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lavoro pubblicato sabato 3 febbraio 2018
ultima lettura domenica 19 agosto 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Suggestioni di mezz'estate

di lullabyblues2016. Letto 237 volte. Dallo scaffale Amore

Ma t’immagini, ma t’immagini…  La frase mi gira in testa come il ritornello di una canzonetta. Ma t’immagini cosa? La sorpresa, il disappunto o qualcos’altro che adesso non ricordo o forse ho trascurato di ascoltare.....

Ma t’immagini, ma t’immagini…

La frase mi gira in testa come il ritornello di una canzonetta. Ma t’immagini cosa? La sorpresa, il disappunto o qualcos’altro che adesso non ricordo o forse ho trascurato di ascoltare. Tuttavia so per certo che Mariella stasera ha pronunciato più volte queste parole. Ricordo bene la sua espressione. Si è sporta verso di me, la scollatura generosa e abbronzatissima, lustra di qualche crema nutriente, lucidante, rassodante, di sicuro profumatissima, gli occhi spalancati a suggerire una rivelazione clamorosa, le mani sfarfallanti in ampi gesti teatrali. E la voce un po' roca, costretta quasi a un falsetto per sottolineare l'urgenza, il colpo di scena finale, il momento topico di un aneddoto irresistibile, iconico, scandaloso, come un soprano prosperoso all’ultimo acuto. Io affondata nel divano nero foderato di quella particolare similpelle che cigola sgradevolmente quando ti siedi, impegnata a mantenere quanta più distanza possibile fra me e lei e il suo décolleté invadente, e ancor più dai suoi capelli, che più volte hanno minacciato di sfiorarmi le braccia, forse persino le cosce, almeno ogni volta che ha pensato bene di gettarseli alle spalle e rotearli, in un gesto seducente a beneficio della nutrita fauna circostante, come la più consumata delle modelle in un improbabile spot pubblicitario.

Mentre mi faccio trasportare dall’ascensore, annoiata e stanca fino al mio piccolo, semivuoto, asettico appartamento all’ultimo piano del palazzo, mi sforzo, davvero, di ricordare quali fatidiche parole abbiano poi completato la frase, dandole un senso, un significato, il valore d’informazione.

E’ davvero singolare che io ricordi tutto perfettamente, anche il tizio al tavolo accanto, che si era girato verso Mariella, mentre lei alzava la voce come a voler ecumenicamente condividere la clamorosa rivelazione con chiunque lì intorno. E ricordo molto bene, in una sorta di slow motion mnemonico, come lo sguardo del tipo si fosse voluttuosamente soffermato sulla suddetta scollatura per poi scivolare sulle lunghe gambe accavallate, fino alle caviglie sottili e i piedi perfettamente curati e inguainati in due sottili strisce di pelle, assicurate a zeppe clamorosamente alte, prima di girarsi di nuovo verso i suoi interlocutori, sorvolandomi di sfuggita.

La mia proverbiale memoria selettiva, evidentemente mi gioca dei gran brutti scherzi. Come al solito, come da sempre, mi focalizzo su impressioni di scarsa importanza, dettagli marginali, particolari insignificanti, perdendomi così i fatti salienti, quelli che varrebbe la pena ricordare.

Apro la porta di casa, getto via i sandali, cammino scalza sul parquet senza accendere la luce. L’illuminazione esterna è sufficiente a guidare i miei passi e del resto non corro il rischio di urtare mobili che non ho ancora sentito l’urgenza di acquistare. Lo spazio vuoto mi conforta, il pavimento di legno che corre senza ostacoli allarga gli spazi, la mancanza di oggetti mi fa sentire libera, priva d’impegni, responsabilità, ricordi.

Potrei permettermi molto, ma tollero solo l’essenziale. In camera slaccio l’abito bianco che indosso e lo lascio cadere ai miei piedi. Nella pallida luce, intravedo il mio riflesso nello specchio a figura intera che mi sono già pentita di aver acquistato. E’ una visione che rifuggo e che, quando mi coglie di sorpresa, mi fa sussultare. Adesso meno che mai voglio correre il rischio di incontrare i miei occhi. Potrei leggervi un muto rimprovero, un’ombra di disapprovazione. Mi libero di reggiseno e mutandine, lontana da ogni superficie riflettente che eviterò come la peste almeno fino a domani, quando i tre drink che ho bevuto, avranno allentato la loro presa, restituendomi alla mia fredda razionalità. Mi stendo sul futon strategicamente sistemato sotto il lucernario, che adesso disegna sopra di me un francobollo di oscurità.

Dalla mia posizione orizzontale fisso il buio alla ricerca di una stella, una piccola luce, un debole segnale di conforto proveniente dallo spazio siderale, ma inutilmente. Tento di fare il vuoto nei pensieri, sforzandomi di incasellare le mie ansie di donna moderna, evoluta, indipendente, anaffettiva, competitiva, sola, irrisolta. Le allineo davanti a me, le inscatolo, le etichetto ordinatamente, le carico su un treno merci che faccio partire per un viaggio interstellare verso galassie remote dove, per qualche oscura ma infallibile legge fisica, si trasformeranno in purissime schegge di luce, brillanti come pietre preziose e vorticanti nel vuoto per l’eternità. E quella stessa luce o il suo ricordo imperituro, viaggerà nel tempo per aiutarmi a prendere sonno adesso, nonostante il brusio della città sotto di me, il velo di sudore sulla pelle, e il peccato originario che nessun battesimo potrebbe mai lavare via davvero, come ogni notte impegnato a scavare profonde trincee nel terreno sterile del mio eterno senso di colpa.

Chiudo gli occhi, li riapro sulla stanza semivuota. La leggera vertigine alcolica che mi scorre nel sangue, ben lungi dall’aiutarmi a dormire, al contrario mi rende irrequieta. Mi alzo, cammino, respiro profondamente. Decido che è il silenzio a opprimermi. Vado in sala, metto un vinile sul piatto, saturando la casa con un pezzo rock sanguigno, onesto, ruvido quanto basta. Una chitarra strapazzata e poi accarezzata, le note che salgono, che si arrotolano su loro stesse in un crescendo spasmodico, per poi ricadere esauste in un ritmo ancora incalzante che le porta via, fino a disperdersi in un nuovo silenzio.

Mi siedo davanti alla porta finestra chiusa. Di là dai vetri sottili, la città ancora sveglia, le lucide pareti dei palazzi che riflettono i bagliori di un mondo che non dorme mai del tutto. Il mio sguardo vaga distratto senza la presunzione di poter capire, tanto meno partecipare. Io viaggiatrice clandestina, semplice comparsa in uno spettacolo le cui dinamiche mi sono note, ma non del tutto comprensibili. Come quei giochi che si fanno da bambini, pieni di regole bizantine e arbitrarie, ma che devi rispettare pena l’esilio irrevocabile e disonorevole.

Conto le finestre del palazzo di fronte partendo dall’alto. Sono quarantotto, per qualche oscuro motivo il fatto che siano in numero pari mi rassicura.

Poi continuo a contare e quando ho finito, ricomincio da capo, ma adesso, mi dico, censirò solo le finestre illuminate. Passo in rassegna i piani, dall’alto verso il basso, attenta a non saltare nemmeno una casella. Una finestra che s’illumina due piani sopra quello che sto esaminando, mi infastidisce, rea di aver turbato la matematica giustezza del mio conteggio. Fisso quel rettangolo di luce irosamente, ancora convinta che potrebbe tornare buio fra un attimo. Ma non è così, quella casella indisciplinata rimane accesa, il che mi fa perdere ogni interesse per la conta, ma non per la finestra stessa. Dopo pochi secondi percepisco una variazione d’intensità nella luce che emana. L’illuminazione centrale dev’essere stata spenta a beneficio di una fonte luminosa più bassa. Quello che riesco a scorgere della stanza, nella porzione riquadrata dalla finestra, è ben poco. La logica mi dice che probabilmente è un ufficio e lo spigolo che intravedo forse l’angolo di una scrivania.

Una figura passa velocemente nel riquadro illuminato, è una donna, dietro di lei un uomo. E’ solo un attimo, ma sufficiente perché io rimanga lì, incollata e in attesa. L’uomo rientra nel mio campo visivo. Da questa distanza ho l’impressione che sia giovane, ma non giovanissimo, il fisico leggermente appesantito, ma ancora prestante. Si muove nervosamente, senza scopo, come in attesa. Lei torna, ha qualcosa in entrambe le mani, sicuramente due bicchieri. Quando ricompare ancora, è quasi nuda. Solo un minuscolo slip bianco che spicca sulla pelle scura e le cosce forti. E’ bassa, ha i fianchi larghi e il culo generoso. Nell’attimo in cui si gira verso il buio e verso di me, scorgo un ampio sorriso sul volto mascolino, incorniciato da capelli cortissimi e neri, e un seno da bambina, con piccoli capezzoli scuri.

Rimane un po’ a contemplare il buio, dall’inclinazione del viso deduco che sta guardando nella mia direzione, ma so bene che non può vedermi. Io sono l’ombra, lei la luce, io sono sola, lei ha qualcuno, lei è il positivo, io il negativo.

