lago d’Orta, in frazione Pascolo di San Maurizio d’Opaglio, solo due chilometri di distanza in linea d’aria da Lagna, dove era stato ritrovato il cadavere del signor Creola.

Un’ora e venti minuti dopo era sul posto. Gli sembrava di stare rivivendo la scena di qualche giorno avanti. Stesso lago, stessa visuale, stessi colori (notò che il tempo stava tenendo), più o meno le stesse facce (o almeno così gli pareva).

La dinamica dell’uccisione, in effetti, non era troppo differente da quella del primo caso. Anche in questa casetta, quasi una palafitta sulle acque del Cusio, un anziano uomo era stato freddato con due colpi di pistola; questa volta, però, colpito alla schiena; stava in piedi al momento degli spari.

Ora lo vedeva steso in terra sul pavimento piastrellato come tanto tempo fa; quadrati di cemento finto-marmo: non se ne vendono più. La cucina era semplice ma elegante. Pulita, non troppo grande, perfetta per un anziano che viveva ormai da tempo solo.

L’incontro con una nipote del signor Alfonso Pettinaroli fu particolarmente duro per il commissario. La donna, sulla quarantina, non aveva voluto sentire ragioni; divincolatasi dalle strette dei poliziotti e dei vigili accorsi sul posto, stava in ginocchio vicino al cadavere del nonno. Gli aveva delicatamente preso una mano tra le sue e da un tempo incalcolabile gliela stava accarezzando, tenendola sollevata da terra, una delle sue sotto, l’altra che passava su quella pelle morbida e raggrinzita dagli anni. Non parlava. Stava così accucciata e piangeva in silenzio guardando il corpo esamine del nonno.

Lui l’aveva già trovata lì. Non la disturbò. Appena arrivato disse di lasciarla pure stare lì, anche se gli agenti stavano facendo rimostranze; la paura era che si potessero perdere o alterare prove decisive. – Fa nulla – rispose – ci penso io -.

Riuscì a far rialzare la donna solo una ventina di minuti dopo. Non si capacitava di quello che era successo. Suo nonno era la persona più dolce del mondo. Perché proprio lui? Il commissario non aveva risposte. La cinse con un braccio e la portò fuori sulla veranda, in faccia al lago. Le chiese se pensava ci potessero essere collegamenti tra l’uccisione di suo nonno con l’omicidio Creola. Lei, sempre in lacrime, diceva che era una situazione assurda; suo nonno e il Creola erano amici, perché li avevano uccisi?

Già, perchè. Il locale pubblico più vicino era in Piazza Martiri della Libertà a Pella, quattro chilometri seguendo la strada litoranea, verso nord.

Una volta arrivato, trovò che di locali ve ne erano tre; o meglio: due sulla piazza, uno, un Circolo Lavoratori, un pochino più indentro nella via centrale; scelse d’istinto quello.

In un circolo di paese, anche quando fosse annunciata la visita del Presidente della Repubblica, comunque gli avventori lo guarderebbero con fare interrogativo, al suo entrare. E’ come se fosse innaturale per uno “di fuori” frequentare il loro locale; perché è entrato? Potrebbero essere anche grane. Ma lasciano sempre una possibilità al nuovo venuto: se si comporta come si deve, è promosso.

Il commissario Rodari, grazie a una discreta frequentazione di questi ambienti, soprattutto in gioventù, conosceva la prassi. Entrò discretamente; senza fare gesti troppo plateali e chiese una birra in bottiglietta (alla spina avrebbe potuto già scatenare un contenzioso diplomatico); si sedette a un tavolo e prese a leggere il giornale: sulle cronache locali imperava ancora il caso Creola. Che strana sensazione, tanto scandalo per un omicidio, figuriamoci adesso che erano diventati due!

- Lei è della polizia, vero? – Gli chiese un signore anziano che si era portato a ridosso del bancone senza fare il minimo rumore. Rodari quasi si spaventò. – Sì, si ... – rispose timidamente. – Magari non l’è finita ancora – continuò il suo interlocutore. – Mi scusi – disse con più decisione della prima risposta – cosa intende? -. – Le dico – fece l’altro battendo due volte il bicchiere sul piombo del bancone – che ci possono sparare ancora a qualcuno!-. Il commissario era basito. – Son storie vecchie – incalzò il vecchietto – glielo dice al Zin! Storie della guerra! Roba brutta! Si son mossi ancora i partigiani! -. Nell’arco di una mezzora gli chiarirono le idee. Era una vicenda che si perdeva negli anni tormentati del 1944.

Nei giorni a seguire setacciò biblioteche e Istituti Storici della Resistenza. Recuperò articoli su riviste, anche recenti. Almeno il fatto storico riuscì a ricostruirlo nella sua trama essenziale.

Nell’agosto del 1946 fu recuperato, dopo segnalazioni anonime, nello specchio d’acqua antistante la frazione di Lagna, sul Lago d’Orta, il corpo, avvolto in un telo impermeabile e zavorrato con alcuni grossi massi, del comandante dell’esercito americano Richard Olonov. Ucciso con due colpi di arma da fuoco. Partirono le prime indagini. L’ufficiale era stato paracadutato in zona nei primi mesi del 1944 e avrebbe dovuto portare a termine un’azione di intelligence per conto degli Alti Comandi Alleati, in collaborazione con le locali forze partigiane; portava con sé una somma ammontante a diverse migliaia di dollari (mai più ritrovati). Se ne persero le tracce qualche mese dopo il suo arrivo. Non se ne seppe più nulla fino al giorno del ritrovamento del corpo.

Si celebrarono in seguito due processi: una da parte delle autorità giudiziarie italiane; uno per conto dell’Alta Corte Militare americana. Il caso fu archiviato. Scagionati il comandante partigiano Pietro Levati, nome di battaglia “Nembo”, e l’agente dei servizi segreti militari americani Miky Brown, conosciuto come “Octopus”.

Dunque, pensò il commissario, il nulla: zero più zero.

Scatenò una ridda serratissima di interrogatori tra familiari, parenti e amici delle due vittime, che infatti scoprì essere stati partigiani tra i più attivi in zona. Giovanni Creola, il primo a essere stato assassinato, era conosciuto come “Volpe”. Alfonso Pettinaroli era conosciuto con il nome di battaglia de “Il Nibbio”.

Nessuno riusciva a dare indicazioni utili. Per Irma Creola, figlia del signor Giovanni, non vi erano assolutamente collegamenti tra la morte del padre e i lontani fatti del 1944. Il nipote Roberto Creola, titolare dell’azienda di rubinetti che proprio Giovanni Creola aveva fondato nel dopoguerra, si era mostrato addirittura irritato che qualcuno potesse fare illazioni sulle fortune del nonno.

Anche dalla parte del Pettinaroli non erano emersi indizi utili. La nipote, Elisa Gioria, residente in Pella, aveva detto che il nonno, dopo la guerra, aveva fatto l’operaio; un tipo tranquillo; nessun rigurgito politico; come se il partigiano non l’avesse mai fatto!

Rodari era ritornato a Pella una settimana dopo.

Voleva acquistare due pile per la macchina fotografica digitale ed entrò in una Cartoleria-Tabaccheria sulla strada provinciale parallela alla piazza che si affaccia sul lago e sulla splendida isola-monastero di San Giulio (a Pella se ne vede solo il retro, ma è comunque un bel vedere). Una signora piuttosto prosperosa – pensò che come in Amarcord tutte le tabaccaie sono probabilmente belle in carne e generose di seno – lo squadrava da dietro il banco. Salutò; individuò il blister delle pile; andò alla cassa per pagare.

- Lei è il Commissario di Novara, giusto? -.

Come facessero in quel paese a essere così perspicaci gli risultava un mistero. D’accordo che lui era un “foresto”, ma in una Pella i turisti non mancavano durante l’arco dell’anno; dunque, riconoscere al volo un poliziotto … - Sissignora! – Rispose baldanzoso, ormai la cosa lo divertiva – sono il Commissario Gianni Rodari! -. – Parente dello scrittore? – Ribattè secca la titolare della tabaccheria (Pella e Omegna quasi si guardano in faccia; e nel locale aveva per anni venduto i libri del famoso scrittore). – No, non sono parente -. Qualche secondo di silenzio. Poi il commissario mise una banconota sul piattino rigato a fianco del registratore di cassa Olivetti. La signora incassò e diede il resto. Richiuso il cassetto, però, disse molto sicura di sé: - I Creola i soldi dell’americano li hanno fatti sparire per farsi su la fabbrica -.

