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lavoro pubblicato lunedì 22 gennaio 2018
ultima lettura giovedì 21 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Cielolatte - capitolo 2

di silviapettinicchio. Letto 198 volte. Dallo scaffale Generico

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30 novembre 1973

La Gelosia.

Pensavo di esserne immune. In fondo avevo accettato tranquillamente che Kevin condividesse il suo appartamento con una donna.

Non mi aveva detto però che si trattava di una modella australiana. Non una donna qualsiasi, accidenti, ma una sventola di un metro e 80 di nome Pavi.

Cazzo di nome è, Pavi, dico io?

“Sono le iniziali dei nomi di mio padre Paul e mia madre Vivian. L’hanno inventato loro, per essere sicuri che non esista al mondo una creatura” ha detto proprio creatura? “con un nome uguale al mio. Idea carina, no?”

Beh, questa specie di fenicottero capelluto deve essersi impossessata di tutti i principi di liberazione del corpo / spirito / essenza perché quando l’ho vista uscire dalla sua stanza, ieri pomeriggio, era praticamente nuda.

Si muoveva a piedi scalzi leggera come un elfo, con la chioma bionda sciolta sulle spalle e un asciugamano minimo attorno al corpo.

Kevin non ci fa caso.

O almeno così dice.

Considera Pavi una sorella svitata e senza attrattive sessuali.

Io l’ho conosciuta la settimana scorsa, quando sono andata a casa di Kevin per la prima volta.

Aveva organizzato una cena per il Thanks Giving invitandomi assieme agli amici stranieri che ogni anno si riuniscono per la festa.

Mi ha spiegato che il Giorno del Ringraziamento è la festa più sentita dagli americani. E’ la festa di tutti perché non ha connotazioni religiose come invece il Natale, il Ramadan e il Passover.

Ogni fine novembre, indipendentemente da dove si trovino, ritornano nella propria casa di famiglia. Ed ogni anno si replica la commedia familiare in cui tutti fanno finta di commuoversi, di volersi bene e di andare d’accordo.

Anche Kevin e i suoi amici, non potendo ritornare a casa, ripropongono qui la antica tradizione.

Sono arrivata da sola, con il tram.

Kevin evita ogni forma di galanteria che potrebbe “mettermi in imbarazzo”. Non mi viene mai a prendere a casa. In fondo non stiamo mica assieme.

Per questo sono giunta sotto casa sua bagnata ed infreddolita, di cattivo umore per la pioggia e il buio invernale.

Mi aveva preannunciato che avrei incontrato diversi suoi amici e probabilmente la sua roommate, una svitata che passa gran parte della giornata a meditare in posizione loto.

Pavi, appunto.

Appena entrata nell’appartamento sono stata investita da una moltitudine di sensazioni forti.

Il profumo intenso e sconosciuto proveniente dalla cucina.

Il suono delle risa e delle parole straniere nella stanza in fondo al corridoio.

E Kevin, in piedi davanti alla porta, esattamente al centro di una sagoma disegnata sul pavimento con il gesso.

Proprio una di quelle sagome che si vedono nei film polizieschi tracciate intorno al cadavere sulla scena di un delitto.

Percorsa da un brivido sono entrata e mi sono sentita subito perfettamente…. a disagio.

Come se non bastasse, Kevin mi ha chiesto di togliere le scarpe per non sporcare la moquette.

Accidenti.

Se lo avessi saputo mi sarei messa un paio di calze decenti, non questi calzettoni di lana scuciti in punta.

Camminando barcollante dietro di lui, con le punte dei piedi girate di sotto per nascondere il buco, sono entrata nella stanza con gli ospiti.

Erano una decina, tra i 20 e i 30 anni, tranne una signora che ne dimostrava qualcuno in più. Stavano tutti seduti per terra, anche loro senza scarpe.

Ma le loro calze erano bene in mostra, bianche e linde come appena lavate,.

Senza neanche un buco.

Si sono voltati tutti verso di me, impietrita sulla porta, smettendo improvvisamente di parlare.

Mi hanno fissato per qualche secondo come a valutare il mio grado di eccentricità, poi mi hanno salutata distrattamente in inglese e sono ritornati ai loro discorsi.

Ho tirato un respiro di sollievo.

Odio stare al centro dell’attenzione.

Kevin, appostato dietro di me, mi ha spinta dentro dicendomi di mettermi comoda poi si è dileguato in cucina.

E’ una parola.

Non capivo un accidente di quello che dicevano, in più ero tutta concentrata nel cercare di nascondere i piedi, mettendomi in ginocchio

Peccato che i miei jeans sono di quelli che si infilano solo stando sdraiata sul letto.

Trattenendo il respiro.

Piegare le gambe è un’impresa impossibile.

Stavo per farmi prendere dal panico quando ho notato a fianco del divano un San Bernardo sonnacchioso, probabilmente la “cucciola” di cui mi aveva parlato Kevin.

Strisciando sul tappeto le ho infilato i piedi sotto la pelliccia.

Lei ha aperto un occhio, mi ha sbirciata, ed è tornata a dormire.

Contenta, ho potuto finalmente rivolgere le mia attenzioni al gruppo.

Cercavo di capire chi fossero, cosa facessero nella vita, perché si trovassero in città e, soprattutto, cosa diavolo si stessero dicendo.

Facevo finta di ascoltare, sincronizzando le mie risate con le loro, annuendo di tanto in tanto e sfoggiando il sorriso più abbagliante di cui ero capace.

C’era una ragazza non molto alta con i capelli rossi a caschetto e le lentiggini.

Non aveva un filo di trucco e la pelle era così trasparente che le si intravedevano le vene sulle tempie.

Era vestita semplicemente con un abito di lana grezza verde scuro. Seduta per terra con la schiena appoggiata alla parete, parlava animatamente con un ragazzo più giovane.

Sdraiato a pancia in giù e appoggiato ai gomiti, la guardava con adorazione nonostante lei sembrasse non accorgersene. Era piuttosto pallido e il dolce vita nero, gli occhialini tondi e i capelli tagliati a scodella gli conferivano un’aria triste.

Di fianco a loro era seduta una ragazza bionda, di spalle rispetto agli altri. Indossava un foulard azzurro e dondolava leggermente la testa a tempo di musica. Fumava dell’erba e nessuno sembrava prestarle attenzione.

Era Pavi.

Poi ho notato la signora più anziana del gruppo: se ne stava seduta elegantemente sul divano con le gambe magre ripiegate sotto di sé.

La gonna al ginocchio in tweed, la camicetta di seta, il filo di perle al collo e la pettinatura raccolta le conferivano un’aria elegante e raffinata che contrastava con l’atmosfera spiegazzata della stanza.

Mi sono ritrovata ad osservarla dal mio angolo. Avrà avuto circa una cinquantina d’anni, vista la fascia di capelli bianchi che le attraversava il capo come dipinta. Il volto era solcato da un reticolo di rughe sottilissime, addolcite dalla luce rosata della lampada, ma messe in risalto ad ogni cambio di espressione.

Teneva le mani in grembo, una sopra l’altra, come ho visto fare solo nelle foto delle famiglie nobili e ascoltava distrattamente i ragazzi seduti ai suoi piedi.

Nonostante l’aspetto altero e un aristocratico distacco con cui rivolgeva lo sguardo sui presenti senza mai dedicarvi tutta la sua attenzione, la trovavo il personaggio più interessante nella stanza.

Improvvisamente si è voltata.

Ha incrociato il mio sguardo, inchiodandomi coi suoi occhi gialli per una sequenza di secondi che mi è sembrata infinita.

Il suo volto: una maschera immobile attorno ad un impercettibile sorriso.

Ho avuto l’impressione di trovarmi davanti ad un animale feroce, ipnotizzato dalla preda.

La fascia di capelli bianchi e gli occhi felini le conferivano un aria tagliente. Infine, molto lentamente e senza cambiare espressione ha sbattuto le ciglia.

Quel semplice minimo movimento ha generato una serie di onde concentriche nello spazio come i cerchi nell’acqua di uno stagno.

Mi hanno investita in pieno, smuovendomi dall’immobilità.

“You must be Elena, I suppose”. Come faceva a conoscere il mio nome? “Kevin had told me about you”

Doveva essere Donna, la madre di Kevin. Mi ero scordata che sarebbe venuta a trovarlo. Ma perché le aveva parlato di me?

Ho cercato di risponderle con qualche parola abbozzata, ma subito ha rivolto altrove la sua attenzione.

Durante la cena a base di patate dolci, tacchino ripieno, salsa di cranberry e torte di zucca, mi sono ritrovata più volte ad osservare Donna.

L’ho vista riscaldarsi e animarsi solo una volta. Quando Kevin le ha rivolto la parola chiamandola per nome.

Solo a lei e a nessun altro.

Le si sono arroventate le guance, dilatate le pupille e tutto il corpo si è proiettato verso il figlio come se in realtà si trattasse di un amante.

Poi, improvvisamente, così come le aveva concesso la sua attenzione, gliela ha sottratta, crudelmente, abbandonandola vulnerabile e ricettiva com’era a ricomporsi con vergogna.

Come una donna lasciata indietro da un amante frettoloso, con la gonna alzata e le gambe aperte.



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