L’uomo ricompare, l’abbraccia, la stringe alla vita. Lei butta la testa indietro per baciarlo, la mano destra di lui scivola fra le sue cosce. So che dovrei spostarmi, che il mio permanere qui, ipnotizzata a fissare due persone e i loro preliminari amorosi, fa di me una persona indiscreta, se non addirittura morbosa. Ma il modo lento e ritmato con cui la donna accoglie la carezza dell’uomo, quella mano che indugia sul suo pube, quel movimento languido dei suoi fianchi rotondi m’ipnotizza, mi trattiene lì, nascosta nell’ombra, turbata e assorta. La vedo allungare un braccio e stringere l’uomo alla nuca per portarlo verso il suo viso. La vedo inarcare il bacino e poi trattenere la mano dell’uomo fra le sue gambe. Mi sembra di poter sentire i suoi sospiri e il battito del suo cuore accelerato. Lei si gira e lui la trascina via, forse verso un posto più comodo per consumare l’amplesso.

Rimango a fissare la finestra di nuovo vuota, ma ancora illuminata. Ho la schiena indolenzita per essere rimasta a lungo accovacciata sul pavimento, nella stessa posizione. Dovrei alzarmi e raggiungere il futon, ma mi lascio andare sul pavimento, dicendomi che sarà solo per un minuto e poi mi trascinerò fino al letto.

Quando mi sveglio, la stanza è inondata di luce, il ronzio del condizionatore ancora in sottofondo. Sono raggomitolata sul parquet intiepidito dai raggi del sole, la schiena, il collo e le braccia indolenziti per aver dormito a terra.

Per un attimo non capisco perché mi trovo qui, poi decido che non è importante. Mi alzo con riluttanza e mi dirigo in bagno. Faccio una doccia rapida, senza indulgere alla carezza dell’acqua calda che allenta appena l'indolenzimento delle spalle. Mi trucco con parsimonia, un po’ di mascara, un tocco di blush sulle guance. Mi vesto rapidamente, con abiti appropriati, scelti per assicurarmi un’immagine inappuntabile, efficiente, curata, gradevole, ma non compiaciuta.

Il frastuono del traffico mi aspetta appena di là del portone. M’incammino verso lo studio, la valigetta di cuoio nella mano sinistra, il passo svelto, ma non frettoloso. Le porte dell’ufficio si aprono silenziosamente al mio passaggio. Salgo in ascensore, entro. Saluto la mia segretaria che si affretta a portarmi il cappuccino. Come al solito le chiedo di darmi dieci minuti per scaricare la posta, prima del nostro briefing mattutino. Riesco a concentrarmi sulle email per non più di cinque minuti, prima che il telefono suoni «Dottoressa, c’è Patrick Zormeister per lei» «Adesso? Ma non avevamo appuntamento alle undici?» «Sì, ma è arrivato ora e insiste per vederla, dice che per un imprevisto ha dovuto anticipare».

Detesto i cambi di programma. Oltre a questo avrei preferito che all’incontro partecipasse anche Angelo, il mio socio, molto più bravo di me nelle pubbliche relazioni. «Angelo è arrivato?» «No dottoressa, non ancora…», «Va bene, fallo passare. Se nel frattempo dovesse arrivare il dottor Venturi, avvisalo subito di raggiungermi nel mio ufficio».

Patrick Zormeister irrompe nel mio studio come un ciclone. E’ tedesco, ma non lo sembra per niente. L’uomo che mi stritola la mano è sui quarantacinque anni, poco più alto di me, tarchiato, con un’ingombrante pancetta e la testa rasata. Ha un abbigliamento certamente più adatto alla spiaggia che a un incontro di lavoro. Indossa una maglietta e un paio di pantaloni corti che lasciano scoperti i vistosissimi tatuaggi tribali che gli coprono interamente polpacci e braccia. Dice qualcosa in tedesco e poi scoppia a ridere. Lo guardo senza capire e gli chiedo educatamente in inglese se può ripetere. Mi sorride ancora e in un italiano stentato ma comprensibile, dice «Non è necessario parlare inglese, so un po’ d’italiano, poco, q.b.». Accompagna la frase con un gesto della mano, l’indice e il pollice paralleli distanziati di pochi centimetri, a significare appunto “poco, quanta basta”.

Gli sorrido, gli faccio cenno di sedersi. Mi accomodo dietro la mia scrivania. Lui indica il divanetto in fondo al mio studio, si siede e batte la mano sul cuscino al suo fianco, come per invitarmi a raggiungerlo. Quest’uomo è a dir poco irritante, ma è anche il cliente migliore che ci sia capitato da un po’ di tempo a questa parte, quindi decido di accontentarlo. Mi siedo vicino a lui e chiedo se gradisce un caffè o qualcosa di fresco. Rifiuta e, finalmente, parliamo di lavoro. Mi spiega il tipo di campagna pubblicitaria che desidera per il lancio della sua collezione di abbigliamento maschile in Italia. S’infervora, parla con voce tonante, mi mette una mano sul braccio, mi mostra delle foto sul tablet che ha con sé. Parla in un italiano misto a inglese quando non riesce a trovare la parola giusta, mi fissa con occhi chiarissimi, non azzurri, non verdi, forse grigi. Parla molto per farmi capire, per spiegarmi l’idea di comunicazione che desidera. Io ascolto, rigidamente seduta il più lontano possibile dalle sue gambe abbronzate e tatuate, con la schiena perfettamente dritta non appoggiata allo schienale, la sua mano sinistra sulla spalla, poi sul braccio, infine, per qualche attimo, sulla coscia. Annuisco, sorrido, propongo, non vedo l’ora che l’incontro finisca.

Alla fine si alza, stabiliamo un appuntamento per l’inizio di settembre per le prime proposte, mi stringe vigorosamente la mano e mi bacia su entrambe le guance, facendomi sospettare che, nonostante il suo cognome, abbia un po’ di sangue partenopeo nelle vene.

Lascio lo studio solo a tarda sera, dopo aver declinato l’ennesimo invito di Mariella per un aperitivo, grata di ritrovare finalmente il silenzio della mia casa appena turbato dal ronzio del condizionatore. Mangio qualcosa, faccio una doccia, ascolto musica. Dalla grande finestra sulla parete ovest della mia sala perfettamente vuota, guardo il tramonto. Il sonno stanotte non è un problema, sono talmente stanca che appena distesa mi addormento.

E poi sono di nuovo davanti alla finestra della mia camera, ipnotizzata da un rettangolo di luce sulla facciata nera del palazzo di fronte. Il passaggio fuggevole di una donna e poi forse di un uomo. La donna ricompare, questa volta è completamente nuda. E’ bella, davvero, le invidio le cosce tornite, i polpacci forti, muscolosi, il viso dai lineamenti marcati. Stasera i suoi seni sembrano più grandi e i capezzoli puntano in alto, provocanti. Poi compare l’uomo. Anche lui è nudo. Ha polpacci tatuati e cosce perfettamente lisce. Evidentemente si depila perché invece il torace è peloso e ampio, con una pancia prominente.

Appoggia una mano sul seno sinistro di lei, le stringe fra le dita un capezzolo. Lei ride, rovescia la testa all’indietro. Lui fa un cenno con la mano, lei s’inginocchia docile ai suoi piedi. Lo guarda, poi stringe nella mano il suo membro in erezione. Lo lecca con voluttà, prima la cappella, poi l’asta. Si sofferma sulle cosce, poi sullo scroto, quindi lo inghiotte e lo succhia ritmicamente.

Mi sveglio confusa, l’impressione di un sapore estraneo in bocca. Il buio quasi totale della stanza mi sorprende. Sono eccitata, la pelle sensibile, i capezzoli sfregano dolorosamente contro la sottile camicia del pigiama. Le mie cosce leggermente abbronzate, rilucono riflettendo debolmente la luce che penetra dalle finestre aperte sulla notte. Sono tesa e languida al tempo stesso, con le impressioni del sogno ancora vividamente impresse nella memoria. La mia mano destra, quasi vivesse di vita propria, indugia per un attimo sul mio ventre e poi più giù. Le ondate lente e travolgenti di un orgasmo mi colgono incapace di reprimerlo, anche se cerco di non indugiarvi. E’ un piacere forte, profondo, che smuove qualcosa nella corazza di distacco e negazione, che ho pazientemente costruito intorno ai miei sentimenti.

Prima che me ne renda conto, lacrime grandi come pozzanghere cominciano a scorrermi lungo il viso, gocciolando sulla camicia e incollandomela alla pelle. Vorrei correre lontano dal mio corpo debole e tornare a rifugiarmi nel relativo distacco offerto dalla distanza, dal non ricordo, dal controllo minuzioso e rigido di pensieri e sentimenti. Ma stanotte sembra impossibile, la mia natura disprezzabile e debole, la sensualità del mio corpo, il mio stupido desiderio di contatto mi tradiscono di nuovo. Stavolta non posso oppormi e far finta che sia possibile dimenticare. Tutto il grumo denso e nero della mia colpa è proprio qui, che fluttua davanti ai miei occhi. Nonostante la repulsione che provo nei suoi confronti, possiede un immenso potere di attrazione, giacché ancora non riesco a distanziarlo abbastanza da sentirmi libera da esso. La valanga di ricordi mi assale, facendosi vigliaccamente strada attraverso la breccia aperta dalle lacrime.

L’estate dei miei sedici anni. Io che mi sentivo già donna, nonostante il corpo magro e spigoloso. Mario aveva riccioli neri e occhi castani miti, sotto ciglia arcuate che gli invidiavo. Ci baciammo la prima volta all’ombra di un albero di fico, carico di frutti bruni e carnosi. Davanti a noi la distesa azzurra del Mar Ligure, un tappeto luccicante e mansueto ai piedi della collina. Mario giocava con i miei capelli, cantava “Stand by Me” di Ben E. King stonando leggermente, mi baciava con impegno, poi mi stringeva con tenerezza e mi passava le dita sulle labbra screpolate dal sole e dal vento.

Un pomeriggio, nella solitudine completa di quella collina, sotto l’albero di fico, appena di là del muretto basso di un piccolo cimitero bianco, facemmo l’amore. Faceva caldo, i raggi del sole filtravano fra l’intrico di foglie e le cicale erano al culmine del loro canto. Fu semplice, naturale, senza costrizioni. Non ero innamorata di lui e lui certo non lo era di me. Ormai l’estate declinava, presto Mario sarebbe tornato a Milano, io a Torino e non ci saremmo visti mai più. A malapena sapevo il suo cognome, che adesso mi rendo conto di aver dimenticato.

A casa cominciai presto a vomitare, ogni mattina al risveglio. Mia madre mi accompagnò dal dottore, che dopo la visita si appartò con lei e le rivelò che ero incinta. Quando uscimmo dallo studio, mi resi conto del silenzio gelido di mia madre che non parlò per tutto il tragitto fino a casa e poi per tutta la sera, fino al rientro di mio padre, tuttavia non pensai di chiederle cosa le avesse detto il dottore. La possibilità di una gravidanza non mi aveva nemmeno sfiorato. Mi convinsi addirittura che il medico le avesse paventato una qualche strana e feroce malattia mortale e che la maschera di distacco derivasse dal suo strenuo tentativo di tenermelo nascosto. Mi trastullai a lungo con questa ipotesi, fantasticandoci sopra, complice una certa mia tendenza adolescenziale ai colpi di scena drammatici, ma quasi con indifferenza, come se la cosa riguardasse qualcun altro. La mattina dopo vomitai e anche quelle dopo, fino al giovedì in cui mia madre mi svegliò prima del solito, avvisandomi che per quel giorno non sarei andata a scuola. Ignorò ostentatamente le mie domande incuriosite. Con fare spiccio mi ordinò di prepararmi velocemente e mi avvisò che non avrei potuto fare colazione. Di lì a poco eravamo in macchina. Dopo una mezz’ora durante la quale provai a indovinare dove fossimo dirette, parcheggiò davanti all’ospedale. Solo quando ne varcammo la soglia e lei mi guidò sicura e senza una parola al reparto Ostetricia, capii. Nell’ambiente asettico del reparto, quando un’anziana infermiera mi chiese con malagrazia di togliermi le mutande, ricordai vividamente le fronde ricche di frutti dell’albero di fichi e il corpo di Mario sul mio. Quella pressione che mi aveva dapprima causato un acuto dolore e poi una piacevole sensazione che mi aveva gratificata, facendomi sentire più adulta.

L’infermiera mi fece appoggiare le gambe sui sostegni ai lati del lettino, poi mi coprì il ventre nudo con una salvietta bianca. Lacrime di panico e consapevolezza cominciarono a scorrermi lungo le guance. Uno dei medici che si aggiravano per la stanza se ne accorse. Nonostante la mia confusione e il fatto che parlò a mezza voce, udii distintamente il suo commento «Queste ragazze… tutte puttanelle e poi piangono». Qualcuno replicò «Dai… è poco più di una bambina». Il mio pianto, pur cheto e rassegnato, mi guadagnò una puntura di sedativi. Precipitai in uno stato di confusione ottuso prossimo al sonno, ma in cui ero ancora cosciente di quello che stava capitando intorno a me, almeno abbastanza da sentire dolore.

Quando mi riportano in camera, mia madre mi aspettava. Non mi chiese come stavo, non ci furono spiegazioni, recriminazioni, chiarimenti, rimproveri, restrizioni alla mia libertà. Tutto continuò come prima, almeno in apparenza. La scuola, poche amiche, i bei voti, le lodi degli insegnanti. A casa i miei genitori e il loro rapporto simbiotico, fatto di poche parole sempre educate, l’intesa assoluta degli sguardi, l’economia dei gesti, il decoro. E io in camera mia, sola a gestire un vuoto improvviso, una voragine che mi fece sentire di colpo molto più adulta dei miei coetanei e conscia, fin troppo, delle conseguenze di un momento che avevo vissuto con assoluta lievità. Giurai che mai e poi mai avrei permesso che succedesse di nuovo. Mi ritirai in me stessa, impegnandomi ancor più nello studio, sfiancandomi col nuoto, al riparo da cotte adolescenziali, innamoramenti, tempeste ormonali. Sviluppai una peculiare abilità nello schivare corteggiatori, le domande delle amiche e ogni occasione di tentazione.

Mi dissi che potevo bastare a me stessa, che la mia vita poteva essere colma di soddisfazioni, anche se non avessi più permesso a un uomo di toccarmi. E mi dissi che se non lo fosse stata, allora quella sarebbe stata la giusta punizione per ciò che avevo permesso che succedesse. Accolsi con sollievo la fine del liceo e mi tuffai con assoluta dedizione negli studi universitari e poi nel lavoro, conservando solo poche amicizie, almeno quelle così tenaci da resistere ai miei innumerevoli tentativi di scoraggiarle.

Diversi anni sono passati da allora e nel frattempo le mie conoscenze hanno cominciato a sposarsi e a fare figli. Non mi sono mai permessa di pensare che anch’io potrei avere una vita così, tornare a casa tutte le sere da un uomo, stringere fra le braccia un bambino. Non sono ancora pronta, non sarò mai pronta, non in questa vita.

La villa è nascosta da un folto boschetto di alberi che nella luce incerta dell’imbrunire non riesco a discernere, forse grandi pini marittimi e cipressi. Stiamo percorrendo un vialetto che s’inerpica tortuoso su per la collina. Mariella sta cianciando di qualcosa a proposito del proprietario della casa, un tipo parecchio ricco e molto ospitale a quanto pare. La vista che si apre davanti a noi, dopo l’ultima svolta, è a dir poco affascinante persino per me. Una grande casa rosata e signorile con un ampio parco curatissimo. Molte persone vestite da sera che si aggirano nell’ombra, rischiarata da una moltitudine di lanterne bianche. La nostra macchina è prelevata da un addetto e noi ci immergiamo nel party. Non so perché sono qui. E’ la classica situazione nella quale mi sento più o meno come un pesce fuor d’acqua. Tutto questo sfoggio di abiti, lusso, potenza sessuale, ricchezza. Vorrei eclissarmi per guardare il tramonto in pace, magari con un bicchiere di qualcosa di sufficientemente alcolico, a distanza di sicurezza da conversazioni convenzionali, scoppi discretamente trattenuti d’ilarità, musica elettronica di tendenza e astrazioni di cibi che non sembrano nemmeno del tutto commestibili, ma creati solo per solleticare palati annoiati e inappetenti. Non ho idea di chi siano i proprietari della casa. Forse, se avessi prestato attenzione a Mariella, lo saprei, ma, ancora una volta, temo di aver perso di vista l’essenziale.

Lei mi precede, sicura e spavalda, tanto quanto io sono riluttante a immergermi nella folla misuratamente festante, giustamente elegante, ostentatamente blasè. Stringo mani abbronzatissime, bacio l’aria intorno a persone che giurerei di non conoscere, ma che sembrano, per qualche oscura ragione, felici di vedermi e condividere con me questo momento esclusivo, perfetto, irripetibile. Non appena Mariella si distrae un attimo, sfuggo alla sua sorveglianza e torno verso il giardino per respirare l’aria frizzante che sale dal mare che non vedo, ma intuisco appena di là della casa e dei pini marittimi che le guardano le spalle.

Ed è allora che lo vedo venirmi incontro, grosso come un orso, incongruamente chiassoso e plateale, vestito più o meno come quando è venuto allo studio, espansivo e caloroso come un parente del Sud. Non sembra affatto sorpreso di vedermi lì, in quella casa sul mare che solo adesso apprendo essere proprio sua, anzi di sua moglie, la sua seconda moglie italiana, come lui puntualizza mentre mi circonda con un braccio e mi trascina verso il tavolo dei rinfreschi, perché io possa bere un po’ del suo meraviglioso champagne. Quello stesso champagne con cui facciamo un brindisi alla nostra, all’estate italiana che è incantevole e alla bellezza magica di questo luogo che l’ha fatto innamorare come le donne italiane, tutte o quasi, come si sente in dovere di sottolineare mentre mi guarda con quegli occhi grigi che ridono, mentre sembra in effetti incapace di smetterla di sfiorarmi il braccio in un modo che sospetto essere solo apparentemente casuale e altrettanto di mantenere fra noi una distanza che non sfidi a ogni attimo le leggi della prossemica, invadendo, nonostante i miei sforzi, quello che reputo debba essere il mio spazio vitale minimo per non sentirmi a disagio.

Il suo vocione rauco e roboante sovrasta ogni altra conversazione intorno a noi e la sua fisicità ingombrante e disinvolta, mi fa sentire rigida e legnosa. Mi versa con generosa solerzia lo champagne che, mi rendo conto, sto tracannando con insolita avidità, nella speranza che la sua assunzione massiccia mi aiuti a sentirmi finalmente più a mio agio. E infatti, dopo il terzo bicchiere, sento la tensione nelle spalle e alla bocca dello stomaco, sciogliersi. Mi sorprendo a ridere con sincero divertimento di una sua battuta e, quando un altro invitato interrompe la nostra conversazione, sono addirittura seccata per aver perso l’esclusività delle sue attenzioni. Patrick torna a girarsi verso di me e mi chiede se ho voglia di un tuffo in mare. Lo guardo perplessa «Andiamo Julia, il mare è bellissimo stasera…». Cerco di replicare che non ho il costume. Lui mi guarda sornione «A che ti serve il costume…!», poi mi prende per mano, mentre incita gli altri invitati a seguirci per un bagno di mezzanotte. Sorprendentemente in molti si aggregano, neanche lui fosse una sorta di pifferaio magico irresistibile o un incantatore di serpenti. Giriamo dietro la casa e, quando usciamo sul limitare della terrazza naturale che si affaccia sul golfo, la vista del mare là sotto, lievemente luccicante sotto una bava di luna piena, m’inebria il cuore di un’emozione che anestetizza i sensi di colpa. La vista di una piccola vela bianca e solitaria che attraversa il sentiero luccicante sull’acqua e quella palpitante delle mille luci disseminate sulla costa, mi trafiggono con la loro semplice e perfetta bellezza, commuovendomi fino a velarmi lo sguardo, come se avessi appena riacquistato la vista dopo lunghi anni di volontaria cecità.

Patrick mi guida verso una lunga scalinata, nascosta fra la macchia mediterranea, che scende verso la spiaggia e il piccolo pontile. Intorno a noi gli altri invitati, ragazze che ridono eccitate per il fuori programma, avvertimenti a stare attenti ai gradini scivolosi, risate e richiami che si perdono nella notte.

La mano di Patrick continua a stringere la mia fino a che non arriviamo alla piccola spiaggetta di ciottoli. Lì, con gesti rapidi si toglie i vestiti rimanendo completamente nudo. Intorno a me tutti fanno la stessa cosa. Mentre mi spoglio anch’io, per una volta dimentica di remore, prudenza, autocensura, ho la rapida visione del corpaccione di Patrick che si tuffa con insospettabile agilità, seguito da alcune ragazze la cui silhouette si staglia per un attimo contro il cielo debolmente illuminato, prima di essere inghiottita dalla placida superficie del mare.

Salgo anch’io sul pontile e mi butto. Patrick è poco più in là, nuoto nella sua direzione. Nella luce incerta lo intuisco sorridermi per poi allontanarsi con rapide bracciate verso il largo. Rimango a nuotare vicino alla riva, facendomi cullare dalla lieve risacca, nell’acqua che sembra avere la stessa temperatura della mia pelle, guardando il cielo e ricamando, con lo sguardo, traiettorie celesti fra le stelle, che sembrano pulsare sopra di me al ritmo del mio cuore. Qualcuno mi nuota vicino spruzzandomi lievemente. Un uomo e una donna escono dall’acqua. Si asciugano con i teli bianchi che qualcuno ha portato in spiaggia, poi si allontanano su per la scala dopo aver raccolto i vestiti. Io continuo a crogiolarmi nell’acqua fino a che sento la voce di Patrick vicinissima «Allora, Julia? Ti piace la mia spiaggia?». Faccio appena in tempo a rispondere che sì, è meravigliosa, così come il mare, la luna, forse persino la vita, che lo vedo arrancare sulla riva. Osservo le spalle ampie, il culo tonico e i polpacci torniti, intravedo la curva tondeggiante del suo grande ventre, il collo taurino e mi rendo conto di trovarlo attraente, persino irresistibile. Continuo a guardarlo mentre si asciuga con un telo che poi getta con noncuranza a terra. Mi chiedo se dovrei raggiungerlo, se lui si aspetta che io lo raggiunga e decido che sì, lui mi desidera e io stasera, in questa notte incantata, andrò da lui, ma non subito. Prima voglio assaporare questo momento di vertigine, in cui l’acqua e l’aria danzano intorno al mio corpo donandomi benessere, mentre gli incubi del passato sembrano di colpo lontani, non ancora poco importanti, ma almeno non più così opprimenti. O forse voglio solo che lui da riva mi guardi nuotare, ammiri lo stile elegante delle mie bracciate mentre mi allontano, per poi tornare e uscire dall’acqua, seducente e consapevole di esserlo.

