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lavoro pubblicato venerdì 19 gennaio 2018
ultima lettura lunedì 17 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

ANNA -parte prima- capitolo uno

di kidanemariam. Letto 252 volte. Dallo scaffale Generico

Alla stessa ora di ogni notte, tutti restavano stupiti quando l'ultimo e furioso colpo del generale Alazar si schiantava sul bancone. Ognuno dei presenti si domandava come fosse possibile che le mani di quel vecchio non si rompessero all'istante, e co...

Alla stessa ora di ogni notte, tutti restavano stupiti quando l'ultimo e furioso colpo del generale Alazar si schiantava sul bancone. Ognuno dei presenti si domandava come fosse possibile che le mani di quel vecchio non si rompessero all'istante, e come altrettanto assurdo fosse vedere un uomo ingurgitare tutto quell'alcool senza lasciarci la pelle. Tuttavia, ben consapevoli di non aver di fronte un uomo qualsiasi, tutti s'azzittivano, fingendo di non aver visto nulla e aspettando che l'indomani quel miracolo si ripresentasse. In molti ignoravano che Alazar l'avrebbe sì fatto di nuovo, ma con più rabbia e odio in corpo di quanto i presenti avessero già visto. Era una dote innata del generale quella di accumulare ricordi come conoscenza, ed essere capace di tormentare con questa la propria vita, era forse per ciò che quel popolino notturno non smetteva mai di stupirsi ogni qual volta lo vedevano scricchiolare su stesso, incerto d'ogni passo.L'ultimo sorso era quello che gli dava il tono peggiore, lo rendeva goffo e grottesco, smorzandogli quel poco che gli restava delle sue vecchie glorie da uomo d'armi.Il generale errava tra se e se, chiuso in un mondo dove le lotte non erano mai finite, quel passato di guerre ed onore gli aveva portato via ogni cosa, dal sorriso alla lucidità d'accorgersi che le sue secche gambe ubriache non erano in grado di portarlo fuori dalla soglia del locale. Per sua fortuna, il bar, un loculo la cui luce catacombale irrancidiva ogni cosa, era pieno di uomini dissipati dall'alcool proprio come lui, e quindi, per via di questa abitudine condivisa, ognuno si gettava in aiuto dell'altro quando questo cedeva alle piaghe degli eccessi. Era una sorta di tetro cameratismo, che si rafforzò ancor di più quando il vecchio generale Alazar mise piede per la prima volta dentro quel dimenticatoio della società. In quel giorno d'inverno i mille occhi sbronzi si voltarono all'unisono, nel sospettoso tentativo di capire chi fosse mai quel signore inghirlandato con medagliette e spalline militari, sul capo portava un berretto che pareva essere nuovo di zecca ed inviso aveva occhi neri come la pece. Il generale Alazar, la cui traduzione dall'etiope era Lazzaro, aveva una pelle color ebano, trasudante compostezza e autorità sufficienti a far innervosire i presenti, al punto che in molti, impauriti di avere a che fare con qualcuno che li avrebbe potuti scocciare, presero a nascondere bottiglie e cose varie, in un tentativo simile a quello dei bambini quando vengono scoperti nelle loro marachelle. Tutti lì per lì tacquero, come se sapessero delle leggendarie battaglie di quell'uomo, delle lotte feroci contro i golpisti, e delle fatiche sovrumane che il generale, con la sola forza del patriottismo, aveva superato. Tuttavia quel che non sapevano loro lo sapeva Alazar o, ancor meglio, quello che ne restava. Dopo che fece un passo in avanti verso una luce meno tremolante delle altre, gli ubriachi s'accorsero che quell'autorità tanto temuta altro non era che un abbaglio, il berretto era sgualcito e sporco, come se qualcuno glie l'avesse gettato a terra e poi calpestato con rabbia di fronte agli occhi. Le spalline erano ricucite a fatica sulla divisa, ed una di queste penzolava sul braccio di Alazar come a voler ipnotizzare i passanti, le medagliette all'onore erano per lo più disegnate, e l'unica che era rimasta attaccata a quel petto canuto era ammaccata come un vecchio tappo di bottiglia. Possedeva un'antica postura da eroe, marcita sotto le cattiverie del tempo ingrato, un tempo che l'aveva costretto a socchiudere gli occhi e ad aver rughe più profonde di quanto la sua età meritasse. Dava l'idea di un uomo solo, con le proprie delusioni da trascinarsi dietro. e la certezza che in esse, tracciate a fatica, v'erano le linee del suo futuro.Nonostante ciò, Alazar continuava ad avanzare su quegli stivaletti corrosi dai troppi passi, nel disperato tentativo di auto-referenziarsi, almeno quel tanto che bastava al suo ego per esistere ancora. Guardandolo come fosse il suo peggior nemico, si diresse marcito e marciante verso il bancone, e poi, senza avvisare nessuno, disse -Domani ci riprenderemo tutto!-. Quelle parole erano ciò che gli era rimasto del suo passato, in esse aveva gettato tutto ciò che di vivo ricordava, ed ogni volta che le pronunciava sentiva che l'aria, per un solo istante, si faceva più tenera, abbastanza da permettergli di sopportarla ancora. Senza rendersene conto il poveretto aveva attirato a se la curiosità dei presenti, tutti esplosero in una risata di commiserazione verso quel vecchio che sembrava essersi bevuto l'ultimo goccio di senno.Un uomo dalle gote massicce e dal lardo traboccante, s'alzò e si diresse sogghignando verso il generale, con tono saccente ed aria di superiorità scoccò due pacche sul cappello di Alazar, simili a quelle che si danno ai bambini quando credono di poter far cose da adulti.Mentre si girava verso il pubblico divertito diede altri tre colpi, prima che il generale prendesse la sua tozza mano e la schiantasse sul bancone, per poi, su di essa, fracassare il bicchiere di vino che aveva appena ordinato. L'uomo cadde a terra stringendosi la mano, nell'inutile speranza che il dolore cessasse, e che le sue urla di tormento aiutassero in questo. Il generale, nel frattempo, ordinò un altro bicchiere di vino, indicando al barista con l'unica mano che gli era rimasta i mille pezzi di quello che aveva appena distrutto. Il campo di battaglia gli aveva rapito un braccio, e insieme ad esso, ciò che gli era avanzato della pazienza e della voglia di sopportare altro. I presenti, che fino a prima pensavano di aver di fronte un uomo dalle poche risorse, restarono in silenzio per parecchi minuti, ascoltando stupiti le urla disperate del loro compagno accasciato al suolo.Col tempo un po' tutti impararono a conoscere il generale Alazar, capirono che non era un uomo che amava la compassione, la reputava – cosa da perdenti- come era solito dire lui quando qualcuno lo aiutava a rialzarsi, o evitava di guardarlo, o taceva alle sue fanfare di guerra. Mentre l'alcool gli ricordava di essere stato un grande uomo d'onore, e un signore di coraggio, diventava ancora più irascibile alle più piccole premure, e ancor più collerico quando Francesco, il gagliardo proprietario del bar, gli portava a memoria i debiti che continuava a tracannare con l'avidità di un uomo disperso nel più torrido dei deserti.A quel punto tutti indietreggiavano, fino ad incastrarsi nel più buio angolo del silenzio, accatastati lì, nell'attesa che il generale finisse di gridare al mondo, e a chi lo stesse ascoltando, che un tempo, lui, era stato un qualcosa di diverso e forse, per chi avesse avuto la buona grazia di credergli, un uomo. Se ne andava intontito dalle sue stesse urla, aggrappato ad un ricordo lontano e ad un futuro incerto, sperando che quei tempi tornassero, agognando ad un colpo di reni del destino, ad una carezza della fortuna che l'avrebbe riportato nella poppa della gloria, nella cresta dell'onore e, nel più timido desiderio, del rispetto. L'ardore dei desideri è paragonabile solo al peso delle delusioni, le quali, senza pietà ne compassione, appesantiscono le gambe di ognuno di noi, gravano senza grazia e ci schiacciano senza sosta, fin tanto che noi gli stiamo sotto.S'intende che lui, il generale, non si scostò mai da quella prospettiva e, senza forza ne contegno, barcollava per Pesaro, una città che non gli era mai appartenuta e per cui lui non aveva mai lottato ne desiderato che esistesse. Gli era difficile a quel vecchio imbruttito vivere in un luogo a lui così estraneo, era abituato a fare di ogni cosa un suo destino, una missione imprescindibile ed una meta assoluta, tutti obblighi d'animo che lo avevano forgiato nell'uomo che diceva di essere stato. Ora, in quella città così impietosa ai suoi occhi, non trovava nulla per cui valesse la pena calpestare le sue strade con la gagliardia d'allora e con la fierezza di sempre, per tanto non impediva ad alcuna delle sue delusioni di renderlo scialbo e tenebroso, quanto impresentabile e deprimente. Osservava ogni cosa malinconicamente, paragonando tutto a d'allora, sentenziando la sua incompatibilità con le brezze marine, giudicando indecente tutto ciò che gli capitava a tiro, e addossando la colpa di quel disgusto a se stesso ma, ancor di più, al prossimo. Non smetteva mai di lanciare ingiurie a chi gli si avvicinava, passando come un folle ubriaco perso tra le intemperie dell'alcool; in pochi, fuori da quel cavernoso bar, conoscevano chi fosse Alazar, quasi nessuno vedeva la gentilezza dei suoi consigli e tanto meno la grazia dei suoi incoraggiamenti, era un uomo che si poteva amare per poche ore, fin tanto che il vino non gli dava alla testa. Fino a quell'attimo lo si poteva veder passare di tavolo in tavolo, in cerca di quello spirito comunitario che l'aveva legato ai suoi commilitoni nelle notti tristi della guerra, gioioso cercava le risa dei racconti quotidiani, serio ascoltava i drammi dei fallimenti della vita di tutti i giorni. Diceva a chiunque che per quelle disgrazie che ognuno di loro aveva vissuto, qualcun altro aveva sacrificato la propria vita, affinché avessero avuto la possibilità di scegliere. -Sapete- Diceva sempre Alazar -è bello potersi lamentare nella consapevolezza che le cose potrebbero andare meglio-. Erano sempre frasi strane quelle che accompagnavano le rare congetture del generale, frasi ai più incomprese ma che a tutti, in un modo o nell'altro, suscitavano quel rispettoso sentimento che li costringeva a sorreggerlo quando questo cadeva lungo sul bancone, o si cagava addosso all'uscita del Bar. Erano parole toccanti per la loro nostalgica intenzione e per il loro cuore sincero, queste non potevano essere ignorate nemmeno da quella cloaca d'occhi rozzi, totalmente ignari di ogni cosa, ma miracolosamente solenni di fronte a quelle del generale. S'era intrufolato tra i cuori della gente, e l'aveva fatto con lo stesso metodico movimento con il quale conquistò gli animi dei suoi sottoposti nei periodi della guerra. S'era infiltrato tra le vite quotidiane di ognuno di loro, tra gli amori, i sogni e le delusioni, tra le famiglie distrutte dalla troppa tendenza alla solitudine, era diventato un piccolo e sicuro dispensatore di amicizia, e tutti, volenti o nolenti, ne erano rimasti affascinati.Nei mesi in cui Alazar passò il tempo a rimboccare le fila dei suoi soldati perduti, Hilina, moglie del generale e donna d'altri tempi, si scervellava su come poter rendere il salotto più dignitoso della cucina e la cucina più attraente del bagno. Erano cose importanti per lei, cose che non potevano essere trascurate in nessun modo, aveva lottato così tanto per riaverle, che a nessuno avrebbe permesso di accorgersi che queste non erano nient'altro che una vaga e traballante impalcatura di quelle che erano già state. Hilina era una donna utile, s'intende, per donna utile, una che non vedeva al di là di quel che si può fare. Non perdeva mai tempo perché questo era utile, come lo erano i suoi vestiti, mai troppo sontuosi o scomodi, poiché da un momento all'altro avrebbe potuto aver bisogno di correre, o di arrampicarsi, o chissà cos'altro. Anche i suoi modi, che si limitavano ad una formalità mai esagerata o ridondante, non trascuravano questa sua tendenza all'azione. La stessa casa aveva assunto le sembianze della donna, impregnandosi del pragmatismo di Hilina s'era trasformata in una struttura essenziale, ricolma di un sentimento volto ad un futuro di gloria ritrovata.Anche la cisterna per l'acqua nel retro del giardino, piuttosto che il manuale di sopravvivenza nel caso di un cataclisma nucleare, erano per Hilina tasselli essenziali in una vita pronta a non spezzarsi così facilmente. La resa era infatti un'altra delle tante cose che facevano parte del suo metodo di affrontare l'esistenza, proprio per questo non riusciva a sopportare il marito, dove a parer di lei s'annidavano tutti i malori della sua controparte. L'aspetto mal curato e l'inutilità di quei vestiti passati, facevano da contorno alle continue lacrime notturne che il generale versava nel letto della moglie. Per Hilina non c'era cosa più deplorevole e stupida del rimpiangere il passato. Tuttavia anche lei, quando vedeva strisciare il generale verso il portone di casa, si sentiva l'animo affranto e desolato proprio come quello del marito, in quel momento un nostalgico sentimento la pervadeva da capo a piedi, ricordandole con amarezza i giorni in cui era stata felicemente innamorata di quell'uomo e della possibilità di un futuro con esso.D'altronde il destino l'aveva indelebilmente legata a quelle effigi militari e a quel berretto stropicciato prima ancora di rendersene conto. Hilina si ricordava di non aver desiderato altro da quando i primi ormoni giovanili avevano cominciato a scuoterla fin dalle fondamenta. S'erano incontrati per obblighi dell'epoca, ma entrambi avevano vissuto quella costrizione con la gaia presa di coscienza che non avrebbero potuto desiderare di meglio. Innamorati ed ebbri della fiducia in un governo di felici promesse, i due giovani coniugi s'erano uniti in un amore apparentemente indissolubile, capace di andare ben oltre le promesse terrene di un misero altare. Una forza che li aveva uniti tutt'uno con l'altro, fino a renderli capaci di poter tastare con mano gli umori reciproci prima ancora di parlarne, un potere soprannaturale attribuibile solo e soltanto a chi del matrimonio ne ha sempre fatto un sogno di vita. Un sogno che per entrambi si realizzava nella certezza di una missione incantatrice, volta a rendere la loro terra degna di non essere più chiamata utopia ma stato libero, come avevano sempre desiderato che fosse. Hilina non aveva mai smesso d'esser nobile, nemmeno quando il fallimento del governo Etiope la costrinse a scappare in Italia come l'ultima dei pellegrini, manteneva alto il mento anche di fronte all'acidità dei detergenti che usava per pulire i pavimenti delle signore di Pesaro. Era vigile nel presente, ma con ancora la grazia blu del passato, questa la rendeva fiera al punto da far si che le stesse signore per cui lavorava non osavano mai contraddirla, in nessun modo. Dietro ad ogni suo movimento c'era sempre un occhio che l'ammirava osservandola nella sua solennità, dandole il rispetto che s'era guadagnata in anni di esercizio e compostezza. Possedeva una certa sensualità che nemmeno la durezza di quegli anni era riuscita a smorzare, Hilina era intrisa di un modo lieve di fare le cose, leggero quasi come se non si volesse far sentire da nessuno. I suoi capelli, neri come la notte, ricoprivano in modo perfetto la sua testa, il viso allungato e l'aria impassibile, insieme a degli occhi color noce, aiutavano a far si che nessuno riuscisse a togliergli gli occhi di dosso. Aveva non più di ventitré anni ma la sua maniera di esistere gli accollava più tempo di quanto lei immaginasse. La chiamavano tutti signora, e quando ciò accadeva, Hilina non sapeva se prendere la cosa come un complimento o come un offesa. Accadde lo stesso quando cominciò a lavorare nelle case delle signore di Pesaro. Quel giorno Hilina sapeva che si sarebbe dovuta affaccendare a rendersi serva e non più regina, ella decise che non c'era altra strada per la gloria se non la sofferenza, questa, prendeva forma nell'unico lavoro che le sembrava possibile. Aveva provato e cercato di tutto, ma niente le sembrò adeguato o fattibile, tutti i datori di lavoro l'avevano guardata con occhi più lascivi di quanto un capo dovrebbe fare, e allo stesso tempo storcevano il naso quando s'accorgevano d'esser di fronte ad una pelle insolita da quelle parti, specie in lavori di contabile, come quelli che aveva cercato lei. Lo era stata, anche se per poco tempo, una contabile. Subito dopo il matrimonio con il generale Hilina smise di lavorare, si dedicò alla vita da moglie e, in un futuro, da madre. Tuttavia non aveva smesso di allenare la mente, e quindi continuò a leggere e a studiare più cose di quanto una ricca casalinga avrebbe dovuto fare. La lingua italiana, per lei che aveva studiato anche quella a causa della colonizzazione della seconda guerra mondiale, non era un problema. Spesso si dilettava a leggere i libri più disparati, amava il modo italiano di decantare l'amore o le più tenere passioni. Della sua lingua natale se ne poteva udire solo un lieve e ottuso accento, questo per lo più si sdraiava sulle vocali più aperte che lottavano contro la memoria di Hilina per essere aggiustate e nascoste. Tuttavia, nel lavoro che trovò, era normale non conoscere perfettamente l'italiano, ciò che contava era sapere i diversi nomignoli dei vari prodotti per la casa. La prima donna che l'accolse fu una certa Patrizia. Era una signora dai modi gentili, le cui tenerezze scaldarono il cuore di Hilina fin da subito. Patrizia era sempre attenta ad ogni fatica eccessiva alla quale Hilina veniva sottoposta, era un'avvocatessa e non cessava il suo lavoro a servizio della giustizia nemmeno tra le mura della propria casa. Il marito, un uomo differente dal generale, sembrava non aver guerre ne tormenti che gli disturbassero il sonno. Era un medico legale e aveva un atteggiamento silenzioso e contrito verso ogni cosa. Era come se il silenzio eterno dei morti, e le conversazioni unilaterali di quelle stanze fredde e gelide, l'avessero contagiato al punto da sottometterlo a quello stesso tacito modo di vivere. Anche il viso pareva intrappolato in una dormiente eternità, senza risveglio ne contagio da parte del mondo. Gli occhi blu erano talmente silenti, che più che un oceano, parevano essere un placido rigagnolo di un fiume quasi in secca, a questo ci si aggiungeva un naso fine quanto un filo d'erba. Le labbra chiare, al punto da confonderle con il resto della pelle, si muovevano di rado, e quando lo facevano Hilina restava quasi spiazzata nel sentirlo pronunciarsi in quel modo tutto suo, lento, senza fretta di dire, ma con la certezza che se i presenti avessero avuto la pazienza di aspettarlo, ne sarebbe sicuramente valsa la pena.Per la maggior parte del tempo parlava solo tra se e se, Hilina lo capiva dal modo in cui crucciava le sopracciglia, come fosse arrabbiato, di tanto in tanto sprecava qualche ragionamento con la moglie, e non esagerava mai in affetto con il loro figlioletto.Un bambino