ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato domenica 28 gennaio 2018
ultima lettura mercoledì 24 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL DRAMMA DELLA RIVOLTA

di DOMENICO DE FERRARO. Letto 302 volte. Dallo scaffale Teatro

Il Dramma  Della Rivolta Di Dino Ferraro                                                        &.....

Il Dramma Della Rivolta
Di Dino Ferraro
Atto I
Tutto incominciò con l’ascoltare un canto d’amore , le strade erano oscure e la voce di colui che accendeva i lu-mi dei lampioni echeggiava nell’aria malsana, si propaga-va nel vento, trasportata per vicoli stretti ed angusti, dove la luce della luna s’intrufolava sensuale ad illuminare la notte fonda dei suoi abitanti. Vicoli stretti di un piccolo paese di montagna dove il cielo si proiettava nella mac-china da presa, nel giorno che vedeva morire la notte, con le sue aspettative di vita ed era incomprensibile , forse utopico poter elencare il male che si arrendeva al bene, prendere forma come fosse argilla nelle mani di un va-saio. La piccola indolenza ed anche l’incapacità di potersi ribellare di dover ad ogni costo soccombere nei limiti della decenza, sfuggire alla cattiva sorte a quella lassezza di costumi popolari, ma chi avrebbe potuto salvare capre e cavoli ? l’ignoranza senile , la lirica , la metrica che per-segue per rime altisonanti il genio di un uomo solo, che combatte i suoi fantasmi , le sue fisime e forse incapace di proseguire la sua opera ne diviene la rappresentazione più assurda.
Vedi non voglio inferire.
Fai bene amico , hai tutti ai tuoi piedi.
Mi credi folle ?
No , un medico non ammazza mai i suoi pazienti.
Provo a circuire la mia pazzia, con un bicchiere di vino.
Alla salute e che la sorte ti renda sobrio .
Mi sento incapace di provare un vero sentimento.
La tua caparbietà nel voler cambiare , loda la tua opera.
La rivoluzione di forme e contenuti dipende da noi.
Noi siamo la parte oscura e l’intimo segreto di questo
discorso.
Siamo questa falce, vecchie facce ingiallite.
Siamo il pane che mangiamo.
La voce che spinge alla rivolta.
Vano il danno ed il dubbio.
Sè i morti , un giorno risorgeranno dalla dura terra.
Ahimè , questa terra sporca di sangue è la nostra patria.
Noi ,tutti contro il male , mano nella mano.
Nell’ora cruciale il nostro coraggio ci riporta indietro.
Crescere , ci ha resi eroi d’un tempo mite.
La battaglia non è giunta al termine.
Orde di giovani gridano sotto gli spalti.
La vittoria ci sorride , premia i nostri sforzi.
Avanti uomini , avanti donne, avanti .
Sulle barricate ,contro l’oppressore.
Contro la tirannia ed il vessillo avverso.
Venite , correte , siamo pronti a morire.
Sono già in tanti che giacciano per terra sanguinanti.
Miseri.
Poveri resti.
La nostra volontà di ribellarci all’infame destino , non ave-re un corda a cui appendere il cappio, nel nesso logico di una rivolta che persegue la volontà di un popolo , spec-chio di un ideale pauperistico , ammesso ad entrare den-tro la camera di chi vive in agiatezza , di chi può mangiare due o tre volte al giorno . Infischiandosi di cosa succeda ad altri , fuori la sua porta. Dentro quel dedalo di vicoli, dentro la testa del matto, di topolino affacciato al balcone, del musico , della donna dai grandi seni , grande spalle bella tanto bella , da far girare il mondo all’inverso . Tutto la capacita di poter interloquire con le classi sottostanti, incapace di intendere idiomi frasi scurrili sensi e doppi sensi di una classe incapace di amare senza alcun inte-resse, le classi sottostanti. Una tragedia dover vendere la propria donna al nemico , venderla al vile straniero poi mangiare con lui alla propria tavola, lasciandogli poggia-re la spada sul marmo delle nostre tombe. E l’odore della carne , l’odore del mare , l’odore della propria donna si mischia con l’odore dell’odio, verso chi ti sbeffeggia, se la ride dell’ altrui precarie condizioni sociali.
Non tollero amici con due facce.
Prego .
Chiedo scusa forse sono adirato.
Padrone , li maccaroni son cotti.
Prego, signori accomodatevi.
Che buono odore.
Son buone i maccaroni ?
Che bella casa.
Guardate che panorama.
Un bicchiere di vino ?
Giovanni , portiamo un altra bottiglia di quello buono.
Subito padrone.
Madonna , questi stasera s’ubriacano.
Facciamoci una partita a poker.
Io non gioco.
Guarda quella scia, attraversa il mare e giunge fino al cie-lo.
Meraviglioso la mostruosità della natura.
Sono vili questi italiani.
Li ho sentito padrone.
Statti zitto a tempo debito.
Nel tempo che verrà, saremo divenuti tutti sordi.
I ricchi sono lacrime di chi non ha nulla da sperare ,sono la storia di milioni di persone, sono quello che hai sempre sognato e cercato di capire. E nella propria ignoranza apriamo il cuore ad un amore che giunge da lontano. Apriamo le porte a chi non conosce la lingua del cuore, la vita ed i miracoli di chi fatica nell’ignaro andare e venire senza mai giungere ,dove ha sempre sognato d’essere. E la vita ha un duplice viso e la borghesia si fa garante di quella specie esausta che la contraddistingue nella puerile specie o necessità di dover crescere per non soccombere all’invasione in atto.
Un altro bicchiere di vino ?
Sarebbe meglio un buon sigaro.
Giovanni porta la scatola dei sigari.
Padrone sono finite le cartucce.
Porta un altra bottiglia.
Porto questo cuore trafitto.
Porta quello che vuoi.
Facciamo ammenda .
Non parlate vi ho compreso.
Sono indignato.
Sono fatti cosi brava gente in fondo.
Portami il tuo cuore.
Sono ignoranti e lazzaroni.
Vi prego un sigaro ?
Ieri hanno rubato la borsa alla madre di un mio ufficiale.
Sono mortificato . Emanerò un editto.
Ci voleva pure cheste.
Saremo onorati d’ assistere all’esecuzione del condanna-to.
Vi terrò informato.
Lo spero per voi.
Non vi rammaricate
Aprite le porte, saccheggiate ogni basso.
All’armi , all’armi .
L’eco della rivolta corre di bocca in bocca , nell’ira di uo-mini diversi , nella stessa solitudine di miriadi di classi sociali. Nel cuore e nella mente , nell’eco della morte che ha reso vittime chi non voleva deporre l’armi e mai stanco di lottare, lungi per menti eccelse s’ inerpica per strade strette che salgono lunghi i crinali erbosi e silenziosi. La volontà non sazia la follia, anima l’animo della rivolta , la sua voglia di farsi largo nella giustizia che la reso schiavo del suo credo, nella propria terra. Incapace di poter co-struire quello che altri genti hanno costruito ed il riscatto etico la morale eleva la folla , fa correre le voci verso il centro , verso il corso dei mille, nel passo incerto che ri-suona , suono dopo suono nell’accordo nel dolore del tempo che matura se stessi e la sconfitta quell’amore ru-bato per pochi denari. Ogni logica predispone di un eser-cito di orchi , ogni soldato ricorda la sua donna , un cuo-re , una buca profonda , un destino che disegna sulla pelle il proprio sacrificio.
Venite a vedere.
Sono in tanti.
Siamo in mille pronti a combattere.
Non fate pazzie.
Iatevenne stanne arrivando i soldati.
Siamo pronti a morire.
Siete folli , siete la mia carne ed i miei sogni.
Non biasimare la nostra scelta.
Siamo pronti.
Basta soffrire.
Vogliamo vivere.
Dateci ò pane.
Dateci la terra.
Chi siete ?
Correte non abbiate paura.
Pigliate le mazze.
Pigliate stì suonno , queste parole senza senno.
Pazzi vi ammazzeranno .

Atto II
Non c’è nulla da fare ,forse non aveva senso lo scopo di ribbellarsi contro un oppressore crudele , contro quello che non si crede e che prende forma, di tante cose as-surde ed incomprensibili svisceranti in minuti, attimi , gi-orni che muoiono con noi nella vana ricerca di un concetto illuminante , nella speranza di poter cambiare la propria condizione umana. Tutti uguali , tutti liberi ,nudi per strada ,in marcia con in mano forconi e bastoni, con in petto la voglia di combattere ,facce scure, sporche , che non co-noscono l’italiano che non conoscono chi è perchè sono diventati quelli che sono . Tutto ha un limite è la rivolta di-viene un vento di pace una canzone che s’eleva sopra le case ed entra nel cuore di grandi e piccini si propaga nel-la lecita confessione e fiducia verso un Dio amico .

Arrivano.
Giovanni hai preso la bottiglia di vino?
Padrone a cosa serve.
Quando sarà il momento svegliami.
Va bene, non vi preoccupate.
Cosa Fanno?
Stanno là, non si muovono.
Forse pensano ?
Forse non è normale.
Chi sa quando hanno pagato?
E ci credo si sono scolati una botte e mezza di vino.
Giovà ma tu critichi sempre ?
Per carità , era un appunto.
E per l’appunto vediamo di essere seri.
Ci mancherebbe.
Fammi il letto.
E già pronto e riscaldato.
O’ rinale. In questa casa non si può più vivere.
Lo dite sempre.
Ma quando si cambia.
L’italia ci sta provando.
Fanno bene.
Sono Giovani.
Sono migliori di noi.
Volete che vi prepari qualcosa ?
No ,Giovanni basta, nun parla chiù.
Va bene ,facciamo come volete voi.
Ecco, come vuole il popolo .
Il popolo è sovrano.
Ha diritto alla sua terra .
Ogni diritto è un dovere.
Ognuno ha la sua ragione , nella capacita di comprendere gli altri nel perseguire intenti propri, questa la sostanza del racconto intrinseco. La classe non è acqua, possiamo aspettare altri invasori ed altre storie surreali , possiamo aprire la propria finestra , spalancarla su un tempo che ar-ride i vincitori i forti ma i pusillanimi saranno sempre la parte peggiore di quel meccanismo che muove il popolo ad una seria comprensione del proprio operato. E non c’è una certezza in merito, uno spiraglio , una norma capace di risolvere tutto il malaffare che imperversa nella fitta bo-scaglia della burocrazia. Non è lecito comprendere per chi comanda, ne tanto meno sforzarsi a capire perché siamo ancora li a difendere un diritto pubblico , una certa mono-tonia che annoia e rende incapaci di spazzare via le cose oscure che mostrano un viso orribile , quasi folle ,un omi-cidio orrendo ai danni di chi è debole. Una babilonia di scanni , poltrone per gente che viene da tanto lontano e non conosce chi siamo. Ne tanto meno cerca di capire e s’appropria dell’effimera bellezza della gaia superficialità delle cose che ci circondano. Una certa schietta amicizia forse una leggenda perversa, ma parte integrante di quello che scritto di quello che stato detto e reso tale ,tanto da togliere il pane dalla bocca a chi già affamato sperava di saziare la sua speranza in giorni migliori.
Forse è arrivato il momento.
Lo penso anch’io .
Padrone qui c’è mia moglie.
Falla entrare.
Buon giorno signore.
Non chiamarmi cosi , chiamami Antonio
Don Antonio vi ho portato un po’ di caffè.
Grazie , sei molto cara.
Lo vedi il mare ?
Si che lo vedo.
Dimmi come è ?
E’ bello.
E’ calmo?
Pieno di gente.
Si fanno i bagni.
In molti si gettano dentro.
Nuotano ?
Beh galleggiano.
Ma che sò Paperelle.
No ,sono morti.
Chi li ha uccisi?
Le navi nemiche con i loro cannoni.
Madonna , non voglio vedere.
Svegliatevi, venite.
Non posso.
Non lo turbare.
Perché ? deve capire quello che passiamo.
Non capirà mai.
La storia non gli da ragione.
Neppure la ricchezza lo ha cambiato.
Ma è quello che è.
Per diritto di nascita.
Noi quali diritto abbiamo? marito mio.
Non piangere .
Lo vedi il mare ?
Vedo il sangue versato i tanti corpi inermi.
Chi sono ?quali erano i loro nomi ?
Chiudete le finestre ,non voglio vedere ne sentire.
Padrone ,dormite vi farà bene.
Porta via tua moglie.
Non vi adirate.
Voi non mangiate per non cacare.
Siete cattivo.
Ah finalmente me lo hai detto.
Volevo dire matto.
Mi prendi in giro ?
Ci mancherebbe.
Fai il bravo sè no non ti pago .
Adesso state delirando.
Hai chiuso il portone di casa?
Ho chiuso tutto ma ho lasciato una finestra aperta.
Mi vuoi morto ?
Non è vero , voglio che sentiate.
Cosa ? il pianto dei tuoi simili ?
Si , il pianto le urla il silenzio della morte di milioni di persone.
Funesta sorte, soffro, informerò chi di dovere.
Fate come volte, l’ora è giunta non si può tornare indie tro.
Ci avete gettato in una fossa comune per poi dimenticarci nell’ignoranza ,nella gaia spensieratezza di chi è forte, tutto è permesso.
Taci , non ti pago questo mese.
Non mi pagate ed io chiamo le guardie.
Esci fuori , vai dove stanno i tuoi simili.
Vado ma state sbagliando.
Non mi pento, sono un signore io.
Io un povero uomo che fatica dalla mattina alla sera.
Vai a lavorare dove vuoi ?
Vado, ma lei non rida piu di me.
Non rida di ciò che sono , di ciò che ho sognato e cantato per vane idee e per vane rime meretrice , celesti leggi , il mio dolore tra queste pagine gialle, verdi, nere ,rosse simili al sangue versato , nell’urlo inumano , ora noi siamo vivi nella morte che ci ha resi liberi dall’oppressione, dal martirio che animava la nostra mano, nel combattere, nel soffrire .
La sorte non dà ragione a nessuno, tutto è un punto, un momento utopico, forse un filo sottile che divide il signore dal servo , l’ignorante dal colto sognatore è l’amore quello strano sentimento che sconvolge ogni cosa che rende in-degni e denuda bea i beati ed i santi nel loro sognare una terra dove i santi son santi ed i servi sono il volto di quei santi che hanno fatto la storia degli uomini . Noi sia-mo morti per nulla , per un tozzo di pane , per sfamare una voglia insana , un amore che non ha limite, ne diritto di nascita che cresce, scema , tra le pagine scritte in merito a questo comune dramma.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: