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Scaffali


lavoro pubblicato venerdì 19 gennaio 2018
ultima lettura martedì 4 febbraio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Cielolatte - capitolo 1

di silviapettinicchio. Letto 426 volte. Dallo scaffale Generico

Margherita scopre attraverso un diario dimenticato la vita segreta di Elena, sua amica di sempre che al momento della narrazione si trova in una terra lontana. Storia di amicizia, amore e crescita personale....

Margherita

Se n’è andata ancora una volta.

Elena è fatta così. Ha il sangue vagabondo.

Forse perché non si è mai sentita appartenere a questa città, anche se vi è nata.

Sente che le sue radici sono altrove.

A Sud. Ne parla come della sua terra.

Poco prima di una delle sue partenze mi disse

“Vedi Margherita, la mia è una terra rossa, rimossa da qualche settimana, puntellata di ulivi antichi, nella forma e nel colore delle foglie. Le cicale a mezzogiorno, il profumo dolciastro di qualche frutto maturo caduto a terra. Il caldo dell’estate e ogni tanto i richiami di un vecchio contadino. I muri delle case intonacati a calce. Le grandi latte di tonno e di olive con il basilico piantatovi dentro. Non ho mai visto un basilico così rigoglioso e profumato. I panni stesi ad asciugare tra una casa e l’altra, tra terra e cielo. E io lo guardo questo cielo, con la testa all’insù mentre cammino. E mi viene una gran voglia di correre picchiando i sandali sui ciottoli levigati delle strade e cantare filastrocche lontane. Quando sono tesa, triste o sopraffatta ripenso al colore abbagliante delle buganvillee contro i muri bianchi, ai vecchi seduti sulle sedie impagliate davanti alla porta di casa, al profumo notturno del forno che prepara il pane per i contadini che vanno in campagna all’alba. Mi ha sempre messo addosso un’allegria profonda e calma e la piacevole dolcezza di sentirsi a casa”.

Io ed Elena abbiamo la stessa età.

Ci conosciamo da quando avevamo tre anni.

Ci siamo incontrate all’asilo, per poi seguirci nei vari cicli scolastici.

Abitavamo nello stesso palazzo di semi periferia e questo ha permesso che ci frequentassimo molto durante l’infanzia e l’adolescenza.

Io considero casa mia questa città, questo quartiere pieno di alberi e prati: gli odori, le architetture mi sono familiari.

E’ strano che lei chiami casa un luogo dove non è mai vissuta. La sua famiglia è originaria di lì, è vero, ma lei ci andava solo d’estate, quando chiudeva la scuola.

Me la ricordo bene, a settembre quando tornava con i capelli schiariti e crespi per il vento e il sole.

Sembrava un animaletto selvatico che stentava a riadattarsi alla vita e alle abitudini della città. Rifiutava le scarpe con orrore di tutte le mamme che portavano i figli ai giardinetti.

Si arrampicava sugli alberi come un gatto e se ne stava lì accucciata su un ramo, con le sue gambe spropositatamente lunghe al petto ad osservare la vita degli insetti sul tronco e le foglie. Noi bambini rimanevamo a terra, a guardarla con il naso all’insù, sperando in cuor nostro che non scivolasse.

Elena se n’è andata di nuovo.

E’ partita, per l’ennesimo cambio di scena, lasciandosi dietro affetti, legami, luoghi familiari.

Con ogni partenza le rimangono attaccati per un po’, poi si sfilacciano, lasciandosi dietro piccole scie fosforescenti.

Elena non viaggia.

Lei parte per sempre, ogni volta.

Si ripete ogni volta lo stesso processo: resiste circa due anni, periodo in cui riprende i contatti con la famiglia, gli amici e il mondo lavorativo.

Si adegua nuovamente ai ritmi che la città impone: giorni fatti di sveglie presto, mezzi pubblici affollati, un qualche lavoro in centro, un panino ingoiato velocemente, un aperitivo, un cinema, degli amici, il letto.

E fughe precipitose durante i fine settimana verso il mare o la montagna per interrompere l’apnea nevrotica e riprendere a respirare.

Capisci che anche questa volta durerà poco quando smette di lamentarsi dello smog, dell’afa, del freddo, del traffico, della sporcizia, del chiasso, della classe politica, della superficialità dei giovani, della mancanza di valori, della pigrizia comune.

Capisci che ha già deciso di andarsene.

Il richiamo di altri paesi, altri punti di vista, culture, sapori, odori, dolcezze-dolori-passioni, paesaggi, orizzonti e l’apertura mentale, il ripensamento di tutte le proprie certezze che ne consegue hanno sempre il sopravvento.

E’ questione di pochi mesi, giusto il tempo di sistemare le proprie cose e poi parte.

Lascia indietro tutto.

Sono pochi gli oggetti di cui ha bisogno per sentirsi a casa:

Una collezione di bottiglie e piccoli barattoli di vetro piene di sabbie colorate, raccolte su spiagge o deserti sparsi nel mondo - “Margherita, questa è la sabbia del Sahara. Senti come è fine: sembra cipria” - una vecchia bussola marinara, qualche libro e una foto con sua sorella che a 20 anni sorride dal ponte di una barca a vela.

Tutto quello di cui ha bisogno, la sua sicurezza, è il pensiero della sua terra.

Lo stesso pomeriggio in cui mi parlò del sud mi disse:

“E’ il mio baricentro spirituale, la certezza di appartenere, di avere un luogo dove poter tornare e ricevere un abbraccio rassicurante, ovunque mi trovi e qualsiasi cosa stia facendo, soltanto chiudendo gli occhi e lasciando andare il pensiero. L’avere sempre ben presente questo baricentro mi permette di assecondare liberamente la mia attrazione verso il viaggio. Sento costantemente e fortemente il richiamo della rotta, del sentiero, della strada. La meta, spesso, risulta di secondaria importanza. Il suo raggiungimento mi procura una soddisfazione temporanea. Un piacere intenso ma fugace. Presto infatti, inequivocabilmente, si ripresenta la sindrome di Ulisse, la necessità di spostarsi, di coprire chilometri, di respirare nuovi luoghi, assaporare nuove usanze, sentirsi sulla pelle le carezze di una nuova cultura e di tutti i colori che questa porta con sé. Poi riprendo il cammino, l’adorato susseguirsi di passi, l’ondeggiare regolare del corpo, un movimento ancestrale ed innato, rassicurante nella sua semplicità concreta. Potrei vivere senza tutte quelle cose che ha portato con sé il progresso: gli oggetti, gli strumenti, le sovrastrutture che hanno finito per conquistare e gestire il quotidiano al posto nostro. Ma non potrei più vivere senza la possibilità di camminare, di vedere la terra scorrermi sotto i piedi, di voltarmi indietro e contemplare lo spazio percorso.”

E’ partita la settimana scorsa, Elena.

Si trasferisce a Buenos Aires. Almeno fino a quando la malinconia e la mancanza della sua Italia non si farà troppo forte e ritornerà. Da tutti noi.

Come sempre la ho accompagnata all’aeroporto. Preferisce che sia io a farlo perché sa che non mi commuovo.

I suoi vecchi genitori si straziano ad ogni partenza.

Ogni volta è come se una pianticella venisse strappata con forza e le sue radici lasciate seccare al sole. Elena non vuole che l’ultima immagine del suo paese siano gli occhi lucidi di sua madre e il doloroso contegno di suo padre.

Vuole me, la sua amica di sempre, una certezza nella sua esistenza così leggera.

Sa che in qualsiasi parte del mondo sia, un filo invisibile ci lega. Parte dalla sua pancia ed arriva nella mia, proprio come un lunghissimo cordone ombelicale che ci alimenta costantemente delle emozioni e dei pensieri dell’altra.

E’ sempre stato così. Quando eravamo bambine giocavamo a leggerci il pensiero. Una delle due pensava fortemente ad un oggetto o una persona e l’altra doveva indovinare cosa fosse. Ci veniva bene, anche se lei era più brava di me. “Sei una streghetta” le dicevo ogni volta che indovinava cosa avevo pensato ma lei alzava le spalle e sorrideva lievemente. “Siamo gemelle” rispondeva “Gemelle nate da due madri diverse. E’ logico che tra di noi ci sia telepatia”.

Lo penso ancora.