Il suo viso non tradiva la minima emozione. Fissava il commissario negli occhi. Questo si guardò alle spalle per vedere se quella rivelazione bomba fosse stata ascoltata anche da qualchedun’altro. No, erano soli. – Davvero? - Fu l’unica, stupidissima cosa, che riuscì a dire. Poi, imbarazzato, ringraziò, salutò e se ne uscì in strada. Si sentiva le orecchie calde. Probabilmente doveva essere paonazzo.

A più riprese setacciò di nuovo parenti e amici delle due vittime. Non è possibile; ma si figuri; non ne so nulla ecc. ecc. .

Ma aveva anche, istintivamente, capito che quel Circolo dei Lavoratori frequentato nelle settimane precedenti avrebbe potuto riservargli ulteriori sorprese. E ce ne furono.

Venne avvicinato, questa volta, mentre stava tornando dal bagno; un gabinetto quasi all’aperto, nel cortile, con porta di legno imbiancata, turca e catenella classica. Era sempre il signore anziano della volta prima. Comparso all’improvviso da dietro l’angolo; gli aveva sbarrato la strada puntando il bastone contro il muro. Un basco scozzese. Occhiali piuttosto spessi, montatura nera anni settanta. La barba lunga. Però lucido. – Gli hanno chiuso la bocca, la sapeva la storia – disse a Rodari che non si aspettava quella sorta di agguato. Il commissario, confuso, per capire meglio: – Ma chi dei due? – Gli chiese. – Il Nibbio! Io del primo so nut. L’eva un giargianes … - . Il commissario non aveva colto tutto, ma quell’ultima parola in dialetto è carica di significato. Da quelle parti si stigmatizza così gente piuttosto scontrosa, torbida, che procura sempre problemi.

Non ottenne molto di più da quel colloquio. Ma una volta ritornato in piazza, con il lago che gli sputava quel magnifico paesaggio in faccia, aveva già preso una decisione.

Il tempo di collezionare i documenti necessari e il loculo del Pettinaroli fu riaperto. Non era sicuro che “Il Nibbio” avesse fatto fuori “La Volpe”, prima di essere eliminato a sua volta da un altro compagno, ma, almeno, voleva togliersi qualsiasi dubbio. Dopo cinque giorni lavorativi di esami e contro esami, almeno una certezza: Alfonso Pettinaroli non aveva sparato nelle settimane precedenti la sua morte. Nessuna traccia di polvere da sparo era stata trovata.

Il commissario avrebbe potuto essere arrabbiato per questo esito, perché non gli dava alcuna pista da seguire, ma in fondo era contento; la scena della nipote che accarezzava amorevolmente la mano del nonno, il giorno in cui era entrato in quella cucina vicino al lago di San Giulio, gli era rimasta dentro. Fosse stato lui a sparare a Giovanni Creola, gli sarebbe dispiaciuto. Ma in quanto a risultati, rimaneva col culo per terra.

Il vigile urbano Sandro Damiani, un giorno in cui Rodari stava lavorando in archivio comunale su di alcuni verbali del 1946, gli portò un sacchetto della spesa di plastica bianco; dentro vi era qualcosa di abbastanza pesante; almeno tre unità si potevano riconoscere al tatto. – Un regalo dei suoi amici del Circolo – disse con un gran sorriso sulle labbra l’ “urbano”. Il commissario ringraziò divertito.

Rimasto solo provò ad aprire. Subito trasalì. Era qualcosa di vischioso, umido. Non vi era tanta illuminazione. Angosciato si portò sotto alla finestra, tenendo il pacchetto a debita distanza. Poi guardò meglio. Ma che diavolo era? Per un attimo pensò a resti umani; sentì una vampata di caldo fargli pezzare le ascelle.

Ad un esame più attento, però, la cosa si ridimensionò di molto. Si trattava di quattro bellissimi pesci persici reali: il fiore all’occhiello del Cusius . Stava ridendo da solo: quei vecchietti erano proprio pazzi!

Mentre riponeva il dono, gli cadde l’occhio su un foglietto a quadretti che spuntava tra la plastica del sacchetto e la carta oleata dei pesci. Era spiegazzato; macchiato da un po’ di sangue degli animali. Lo estrasse. Ritornò sotto alla finestra. Lesse attraverso una calligrafia stentata e insicura:

Lo prende è il Roberto Creola

li a mazati tutti e due come cani

perché li mangia fuori tuto, bastard

Aveva organizzato un appuntamento per Roberto Creola in Commissariato a Novara. Ma stentava ancora a credere a quello che stava vivendo. Gli sembrava di leggere la trama di un romanzo: il commissario che riceve i bigliettini anonimi con il nome dell’assassino … . E ugualmente si sentiva un po’ stupido a organizzare le sue indagini su quelle prove così aleatorie. Non aveva però molto altro.

