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lavoro pubblicato lunedì 22 gennaio 2018
ultima lettura domenica 24 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Soggetti smarriti

di Lucamurano. Letto 306 volte. Dallo scaffale Viaggi

Beirut, mezzanotte e ancora 38 gradi. Frutta secca al Dragon Bar, ma non è ora di andare a dormire?....

"Hey, tutto ok? " Cetriolo non ha una bella cera. Non è solo il sudore che cola dalla fronte come grasso di kebab in picchiata da uno spiedo verticale a sottolineare il suo malessere. No, la cosa va decisamente oltre. Si giudicasse solo dalla sudorazione lo stato di salute di un uomo, allora io dovrei beneficiare del primo polmone d’acciaio disponibile. L’azzurro della mia camicia, infatti, in poco meno di due ore, si è completamente eclissato lasciando il posto ad un blu oscuro e tenebroso. Tutto nella norma. Ci saranno 38 gradi a Beirut, con un tasso d’umidità insensato. Se per un attimo si chiudono gli occhi, si ha la netta sensazione di essere avvolti, dalla testa ai piedi, da uno strato di cellophane.

Manca poco a mezzanotte e siamo rimasti in tre. Brad, che l’indomani mattina deve sostenere l’esame finale del suo corso di lingua araba presso l’AUB (American University of Beirut), dopo un’abbuffata colossale a base di pietanze locali in un ristorante a Place d’Etoile, ci ha giustamente lasciati incartati nel nostro cellophane per andare a ricongiungersi col letto. Abbandonati a noi stessi, abbiamo scelto di pura inerzia uno dei tanti locali all’aperto di Gemmayzeh, il quartiere del divertimento e del volemmosebbene, alla ricerca di qualcosa con cui reidratare le trachee. Ed eccoci qui, al Dragon Bar.

“Tutto ok Cetriolo?” – Ritento.

“Mica tanto” – fa lui - “Ho preso troppo sole oggi, mi gira tutto. Ci leviamo dal cazzo?”

Certo” - Mi giro verso Kal. Trovo soltanto i suoi occhi, nascosti dietro un paio di wayfarer neri. Lui non c’è, la sua testa sta volteggiando attorno alle tante cose curiose e nuove che questa città nasconde. Come dargli torto, Beirut è un posto davvero strano. La mia lonely planet dice ‘fuori dal mondo, così lontana dalle altre città baluardo del medioriente e sempre in bilico tra tradizioni e modernità’. Vero, senza dubbio, ma non nel senso più positivo della frase. L’impressione che mi sono fatto è che la città stia scappando poco alla volta dal modello arabo, avaro di denari e ambizioni, per tuffarsi invece nelle mani del ben più ricco occidente. Una prostituta attempata e provata dalla vita pronta a scegliere il cliente con il portafoglio più ‘grasso’. Tutti questi mutamenti hanno inevitabilmente finito per snaturarla, rendendola una caricatura stonata ed affatto sobria dell’Occidente. La volontà, poi, di risollevarsi in fretta dalle brutture della recente guerra civile, dimenticando così tutti i torti del passato, ha probabilmente innescato reazioni contrastanti che hanno portato la capitale libanese a staccarsi così tanto dalle altre città del Medio Oriente. A oggi dunque, Beirut sembra proprio questo, la città delle contraddizioni e degli eccessi, la città dei contrasti stridenti, la città dell’apparire a tutti i costi. Le vie di mezzo non esistono. Una città traboccante di vita. Con il suo tripudio di colori e di luminarie, la sua inarrestabile vita notturna, le attività commerciali in marcia 24 ore su 24, le macchinone, il lusso sfrenato e le tette rifatte, ma soprattutto l’ottundente voglia di divertirsi, sempre e comunque, di chi la abita.

“Dai Luc, paghiamo e andiamocene che son bello cotto” – Cetriolo fa deragliare il treno dei miei pensieri e mi riporta all’afa insopportabile. Richiamo l’attenzione del barman e con il mio inglese ancora in rodaggio chiedo il conto. Il tizio annuisce e sparisce nel retrobottega.

Torno a sedermi. Non c’è molta gente attorno a noi, e quei pochi che vedo non sono sicuramente turisti. Finisco quello che resta della mia birra e mi metto ad aspettare il conto per le sei bevute. Dopo circa un paio di ere glaciali, riappare il nostro amico libanese col grembiule. Dai che ce ne andiamo penso io.

Acqua. Sfila a un millimetro dal nostro tavolino e si dirige a sparecchiarne un altro che soffriva di solitudine sin dal nostro arrivo. Quando ci passa accanto noto uno sfregio sulla sua guancia sinistra. Un taglio di almeno quattro centimetri, impossibile non notarlo. Infastidito dall’attesa, gli richiedo gentilmente il conto. Il suo annuire scocciato non mi tranquillizza ma non posso fare altro che vederlo scomparire di nuovo. Guardo Cetriolo: le mani stanno letteralmente reggendo la sua testa, e a vederlo così giurerei che la sua capoccia pesi almeno duecento chili. Il vecchio Kal, invece, è lì alla mia sinistra intendo a sgusciare pistacchi gentilmente offerti dalla casa e raccolti in una tazzina a forma di culo. Ieratico, non sembra turbarlo niente. Neanche una goccia di sudore. Beato lui.

Passano altri minuti. Uno sciame di minuti. Mi alzo dalla sedia, Cetriolo mi segue, giusto per provare a richiamare l’attenzione di qualcuno. Non accade nulla. Dopo circa un mese, Kal si alza e sentenzia: “Che si fa? Si va via?”

Stupito ma non troppo da tanta intraprendenza mi giro verso Cetriolo, aspettandomi una delle sue inequivocabili smorfie alla “Su dai Kal, fai il bravo, tornatene a giocare con la frutta secca..”

“Si, se i soldi gli fanno cagare andiamo” – fa lui, sorprendendomi e non poco. Deve stare proprio male.

Decido di essere clemente con l’entourage del Dragon Bar e lancio un’ultima occhiata in direzione del bancone, un aliscafo grosso quanto casa mia e deserto come il Sahara a ferragosto. Ancora nessuno all’orizzonte. Sfilo il pacchetto di sigarette dalla tasca dei bermuda color kaki e me ne accendo una, simulando indifferenza. Con la coda dell’occhio faccio giusto in tempo a notare ilmoonwalk di Cetriolo e Kal che scivolano fuori dalle viscere di questo locale trendy ma mica troppo. Faccio un bel tiro di winston bianca (la versione libanese della nostra ‘blu’) e butto fuori una sensazionale nuvola di fumo, dietro la quale intendo nascondere l’incipit della nostra fuga.

Inizia il countdown nella mia testa: 3, 2, 1..

..via!

Dopo pochi secondi ci ritroviamo a scendere delle ripide scalinate grondanti sudore e adrenalina. Euforia e senso di colpa si mischiano insieme dando fluidità alla nostra corsa. In men che non si dica ci ritroviamo a correre su Gemmayzeh Street. Il marciapiede è una striscia lunghissima, stretta e infestata più o meno ovunque da auto in sosta: considerato il clamoroso traffico di pedoni poi, una disciplinata fila indiana è l’unica soluzione per procedere rapidamente. Kal fa da apripista, Cetriolo in seconda posozione ed io chiudo la staffetta. A un centinaio di metri dal locale rallentiamo per ossigenare ed io ne approfitto per voltarmi e capire se ci siamo guadagnati la meritata tranquillità..

Tuffo al cuore..

In lontananza, una persona con un grembiule verde, simile a quello che indossava il barman del locale, sta correndo urlando qualcosa nella nostra direzione. Questo qualcosa assommiglia tanto a “Nilla Pizziiii!”. Forse ha scambiato il vecchio Kal per la celebre cantante e vuole un’autografo?. No, non può essere, è solo astruso arabo e poi chi se la incula Nilla Pizzi a Beirut? Mi giro e accelerando il ritmo di corsa incalzo Cetriolo; “muoviti ce lo abbiamo dietro”. La mia sudorazione, spinta al limite dalla situazione e dal caldo boia, non può più essere definita tale. Qui siamo di fronte ad una lenta ed inesorabile liquefazione. Mentre una zona del cervello detta meccanicamente al mio corpo i movimenti di corsa, in un’altra area, chissà perché, la mia mente pondera la possibilità che scarface, l’inseguitore, possa realmente scivolare per colpa della mia scia di sudore.

Ma non è così. Anzi, il peggio si palesa subito dopo nell’urlo di Cetriolo:

“Cazzo Luc, il passaporto! Siamo senza passaporto!”

Panico. Ci è completamente passato di mente. Stamani, recandoci all’ambasciata Siriana per il rilascio del visto utile per uscire dai confini e raggiungere, nel fine settimana, Damasco, abbiamo lasciato i nostri documenti al personale per le firme e le pratiche necessarie. Solo domani mattina potremo ritirare i nostri passaporti vistati.

Vengo assalito da un senso di impotenza stordente. La patente è in Italia, l’unico documento che sancisce la mia reale esistenza in quanto essere umano è la tessera socio di American SuperBasket.

Ci ritroviamo a correre più forte di prima, rinunciando alla diligente fila indiana e iniziando a spintonare gente in qua e in là evitando a più riprese le centinaia di ostacoli disseminati lungo il marciapiede, una sorta di bazar a cielo aperto. Kal, che alla notizia del passaporto ha staccato il gruppo con un sontuoso scatto alla Pietro Mennea, si è già separato di una quindicina di metri. Cetriolo arranca ed io con lui. Siamo in un paese straniero, artefici e complici di un crimine (per quanto veniale), privi d’identità e quindi doppiamente condannabili all’incarcerazione. Poi c’è anche lo scenario peggiore. Con una discreta dose di sfortuna potremmo finire nelle mani di Hezbollah, lo pseudo-partito sciita libanese che controlla ufficiosamente gran parte dello stato, con le buone e le cattive, e che ha base proprio a sud della città.

L’adrenalina che fino a pochi secondi prima faceva da combustibile alle mie gambe ha ora lasciato al posto ad una primordiale paura.

Più avanti scorgo Kal raggiungere un mega incrocio ed iniziare a sbracciarsi in direzione degli sgarrupatissimi taxi libanesi, che per fortuna infestano la città come zanzare brulicanti in una risaia.

“Nilla Pizziiiii!!!” L’urlo dell’inseguitore rimbomba nella mia testa sempre più vicino e minaccioso. Mi volto nuovamente. Vedo Cetriolo allo stremo delle forze distaccato di pochi metri dall’indomito inseguitore. Mentre sta zigzagando tra gli ultimi ostacoli parcheggiati sul marciapiede urta col fianco un narghilè che si rovescia per terra. Autentico colpo di culo: infatti, il distinto signore che stava fumando sciscia chinandosi per raccogliere i cocci finisce per ostacolare l’inseguitore in grembiule. Cadono entrambi e questo ci permette di acciuffare un vantaggio considerevole. Raggiungiamo Kal che intanto è riuscito a fermare un tassinaro. Saliamo sulla macchina, un fatiscente sarcofago a motore. Kal sale davanti, io e Cetriolo dietro. “Hamra Rue!!! Let’s go!!!”Faccio io. Invece che inserire la prima e schizzare nel caotico traffico di Beirut il baffuto tassista sembra perdere tempo. Come se si fosse accorto che il nostro affanno celasse qualche torbida malefatta.

“Parti cazzo, parti!!!” – urla Kal in italiano, aggiungendo colore a una situazione davvero drammatica

“You troubles, you troubles!” fa quello indicando col dito un gruppo di persone urlanti che si sta avvicinando alla vettura. Dal finestrino scorgo, il nostro boia in grembiule assieme al fumatore di sciscia e altri indignados con gli occhi neri e il loro sapor mediorientale.

Mi frugo in tasca, proprio mentre sentiamo il primo pugno che si abbatte contro il finestrino dell’auto. Tiro fuori una banconota da 50 euro sperando basti per sciogliere gli ultimi dubbi al tassinaro. Me lo auguro, l’extrema ratio sarebbe quella di sfilarmi le mutande, ma non voglio arrivare a tanto rischiando magari di sconvolgere gli ecosistemi libanesi. Siamo fortunati, alla vista del foglio arancione frusciante il nostro amico gira finalmente le maledette chiavi nel quadro..

“Jalla, jalla!” – faccio io.

Proprio quando il vetro sembra potersi rompere dietro le manate degli iracondi, il taxi, sgommando, si allontana dal pericolo.

Esausto, affogo nel mare di gommapiuma di cui sembrano fatti questi osceni sedili. Guardo fuori le luci della città che fanno a pugni con le ombre proiettate dai palazzi, ancora visibilmente feriti dai proiettili ereditati dalla guerra. Rincuorato per lo scampato pericolo, lascio che il battito cardiaco abbandoni il ritmo da terapia intensiva e torni alla normalità. Tra qualche minuto saremo ad Hamra, il quartiere dove alloggia Brad, e potremo finalmente collassare su un morbido materasso. Cetriolo sembra proprio averne bisogno: se ne sta lì semisvenuto sul sedile, tormentato dall’emicrania e piegato dallo sforzo per la fuga. L’auto si ferma dinanzi al rosso di un semaforo. Sbircio in direzione di Kal. Sta giocherellando con qualcosa, ma non capisco cosa, disturbato dall’oscurità pressoché totale presente all’interno del taxi. Faccio giusto in tempo vederlo portarsi qualcosa di molto piccolo alla bocca e poi, masticare.

“Oh, sti pistacchi son buoni davvero” – fa lui, girandosi per un attimo verso noi.

Sento Cetriolo cominciare a ridere mentre il verde del semaforo riempie i miei occhi e i miei pensieri.



Commenti

pubblicato il martedì 23 gennaio 2018
silviapettinicchio, ha scritto: Anche nelle mie storie entrano suggestioni di viaggio, mi piace come sembra di sentire il caldo appiccicoso di una notte da cui non sai bene come uscirai

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