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lavoro pubblicato sabato 3 febbraio 2018
ultima lettura sabato 15 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Sei Il Mio Cuore - Capitolo 2

di Maura. Letto 236 volte. Dallo scaffale Amore

Respira. Respira. Respira.Respira Paige.Respira. Respira. Pensa solo questo. Quando tutto va così male, le cose possono solo migliorare. La voce di colui che l'aveva salvata l'abbracciò invisibile, calda e dolce. Sii forte... sii for...

Respira. Respira. Respira.

Respira Paige.

Respira. Respira. Pensa solo questo. Quando tutto va così male, le cose possono solo migliorare. La voce di colui che l'aveva salvata l'abbracciò invisibile, calda e dolce. Sii forte... sii forte.

Si, pensò, devo essere forte. Devo. Essere. Forte.

Ce la farò?

Oddio... ce la farò?

Il cuore prese a batterle forte, troppo forte. Non aveva mai sofferto di attacchi di panico, ma ebbe l'impressione che fosse sul punto di averne uno.

E ora sii forte, sii forte.

Fissò la sua immagine nello specchio del bagno nel quale si era rinchiusa appena scesa dal tetto della scuola. Si, era proprio quello il termine corretto. Rinchiusa. Come se fosse davvero la puttana additata da tutti. Una ragazza che si era divertita un po' troppo e che aveva mandato in frantumi tutta la sua vita. E' difficile, vero, Paige? si chiese, togliersi la vita, sentire il peso e le responsabilità per gli anni di felicità che stai togliendo non solo a te stessa, ma anche a chi ami. I momenti con te a cui teneva, i sogni per cui aveva tanto lottato. Tutto finito. Per colpa tua. Era quella la verità che aveva capito, mentre se ne stava su quel cornicione, immaginando di spiccare il volo verso un mondo fatto di silenzio. Lei avrebbe smesso di soffrire, ma non le persone che l'amavano. Forse era vero, forse il suicidio era l'atto estremo di un'arroganza estrema.

I suicidi non pensavano mai a quelli che si lasciavano dietro. Non c'erano solo genitori, fratelli o sorelle. Ma anche amici, compagni di classe, insegnanti. Fidanzati.

Due giorni. Era successo tutto due giorni prima, e lei in due giorni era passata da ragazza popolare, benvoluta, ammirata a una che cercava solo di adescare ragazzi a una festa e poi finiva sul video più scaricato dell'intero week end.

Puttana. E' così che dovresti chiamarti. Puttana. Puttana. Puttana.

Puttana.

Si chinò sul lavandino, lasciandovi cadere le lacrime. Strinse forte il bordo, le unghie graffiarono il marmo come quelle parole stavano graffiando il suo cuore.

Pensò a quella parola. Fidanzato. Paige si asciugò frettolosamente le lacrime con della carta igienica. Il suo ragazzo, o meglio ex ragazzo, Connor Price, non le aveva detto niente da quando era arrivata a scuola, esattamente come il giorno prima. Lunedì. Martedì. Non un abbraccio, non una parola. Aveva rotto con lui una settimana prima perché la loro storia era arrivata a un punto di stallo, e a quanto pareva, lui era dalla parte peggiore. Non la insultava, faceva finta che fosse invisibile. Come se la Paige che lui aveva conosciuto, a cui aveva detto ti amo non esistesse più.

Un video poteva cambiare tutto quello che la gente pensava di te in un solo secondo?

Era proprio vero. Un pettegolezzo era come le piume di un cuscino strappato e lanciato nel vento. Una volta buttato in aria, non saresti mai stato in grado di riprenderle tutte.

Perché nessuno capisce che quello che mi è successo è stata una violenza? Lo è stata. Ma no, tutti vedono solo una ragazza con un vestito succinto, che ride con dei ragazzi, che non sa neanche dove si trova, che non sa cosa le sta per accadere. Una ragazza che aveva bevuto un drink senza sapere cosa c'era dentro. E poi... e poi...

Si guardò, guardò il viso di quella ragazza innocente che tutti chiamavano troia. Non ho fatto niente di male, non mi sono drogata io quel drink, non sono stata io a togliermi i vestiti e a... e a...

E ora sii forte, sii forte.

La voce di Andrew era l'unica cosa che riuscisse a darle un po' di pace nel disordine che aveva in testa. Solo la sua voce.

Andrew, pensò. Dopo che l'aveva riaccompagnata sotto, le aveva detto che lui sarebbe andato un attimo fuori, in un angolo senza telecamere vicino al parcheggio, per fumarsi la sua sigaretta. Ed era stato in quel momento che Paige si era resa conto che lui non le aveva mai lasciato andare la mano, che l'aveva tenuta stretta nella sua per tutto il tempo, come se avesse avuto paura che lei potesse tornare su quel tetto e fare quello che lui aveva impedito. E ora, nel guardare le dita che lui aveva stretto con tanta dolcezza e decisione, pensò che da quando quel video aveva fatto il giro della scuola, solo in quel momento, con lui, si era sentita meno fragile, come se in qualche modo lui le avesse ridato il suo posto nel mondo. Per un attimo si era sentita in pace.

Protetta.

Capita.

Non lo dirò a nessuno, le aveva detto con un mezzo sorriso. Non preoccuparti.

Grazie, aveva risposto lei. Pensando, lo so che non lo dirai, in qualche modo lo so.

In quel momento, un secondo prima che decidesse di uscire, la porta del bagno si aprì ed entrarono due ragazze. Paige riuscì per un soffio a infilarsi in una delle cabine e a chiudere piano la porticina. Non voleva dovere parlare con nessuno. Voleva il suo minuto di pace e solitudine.

E invece si ritrovò costretta ad ascoltare degli estranei che parlavano di lei, umiliandola per l'ennesima volta. Calpestandola.

<< Hai sentito? Si dice che Jordan non voglia più avere niente a che fare con lei. In fondo ha sempre detto di non amare le puttane >>, disse una ragazza con i capelli scuri.

<< Certo, voglio dire, quel video è incredibile. Quello che fa... faceva sempre la brava ragazza, quella tutta perfetta, quella che nessuno poteva toccare tanto era immacolata e poi, cavolo! >> disse la sua amica, una bionda con una lunga coda di cavallo.

<< E dice di non ricordarsi niente, che l'hanno drogata... si, come no. Lo sanno tutti che quelle più puritane sono sempre le più sgualdrine. >>

Paige aprì di scatto la porta della cabina e restò ferma a guardare quelle due compagne di scuola riflesse nello specchio di fronte a lei. Respirò profondamente una volta, due volte. Non disse niente, perché non sarebbe mai riuscita a parlare senza che la sua voce tremasse, e non voleva che loro la vedessero così.

E ora sii forte, sii forte.

Raggiunse lo specchio, si infilò in mezzo a loro che la fissavano in imbarazzo e in silenzio, come se tutta la loro arroganza fosse stata messa in stand by, e si diede una passata di lucidalabbra colorato. Non mi vedrete mai crollare davanti a voi, mai, pensò, lasciando che loro la guadassero, che pensassero quello che volevano.

Raccolse la sua borsa e andò alla porta senza dire niente a quelle due stronze.

Drogata. Stuprata. Messa in mostra. Derisa. Umiliata.

Come posso essere forte? si chiese uscendo e preparandosi al fascio di luce di insinuazioni che l'avrebbe colpita. Come posso farcela?

Il corridoio pullulava di ragazzi, che smisero all'unisono di parlare quando la videro. Come se fosse un fenomeno da baraccone, qualcosa da fissare e poi scuotere la testa. Improvvisamente, la voglia di scappare, di andarsene lontano, di chiudersi da qualche parte per sfuggire a quelle occhiate di scherno si fece sempre più grande. No, Paige, no... non dare a tutti loro questa soddisfazione... E allora si aggrappò alle uniche parole che fino a quel momento erano riuscite a trarla in salvo.

E ora sii forte, sii forte.

<< Hei, posso venire a casa tua dopo? So che ti piacciono quelli che entrano ed escono di continuo >>, le disse un ragazzo facendo gesti volgari nella sua direzione.

Basta, basta, basta. Basta! Lasciatemi in pace, per favore, lasciatemi in pace.

La sua migliore amica, Mikela Kitting, la stava aspettando di fianco alla porta dell'aula di letteratura. Appena la vide, quasi le corse incontro su quei trampoli gialli che aveva al posto delle scarpe e con il vestito a fiori che le svolazzava intorno.

<< Paige! Paige! >>

Lei quasi tirò un sospiro di sollievo nel vedere l'amica, una ragazza che conosceva dal primo giorno di liceo. Mikela, una bellissima ragazza di colore, dai lunghi capelli neri, era il porto sicuro dove buttarsi, un sorriso dolce e protettivo che le voleva bene.

<< Ma dov'eri? Ti avrò cercato per tutta la scuola! >>

Se solo sapessi dov'ero, Mikela, pensò, facendo un vago gesto con la mano. << Scusa, volevo evitare tutti e sono entrata qualche minuto dopo. >>

Mikela la strinse in un abbraccio. << Oh, Paige... quello che dicono è orribile. Ma non farci caso, sono solo degli sfigati che resteranno sfigati per il resto della vita. >>

<< Si, ma io non ho fatto niente di male! Perché dare a me della puttana quando qualcuno mi ha stordita con della droga, qualcuno che andrebbe denunciato e che invece, sta, anzi stanno, stanno tutti passando come eroi per aver fatto si che la vera Paige Cannon venisse allo scoperto? >>

<< Perché dare a te della puttana è più facile. Le ragazze ti hanno sempre odiato perché sei bella e hai degli ottimi voti, e i ragazzi be, avrebbero tutti voluto essere oggetto delle tue attenzioni e invece tu li hai sempre respinti, con educazione, sottolineerei. E adesso... >>

In quel momento un gruppo di ragazzi, tra cui Jordan Foster e Ryan Holloway, due dei ragazzi che l'avevano filmata alla festa, passarono loro accanto e scattarono a Paige una foto.

<< Puttana a ore undici >>, disse Jordan, un ragazzo dal fisico prestante e dai capelli scuri, che faceva parte della squadra di hokey su ghiaccio. Dall'aspetto sembrava un tipo alla mano, il sorriso pronto e la battuta sempre sulle labbra, qualcuno di cui potersi fidare, invece era solo uno che ti strappava in due la reputazione. Un ragazzo popolare e benvoluto da quasi tutti, stimato dai professori e con dei genitori che avevano soldi a palate pronti sempre a riparare la sua immagine da tutti i casini che combinava.

Come lo stupro a Paige.

<< Stupratore a ore due >>, disse Paige, senza riuscire a controllarsi.

Lo vide sgranare gli occhi verdi, mentre il velo della collera calava su di lui. << Come hai detto? >>

Fece per andare da lei ma Mikela lo fermò con un gesto della mano. << Non ti provare neanche ad avvicinarti a lei, dannato figlio di papà. E ora conto fino a tre e se vedo ancora la tua sudicia faccia da schifoso davanti a me ti prendo a calci nel culo così forte che neanche i soldi di paparino ti sapranno aiutare. >>

Jordan sorrise con aria arrogante. << Oh, perdonami, ho sbagliato, puttane a ore undici, scusa, Mikela, non volevo che ti sentissi esclusa. >> I suoi occhi pieni di cattiveria ed arroganza si spostarono da Paige a Mikela per posarsi, infine, di nuovo su Paige. << Ci si vede biondina. Ah, passa da me dopo, ho ancora la tua biancheria sul divano. >> Si allontanò di qualche passo, dando il cinque a tutti quelli che incrociava.

Guardandolo allontanarsi, Paige strinse così forte le mani che sentì il palmo esploderle di dolore quando le unghie si conficcarono nella pelle. Figlio di puttana, pensò, maledetto figlio di puttana. << Li vedi? Sono io quella stuprata, quella che è stata filmata mentre veniva presa quando era incosciente e lui, quel mostro, riceve solo applausi e pacche sulle spalle. >>

Mikela la prese per le spalle, guardandola con i suoi profondi occhi scuri. << Hei, tu non hai fatto niente di male. Niente. Quel perdente avrà quello che si merita e credimi, rimpiangerà il momento in cui ha scelto di fare dal male proprio a te. >>

No, pensò Paige, non avrà quello che si merita. Quelli come lui non ce l'hanno mai. << Persino Connor non mi parla più. Mi evita come se avessi qualche malattia strana. >>

<< Devo ripetere la mia parabola sui perdenti? >>

E mentre cercava di trovare un modo per sfuggire a quella pioggia di umiliazione, sentì una mano sfiorarle la schiena.

Si girò di scatto, pronta a vedere davanti a sé gli unici occhi che aspettava di rivedere da quando l'aveva lasciata all'ingresso del corridoio. Ma quelli davanti a lei erano occhi troppo familiari, occhi blu, che della mezzanotte non avevano niente.

<< Connor. >>

<< Ciao Paige. >>

Paige aveva sempre pensato che fosse uno schianto. Capelli di un castano caldo e dorato, occhi blu cerulei, fisico atletico, un campione della squadra di hockey dai modi gentili e affabili. Ma guardandolo in quel momento, non sentì niente per lui. A parte la voglia di gonfiarlo di botte.

Mikela lanciò uno sguardo all'amica e poi entrò in classe, ma senza risparmiare un'occhiata spietata al ragazzo in questione, dicendogli mentre gli passava accanto: << Non solo alcune persone dovrebbero andare a fare in culo, dovrebbero farlo anche con la rincorsa. >>

Paige indugiò alcuni secondi davanti a lui, cercando di capire che intenzioni avesse. Forza, avanti, pensò, dammi la tua scarica di insulti, umiliami anche tu davanti a tutti, non mi importa più niente. Ma lui continuò a non parlare e lei scosse la testa. << Allora? C'è qualcosa che vuoi dirmi o vuoi continuare a guardarmi finché le parole che hai sulla lingua non ti si materializzino in faccia? SE vuoi insultarmi, spiacente, prendi il numero e fai la fila. >> Gli diede una spallata e fece per entrare in classe.

<< Aspetta. >> Connor le si mise di fronte, inchiodando gli occhi nei suoi. << Mi dispiace per tutto quello che stanno dicendo di te. Mi dispiace per quello che è successo. >>

Quello che è successo? << Quelli mi hanno stuprata. I tuoi amici. E tu sei stato a guardare. >>

<< So che le cose sono sfuggite di mano a... a tutti. >>

Paige ebbe voglia di afferrarlo per la maglietta verde che indossava e scuoterlo fino a fargli male. << A me non sono sfuggite di mano. Io sono stata violentata. Ma per voi ragazzi non ha senso questa parola vero? Se una ride e si diverte... be, per voi questo è come un via libera per prenderla con la forza. Meglio ancora se lei è incosciente. >>

<< Paige... >>

<< Connor, lasciami in pace. >>

Qualcosa di simile al dolore attraversò la faccia di Connor, e un secondo dopo, prima che lei si voltasse per andarsene, le afferrò la mano e la strinse nella sua. Lei si voltò in attesa, e lui annuì piano. << So cosa è successo. E mi dispiace, credimi, Paige. >>

Una volta si sarebbe subito buttata tra le sue braccia, una volta quelle braccia erano tutto quello che desiderava, che amava. Ma in quel momento, con la sua mano ancora stretta tra le sue dita, capì che non era più così, che quel sentimento era passato. Che Connor era passato. Mi dispiace non sistemava tutto. Mi dispiace non cancellava niente. Perché quello che si era rotto per Paige era la fiducia, e una volta rotta, sarebbe rimasta rotta per sempre.

Oltre le sue spalle, vide una persona che conosceva. Lui. Andrew. Maglietta chiara, jeans. Semplice Si stava dirigendo nella sua direzione, ma si fermò vicino alla porta del bagno. Nel vederla alzò leggermente una mano e le rivolse un debole sorriso, come se non volesse che qualcuno lo vedesse.

Paige si sentì nuovamente annegare nel suo sguardo, anche se così lontano. La chiamava. Inchiodandola a lui. E quando lui scomparve, si rese conto che la mano ancora chiusa sulla sua non era neanche paragonabile a quella dell'angelo che l'aveva salvata.



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