L’appuntamento era stato fissato con molta discrezione. Per non allarmare più di tanto il Creola, gli era stato detto che si trattava di pura burocrazia ecc. ecc.

La montatura non resse molto. Quando il nipote del defunto Giovanni Creola, detto ai tempi della guerra partigiana “Volpe”, capì che il commissario Rodari stava rovistando nella sua vita privata, con il vago sospetto che potesse lui, titolare della ereditata ditta “Creola Rubinetterie”, avere a che fare direttamente con l’omicidio del nonno e magari anche dell’amico del nonno, dovettero accorrere anche due colleghi del commissario per calmare il suddetto Roberto Creola, poiché aveva dato in escandescenza minacciando querele e risarcimenti, danni morali per milioni alla volta dell’imprudente Rodari e di tutto il corpo della Polizia di Stato.

Il fatto, sotto forma di nota del piantone di turno, arrivò sulla scrivania dei superiori del commissario. Ci volle un’altra nota di due pagine, vergate personalmente da Rodari, per tamponare la falla.

Ma i laghi portarono fortuna al commissario.

Mentre le indagini stavano impaludandosi, piuttosto che veleggiare verso esotici e sicuri lidi, la fortuna tirò per i capelli il commissario, invece che aspettare che lui la prendesse, come vuole il mito, per i suoi. Un giovedì pomeriggio, verso le sedici, Rodari si trovava sul Lago di Monate, piccolissimo specchio d’acqua in provincia di Varese, per parlare con un suo collega della locale questura cittadina. Seduto al primo piano, in una saletta riservata, del bar ristorante “La Tinca”, vide parcheggiare sotto al pergolato di vite americana, ormai già un po’ spruzzata di rosso, una Mercedes SL 500, grigio metallizzato, due posti, un gioiello. Con suo estremo stupore dal potente mezzo scese Roberto Creola, che si portò sull’altro lato del bolide per aprire la portiera a un’avvenente signora, che non era la sua consorte, dato che il commissario l’aveva conosciuta durante le indagini.

Ringraziò il cielo. Come padre Cristoforo nei Promessi Sposi riceve un insperato aiuto nel palazzotto di Don Rodrigo da un servitore di questi, così lui si sentiva aiutato dalla Divina Provvidenza per il regalo ricevuto. Spiegò rapidamente al collega la situazione e si misero al lavoro. Fotografarono con la digitale del Rodari alcuni momenti della conversazione tra i due, che palesemente si comportavano da amanti sdolcinati; aspettarono la loro partenza; e poi subissarono di domande il gestore del locale.

I due risultarono clienti di lungo corso del ristorante. Il gestore conosceva pure l’identità della avvenente signora. Fino a due anni prima, giurava il proprietario de “La Tinca”, i due avevano tenuto in affitto una villetta sulle sponde del lago, ma a quella data, però, l’avevano lasciata.

Impossibile pensare di ottenere di più.

Qualche giorno dopo il Rodari suonava al campanello della signora Michela V. .Il videocitofono fece comparire il viso del commissario sul display di casa V. . La donna fu presa dal panico, ma stupidamente rispose al citofono.

Dopo quell’incontro ve ne furono altri due. La donna fu sufficientemente spaventata al punto che riuscì a non dire nulla al suo amante. Il commissario raccolse una messe enorme di dati. E si fece un’idea piuttosto precisa di quello che poteva essere successo.

Su indicazioni della signora si recò a Vacciago, sempre sul Lago d’Orta, ma sponda opposta a quella dei delitti, frazione di Ameno; lì i due da tempo frequentavano clandestinamente un bilocale all’interno di un bellissimo caseggiato d’epoca, isolato, su di una collinetta circondata da faggi secolari. Vi erano altri appartamenti, ma erano sempre affittati a turisti.

Con la scusa di cercare una casa per le vacanze si fece portare su e giù per il caseggiato dalla padrona dell’immobile, che abitava in una paese vicino. Individuò l’appartamento dei due amanti. In quel frangente la donna delle pulizie stava giusto sistemando le due stanze in questione. Si accorse che per parlare con la sua referente, la signora, accostò solamente la porta dell’appartamento, senza chiudere a chiave. Non si fece scappare l’occasione.

Dopo il tour, salutò la sua guida e montò in macchina avviandosi verso Novara. Attese però poco più distante nel parcheggio di un bar il passaggio della macchina della proprietaria dell’immobile. Ritornò nei pressi del caseggiato. Parcheggiata la vettura si portò a piedi a una distanza comoda per poter vedere i movimenti attorno alla casa.

Per una buona mezzora rimase fermo a scrutare. Non si muoveva una foglia. La donna delle pulizie – pensò – se ne era andata. In pochi secondi fu all’interno del cortile. Una rampa di scale, e si trovò di fronte la porta dell’appartamento. Si era portato un minimo di attrezzatura da scasso scientifico, di quelli che non lasciano traccia, ma la mano che gli aveva dato la donna, gli risparmiò tanta fatica.

Fu all’interno di alcune vecchie scatole di scarpe che la signora Michela V. aveva visto maneggiare con insolita insistenza dal suo amante negli ultimi tempi, che Rodari trovò due diverse pistole di grosso calibro, perfettamente compatibili con le armi che avevano ucciso Il Volpe e Il Nibbio.

Il giorno dopo il commissario aveva già disposto, bruciando le tappe, un nuovo interrogatorio per Roberto Creola. La superbia e l’alterigia del Creola furono rapidamente smorzate da un Rodari completamente trasformato. Sembrava uno dei personaggi cattivi e maligni delle fiabe del suo omonimo scrittore. In poco più di due ore mise alle corde l’industriale dei rubinetti. Grazie anche alle informazioni ricevute dalla avvenente Michela, provò al Creola che il suo viaggio-alibi per il giorno del delitto di suo nonno, Giovanni Creola, era solo una montatura. Gli presentò le foto del lago di Monate; l’indirizzo del suo appartamento segreto; nome e cognome della sua bella.

Una Caporetto. Creola era al tappeto, ma non era ancora finito.

Venne trattenuto, mentre per il giorno dopo si dispose la perquisizione del bilocale di Vacciago. In tarda serata, sulla scrivania del commissario, come fossero state esposte in un museo, troneggiavano già le due pistole trovate nelle scatole delle scarpe.

Riportato di fronte al commissario e ad altri due suoi colleghi, il Creola non si difese più. In previsione anche di un migliore trattamento carcerario per la collaborazione dimostrata, raccontò come si erano svolti i fatti.

Si era recato a trovare il nonno nella casetta sul lago, a Lagna. Come capitava da troppo tempo, il vecchio aveva incominciato a inveire contro di lui, apostrofandolo con titoli irripetibili. Quello che più avvelenava l’esistenza dell’anziano Creola era che il nipote stesse dilapidando le fortune della famiglia: stava mandando in rovina quella fabbrica per cui aveva tanto lottato.

Quel giorno il nipote ammise di non sapere cosa lo avesse preso. Dopo l’ennesimo insulto, estrasse la pistola che portava con sé per difesa personale e freddò il nonno con due colpi al petto.

Si considerava al di sopra di ogni sospetto. Si sentiva al sicuro.

Fino a quando, raccontò, non fu raggiunto da una telefonata. Era il vecchio compagno partigiano del nonno, l’Alfonso Pettinaroli, “Nibbio”. Questi gli chiedeva senza mezzi termini cosa ne sapesse dell’assassinio del nonno. Ebbe paura. Temette di essere stato visto dal vecchio Pettinaroli, il giorno dell’omicidio, a casa del nonno.

Si presentò poche ore dopo a casa di questi; voleva capire cosa ne sapesse davvero.

Roberto Creola, fu scritto nel verbale dell’interrogatorio, si era messo a sedere di fronte all’anziano Alfonso. Uno da una parte, l’altro dall’altra del tavolo. Il vecchio partigiano chiese a Roberto di raccontargli come era davvero andata la faccenda del Capitano Olonov. Lui per primo ne raccontò un pezzo al giovane Creola. Quella che poteva sapere.

Il capitano Richard Olonov era stato sistemato in un loro rifugio. Ma per una spiata la casa era stata segnalata alle Milizie Fasciste. Riuscirono a sfuggire al rastrellamento, lui, suo nonno, il Volpe appunto, e altri tre membri della squadra. Dopo una notte di cammino, si divisero; con il capitano rimase soltanto il Volpe; lui e gli altri componenti della squadra tagliarono verso il comando centrale, sulle montagne alle spalle di San Maurizio d’Opaglio.