Abbiamo parlato poco durante i 40 minuti necessari per raggiungere l’aeroporto da casa sua. Principalmente di cose futili: la bottiglia di acqua minerale che si porta sempre dietro; il corso di cucina di sua sorella; l’ultimo libro che ha letto e che mi consiglia vivamente.

Scendiamo tutte e due dalla macchina. La accompagno al banco del check in e la osservo mentre parla sorridendo all’impiegata della compagnia aerea.

Ha un bagaglio ridotto in modo commovente: una valigia turchese di medie dimensioni e una piccola sacca di tela. Tutto ciò che della sua vita recente ha deciso di portarsi dietro è contenuto lì dentro. La osservo e mi chiedo come abbiamo fatto a rimanere amiche per così tanti anni, nonostante le nostre personalità simili da bambine si siano evolute fino a diventare due opposti. Elena, sempre in movimento, così selvatica e calda allo stesso tempo. Tutta passione e istinto. Ed io?

Da dietro mi sembra che i suoi contorni siano quasi sfumati. E’ lì di schiena, alta e magra come un’adolescente, nonostante i suoi 45 anni, con i pantaloni verdi scuro e i sandali alla tedesca che a sentire lei sono la cosa più comoda per camminare.

“Dovresti assolutamente provarli. Si adattano perfettamente a tutte le forme e dimensioni che il piede assume durante la giornata. Sembra quasi di camminare scalzi e potresti sicuramente risparmiarti tutte le vesciche e i bozzi che le tue scarpe eleganti ti generano..”.

Si è fatta crescere i capelli ultimamente e ha acquistato un’aria più morbida e femminile rispetto a quando portava la sua zazzera castana molto corta.

E’ bella, Elena, di una bellezza naturale. Senza trucco, con le piccole rughe di espressione intorno agli occhi e la bocca morbida che indossa come una bandiera.

“Sono la mappa della mia vita. Tutti i pianti, le risa e le arrabbiature che la hanno resa interessante. L’esistenza delle rughe significa che si è vissuto. Perché volerle camuffare o cancellare?”

Le sue spalle magre mi sembrano fragili. Il capo chinato sul passaporto e la ciocca di capelli che le cade sugli occhi mi fanno tenerezza.

La mia amica, la mia sorellina se ne va di nuovo, ma questa volta sembra che le pesi. E’ come se si fosse arresa al corso che la vita prende indipendentemente da lei, abbandonandosi alla corrente e lasciando che la conduca dove preferisce.

C’è un velo di malinconia nei suoi occhi quando mi rivolge lo sguardo prima di passare il controllo passaporti.

“Sono troppo vecchia per queste cose, oramai.” Dice “Stai tranquilla, questa è l’ultima volta che parto. O rimarrò lì per sempre o ritornerò, per restare”.

Poi scompare tra la folla in partenza.

Io rimango dietro la barriera per qualche minuto fissando la moltitudine di volti sconosciuti, nervosi, accaldati ed eccitati dall’imminente viaggio.

Cerco di tranquillizzarmi respirando a fondo e ripetendomi che Buonos Aires, in fondo, è la più europea delle città sudamericane.

Che esiste una solida comunità italiana.

Che se avesse bisogno potrebbe sempre rivolgersi ai suoi parenti in Venezuela (che assurdità, questa. Il Venezuela non è certo dietro l’angolo.) e che il consolato italiano avrà sicuramente organizzato tutto per rendere il suo insediamento il meno traumatico possibile. Successe la stessa cosa quando partì per Londra.

Al suo arrivo trovò un rappresentante dell’ambasciata ad attenderla all’aeroporto. La condusse nella sua nuova casa con la sua nuova macchina e le presentò la sua nuova donna di servizio. Tutto deciso, sistemato e arredato prima che lei arrivasse.

Elena ringraziò con cortesia e passò la settimana seguente a cercare un appartamento molto più piccolo, trovò un’altra sistemazione alla donna di servizio, restituì il macchinone preferendo muoversi con i mezzi pubblici e cominciò ad ospitare una serie di ragazze alla pari che la aiutassero a tenere in ordine la casa in cambio di vitto e alloggio.

Questa volta ha deciso di tenere il suo appartamento italiano.

La sua storia passata, costellata di rientri all’ovile, le ha insegnato qualcosa o forse si è affezionata a questo stanze vista tutta la fatica fatta per ristrutturarle.

Mi ha incaricata di affittarglielo. Posso tenermi tutto quello mi piace e poi lasciar decidere all’inquilino ciò che vorrà buttare.

Me ne torno a casa in questa mattinata primaverile e ho la netta sensazione che un altro dei capitoli della nostra vita assieme si sia concluso.

Anche per me comincia una nuova fase.

E’ passata poco più di una settimana da quando Elena è partita per Buonos Aires.

Mi ha telefonato ieri nel cuore della notte, come sempre incurante della differenza di fuso orario.

“Buenos Aires è una città malinconica” ha cominciato “Lo senti subito quando esci dall’aeroporto e ti dirigi verso il centro, attraversando chilometri di baracche ai lati dell’autostrada. Le giornate sono grigie e umide e la puzza di nafta scadente impregna l’aria e scortica i bronchi. I caffè sono pieni di gente a tutte le ore: facce intense, dai lineamenti contrastanti e bellissimi. Ci sono donne ipnotiche sui cui volti sono evidenti i miscugli recenti di sangue diverso. Mi sembra di sentire costantemente in lontananza le note di un tango, ma forse è’ solo frutto della mia immaginazione. Sono i viali lunghissimi costruiti apposta per le parate, i muri scrostati delle case un tempo signorili. Fumano moltissimo gli argentini. In tutti i locali in cui entri vieni avvolto dal fumo denso delle sigarette e dal cantilenare dolce della loro lingua, quello spagnolo dolce e musicale che mi ricorda la parlata di Napoli. Eppoi parlano, parlano tanto e intensamente davanti ai loro caffè o alle zucchette di mate. Sono alloggiata temporaneamente in un grande albergo del centro con la hall piena di marmi lucidi, lampadari di cristallo e altissimi soffitti. La camera è elegante, pensata ed arredata per l’uomo d’affari, non per una donna. I mobili e la boiserie di legno scuro, le tende verde bosco e le scene di caccia appese alle pareti conferiscono all’ambiente un che di stabile e serio. Potrei essere a Londra”

“E come ti senti, Elena?”

“Sradicata ed euforica, come sempre.”

Apro la porta del suo appartamento.

C’è già odore di chiuso, di casa lasciata per le vacanze, di frigorifero staccato, di dentifricio aperto a seccare, di polvere sui tappeti, di aria senza movimento.

Spalanco le finestre e l’ambiente si risveglia improvvisamente.

Mi aspettavo scaffali vuoti, scatole rovesciate ed abbandonate a terra, teli bianchi sui mobili, ante di armadi aperti e appendiabiti abbandonati qua e là.

Invece è tutto in ordine, come se la padrona di casa dovesse sbucare da dietro una porta da un momento all’altro.

C’è quell’ordine caldo e pieno tipico della sua casa, fatto di libri impilati su ogni superficie vuota, piccoli oggetti che si porta dietro da ogni viaggio: quegli utensili poveri delle popolazioni indigene. E’ un tripudio di colori caldi e contrastanti.

Ha dipinto le pareti della cucina di giallo girasole con una tecnica che, mi ha rivelato, ha visto utilizzare per la prima volta in Messico. Sulla base bianca dell’intonaco volutamente irregolare ha steso con stracci di cotone pesante uno strato di colore molto diluito ottenendo un effetto antico di muro cotto dal sole.

Mi aggiro incuriosita tra i piccoli spazi annusando e osservando particolari che non avevo mai notato prima. Lascio che il mio corpo si dilati fino a riempire ogni centimetro di spazio tra le pareti e assorbo ciò che il suo vivere qui ha impresso sulle molecole della materia che mi circonda.

Assomiglia così tanto ad Elena questo appartamento.

La cucina in muratura rivestita di piastrelle di cotto chiaro è piena di vasetti di spezie colorate.

Al muro giallo è appeso un mazzo di peperoncini rossi, proprio sotto la piccola finestra bianca e blu. C’è una mensola di legno grezzo chiaro che regge una serie di vecchi vasi di terracotta, gli stessi che sua nonna usava per conservare le olive in salamoia.

La porta del frigorifero rosso è pieno di foto, cartoline e locandine di spettacoli teatrali.

E’ il tripudio delle linee nette, dei colori primari, dei profumi forti, della luce naturale.

Mi ricordo le serate passate qui a parlare di uomini.

Questa casa era diventata un punto di riferimento per tutte le donne single o infelicemente accoppiate che Elena incontrava.

Ispira fiducia, confidenze, sfoghi, pianti e risa.

La rivedo seduta, tutta protesa verso l’interlocutore, ad abbracciarlo con i suoi grandi occhi scuri, malinconici e rassicuranti allo steso tempo.

La sala è spoglia in confronto degli altri locali. Ha decorato le pareti dipingendo tralci di glicine. Contro una parete c’è uno scarno letto indiano, con la base di legno scuro e la seduta di corda intrecciata. Su un’altra troneggia solitario un grosso baule da marinaio, di quelli con il coperchio bombato che ricordano i forzieri del tesoro dei galeoni spagnoli.

Un piccolo scrittoio e due scaffali costituiscono il resto del mobilio.

Poi libri. Libri ovunque.

Guide di viaggio, romanzi d’amore, saggi. Einstein, i russi, Garcia Marquez, Hemingway, Neruda, i francesi dell’ottocento, e ancora Joyce, Eliot.

Molti sono in lingua originale, principalmente inglese e spagnolo.

Ne apro qualcuno e lo sfoglio. Sono tutti pieni di sottolineature, annotazioni, richiami e segni.

Ha un rapporto fisico anche con la carta stampata.

Divora una quantità incredibile di pagine. Non riesce a centellinare le frasi, a soffermarsi su un paragrafo significativo. Viene presa da una frenesia quasi mistica quando entra in connessione con un autore. Compra subito tutti i suoi libri e li legge uno dietro l’altro, ad ogni ora libera del giorno ma anche della notte, finendo per passare settimane semi insonni fino a che capitola, appagata e felice come un amante dopo il sesso.

La luce della mattina domenicale filtra attraverso le tende di garza bianca e inonda il grande letto di ferro battuto.

La camera dove dormiva Elena sembra una stanza isolana.

Bianca e turchese come certe isole greche.

Con richiami acquatici e marini ovunque: dai piccoli fari in terracotta sul comò ai timoni blu che ha dipinto sulle pareti, alle stampe veliche appoggiate qua e là.

Si sente quasi l’odore di salsedine qui dentro.

Mi siedo sul materasso ricoperto da un copriletto bianco, pesante e antico, e mi chiedo che cosa spinga Elena a vagabondare per il mondo.

Da cosa scappa o verso chi o cosa corre?

Ci sono tante donne che scelgono di fare i conti con la città sporca, un impiego frustrante, un marito (quando c’è) che si è scordato la tenerezza, figli impegnativi prima e ingrati poi, il corpo che invecchia e il desiderio che sfuma fino a svanire del tutto.

E’ l’evolversi naturale del nostro essere donne: sempre in equilibrio precario tra decisioni che prendiamo, il modo in cui scegliamo di vivere il nostro quotidiano, tradizionale o rivoluzionario che sia.

Avremo sempre qualcuno che ci accuserà di egoismo.

Saremo sempre tormentate dai sensi di colpa.

Non lei.

Ha sempre cercato qualcosa di più (ma cosa, poi?) non accontentandosi delle conquiste fatte e dei risultati raggiunti.

E’ una sognatrice, un’idealista romantica.

Basta pensare a quando mollò università, amici, famiglia e lavoro per inseguire un americano di cui si era innamorata.

Aveva 21 anni e quello fu il primo dei suoi sradicamenti.

In America rimase parecchi anni ma poi ritornò in Italia.

“Se fossi rimasta anche solo un giorno di più, mi sarei trasformata in una di quelle caricature italo americane e sarei stata assoldata dalla malavita. Oppure sarei diventata un donnone giunonico fasciato in abiti sintetici ricoperti di paillettes, con i capelli cotonati e laccati fino all’immobilità, i denti finti e il trucco da bambola di plastica.”

Nessuno riuscirebbe ad immaginarla così neanche sforzandosi, ma questa è l’unica spiegazione che fornisce per il suo rientro.

“Volevo tornare ad essere profondamente Elena, e potevo farlo solo qui”.

Ho recuperato alcuni scatoloni vuoti dal supermercato qui sotto. Quelli dei detersivi perché sono i più resistenti.

Recupererò gli oggetti che mi sembrano più significativi e li terrò nella mia cantina che ora è quasi vuota. Nel caso Elena non dovesse tornare, li passerò a qualche comunità o casa famiglia. So che ne sarebbe contenta.

Comincio a raccogliere fotografie, libri, vestiti.

Ha lasciato nel suo armadio gran parte degli abiti con cui l’ho vista partecipare a feste, serate con gli amici, gite in montagna.

Alcuni hanno ancora il suo profumo, delicato e fruttato come una tisana.

Trovo il tailleur a pantaloni che metteva quando doveva apparire forte e professionale, ma anche il vestito rosa polvere che le vidi indossare all’inaugurazione della galleria d’arte di un amico.

Sembrava una vestale con i capelli raccolti a lasciare nudo il collo e le spalle, solo qualche ricciolo libero le ricadeva sul viso. Il corpetto attillato di seta opaca riluceva di piccolissimi cristalli e si allargava poi in una gonna lunga morbidissima fatta di teli sovrapposti. Ad ogni passo si aprivano come le onde a prua di una barca a vela.

Passo poi alla biancheria da letto.

Elena adora le lenzuola bianche antiche, fatte di tela dura e pesante.

Ne ha raccolte a decine nei mercatini di paese e nei cassettoni delle case in campagna di parenti e amici. Sono profumati con sacchetti di lavanda.

Per qualche anno, a settembre, spariva per un fine settimana in Provenza e tornava con la macchina e i sensi pieni del colore e il profumo dei fiori viola e blu.

Ne regalava a tutte le sue amiche e ad ogni nuova conoscenza come simbolo di femminilità semplice e antica.

Arrivo in fondo al baule da marinaio dove tiene le lenzuola e mi accorgo che la profondità interna della cassa è inferiore rispetto a quella che si immaginerebbe dall’esterno.

Eppure sono arrivata al fondo, costituito da diverse assi di legno inchiodate assieme. Osservando più attentamente mi rendo conto che il legno, seppur sapientemente invecchiato, è decisamente più recente rispetto al resto del baule.

Deve essere stato aggiunto da poco.

Incuriosita comincio a tastare e bussare cercando di smuovere l’asse.

Giro in circolo intorno al baule convinta di trovarmi davanti ad un nascondiglio ma incapace di trovare il modo di raggiungerlo.

Mi sposto in cucina in cerca di aiuto e noto un forchettone da grill appeso alla parete. Lo afferro e comincio ad usarlo come leva.

Al secondo tentativo sento l’asse muoversi e cedere alla pressione.

Mi aiuto con le mani e finalmente lo sollevo: è il coperchio di un doppio fondo decisamente spazioso.

Alto 20 centimetri occupa tutta la base del baule.

Rimango delusa trovandomi davanti solo scatole di scarpe e cartellette porta documenti, di quelle che si usano negli uffici.

Speravo di scoprire qualcosa di abbandonato da anni.

Qualcosa di cui neanche Elena fosse a conoscenza.

Invece mi rendo conto che deve essere stata lei a costruire il nascondiglio.

Per quale motivo, poi?

Cosa ha voluto conservare lontano dalle mani e dagli occhi che frequentavano la sua casa?

E perché non ha portato questa roba con sé, ora che è partita?

Ci sono diverse cartellette di cartoncino morbido color crema, ognuna con un titolo inglese diverso che ne evidenzia il contenuto: University, Health, Income taxes.

Ne apro una e sfoglio piani di studio, dichiarazioni dei redditi, ricette mediche, polizze assicurative, documenti bancari, tutti datati almeno 20 anni fa.

Sorrido al fatto che Elena abbia tenuto queste carte per così tanto tempo.

E’ come se fosse tutto significativo ed essenziale, come se ancora oggi potessero venire a bussare alla sua porta per chiederle di esibire questa o quella ricevuta.

Ci sono assegni incassati, bollette della luce e del telefono con la lista delle chiamate fatte da così lontano.

Intravedo i dettagli di quel periodo della sua esistenza di cui so effettivamente poco.

Particolari privati.

Mi sento un passante ficcanaso che sbircia in una finestra illuminata e cerca di registrare in pochi istanti il profilo degli interni domestici, caldi ma estranei. Poi prosegue nel cammino, appagato dal furto di intimità.

Mi soffermo su alcune bollette del telefono e cerco di ricordare i racconti di Elena di quegli anni. Chi erano i destinatari delle sue chiamate a Puerto Rico? E in Germania, Italia, Portogallo, Egitto? Mi ritornano in mente ritagli di nostre vecchie conversazioni intercontinentali.

“Sì, Margherita, sono felice. Ho conosciuto un uomo. Un uomo di cui mi sono innamorata pazzamente.”

Non mi aveva più parlato di lui ed io smisi di pensarci, credendo che si fosse trattato di una delle sue frequenti sbandate.

Solo una volta le avevo chiesto come finì e lei mi rispose:

“E’ passato tanto tempo. Perché riaprire vecchie ferite ?”

Accettavo il suo rifiuto ad aprirsi, perché sentivo che sottintendeva sofferenza e malinconie profonde.

Continuo a scavare tra i documenti e cartellette e trovo una scatola di cartone di quelle usate per riporre le camicie di buona fattura negli armadi.

A differenza di tutto il resto, non ha scritte a pennarello che ne descrivano il contenuto.

Sollevo il coperchio e vi trovo buste, lettere, pagine di quaderno, appunti, cartoline e qualche fotografia.

La richiudo subito con il cuore che mi batte forte.

Ho l’impressione di trovarmi fra le mani i ricordi più intimi e personali di Elena e non me la sento ora di violarli senza il suo permesso.

Metto la scatola da parte e riprendo a raccogliere i soprammobili, i quadri, le stoviglie di terracotta, i suoi CD, quasi tutti di lirica e autori latino americani, come se non esistesse altra musica al mondo.

E’ sera quando termino di preparare gli scatoloni. Sono stanca ma soddisfatta.

Mi guardo intorno tra i locali oramai vuoti, illuminati dalla luce piatta delle lampadine a basso consumo energetico; hanno perso tutti il loro calore.

Sono scheletri.

Strade notturne e deserte di città illuminate solo dai lampioni arancioni.

L’essenza della solitudine e dell’abbandono più cattivo.

Lascio tutto così com’è ripromettendomi di ritornare il prossimo week end per il trasloco definitivo verso la mia cantina.

Sto per chiudere la porta a chiave quando intravedo tra i pacchi e gli scatoloni la scatola di cartone. Se ne sta lì sul pavimento come un nervo esposto all’aria.

Rientro e la raccolgo.

Non voglio che le memorie di Elena rimangano abbandonate in mezzo alle scartoffie.

Me la metto sotto il braccio dopo essermi chiusa definitivamente la porta alle spalle. Domani voglio chiamare Elena per sapere cosa ne debbo fare.

Nei giorni successivi mi è difficile contattarla.

Sono costretta a rimanere in ufficio fino a tarda sera perché sto portando avanti un progetto che potrebbe valermi la promozione che aspetto da tempo. Lavoro per una grande catena di supermercati. Qui vengono prese le decisioni sul cosa finirà sugli scaffali e nel carrello del consumatore.

Negli ultimi mesi ho studiato le tendenze del mercato alimentare e i consumi dei pasti fuori casa e ho rilevato una passione crescente degli italiani per i cibi stranieri con i loro sapori forti che ricordano vacanze in terre lontane. Vorrei curare l’introduzione di una linea di prodotti etnici, appunto, di facile preparazione.

Immagino, come clienti tipo, il manager single raffinato, la giovane coppia curiosa ma anche la signora di mezza età attenta alle mode e alle ultime tendenze: tutti a preparare tabulee, cous cous, guacamolee e spaghetti di soia, con standard estetici e di gusto pari ai migliori ristoranti stranieri.

La ricerca di possibili fornitori, delle confezioni, delle promozioni e della logistica mi assorbe completamente anche durante il fine settimana e quando mi rammento della scatola sono passati più di 10 giorni.

Intanto Elena è irrintracciabile.

Se n’è andata dall’albergo in cui alloggiava senza lasciare nuovi recapiti.

Al consolato italiano, dove lavora, mi dicono che sarà fuori sede per alcune settimane.

Sta verificando il livello delle scuole e associazioni culturali italo - argentine sparse per il paese.

Non mi sanno indicare con precisione la data del suo rientro per cui lascio un messaggio chiedendo di essere richiamata appena torna.

Con mio grande disappunto dovrò aspettare che si faccia viva lei.

E pensare che mi ero presa questo fine settimana lontano da impegni lavorativi e sociali per dedicarmi agli oggetti e i ricordi segreti di Elena.

La scatola ha incominciato ad incuriosirmi. Per ora è appoggiata sul cassettone della mia camera da letto, assieme alle fotografie di famiglia e i libri che mi ripropongo di leggere ma che poi lascio coprire di polvere. Da due settimane è la prima cosa che vedo quando apro gli occhi e l’ultima prima di andare a dormire.

Ho finito di trasportare tutti gli scatoloni nella mia cantina.

L’hanno riempita quasi completamente.

E’ solo mezzogiorno e giro irrequieta per le stanze di casa senza sapere come impegnare il resto della giornata domenicale.

Mi preparo qualcosa da mangiare: un’insalata con pomodori, tonno olive e cipolla.

Riempio un bicchiere di vino bianco aromatico, apparecchio con la tovaglietta a fiori il tavolino del soggiorno e mi metto a mangiare davanti alla televisione.

Mi scorrono davanti i programmi contenitore della domenica, puro anestetico celebrale.

Cerco tra i canali qualche vecchio film mentre inzuppo il pane nel sugo dell’insalata in fondo al piatto. Frustrata dalla mancanza di programmi interessanti, spengo il televisore impugnando il telecomando come se fosse una spada.

Sbuffo, afferro una rivista e la sfoglio senza soffermarmi su nessun articolo in particolare. Sparecchio, lavo i piatti e mi faccio un caffè.

Recupero dalla borsa la rubrica telefonica personale e comincio a scorrere i nomi di amici e parenti da chiamare. Ad ogni nome immagino la scenetta familiare domenicale che la mia telefonata interromperebbe e rinuncio.

Improvvisamente mi alzo e mi dirigo veloce verso la stanza da letto, come se mi attirasse una forza misteriosa.

Afferro la scatola e mi butto a pancia in giù sul letto.

Sto per aprirla per la seconda volta da quando l’ho trovata.

La accarezzo con le dita, la annuso cercando chissà quale essenza segreta.

Sa solo di carta vecchia e lavanda. Finalmente tolgo il coperchio e ne stendo il contenuto sul letto. Suddivido tutto prima per formato: separo le foto, le lettere, gli appunti, i quaderni, gli articoli, i biglietti da visita, gli ingressi ai musei, alle mostre, ai cinema, i biglietti aerei.

Quindi mi rialzo mettendomi in ginocchio per avere un’immagine generale del colorato collage.

Mi chiedo da dove attaccare la montagna di carta.

Sono decine di fogli e non mi raccapezzo.

Decido di riordinare tutto cronologicamente.

Noto che molte delle pagine hanno una data di riferimento.

Forse riuscirò a trovare un ordine logico tra i documenti che mi aiuti a ricomporre la storia di Elena di quegli anni.

Mentre faccio ciò, mi rendo conto che il quaderno a quadretti che prima avevo creduto pieno di appunti scolastici, è in realtà un diario.

Mi attrae la calligrafia fitta di Elena, a tratti spigolosa e irregolare e improvvisamente rotonda e dolce.

E’ scritto con una penna stilografica ad inchiostro nero e narrato in prima persona, con i dialoghi riportati minuziosamente.

I primi scritti sono datati novembre 1973, mentre i più recenti portano la data di alcuni mesi fa, dicembre 1998.

Faccio spazio tra le carte e individuo dei fogli sciolti, quelli con la data più lontana.

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Mi stendo a pancia in giù e comincio a leggere.



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