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lavoro pubblicato mercoledì 31 gennaio 2018
ultima lettura venerdì 24 maggio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Cronache di un nuovo mondo. Capitolo I

di Ponte. Letto 248 volte. Dallo scaffale Fantasia

Jack e Roland, amici da tempo, si ritrovano catapultati in un luogo sconosciuto che in seguito scopriranno essere popolato da elfi, nani e altre creature. Una storia leggera con ambientazione fantasy e tratti comici di bassa lega. Buona lettura.

Capitolo I
Questa è la storia di come Jack si ritrovò improvvisamente catapultato in un nuovo e sconosciuto mondo, un mondo fantastico popolato da innumerevoli creature mai viste prima, un luogo surreale e magico, un luogo in cui ricominciare.
Jack è un giovane adulto con lunghi capelli neri e ricci, un naso adunco e la pelle bianca come la cera, egli vive un'esistenza priva di particolarità, nulla di realmente entusiasmante gli è mai capitato, ed è l'autore di questa storia. Una sera di maggio tornava a casa quando voltato l'angolo si trovò in un posto completamente nuovo. Da ché camminava per le vie della città, al ritrovarsi su un prato, accanto ad un enorme albero che si alzava squarciando le nuvole gonfie di quella notte. A trecento metri dalla sua posizione c'era un villaggio attraversato da un fiume che rifletteva la debole luce della luna. Questo villaggio ricordava molto le ambientazioni medievali e fantastiche della televisione o dei libri. Jack non disse una parola, non riusciva a capacitarsi di ciò che i suoi occhi gli mostravano, ma avanzò lentamente verso la casa più vicina nella speranza di capirci qualcosa. Entrato nel villaggio notò subito che qualcosa non andava, che c'era qualcosa fuori posto. Le porte delle case erano tutte aperte, alcune addirittura sembrava fossero state buttate giù, in giro per le strade c'erano alcuni carretti distrutti, le bancarelle erano sottosopra e tutto faceva pensare che qualcosa avesse improvvisamente spezzato la routine del possto. Facendo attenzione a non fare il minimo rumore entrò in una delle case. Le sedie in quella che pareva essere la sala da pranzo erano per terra attorno al tavolo ancora imbandito. Situazioni analoghe si ripetevano nelle altre case, era come se qualcuno fosse entrato lì con la forza e avesse deportato gli abitanti. In una delle case trovò una sorta di zaino in cuoio, lo riempì di cibo e oggetti che credeva potevano essere utili e continuò il giro. Una volta entrato nella seconda camera da letto calciò per errore una scheggia della porta che andò a sbattere contro l'inferriata del letto. Poggiata con la schiena contro il muro e seduta per terra vi era una giovane ragazza, il volto era nascosto dai capelli ramati e piegato esponendo la nuca, le orecchie avevano una forma allungata, ricordando quelle degli elfi. I vestiti erano coperti di sangue ma non sembravano esserci tagli. Jack non aveva visto molte persone morte, solo alcuni nonni a dire il vero, ma non provò un particolare disagio in quella situazione. Fin dal momento in cui aveva supposto che gli abitanti fossero stati come deportati nella sue mente vennero proiettati diversi film con le sue supposizioni su quanto stesse accadendo, e in ognuna di queste non potevano mancare dei morti. Si avvicinò e le prese una mano per sentirle il polso. Era ancora viva. Si mise in ginocchio e scostò i lunghi capelli rossi dal volto, aveva una ferita in testa, doveva aver sbattuto violentemente contro il muro. I vestiti erano pieni di sangue ma non c'erano altre ferite, quella in testa sembrava l'unica. In tutta la stanza erano presenti segni di bruciature, sul pavimento, sulle pareti, sul soffitto, ovunque tranne che su quella ragazza.
Consultò le sue opzioni: poteva far finta di nulla e andarsene, ma la cosa non lo entusiasmava, il suo primo atto in questo nuovo mondo doveva essere quello di disinteressarsi completamente di una persona ferita? In più questa poteva fornirgli preziose informazioni. D'altro canto, non può spostarla e restare al villaggio poteva essere pericoloso; non aveva armi e comunque non avrebbe potuto fare molto se fossero arrivati dei briganti, o peggio. Dopo averci rimuginato su per un po' decise di sistemarla sul letto e continuare ad ispezionare la casa. Trovò una strana mappa disegnata su una carta ingiallita dal tempo, non era facile comprendere se questa raffigurasse o meno tutto il mondo conosciuto. Uscì dalla casa pronto a curiosare dentro la prossima, tenersi così impegnato era anche un modo per non pensare davvero, per non doversi confrontare direttamente con i fatti. Varcato l'uscio della casa accadde una cosa ancora più strana. «Non ci credo», disse Jack. «Sei davvero tu?». «Jack? Anche tu qui? Puoi spiegarmi che cazzo succede?». Jack non capiva cosa ci facesse Roland di fronte a lui in quel posto. «Roland, non ne ho idea». I due amici restarono in silenzio per qualche momento. Il giovane Roland, più piccolo di Jack di due anni, era un amico d'infanzia, a differenza di Jack però parliamo di un gran bel fusto con l'aria da principe delle fiabe: alto, biondo e occhi azzurri, un naso perfetto e con un sorriso in grado di abbagliare il sole.
«Beh, non so come ma siamo nei guai, Jack. Cosa credi sia successo qui?». «Credo che qualcuno abbia portato via con la forza gli abitanti del villaggio, non so quando, ma non più di due o tre giorni fa. C'è una ragazza di sopra, è svenuta ma non credo sia in cattive condizioni»
«Una ragazza? Ed è viva?» chiese Roland
«Già. Non so cosa dire, pensavo di aspettare fino a domani, magari una volta sveglia ci capiremo qualcosa» risposte Jack.
«Sei riuscito a trovare qualcosa da mangiare?», Jack tirò fuori dallo zaino quello che aveva l'aria di essere uno strano formaggio. I due si sedettero al tavolo da pranzo e si confrontarono circa la loro situazione. Decidettero che avrebbero aspettato il risveglio della sconosciuta prima di prendere altre decisioni, intanto avrebbero aspettato per un po'.
Il giorno seguente trascorse lentamente, non accadde nulla. La ragazza dormiva ancora profondamente, mentre Jack e Roland continuarono a curiosare nel paesino, non trovarono altri superstiti. «Che cosa ci facciamo qui?» chiese Roland. Jack gli fece notare che ne sapeva quanto lui e che, per il momento, potevano solo aspettare. Roland non era mai stato incline al silenzio o ad accettare situazioni in cui non si può far altro che aspettare, fece anche una passeggiata fuori dal villaggio, andò fino al grande albero e cercò di tenersi la mente occupata, ma era evidente che non riusciva a gestire le proprie emozioni. Anche Jack non voleva stare con le mani in mano e fece di tutto per tenersi occupato, ma a differenza di Roland non era mosso dalla paura e dal dubbio, provava bensì una tremenda eccitazione, un incontenibile desiderio che lo spingeva a cercare di comprendere il suo futuro, ora più che mai aveva il desiderio di porsi degli obiettivi, si sentiva sulla soglia di una porta oltre la quale avrebbe avuto inizio una grande avventura, qualcosa che potesse dargli uno scopo ultimo. Tutto in quel mondo gli ricordava la sua casa, anche se quasi ogni cosa era diversa. Si rese conto di non riconoscere nessuna delle piante di quel posto, molti degli oggetti trovati nelle case avevano funzioni che non riusciva ad immaginare e pareva quasi che dietro ogni angolo lo aspettasse una nuova scoperta, era come tornare bambini. «Roland, tu vuoi tornare indietro? Vuoi tornare a casa?»
«Certo, questo posto avrà anche un bel panorama, ma non basta per farmi restare. E poi quello che è successo qui non mi fa essere ottimista. Onestamente; ho paura. Questa quiete non è naturale e dà l'impressione che da un momento all'altro possa accadere qualcosa. Non mi piace.»
«Io... io credo che sarebbe interessante restare, e poi forse... voglio dire, come faremo a tornare a casa? Se non fosse possibile?»
«Se esiste un modo per andare da casa a qui, ci sarà una strada per tornare, no?» disse Roland sorridendo, non era chiaro però se credesse alle sue parole.
«Non credi che...» Roland non riuscì a continuare la frase, entrambi si guardarono terrorizzati. Un rumore di passi proveniva dal piano di sopra. «Si sarà svegliata? Forse è la ragazza» disse Jack sottovoce. «Ottima intuizione, va a controllare» suggerì Roland. Jack si fece coraggio e cercando di non fare rumore andò verso le scale. Salito il primo gradino si accorse che in cima alla rampa stava la ragazza. I due si guardarono negli occhi senza dire una parola, queste si gelavano nella bocca di Jack senza uscire fuori, la ragazza che prima era svenuta e dormiva profondamente sul letto aveva un aria gentile, ma adesso, stando ritta in piedi in cima alla scala, avvolta dall'oscurità della notte, era circondata da un'aura minacciosa, violenta. Jack cercava di controllarsi, ma era palese che stesse tremando. «Jack, che c'è?» disse Roland che si era avvicinato silenziosamente all'amico. Jack indicò la ragazza in cima alla scala e fu di nuovo silenzio, finché «Chi siete?». Per qualche oscura e inesplicabile coincidenza la ragazza parlava la loro lingua. «Noi... noi non siamo nessuno. Ti abbiamo trovata svenuta in una stanza e siamo rimasti aspettando che ti svegliassi» disse Jack. «Sì, noi... come ha detto lui, cioè... salve?» disse Roland che adesso tremava al posto dell'amico. «E dovrei credervi?» disse lei. «Se avessimo voluto farti del male, lo avremmo fatto. Avremmo anche potuto legarti o che ne so» aggiunse Jack. La conversazione giunse alla fine quando la ragazza ebbe un mancamento e cadde a terra nuovamente priva di sensi. Si svegliò al mattino, la ragazza concluse dicendo che se avessero avuto cattive intenzioni non avrebbero avuto motivo di non metterle in atto, ma non mancò di spiegare che comunque non poteva fidarsi. «Quindi, voi due chi siete? Che ci fate qui? Parlate in fretta»
«Io sono Jack, lui è Roland, siamo vecchia amici. Non c'è molto da aggiungere, in realtà: noi non siamo di qui, a dire il vero non sappiamo nemmeno dove ci troviamo. Ci siamo ritrovati qui e non sappiamo come sia successo. Abbiamo anche noi delle domande, ad esempio non conosciamo il tuo nome. La più urgente però credo sia: cos'è successo in questo villaggio? Perché ci sei solo tu?»
«Io... non ricordo nulla» disse lei
«Cosa? Dio mio, sul serio?» disse Roland. «Non ricordi nulla? Questo porta solo nuovi problemi»
«Qual'è il tuo ultimo ricordo?» chiese Jack. Lei non disse nulla per qualche istante, i suoi occhi si perdevano nella stanza senza fermarsi su nulla. «Io posso solo dirvi che... beh, sono un elfa. Ho la vaga idea di aver sempre vissuto in questa casa, anche se... non ricordo con chi. Io.. cosa avete detto che è successo al villaggio?» L'elfa si alzò di scatto e corse fuori dalla casa, i due la seguirono preoccupati mentre usciva. La desolazione del villaggio, lo stato di abbandono e l'odore nell'aria, l'odore che resta in un luogo come maledetto, un luogo in cui è accaduto qualcosa di orribile si scagliarono contro l'elfa lasciandola pietrificata.
«Roland, che facciamo?» chiese a bassa voce Jack. «Non lo so, ma non ha senso restare qui, a questo punto. Credo che dovremmo cercare di capire da che parte si trova la città più vicina e incamminarci.» rivolgendosi poi all'elfa « Ei, ehm, elfa, ricordi qualcosa?»
«No... nulla. Cosa? Cosa dovrei fare?» chiese lei
«Noi ce ne andremo di qui, non è sicuro restare e comunque non credo ci sia qualcosa che possiamo fare per la gente di qui, mi dispiace. Però puoi venire con noi, con un po' di fortuna qualcosa di buono accadrà?» disse Jack. «Con un po' di fortuna qualcosa accadrà? Jack, ma chi è che ti suggerisce queste stronzate?» disse Roland avendo cura che lo sentisse solo l'amico. «Eh? Che intendi?» disse Jack.
«Cosa?»
«Come cosa? Che intendi?»
«Eh? Non ho capito»
«Cosa non hai capito?»
«Non ho capito nemmeno questo»
«Ehm, okay. Lasciamo perdere»
«Cosa?»
«Mi prendi per il culo?»
«Di cosa discutete?» chiese l'elfa.
«Non lo sappiamo» risposero i due in coro.
«Eh?» disse lei.
«Non ricominciamo» sentenziò Roland. «Però ti serve un nome, non trovi?» disse Jack.
«Un nome? Che ne dite di Erkashakstert?»
«Non credo riusciremo mai a pronunciarlo correttamente, scusa» disse Roland
«Allora che ne dite di Althemia? Può andare?»
«Quello sappiamo pronunciarlo» disse Roland. I tre tornarono dentro, quando si sedettero al tavolo Roland e Jack notarono un velo di tristezza negli occhi di Althemia, un velo che non se ne sarebbe mai andato. «dove volete andare?» chiese Althemia
«Non ne abbiamo idea,» disse Jack «speravamo che tu potessi indicarci la via»
Tutti e tre guardarono la mappa che avevano trovato cercando di capire quale fosse la loro posizione. Dopo circa un'ora di dibattito fra Roland e Jack e di vuoto assoluto per Althemia, i tre decidettero di camminare in una direzione a caso finché non avrebbero trovato indicazioni o segni di vita. Riempirono le borse con i pochi viveri che riuscirono a trovare e uscirono dal villaggio seguendo una strada che si dirigeva verso nord.
Camminavano già da un'ora e avevano l'impressione che quella strada non li avrebbe portati molto lontano, si dirigevano infatti verso una catena montuosa e incominciavano a temere che sarebbe stato opportuno tornare indietro o fare una deviazione. «Ho un vago ricordo di questa strada, credo sia il caso di arrivare fino alle montagne, non cambia molto ormai» disse Althemia. Roland non era molto convinto e chiese il parere di Jack, il quale era stato scioccamente rapito dal fascino di Althemia e, cercando di risultarle simpatico, decise che era meglio dare man forte all'elfa anziché all'amico, almeno per quella volta. Prima della montagna, a valle, si estendeva un bosco che costeggiava le montagne, gli alberi erano altissimi, i tronchi sottili e slanciati, la corteccia era nera e stranamente liscia, quasi levigata, Jack non poteva fare a meno di carezzare i tronchi di tanto in tanto. Anche i fiori e i cespugli gli risultavano ignoti, alcune foglie poi avevano strane sfumature di colore, non tutte infatti erano verdi, ve ne erano invece molte azzurre, viola o grige sul medesimo albero, la foresta in questo modo assumeva un aspetto veramente insolito e pittoresco, i raggi di luce che filtravano dalle fronde degli alberi prendevano sfumature diverse riflettendo il colore delle foglie. L'atmosfera era surreale e sia Jack si Roland ne rimasero incantati.
La strada terminava con l'ingresso di una miniera, diverse macchie di sangue si trovavano lì attorno. L'insegna sopra l'ingresso recava la scritta Miniera di Straterfold.
«La miniera è indicata sulla mappa» fece notare Jack «Quindi questo dev'essere il villaggio. Mh, la città più vicina credo sia Frittella, anche se non ho idea di quanto disti di preciso». I tre allora consultarono la mappa, restava però l'incognita della miniera. Le macchie di sangue non facevano pensare a nulla di divertente o pacifico, ma gli abitanti del villaggio erano scomparsi e magari erano stati nascosti nella miniera. Forse lì c'era qualche risposta. Il dubbio e la paura si facevano largo nella mente di Roland che non voleva saperne di entrare, Althemia, spinta dal desiderio di recuperare la memoria, era decisa ad entrare, mentre Jack pensava solo a cosa poteva aver fatto di male per doversi trovare sotto un fuoco incrociato di quella portata.
All'improvviso si fece largo una voce nuova «E voi teste di cazzo cosa ci fate qui? E perché litigate? Sembrate un gruppetto affiatato, non è mai bello vedere degli amici che litigano». La creatura che parlò aveva un ché di grottesco e di buffo, si trattava di un orco alto non meno di due metri, spaventosamente magro, tanto che gli si potevano benissimo vedere le costole, i capelli erano rasati ai lati, ma lunghi sulla testa e legati in una coda, una barba brizzolata lunga fino alle ascelle, incastrati fra i peli si nascondevano rimasugli degli ultimi pasti da lì allo scorso anno, due zanne gialle e acuminate sporgevano dalla mandibola, gli occhi neri brillavano in modo innaturale, come se fosse preso da un'euforia cronica. In quanto ai vestiti, indossava abiti in cuoio sporchi di fango e sangue, portava un enorme tracolla stracolma che dava l'idea di essere piuttosto pesante, ai polsi aveva delle fasce di cuoio con le borchie e non indossava nulla ai piedi, solo dei calzini bucati che mettevano in mostra un alluce prepotente e con le unghie scheggiate e incarnite. Insomma, una gioia per gli occhi. Restarono tutti in silenzio per qualche istante, incerti sul da farsi. L'avventura di Roland e Jack aveva preso una piega imprevista fin dal suo inizio, era tutto un susseguirsi di circostanze incomprensibili e misteri, ma quella creatura era soltanto un fetido umanoide piuttosto malconcio che si nascondeva all'ombra degli alberi. «Allora, chi siete voi tre?» chiese di nuovo l'orco. «Va bene stronzetti, mi presento per primo. Piacere, io sono Okzar, sono un orco vampiro e sono sobrio da quindici giorni, più o meno». Roland, Jack e Althemia proprio non sapevano come rispondere ad una presentazione tanto amichevole e diretta, quasi imbarazzante, e non sapevano cosa pensare del connubio tra orchi e vampiri. Alla fine Jack prese coraggio e disse «Piacere Okzar, io sono Jack, sono un umano e q...» lo interruppe Okzar «No aspetta, scusa, scusami davvero Jack, l'ho pronunciato in modo corretto? Jack? Sì? Fantastico. Senti Jack, vi chiedo scusa per avervi mentito, ma sono ubriaco. Non c'è l'ho fatta a non bere» confessò Okzar non senza sforzo. «Va bene Okzar, tranquillo, non è un problema pe...» cercò di dire Jack.
«No scusatemi davvero, ma è difficile non bere... cioè è pesante amici, è pesante essere in missione, fare quello che devo fare, cioè, ho dei rimorsi, capite? Per questo bevo un poco di tanto in tanto»
«Anche questa è una bugia, Okzar?» chiese Althemia.
«Eheheh» disse Okzar, «sveglia, sei sveglia elfo femmina. Il tuo nome?»
«Io sono Althemia, lui invece è Roland» disse lei.
«Oh, ho capito. Okzar, Ursula, Jack, Althemia e Roland... credo che possa andare, sì saremmo una buona squadra. Okay, adesso andiamo»
«Cosa? Ma quale squadra? Chi è Ursula?» chiese Roland
«Amico, ma che dici?» chiese Okzar «certo che siamo una squadra, noi adesso entriamo nella miniera, ci sbronziamo, e poi andiamo a sbronzarci da un'altra parte, no?»
«E' questa la tua missione?» chiese Jack
«Amico, questa è l'unica vera missione. L'unica. Adesso andiamo» concluse Okzar entrando nella miniera.


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