Il Pettinaroli ammise che incontrò il Creola qualche giorno dopo. Il capitano Olonov non era con lui. Il Volpe disse che si era ricongiunto con altri membri dell’intelligence americana. La cosa gli sembrò subito strana, ma non furono fatte altre domande; del Volpe ci si poteva fidare.

Non seppe più nulla del capitano americano fino al ritrovamento del suo cadavere nel 1946, proprio nelle acque di Lagna.

A quel punto – raccontò Roberto Creola – Pettinaroli gli chiese di continuare il racconto. Lui ammise che il nonno gli aveva confessato come fossero realmente andate le cose.

Dopo la separazione dal resto del commando portò il comandante Olonov in un altro rifugio. Lì si fermarono per qualche giorno. Poi disse all’americano che dovevano ricongiungersi con gli altri in una località nei pressi di Lagna; sarebbero stati trasbordati sull’altra riva del lago durante la notte. Quella fu l’ultima notte per l’ufficiale americano. Gli sparò, lo mise nel sacco in cui fu ritrovato nel 1946, e lo fece sprofondare nelle acque nero del lago. I dollari furono messi al sicuro.

Qualche anno dopo la fine della guerra, addirittura dopo il ritrovamento del corpo di Olonov, li depositò in una banca svizzera. Diventarono lo scrigno del tesoro per mettere in piedi la “Creola Rubinetteria”.

Il vecchio Alfonso, dopo il racconto del Creola, su ammissione dello stesso, aveva gli occhi lucidi. Non avrebbe mai voluto sentire quelle parole. Aveva avuto un dubbio, che si era portato dentro per tutti quegli anni, ma si augurava di sbagliarsi, che il suo compagno, il Volpe, non c’entrasse nulla con la morte dell’Olonov, che fossero stati quei porci di americani, collusi con i mafiosi, a farlo fuori.

Roberto Creola raccontò che Alfonso Pettinaroli rimase per qualche minuto in silenzio. Si guardavano. Gli occhi del vecchio Alfonso erano sempre più umidi. Poi questi si alzò. Appoggiò le mani sul tavolo, abbassò la testa e disse: - Bene -.

Si voltò, avviandosi lentamente verso l’armadio che stava alle sue spalle, trascinando le gambe stanche. Quella mossa – continuò il Creola – lo mise in allarme. Suo nonno in più di un’occasione gli aveva parlato del “Nibbio”. Uomo mite, ma deciso. Uno di cui avere paura.

Così pensò che il Pettinaroli stesse per andare a prendere un’arma, qualcosa che aveva nascosto nell’armadio, per potersi vendicare del nipote del traditore. - Allora – continuò il Creola – mi alzai e gli intimai di fermarsi. Quello niente; continuava a trascinarsi lentamente verso l’armadio; neppure si voltò a guardarmi. Allora estrassi la pistola gliela puntai contro e gridai ancora di fermarsi. Commissario, fui costretto a sparargli -.

Il Rodari appurò che Roberto Creola si era recato in casa del Pettinaroli portando con sé un’arma differente da quella che aveva usato per sparare al proprio nonno; comunque, regolarmente denunciata per difesa personale.

Qualche mese dopo questi fatti, il Commissario Gianni Rodari era andato a visitare il bellissimo borgo medievale di Orta San Giulio, sulla sponda est del lago, quella con meno rubinetterie e più turisti.

Stava in piedi sotto a uno dei tigli dell’imbarcadero di Orta. Guardava l’isola di San Giulio con il suo convento di monache di clausura Benedettine; e oltre, sull’altra sponda del lago, Pella, Il Pascolo, Lagna, dove erano successe tutte quelle cose che aveva scoperto nella sua ultima indagine.

Un pallone da calcio gli finì contro i garretti. Si voltò; erano alcuni bambini che stavano giocando.

Uno gli si avvicinò per recuperare la sfera. Lui gliela passò con un tocco lieve da sotto del piede.

Grazie; come ti chiami? – Gli chiese il bimbo, guardandolo dal basso con tutta la testa piegata indietro.

- Gianni Rodari – rispose meccanicamente il commissario, quasi rispondesse a un appello in classe.

Come lo scrittore? – Ribattè immediatamente il bambino.

- Ma certo – scoppiò a ridere il commissario – non mi riconosci? Sono proprio io! -.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: