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lavoro pubblicato venerdì 19 gennaio 2018
ultima lettura giovedì 4 giugno 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL PUNTO PIU' ALTO

di TinaMennella. Letto 355 volte. Dallo scaffale Amore

IL PUNTO PIÙ ALTO     La prima cosa che ho visto di Lisbona è stata il cielo. Dall’aereo, mentre discendevamo stamani sulla pista dell’aeroporto. Di un azzurro levigato, limpido come un ruscello che scaturisca dal...

IL PUNTO PIÙ ALTO

La prima cosa che ho visto di Lisbona è stata il cielo. Dall’aereo, mentre discendevamo stamani sulla pista dell’aeroporto. Di un azzurro levigato, limpido come un ruscello che scaturisca dalla roccia e rifulga ai primi raggi. Non era sospeso all’orizzonte, ma scendeva fluido tra morbide colline a impregnare il paesaggio di una sfumatura cobalto: annunciava un mattino d’oro.

All’uscita, dopo aver sbrigato le necessarie incombenze, ho preso un taxi e ho chiesto all’autista di portarmi nel punto più alto della città.

“Ponto mais alto?”, ha replicato diffidente, corrugando la fronte contornata di riccioli neri.

Immettendoci nel traffico lento, ho notato che mi scrutava dallo specchietto retrovisore. Mi ha costretto a distogliere lo sguardo dalla prospettiva che si apriva su un lato: una stradina sormontata da portici dalle incredibili tinte solari. Dal suo sguardo perplesso ho intuito l’equivoco che si era creato, involontariamente; sarà stato il mio tono risoluto e la richiesta singolare a fargli sospettare che volessi commettere una sciocchezza. Ho iniziato a ridere, scrollando il capo, un po’ divertita, un po’ infastidita:

“Non è come lei pensa, voglio solo ammirare il panorama dall’alto”.

Ho impiegato un po’ di tempo per farmi capire, infine si è tranquillizzato.

Ho ripreso a guardare il dedalo di stradine che s’intravedeva ai due lati della grande arteria che stavamo percorrendo, brulicante di mezzi e di passanti; un rumore di fondo, che a intervalli saliva come un’onda, quando i clacson impazzavano per il traffico fermo. Imprevisto, si è insinuato in me il pensiero che questo viaggio non servirà a nulla. L’ho respinto, considerando lo sforzo che è costato organizzarlo in tempi brevi, per la voglia improvvisa di partire.

Sui marciapiedi sfilavano bancarelle, che sprigionavano un aroma pungente di carni speziate e di vino. Il taxista sembrava assuefatto allo scenario. Ha abbassato il volume della radio, un pezzo ritmico assordante, ha pronunciato alcune frasi scandendo le parole, con un tono di voce altissimo, per sovrastare il rumore proveniente dai finestrini aperti.

“Not possible, traffic, no possible”, e di colpo ha sterzato infilandosi in una via laterale. Mentre ci allontanavamo dal caos, ha fatto un cenno di diniego atteggiando il viso a un’espressione di rammarico e parlando velocemente. Dai suoi gesti più che dalle parole, ho afferrato che eravamo diretti in un altro posto, non quello che avevo chiesto io, ma “more beautiful”.

Sono stata sul punto di scendere dal taxi. Poi lui si è toccato il petto più volte indicando il cuore, con una smorfia di delusione: ha la pelle scura, due occhi neri e mobili - ho notato - come se volesse inglobare tutto lo spazio circostante. In quello spazio ci sono rimasta, io, con le gambe accavallate sul sedile posteriore e la borsa stretta tra le mani, lo sguardo intento a catturare le immagini di Lisbona.

Mi ha raccontato che proviene da Capo Verde, un’ex colonia portoghese; è uno studente che si paga gli studi scorazzando i turisti. Non manca di una certa attrattiva nei lineamenti, anche se ha spalle robuste e il collo taurino. Lo immagino in una fattoria ad ammassare raccolti, con un cappello di paglia e il dorso nudo, ma forse non è mai stato in campagna. Si chiama Evaristo (non so perché mi suona falso) e mi ha dato il suo numero, nel caso che avessi bisogno di lui.

“Sempre, o dia e a noite, sempre”.

Faceva gesti eloquenti con le mani.

“Se você quer, se voce gosta”.

Ho detto: sì, avrei chiamato, comprendendo per metà le sue parole e restando nel vago, per non compromettermi. L’ho osservato anch’io attraverso lo specchietto retrovisore: m’inquieta; gli è bastato guardarmi in viso per leggervi non so che cosa. Vorrei non essere così decifrabile. Forse Evaristo è solo perspicace, oppure al suo paese è uno stregone e tra poco aprirà il cruscotto e mi allungherà una pozione d’erbe. Ho sorriso mentre immaginavo la scena e lui continuava a guardarmi: sono convinta che mi consideri un po’ matta.

Salivamo per una strada panoramica che girava intorno ad un’altura ricoperta di un verde esuberante: sentivo un odore intenso di rododendri. Poi dopo una curva, davanti a noi si è aperta una terrazza e sono scesa dall’auto.

Lisbona si stendeva delicata e antica come una fortezza millenaria sulle rive

del Tago. Ho inspirato più aria che potevo. Ho bevuto il cielo, tanto era bello. Mi ha reso un leggero capogiro. Aveva ragione lui: non era il punto più alto, ma indubbiamente bello.

Affacciata al belvedere, con Evaristo che ogni tanto mi sbirciava, godevo nel mirare il paesaggio di una città dolce e preziosa, dai tetti di un rosso cangiante. Sullo sfondo scintillava il fiume, solcato da alcuni battelli, di un azzurro denso, che avrei detto il mare, se non fosse stato per una sottile striscia di terra sulla riva opposta, che si profilava all’orizzonte. Sotto il cielo più chiaro d’Europa. Ho immerso lo sguardo in quella prospettiva e i pensieri foschi della traversata si sono dileguati. Mi sono venuti in mente i versi di Quasimodo:

E tutto mi sa di miracolo, più azzurro il suo pezzo di cielo”.

Poi prepotente, il pensiero di Marco è ricomparso; protervo, si è scomposto in rivoli di angoscia e mi ha ghermito. Ho cominciato a provare disagio di essere qui, nonostante abbia fatto l’impossibile per arrivarci.

Da qualche settimana è come se vivessi perennemente accerchiata da nemici. Dentro e fuori di me. Nemici nuovi, invisibili, di cui non sospettavo l’esistenza, che ogni giorno diventano più influenti. Ho l’impressione che Marco abbia portato tutto con sé, lasciandomi nuda.

Ho preso alloggio in un albergo del centro, dove, con le finestre spalancate, vedo la città che s’inerpica sul colle di fronte. Su di un lato della piazza c’è un caffè romantico con i tavolini all’aperto, che sembra che sia frequentato da artisti. Avevo l’intenzione di passarci, ma non trovavo gli occhiali da sole. Li stavo cercando quando hanno bussato alla porta; una ragazza prosperosa mi ha allungato la mano, parlando a raffica. Ho capito che era spagnola. Si chiama Almida. Mi ha vista arrivare poco fa (era nell’atrio dell’albergo a parlottare con il padrone) e mi ha invitata ad uscire con lei nel pomeriggio. E’ venuta per studiare la lingua. Ci vogliono amici, ripeteva, per imparare la lingua, amigos.

“Tu amigos?”.

“ Nada”, ho risposto.

Abbiamo fissato un appuntamento: passerò da lei verso le cinque. Ha la camera al mio stesso piano.

L’albergo è tranquillo: poche camere, un aspetto da pensione di famiglia. La coppia che lo gestisce, due anziani coniugi, è introvabile, indaffarata a causa della mancanza di personale.

Sono uscita per mangiare qualcosa, perché qui servono solo la prima colazione, e ho girovagato nei dintorni dell’albergo, per prendere confidenza con il posto. Non avevo molta fame e ho preso solo un paio di pastèis. Lisbona è la città dei dolci; è stata la prima cosa che mi ha colpito, in agenzia, scorrendo il dépliant. Li vendono dappertutto, fuori e dentro i negozi, in una varietà esagerata. Mi sono ripromessa di assaggiarli tutti.

Più tardi sono tornata in camera e ho cominciato a scorrere la pianta della città. Sono partita con l’idea che il Portogallo sia l’estremo limite dell’Europa, l’ultimo avamposto prima dell’infinito oceano. Non troppo occidente, consumistico e tecnologico, con il fascino di un passato pregevole e un’identità da scoprire. Non so nulla, tranne un paio di nomi: Vasco de Gama, navigatore temerario; Pessoa, scrittore dalle infinite vite, e Fatima, città-mistero della fede.

Distesa a pancia in giù su un letto duro, con gli occhi appiccicati alla piantina, cercavo il punto più alto della città. Lisbona è disposta su sette colline, come Roma, dove vive Marco. Chissà con chi esce adesso, è incapace di stare solo. Dalla finestra della camera vedo uno di questi colli in lontananza, come se fosse un promontorio affacciato sul mare, perché alle sue spalle scorgo la placida distesa del fiume. Dopo un’estenuante ricerca finalmente l’ho trovato, su di un’altura in un quartiere antico, nella parte più interna di Lisbona.

Almida ha bussato alla porta in anticipo. Mi ha travolto con la sua esuberanza. Ci capiamo poco, ma è come se volesse distogliermi dall’indolenza che rallenta i miei movimenti. Veramente non sono mai stata così indecisa come adesso: non so scegliere se uscire con lei per una passeggiata o restare in camera. Forse è una fortuna che sia venuta lei a bussarmi. L’ho seguita come un cagnolino fiducioso che accetti di correre dietro al suo nuovo padrone.

Abbiamo attraversato il quartiere come due amiche che si conoscono da tempo, tra frasi biascicate per metà in italiano e metà in spagnolo. Io assentivo spesso senza capire, ogni tanto lei poneva una domanda. Ha intuito che qualcosa mi trattiene, ha rispettato il mio riserbo, è stata prudente, non ha insistito. Stentavo a starle dietro. Entrava e usciva dai negozi toccando tutto, per la gioia dei negozianti che non ci perdevano di vista. Sembrava una bambina che non avesse mai visto tanti giocattoli in mostra. Di lei invece so già tutto. Che vive in un paesino della Spagna con la mamma e due sorelle. Questo è il suo primo viaggio all’estero. Vuole vedere il mondo e cerca di imparare le lingue. A modo suo, stringendo amicizia. Non può perdere tempo a studiarle.

“E tu?”, mi ha chiesto.

“Anch’io per la prima volta sola” ho risposto.

La presenza di Marco è ancora troppo incisiva perché possa parlarne. Il suo spirito lieto e premuroso dei primi anni del nostro incontro, le sue mani colme di tesori, il suo viso forte e chiaro mi assalgono all’improvviso, mentre attraversiamo un ponte sul fiume. Sono le sue ultime parole, scagliate come colpi di pistola, “non ti amo più” a stordirmi. Risuonano nella mente all’improvviso, esplodono scheggiandomi il cuore. Resto trafitta dalla loro crudeltà. Sento i brividi percorrermi la schiena, nonostante il riverbero del sole, ancora ardente nel cielo di Lisbona. Arriviamo nell’altro lato della città e mi appoggio alla vetrina di un negozietto di souvenir, fingendo di essere interessata. Vedo il riflesso del cielo nel vetro. Perché ho l’impressione di udire la sua voce, che mi chiama in tono supplice, come un richiamo antico, intriso di tenerezza e di passione? Mi volto, come se dovessi incontrarlo qui, mi perdo nella fantasia di assaporare la sua sorpresa mentre mi abbraccia di felicità, ma lui non sa che sono partita e allora la realtà irrompe in tutta la sua durezza.

“Mucho hermoso, està?”.

“Sì, mucho bello”.

Almida riconquista la mia attenzione, frullando intorno a un abito di strass, nella vetrina del negozio accanto. Entra e vi resta un tempo interminabile. Vorrei assieparmi in un angolo della piazza, sul gradino di quella chiesa chiusa, e ritirarmi nella parte più insensibile di me, ma mi sforzo di seguirla mentre corre a curiosare in direzione di un caffè. La guardo gesticolare. Ha un viso piccolo e grazioso, con una fossetta al mento, gli occhi colorati di pagliuzze verdi. Ha bisogno di un posticino comodo, dove allungare le gambe. L’aria fresca dell’oceano ritempra le ansie: la mia, di desideri troppo vividi, la sua, di afferrare la vita. Ci sediamo al tavolo di un caffè all’aperto.

Almida mi osserva senza parlare. Immagino che dovrò rassegnarmi all’impeto che traspare dal suo viso generoso, al suo slancio di vivere per nulla trattenuto, ma non voglio. Tutto quello che vedo mi appare eccessivo, il verde e il giallo, il rosa e l’azzurro delle facciate dei palazzi, l’intensità della luce, l’odore di cannella proveniente dai negozi, il brusio cianciante della gente, gli artisti di strada allineati sul marciapiede. Qualcuno è immobile in posa da manichino su un cubo bianco al centro della strada. Vestito come un Charlot, è bizzarro nella sua illusione di sembrare finto. La gente lo guarda, incerta se prenderlo sul serio. La città mi appare un affollato palcoscenico su cui le persone ostentano un’irreale frenesia di smemorarsi.

Almida si gingilla con le frange di un foulard che ha comprato rinunciando al vestito troppo caro, e occhieggia in direzione di un ragazzo seduto al tavolo accanto, che ricambia gli sguardi. Riconosco Evaristo, il conducente del taxi.

“Ah, Irene”, mi saluta, agitando la mano.

Arriva il cameriere. Almida annusa l’aroma di un pastèis e ne assaggia un pezzetto, approva, poi con una mossa vorace lo ingoia, sfavillando gioia, deliziata.

Fra i tavoli del caffè due uomini con le chitarre cantano il fado. Ascoltiamo una voce appassionata su una melodia struggente. La musica sembra uscire dalle mie viscere, sento le corde della chitarra pizzicarmi dentro.

“Che cos’è il fado?”, chiede Almida a Evaristo, cui la musica ha fatto vincere l’indecisione e siede elettrizzato al nostro tavolo.

“Il fado significa destino, - risponde nel suo inglese approssimativo - il fado è tutto. E’ canto d’abbandono, è l’inno nazionale dei portoghesi contro l’ultima dittatura, è il grido di protesta della gente povera, è storia di amore e di dolore, è poesia. Il fado è uno stato d’animo, affermava Amalia Rodriguez, la regina del fado”.

Addita la foto sulla vetrina del caffè, in cui una donna dall’aspetto triste, fasciata in un vestito scuro, le spalle avvolte da uno scialle, intona il suo canto nella notte.

“Anche noi abbiamo la canzone del fado, - riprende Evaristo - si chiama Morna. La cantano gli emigranti, quando partono con le navi in cerca di fortuna”.

I suoi occhi fissano qualcosa che non vediamo, un punto lontano dietro le nostre spalle. Forse anche lui l’ha cantata partendo dalla sua terra, convinto di abbandonare per sempre una parte della sua anima.

Mi torna in mente che durante il volo ho provato una strana sensazione. Non era paura di volare, era più angosciante, come se lo spazio che attraversavamo mi attirasse all’interno di un buco nero. Ero terrorizzata di scomparire nel nulla. E’ durato per alcuni secondi. L’hostess mi ha offerto dell’acqua, dovevo avere uno sguardo allucinato.

Evaristo rientra in sé. Si è alzato di scatto e con un ampio gesto della mano ci ha invitato a seguirlo. Vuole accompagnarci a visitare la Casa del Fado, poco distante.

Almida lo segue dopo un cenno di saluto frettoloso. Si allontanano rapidi, animati da un’imprevista smania di restare soli. Li vedo scomparire oltre la piazza, lei sembra danzare nell’aria tremula della sera, lui la tampina imboccando una via straripante di folla.

Fra i tavoli la musica è finita, ma perdura l’emozione che ha agitato i miei pensieri. Finalmente comprendo perché l’intuito mi abbia portato a scegliere questo viaggio. E’ il sentimento della saudade, la nostalgia, che straripa dai tetti dei palazzi, sullo sfondo del tramonto, un forte crepuscolo viola e scarlatto di questo fine settembre memorabile, si direbbe l’ultimo addio alla vita, prima che l’oscurità informe sopprima ogni cosa. Riconosco nell’anima della città la mia stessa anima, il senso d’incertezza della mia esistenza, ora che la perdita dell’amore mi ha privato di tutto, di ogni valore, della ragione, della mia libertà.

Mi alzo e decido di andare a vedere l’oceano, là dove navi intrepide hanno tracciato nei secoli lontani altre rotte, agognato altre terre. Passo davanti al caffè dove sedeva Pessoa scrittore, una statua lo ricorda, con le gambe accavallate. Chino sul tavolo, con un’espressione di stupore, così lo immagino, per i suoi molti io che irrompevano dalle pagine e lo inducevano a vivere molte vite, l’una dentro l’altra, come se nessuna potesse completarlo. Quante volte mi sono sentita anch’io così, frammentata in più esistenze, senza riconoscermi in alcuna.

Raggiungo il punto in cui il fiume, come in deliquio, si versa e dilaga nel mare.

Il sole dell’occidente è sospeso all’orizzonte simile a un globo di fuoco e brilla in un pulviscolo aureo. Sulla terraferma si addensano le ombre, e tutto sembra vuoto e insignificante. Dal promontorio il faro lancia un raggio di luce potente, un dardo incandescente che oltrepassa il limite estremo del vecchio mondo. Lo seguo con lo sguardo, penetro la sua luce, è come se mi scagliassi anch’io verso un’altra terra, alla ricerca di una nuova anima.

Resto a guardare l’oceano per un tempo lunghissimo, come se volessi riversarmi nelle onde e svuotare la mente di ogni traccia di vissuto. Dopo un po’ mi accorgo che il ricordo di Marco, che prima prorompeva, ora giace quieto, senza irretirmi. Mi sembra di essere arrivata alla fine della nostra storia, e per la prima volta il suo disamore non mi riguarda più, come se, prosciugato il pianto, avessi scoperto la fonte di un più esteso sentimento, il senso della caducità della vita, che mi rende prossima e partecipe di ogni natura umana; come se il distacco da lui, qui, dove la terra finisce, mi avesse causato uno strappo nel tempo, e svelato la situazione estrema dell’anima che nessuna passione umana può colmare. Ed è in questa tenera e possente malinconia che lo spirito si adagia, cosciente della precarietà di ogni meta. Mi sento al fondo della condizione umana.

Da lontano, su una piattaforma, sul limite del promontorio, scorgo la statua di Cristo Re. Alta e possente, come un faro per gli spiriti inquieti che si distaccano da questa terra alla ricerca della felicità.

Un fischio prolungato distoglie il mio animo e la realtà intorno a me lo cattura, un battello si accosta alla darsena. Un uomo scalzo afferra la cima di una fune che il marinaio ha lanciato e l’annoda alla banchina. Quel gesto ordinario, le persone che si affrettano a scendere dalla passerella, l’arrivo a destinazione dopo la traversata, mi rivelano il senso nascosto di quest’ora. E’ la conquista di un nuovo traguardo.

Decido di tornare in albergo per riposare dal viaggio e dalle emozioni. Domani forse mi spingerò più lontano, supererò anch’io il mio fado.

Il mattino seguente busso alla porta di Almida. Apre con lentezza, indossa una vestaglia fucsia, stropiccia gli occhi come se si fosse appena alzata. Sullo sfondo della camera in penombra, intravedo Evaristo. Lei si accorge che ho scorto la sua figura e con una mossa rapida accosta la porta, poi come a giustificarsi, farfuglia:

“Voglio imparare la lingua”.

Non mi sorprende più di tanto il fatto di trovarli insieme, ma mi sento ugualmente sciocca. Evaristo si muove nella stanza con rumore, poi si profila alle sue spalle. Mi guardano entrambi con uno sguardo vuoto, lui dispiega un sorriso falso, io balbetto delle scuse. Intuisco che entrambi hanno raggiunto un obiettivo e non vogliono interferenze nel loro accordo tacito. Li saluto e in fretta mi allontano, entro nel primo negozio in strada e mi delizio con un pastèis regale.

Li dimentico in fretta, in attesa del tram che mi conduce al quartiere di Alfama. E’ qui che si conserva l’essenza storica della città. Visito alcuni palazzi, che custodiscono all’interno memorie ancora vive, ma mi sento proiettata in un passato che non mi appartiene. Percorro un dedalo di stradine, spero che la confusione mi aiuti a dissipare i pensieri che tornano ad assalirmi con più forza. Mi sento alla deriva in un mondo ostile e ignoto.

Le persone continuano a tradirmi: Marco, Almida, prima si appropriano di me e poi mi rigettano come un errore. Se solo ieri pensavo di aver superato un distacco, oggi mi accorgo che la mia vita non cambierà mai. Quanti Marco e quante Almida incontrerò di nuovo, che mi faranno ancora naufragare.

Attraverso una piazza arroventata nell’ora più calda del giorno. I riflessi del sole rimbalzano dalle piastrelle acquerellate della facciata di un palazzo e accecano l’aria. E’ come se un’implosione facesse emergere dalla mia anima le schegge di una vita irrisolta: tutte le sconfitte e i fallimenti, le delusioni e i rimpianti sciabordano da ogni poro della pelle. Mi prende la nausea. Torno indietro velocemente e salgo su un tram che mi conduce, dopo una salita tumultuosa, nel punto più alto di Lisbona. Il conducente mi guarda con indifferenza, per lui sono una straniera spossata dal caldo e disorientata.

Arriviamo sferragliando in cima al colle dove la città scompare e cede il posto al cielo. Ci sono silenzio e quiete. Guardo giù e considero se tornare a casa o finirla qui, lanciandomi dalla sommità del vecchio mondo. Sto per essere ghermita nelle spire di un gorgo infernale, ma una mano invisibile guida il mio sguardo verso una grande Croce al centro dello spiazzo. Il corpo di Cristo è pesantemente accasciato su di essa, con tutta la carne e il sangue che non ho mai immaginato. Per un attimo resto in silenzio a contemplarlo.

Nel punto più alto della città si erge il segno di Cristo, la Croce, la meta più alta cui uno spirito possa anelare, penso, un dono perfetto e completo di sé, un amore consumato fino al patibolo e offerto gratuitamente per ciascuno di noi. E’ come se una forza spaventosa mi attirasse verso di Lui e unisse il mio spirito al Suo. Percepisco le fibre del corpo distendersi e l’anima placarsi in una pace che non ho mai conosciuto. Mi sembra di entrare nella ragione ultima di ogni cosa, in un sacrario dov’è nascosta l’anima del mondo.

Simile al guizzo del bagliore di fulmini che congiunga un capo all’altro del cielo e rischiari la terra in una notte senza luce, afferro finalmente il mio traguardo. Sono pronta a unire la mia croce di vivere alla Sua e accettare di portarla, con tutto l’amore che il dolore, scavando dentro illimitati abissi, ha fatto emergere con un insperato miracolo.



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