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lavoro pubblicato domenica 28 gennaio 2018
ultima lettura domenica 26 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

19/04/2017

di DocHolliday. Letto 254 volte. Dallo scaffale Storia

Erano le 5 del mattino, il sole tardava a sorgere mentre io l' attendevo con una tazza di caffè e una sigaretta tra le labbra. La notte era pas...

Erano le 5 del mattino, il sole tardava a sorgere mentre io l' attendevo con una tazza di caffè e una sigaretta tra le labbra.

La notte era passata lenta, svegliandomi varie volte, una volta erano le 2, una le 3, poi le 3.20 e poi le 4 e poi le 5.

Facevo sogni strani la notte, indecifrabili, senza un filo logico e neache interpretativo, sognavo cose che non avevano in comune nulla se non la follia.

C' era qualche cane da guardia che cominciava ad abbaiare e si sentivano le porte pesanti dei garage aprirsi.

Era domenica mattina.
Non avrei avuto nulla da fare, come nel resto della settimana, delle, settimane, dei mesi.

Ascoltavo muto il ticchettio del tempo lento e incessante, costante ma incontrollabile.

Passavo uno dei miei momenti patetici, dove mi commuovevo da solo in una camera anche per 2 bambini che si abbracciavano in una stupida pubblicità in televisione, mentre con il resto del mondo, fuori quella porta, vestivo i miei panni cuciti a misura di cinico e freddo. Misantropo.

Un fitta linea sottile di luce mi fece strizzare gli occhi, il sole cominciava a sorgere, lievemente arancione, ancora anche lui stanco ma perenne come tutti i giorni nel suo modus operandi.

Gli uccelli cinguettavano, qualche gabbiano cominciava a spiccare il volo e il cielo era sereno, solo qualche nuvola leggera, giusto per dare qualche sfumatura. Giorno di musa per pittori e poeti, giorno banale per chi osserva il ticchettio temporale.

Il posacenere continuava a riempirsi e non c'era quasi più spazio.

Mi alzai lentamente ed andai in bagno.

Mi guardai allo specchio, ero pallido, mi avvicinai per guardarmi negli occhi, cercavo la mia anima nei miei occhi neri, il silenzio della ricerca fu interrotto dal gocciolio del cesso.

Provai a darmi una rinfrescata, l'acqua era gelida, portandola con le mani al viso sembrava di immeggermi in una ciotola di lamette.

Avevo occhi rossi e occhiaie scure, avrei dato la vita per dormire tutta la vita.

Ripresi le mie sigarette e tornai in camera, al buio, a far luce un vecchio lume e le alternanti fiamme dell' accendino che precedevano il fumo.

Avevo piena coscienza di quel che ero; Soffrivo di una leggera forma di depressione da circa sette anni, certe volte riuscivo a sconfiggerla e non pensare a nulla, vivevo giornate prive sì di significato ma nel più totale disinteresse, altre volte, invece, lasciavo che la bocca della malinconia mi inghiottisse con fame famelica, lasciando spazio a pianti, ubriacate in bar solitari e sporadiche risse, dalle quali uscivo sempre un pò rotto ma con 1 Kg di rabbia in meno.

Sapevo a cosa era dovuta la mia depressione, il mio malessere, il mio non riuscire ad andare avanti, ma non lo accettavo ne ammettevo anche se a me stesso non potevo mentire in quanto sapiente, mi rispondevo da solo o mi mettevo in disparte recitando l' uomo sano.

La cosa che non riuscivo a sconfiggere era la notte, quando tutto taceva e tutto era finalmente meno colorato, sembrava che in quel momento le bugie non potessi raccontarmele, ero di un fottuta sincerità e diventavo socievole con me stesso, accogliente, pronto ad ascoltarmi. Ma, era proprio ascoltandomi che non potevo più combattermi. E allora tutto, diventava agonia.

Accesi l' ennesima sigaretta.

Cominciai a scrivere, aggiustai il vecchio lume per farmi luce, scrivevo spesso.
Certe volte poesie, altre volte pensieri, alcun' altre discorsi, rare volte un ti amo che non sarebbe mai stato letto da chi apparteneva.

La città, la città cominciava a svegliarsi e non c'era più silenzio, i rumori parlavano sopra i miei pensieri, i discorsi si perdevano. Chiusi il quaderno e lo gettai in un angolo.

Aprìì la finestra per far entrare un pò d' aria nuova, mandar via la puzza di fumo.

Le donne anziane camminavano lente verso la chiesa, qualcuna accompagnata dal marito, altre sole, andando a pregare per i mariti che non avevano più.

Feci un bel respiro in mi sgranchì un pò il collo.

Guardai di sotto, era abbastanza alto, non c' era il rischio di risvegliarsi in ospedale con ossa rotte, sarebbe finito tutto e subito. Ma non ero incline al suicidio, non ne ero mai capace. A pensarci si, ci avevo pensato varie volte negli anni, in vari modi, dal più sofferente al meno doloroso. Ma no, non sarei mai riuscito.

Non uscivo quasi mai di giorno; troppi finti sorrisi e falso buonismo, troppe persone a sperperare quello che avevano guardagnato in una settimana intera. I beni materiali, l' avere, il possedere.

Non riuscendo a scrivere dovevo trovare un modo per passare il tempo. Mi gettai sul divano, nuca alla spalliera e fissavo il soffito.
Poi eccola lì, visione celestiale, ferma e statuaria, immobile e comprensiva; Jack Daniel's edizione limitata, ancora sigillata, l' avevo conservata per qualche grande occasione.
Guardandola mi passai una mano tra i capelli e mi grattai le palle. La feci diventare una grande occasione.

La presi e la scolai tutta in circa mezz' ora, dovevo aspettare la notte ed il giorno era ancora lungo, avevo sempre odiato le attese. Mi addormentai, o svenni, con il bicchiere ancora in mano.

Quando mi ripresi dopo essermi strizzato bene gli occhi guardai l' orologio, erano l' una di notte, l' idea aveva dato i suoi frutti.

Infilai solo le scarpe e uscì dalla porta, poco m' importava dell' apparenza.

Barba incolta come uno zingaro, vestiti gli stessi da tempo.

Camminai a piedi per qualche ora, faceva freddo ma per strada c' era pochissima gente e questo mi andava bene.

Entrai in uno dei soliti bar dove sapevo non ci fosse nessun gran pensatore, camminando per ore nella notte cercando di schiarirmi le idee, per combattere e fottere l'insonnia, lontano, per la non voglia di incontrare qualcuno che conoscevo.

Mi sedetti al bancone in disparte, mi sedevo sempre in disparte.

Ordinai da bere e finalmente arrivò. Birra, fresca, ogni sorso stracciava dallo stomaco pezzi di malinconia e li porta alle palle, pronti per essere pisciati via.

Mi guardai un pò intorno per vedere che aria tirava e tra un sorso e l'altro vidi questa ragazza, carina, ma non ci diedi molto peso, non potevo, dovevo bere.

Ma bevendo, qualcosa dovevo pur fare e così non guardandola cominciai a pensare; "Che cazzo ci fa una ragazza sola, alle 4 di mattina in un bar? Non siamo in America, da noi queste cose non sono normali."

Ma io dovevo bere, quindi chi cazzo se ne frega.

Gli uomini anziani a quell'ora nei bar sono fantastici, puoi vedere tutta la loro vita se li fissi negli occhi, ma sono pur sempre ubriachi, quindi fissarli è una cosa che non conviene mai.

Ero alla seconda birra ed entrarono i due classici fighettini, jeans alle caviglie, camicetta e mocassini.

Solo a guardarli i miei pugni si strinsero, rappresentavano in totale tutto quello che io non ero mai stato e che odiavo, li guardavo dallo specchio dei liquori mentre si avvicinavano, ad ogni passo gli parlavo nella mia mente;
"Che siete entrati a fare qui, non è un bar per voi, non ha insegne illuminate, non ha privè e non fa i vostri cazzo di Mojito che bevete perché fa fico, per darvi un tono, imbecilli ottusi".

Ma continuavo anche a ripetermi che non m' importava neanche di quello, non avevo voglia di risse, volevo solo bere.

Ero alla terza birra e cominciai ad incazzarmi, a rendermi conto che non bastavano più per stonarmi un po'. Allora ordinai il whisky. Quello andava bene sempre.

I due coglioni gridavano, parlavano e sparlavano, probabilmente era cominciata la triste e solita gara che fanno i maschietti per farsi notare da quella ragazza.

Il barista mi offrì un altro bicchiere, non sapevo perché, ma neanche glielo chiesi, accettai.

Sorseggiavo e mi guardavo il cortometraggio live;
I due cominciavano ad avvicinarsi a lei cercando di coinvolgerla in quei discorsi futili, lei partecipava e ammazzava la noia. Ma, l'uomo è una animale ignorante, se una donna gli parla è perché vuole farsi scopare.

Partì la mano sulla coscia, lei si rese conto della piega che iniziava a prendere la situazione e cominciava a ritrattarsi, sorseggiva quella birra ormai calda e cercava un distacco. Non succedeva, non ci riusciva, erano piovre quei due.

Guardai il barista, i vecchi seduti, chi non guardava e chi guardava con disinteresse.

Mi dicevo che andava bene e che non me ne fregava un cazzo. Me lo ripetetti, sette o otto volte, provavo a convincermi. "In un bar a quest'ora, con una gonna così corta, carina sapendo di esserlo, dovevi aspettartelo".

Ma non durai molto, non potevo accettarlo, perché per quanto potessi essere ubriaco continuavo a ripetermi che non fosse giusto se lei non voleva. No, non era giusto, non per me, sapevo bene che se ci fosse stata Maria seduta lì, probabilmente avrei dovuto ucciderli quei due.

Quindi mi alzai, finendo il whisky in un solo sorso e mi avvicinai.

Gli spintoni cominciarono quasi subito, come se fossero stati già lì frementi di esserci. Poche parole e mi feci pestare per bene. Forse avevo bisogno anche di quello.

E poi.. Precisa eccola lì, la rabbia, non voleva più essere vomitata o pisciata fuori, saliva veloce e impazzita alla testa.

Strinsi i pugni e cominciai.

"Ci vuole così poco per picchiarvi inutili pezzi di cazzo, dopo il primo cazzotto vi sentite come di cristallo che subito va in frantumi".

Andarono via dopo poco, coglioni, conigli.

Ordinai un altro whisky, avevo troppo sangue in bocca.

Lei mi guardava con l'aria di chi pensa; "Ecco, ora si avvicina e mi chiede se sto bene."

No. No col cazzo. Era stata solo il motivo di un mancato principio. Avevo troppi casini nella mia testa, non potevo più mischiarli con altri.

Finìì di bere e finirono anche i soldi.
Pagai con tutto ciò che mi restava e andai via prendendo il giubbotto.

Lasciando la porta alle mie spalle sentì rincorrermi un leggero "grazie".
Ma non mi girai, andai via.

Era carina quella ragazza, ma se non mi fosse venuta lei in mente non sapevo come avrei reagito.

"Non ringraziarmi, non ne vale la pena".

La notte era fredda camminando. Non avevo più soldi e non potevo bere.
Dovevo tornare a casa, alzando gli occhi al cielo pensai che ancora ti amavo.




Commenti

pubblicato il lunedì 21 maggio 2018
mavisa, ha scritto: Bello,risente un po' dei racconti all'americana,ma è scritto bene e lo stile è scorrevole.

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