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lavoro pubblicato venerdì 2 febbraio 2018
ultima lettura venerdì 22 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Sei Il Mio Cuore - Capitolo 1

di Maura. Letto 206 volte. Dallo scaffale Amore

Puttana.Puttana.Troia.Non ci hai messo tanto ad aprire le gambe eh, biondina?Puttana.Paige se ne stava in piedi a pochi centimetri dal bordo del tetto di cemento della scuola. Non guardava sotto, fissava un punto davanti a sé. Il cielo era chiar.....

Puttana.

Puttana.

Troia.

Non ci hai messo tanto ad aprire le gambe eh, biondina?

Puttana.

Paige se ne stava in piedi a pochi centimetri dal bordo del tetto di cemento della scuola. Non guardava sotto, fissava un punto davanti a sé. Il cielo era chiaro, le nuvole cariche di pioggia che si erano affacciate nella notte si erano disperse alle prime luci dell'alba. Era come essere a un passo dal cielo, circondata dall'azzurro turchino che sembrava sfiorarle i capelli biondi.

Puttana.

Troia.

Chiuse gli occhi, cercando di cancellare dalla sua mente quelle voci, quelle parole di scherno che l'avevano accolta fin da quando era arrivata a scuola. La perseguitavano, la ferivano, la demolivano. Si era sempre considerata una persona forte, una che sapeva reggere sulle proprie spalle il peso del mondo, ma in quel momento si rese conto di non farcela più. O meglio, poteva farcela, certo che poteva, ma non voleva.

Non voleva.

Desiderava solo che tutto smettesse, che tutto tacesse. Voleva poter tornare indietro e riavvolgere il nastro di quella serata, cambiarlo, cambiare le scelte che aveva fatto. Una scelta. Ma non poteva. Il nastro della vita non si poteva riavvolgere, lo si poteva solo guardare disfarsi sempre di più. E lei si era scoperta non essere così forte come aveva sempre pensato.

Abbassò lo sguardo verso l'asfalto sottostante. Sarebbe stato un bel volo. Probabilità di salvezza più o meno nulle. E allora? pensò, quale sarebbe il problema? Almeno tutto smetterebbe di urlarmi in testa. Guardò ancora verso il basso, mentre una vertigine fece si che il mondo barcollasse per qualche istante.

Una serata... e aveva distrutto tutta la sua vita. Ogni cosa. Una festa qualunque, qualche bicchiere di troppo e poi era successo quello che era successo.

Puttana, puttana, puttana... non avrei mai detto che fossi una troietta...

Non lo sono, pensò, le lacrime che le scendevano sul viso, appannando un attimo la vista della strada sei piani sotto di lei. Perché bastava una semplice cosa, uno stupido video, per far si che la sua reputazione fosse distrutta per sempre? Un video. Come può essere colpa mia e non di chi me l'ha fatto? Ma lo sapeva, sapeva la risposta. Era una ragazza. Bastava il tempo di uno schiocco di dita per passare da brava ragazza a troia.

Chiuse gli occhi, godendosi la sensazione di tuffarsi, di lasciarsi portare via dall'aria, abbandonarsi fino a non sentire più niente. Diventare parte di quell'aria ed esplodere fino a scomparire del tutto, per sempre.

Sarebbe finito tutto subito, senza quasi sentire dolore. Aveva sentito che tempo prima, non si ricordava bene quando, qualcuno aveva cercato di tentare il suicidio gettandosi dal tetto di una villa, ma era stato fermato all'ultimo. Aveva pensato che fosse stato un atto di vera arroganza. Perché decidere per gli altri cosa fosse meglio?

Se solo qualcuno sapesse quello che provo adesso, be, forse capirebbe il mio stato d'animo, si disse, quello che mi ha portato questa mattina a salire su questo tetto e a immaginare di tuffarmi nel vuoto. Ma se non lo provi, se non lo sai, come puoi capire? Come puoi decidere per me?

Mai avrebbe pensato che una cosa simile potesse succedere a lei, che un giorno sarebbe diventata solo una chiacchiera e non più una persona.

<< Io non ce la faccio più >>, mormorò, stringendosi le braccia intorno al corpo. La stretta giacca nera che indossava la stava facendo gelare, esattamente come le ballerine bianche che aveva ai piedi.

Ottobre a Oakland era sempre un mese molto estivo, come in tutta la California, quindi il gelo che sentiva non era dovuto a un clima improvvisamente cattivo, no, era dentro di lei, lo creavano le parole che sentiva e che l'avevano fatta salire su quel tetto alle otto del mattino. Di sotto non c'era più nessuno, i ragazzi erano tutti nei corridoi in attesa di entrare finalmente nelle aule. Davanti al suo sguardo perso, smarrito, solo le cime dei palazzi, alti guardiani che la osservavano in silenzio, e oltre, se volava un po' con la fantasia, se si alzava in punta di piedi, poteva vedere uno sprazzo di oceano.

Fregatene, Paige, sono solo degli idioti, tu sei molto migliore di queste chiacchiere del cazzo...

Ma fanno male, pensò lei, facendo un altro passo verso il bordo di cemento, mentre il vento leggero le abbracciava le gambe nude, fanno male, fanno male, fanno male.

Il cuore le batteva a mille e le mani le tremavano. Un salto, era solo un salto e poi tutto sarebbe finito. Finito.

Fece un altro passo, le punte dei piedi sfiorarono il bordo, il vuoto. Non guardare giù, si disse, non guardare giù. Pensò a cosa sarebbe stato detto di lei dopo un gesto simile. Che fosse una vigliacca, che aveva sbagliato e non era riuscita a sopportare la vergogna, l'imbarazzo, che essere immortalata in quel video era stata solo colpa sua, forse alcuni avrebbero anche detto che era solo una sgualdrina e che aveva fatto bene ad ammazzarsi.

Pensò a suo zio, tutta la sua famiglia. Lo avrebbe distrutto, avrebbe spento per sempre anche il suo sorriso, la sua vita. Ma come poteva resistere un altro giorno con quella sensazione che la soffocava, con uno sbaglio che non era dipeso da lei e che aveva fatto precipitare la sua vita in un incubo? Voglio solo che tutti smettano di fissarmi, che tutto torni a posto, che il vuoto che sento dentro smetta di mangiarmi. Questo vuol dire essere una vigliacca? pensò. Allora lo sono.

<< Perché lo vuoi fare? >>

Una voce alle sue spalle la fece sussultare tanto che per poco non perse l'equilibrio. Si girò di scatto e automaticamente cercò un appiglio che non aveva. Per fortuna riprese subito l'equilibrio, anche se il cuore le batté talmente forte che per un attimo ebbe voglia di scoppiare a piangere. Facendo un passo indietro, solo uno, per essere più tranquilla, guardò a chi appartenesse la voce che aveva appena parlato. La prima cosa che vide furono gli occhi, occhi color mare a mezzanotte, che la fissavano con curiosità e preoccupazione. Non c'era sdegno o ilarità sul suo viso. No, lui non era lì per prenderla in giro.

Lo riconobbe subito. Era un ragazzo, un suo compagno di scuola, Andrew Shaw. Non era un suo amico, non si erano quasi mai neanche parlati nei quattro anni che fin'ora avevano trascorso insieme. Eppure in quel momento, sul tetto di quella scuola, lui era lì, a parlarle, a chiedere le ragioni del suo gesto. Nessun'altra domanda, niente. Solo quella, la più semplice e la più difficile a cui rispondere. Soprattutto con quegli occhi che la guardavano, occhi sinceri, che volevano sapere cosa l'avesse portata in cima alla scuola per fermarsi proprio sul bordo, un bordo significativo. Quello del palazzo, e quello del suo abisso personale. Lui si avvicinò ancora di qualche passo, senza mai distogliere lo sguardo dal suo.

Paige si strinse lievemente nelle spalle. << Perché no? >>

Andrew fece un altro passo verso di lei, piano, molto piano, per non spaventarla e farla andare nel panico. << Perché una come te non dovrebbe essere a un centimetro da un tuffo nel vuoto. >>

Paige lo guardò senza battere ciglio. << Una come me? >>

<< Una ragazza che ha bloccato la porta per evitare che la corrente facesse sbattere o rompere i vetri. Una così non dovrebbe neanche pensare di fare quello che hai in mente. >>

Paige si scostò una ciocca di capelli dal viso, mettendosela dietro l'orecchio. Scosse piano la testa, tornando a guardare il vuoto davanti a sé. << Non sai di cosa stai parlando. >>

Andrew fece un altro passo, trovandosi a meno di un metro da lei. << Paige, giusto? >> Lei annuì brevemente, senza guardarlo, e lui continuò. << Immagino che tu non sia venuta fin qua sopra per vedere il panorama. >>

Paige continuò a non dire niente, lasciando andare il respiro che aveva dentro. Smettila di parlare, voleva dirgli smettila di parlare e lasciami in pace. Smetti, smetti, smetti. Non parlarmi, lasciami in pace. Lasciami fare quello che voglio.

<< Anche se devo dire che mozza il fiato intravedere l'oceano da questa altezza >>, disse, raggiungendola a un passo dal cornicione.

Paige si mosse lentamente, voltandosi un attimo a guardarlo. Era a meno di qualche centimetro dal bordo, il bianco della sua maglietta sembrava perdersi nel cielo azzurro lattiginoso che sembrava avvolgerli, e il sole batteva sui suoi capelli scuri, molto corti, come se volesse rischiararli. Vide che sul braccio aveva un segno rosso, come una ferita non ancora rimarginata.

<< Tu perché sei qui? >>

Lui sorrise lievemente e dalla tasca tirò fuori il pacchetto delle sigarette. << Avevo bisogno di fumarne una, e nei bagni ci sono i sensori. Credevo di non trovarci nessun quassù. >> Si rimise il pacchetto in tasca, fissando davanti a sé. << Allora, perché tu sei venuta qui? >>

Seguì il suo sguardo verso un punto indefinito. << Volevo solo starmene in pace, lontana da tutti. Lontana dalle voci. >>

Andrew prese un respiro profondo, e poi lasciò andare il fiato. << So cosa senti. Il vuoto che ti mangia, la voglia di scomparire, di lasciare che il vento ti porti via, lasciare che tutti i casini che hai dentro e che nessun altro vede se ne vadano. E più ti dici che ce la farai, più sai che non è vero. Stai solo fingendo di farcela, e si arriva a un certo punto in cui fingere non è più possibile. In cui le ferite che ti bruciano dentro sono come del fuoco vivo che brucia, che ti brucia. E vuoi solo lasciarti andare. >> Si toccò distrattamente il braccio dove c'era la ferita continuando a guardare davanti a sé. << Ma tu non meriti di venire ricordata come la ragazza che si buttò giù dal tetto della scuola, Paige Cannon. >>

Paige rimase per un attimo senza parole dopo quello che Andrew aveva detto. Nessuno, nessuno, aveva mai detto ad alta voce quello che lei aveva dentro. Nessuno era mai riuscito a comprendere quello che sentiva. Nessuno, tranne lui. Andrew aveva letto nel suo cuore, aveva parlato come se sapesse esattamente cosa significasse trovarsi in cima ad un tetto e voler solo farla finita.

Sentì gli occhi colmarsi di lacrime. << Quello che dicono... >>

Lui si voltò verso di lei, e fu come se a parlare fossero i suoi occhi, e parlarono dritti al suo cuore. << E tu sii più forte. Non lasciare che delle stupide voci di gente altrettanto stupida ti rovinino la vita. Tu sei più importante di quelle voci. Tu vali più di quello che dicono. Puoi essere più forte di loro, ma non puoi farglielo vedere se ora scegli di saltare. Quelli sono degli idioti, per quello che dicono e per quello che ti hanno fatto. Ma non è giusto morire per loro. >> Mise il piede proprio sul bordo, davanti al suo, a dividerli solo pochi centimetri. << E francamente, credo che il mondo sia un posto migliore se Paige Cannon ne fa parte. >>

Paige scoppiò in lacrime silenziose, mentre con le braccia strette intorno al corpo faceva sue le

parole appena sentite. << Tu non mi conosci, non sai niente di me... >>

<< So che stai soffrendo, e non soffriresti se fossi un brutta persona. >>

<< Non lo sai il male che fa >>, disse, sentendo il vento debole accarezzarle il viso, cristallizzare le lacrime. << Non lo sai. >>

Andrew lasciò che quelle parole si perdessero oltre il loro significato. << Non conosco il tuo dolore, questo è vero. Ma so che il male che ci portiamo dentro nessuno potrà mai capirlo. >>

Lei avanzò di mezzo passo, il vento caldo che le gonfiò i capelli come se volesse spronarla a buttarsi. << Sono così stanca... >>, singhiozzò. Il cuore le batteva all'impazzata, le mani le tremavano sempre di più. Altro mezzo passo. La punta dei piedi scivolò oltre il bordo. Ne bastava solo più uno e tutto sarebbe finito. Lei stessa sarebbe finita. << Di giustificarmi, di essere osservata, di sentirmi chiamare puttana. >>

Andrew guardò i suoi piedi sempre più in bilico. Il cuore gli batteva fortissimo. Non poteva lasciare che lei lo facesse. Si grattò ancora il taglio, facendolo sanguinare. << Per quello che vale, io penso che tu sia una persona meravigliosa. >> E poi allungò una mano verso di lei. << Quindi ora torna indietro. Torna indietro e lascia che ti riaccompagni di sotto. Lascia che questo ragazzo che non è nessuno ti impedisca di fare una cosa che non vuoi fare davvero. Torna giù, e cammina a testa alta Paige Cannon, cammina a testa alta. Tu sei migliore di tutte le chiacchiere che potrebbero mai raggiungerti. >>

Paige guardò la sua mano tesa verso di lei, un'ancora di salvataggio che non aveva chiesto ma che le era stata data da un ragazzo con i capelli scuri e due occhi magnetici.

<< Torna indietro, Paige. >>

E lei, il viso bagnato di lacrime, prese la sua mano e lasciò che lui la tirasse indietro, allontanandola sempre di più dal bordo. Lasciò che la salvasse da se stessa.

Andrew strinse la sua mano nella propria, una presa dolce ma sicura, e la portò a una decina di metri dal bordo che per poco non era diventato il trampolino per il suo addio. La guardò, la pelle pallida per la paura e il dolore, gli occhi blu, lontani anni luce da tutti quelli che aveva visto sino a quel momento, e con un pollice le asciugò le lacrime che ancora scendevano. << E ora sii forte, sii forte. >>

Paige restò incatenata ai suoi occhi, alla mano che teneva stretta la sua, alle dita che cancellavano le sue lacrime. Qualcuno le aveva appena impedito di commettere un gesto senza ritorno, una persona che mai aveva pensato potesse trovarla importante tanto da arrivare a un passo dal vuoto. Tanto da farle credere che vivere fosse meglio di morire. Come se con quella mano tesa verso di lei avesse raccolto i pezzi del suo vecchio sorriso. Il mondo le aveva appena regalato un angelo, improvviso, dallo sguardo dolce, malinconico, e quell'angelo l'aveva salvata.

Scosse piano la testa. << Perché mi hai salvata? >>

Lui la guardò con i suoi occhi blu scuro. << Perché nessuno ha mai salvato me. >>



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