Quando esco, mi accoglie l’aria improvvisamente fresca della notte. Agguanto un telo cercando Patrick con gli occhi. Lo vedo camminare nel buio verso un angolo della spiaggia. Ho l’impressione che si giri verso di me, forse mi fa un cenno. Mi asciugo reprimendo le molte domande che mi frullano in testa, ora che il potere inebriante dello champagne sta lentamente svanendo. Per una volta ho deciso seguire il mio istinto, voglio un brivido nella mia vita ordinata, desidero correre un rischio, concedermi il tocco di quelle mani sul mio corpo, anche se lui è un cliente ed è sposato, e questa sarà la prima e ultima volta.

Mi dirigo nella sua stessa direzione, abbandonando i vestiti sulla riva. Mi aspetto che lui sia in attesa nel buio, dove la spiaggia finisce e cominciano gli scogli, ma non c’è. Per un attimo penso di tornare indietro. Mi guardo intorno, un piccolo rumore dietro di me mi fa aggirare uno scoglio. Dietro di esso cespugli bassi che mi graffiano leggermente le gambe. E poi lo vedo, è in piedi poco distante, sta guardando in basso. Una folata di vento mi porta il suo respiro affannato. Accovacciata ai suoi piedi, una testa bionda, capelli lunghi e serici che spiccano nell’ombra. Li guardo per un attimo incapace di capire. Mi giro verso la spiaggia ancora indecisa. La vista del mucchietto dei miei vestiti qualche metro più in là e delle scarpe con il tacco alto abbandonate sui sassi, mi danno in un attimo la misura esatta del mio essere ridicola e dell’inadeguatezza da cui nessuna notte d’estate potrà mai salvarmi. Mi allontano più in fretta che posso, incurante della possibilità di essere vista. Mi vesto rapidamente con mani che tremano, afferro i sandali e, ancora a piedi nudi, mi arrampico sulla scaletta scoscesa da cui sono scesa.

Infilo le scarpe e cerco Mariella prima con gli occhi, poi aggirandomi sempre con maggiore impazienza fra gli ospiti. La individuo sotto un gazebo, la chiamo, ma non mi sente. Mi dà le spalle e quando la chiamo ancora, ora vicinissima, si gira verso di me, sorridente e stupita. «Ma dov’eri finita? Sei sparita!». Poi guarda i miei capelli bagnati e i vestiti stropicciati. Forse, in un lampo insolito di acume, si accorge persino della mia espressione accigliata, spersa, sull’orlo delle lacrime. «Se vuoi andare via, andiamo, mi sa che si è fatto tardi… ma non so se hai già conosciuto Linda…». Accenna a una mora seduta di fronte a lei. Ha lunghi capelli leggermente ondulati, che incorniciano un volto molto bello. Solo poche rughe intorno agli occhi socchiusi, ne denunciano l’età non verdissima. Ha gambe lunghissime e abbronzate in modo impeccabile, che spuntano da un abito azzurro polvere. Allunga una mano verso di me con un gesto molle, svogliato. Mi squadra da capo a piedi con un’aria critica mascherata da indifferenza. «Quindi Patrick ha convinto anche te a partecipare al suo rito del bagno di mezzanotte? Spero sia stato divertente…». Probabilmente arrossisco, farfuglio qualcosa a proposito della temperatura dell’acqua così piacevole, recupero un minimo di buone maniere per dire qualcosa sulla casa meravigliosa e la vista unica, pazzesca. Ringrazio cerimoniosamente per la squisita ospitalità, poi mi giro verso Mariella «Se sei d’accordo io andrei, sono molto stanca…».

Pochi minuti dopo un inserviente ci porta la macchina. Mi metto al posto di guida, le ciance di Mariella un’eco lontana «Ma t’immagini quanti soldi hanno questi…. hai visto la casa? Credo abbia almeno una ventina di stanze… Lei è di un certo livello, credo addirittura nobile, ma lui è un buzzurro incredibile… glieli hai visti quei tatuaggi assurdi…?».



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