entusiasta che non smetteva mai di sorridere alle cose del mondo, come se queste fossero lì per lui, per farlo divertire, come in uno spettacolo teatrale lui le applaudiva, e loro, per grazia e gioia, si mostravano sempre più numerose.Aveva assunto le sembianze emotive opposte a quelle dei genitori, le sue parole non erano mai mosse dallo stesso senso di giustizia della madre ed in più le sprecava, come se in bocca gli scottassero e fosse costretto a sputarle fuori, anche se lo contraddicevano lui le lanciava al mondo, proprio come il padre detestava fare.Aveva dieci anni e un po' come Hilina dimostrava di essere con la testa giusta nel corpo sbagliato. Aveva un aspetto dinamico, quasi esplosivo a tratti, tutto se stesso era votato alla conoscenza ed era difficile immaginarsi come sarebbe diventato e quello che sarebbe stato possibile inculcargli. La prima conversazione tra Hilina e quel ragazzino, che scoprì poi chiamarsi Marco, si consumò tra la fretta del giovane di correre a giocare con i suoi amici. Patrizia scusò subito il figlio con Hilina, dicendogli che i bambini di oggi non sono più quelli di una volta, Hilina, di tutta risposta, si limitò a sorridere e ad ammirare la bellezza della casa. Era una villa sontuosa, ricolma di un arredamento minimalista che per parecchio tempo semplificò il lavoro ad Hilina. Il marito, Aurelio, lo si vedeva di rado, e quando c'era continuava quel suo silenzioso modo di essere fino all'esasperazione di chi gli stava vicino. Tuttavia anche lui sembrava avere una certa gentilezza superiore, simile a quella della moglie ma con in più uno sguardo compassionevole, come se sapesse che tutto ciò che lo circondava, un giorno, sarebbe finito tra i suoi ferri di mestiere. Quando Hilina uscì, ricolma di gioia per aver trovato il lavoro, corse subito verso casa alla ricerca del generale, del marito, o di chiunque quell'uomo avesse preso le veci. Quando entrò Alazar era sdraiato al suolo, con una bottiglia di vino tra le cosce e l'odore frastornante di un'altra giornata gettata al vento. Hilina decise di lasciarlo lì, tra se e la bottiglia, dopo averlo superato con un passo più lungo, si sedette sul divano e contemplò un po' tutte le cose, da quelle più grigie a quelle più colorate, guardò un ultima volta il marito, accorgendosi di non essergli mai stata così lontana, chiuse gli occhi e dormì. L'indomani, quando Alazar si svegliò, la testa prese a fare ciò che faceva ogni mattina, sbatté forte contro le pareti della nuca avvertendolo che l'unica soluzione per farla smettere sarebbe stata quella di bere un goccino di qualcosa. Alazar corrette ad aprire il frigo, l'unica cosa che trovò furono due sole bottiglie di birra e una di vino. Cominciò a tracannare le prime due con la fretta di un assetato, dopo poco, un lieve calore gentile gli calmò l'emicrania e lo fece tornare in se. A quel punto si guardò intorno barcollando come meglio riusciva, s'accorse che la moglie non c'era, insieme a quello, notò anche la triste adesione del suo corpo alla solitudine e alla pigrizia. Accadeva al mattino che il generale Alazar si percepisse di troppo al mondo, nel pomeriggio l'alcool del mattino aveva già cancellato ogni impulso alla reazione al dolore, ma prima, proprio in quel momento, Alazar non riusciva a sopportare nulla, nemmeno se stesso. Per quanto la sua virilità l'avesse abbandonato da tempo, covava ancora in se un presagio di risolutezza, un miscuglio di onore e rispetto, una linea di principio riconducibile ad un passato lontano. La stessa gli ricordava quello che era stato e quello che nel futuro aveva sognato di essere, un buon uomo, uno di quelli retti le cui decisioni pendono sempre verso il giusto della vita.Tuttavia quell'intuizione veniva schiacciata continuamente dalla realtà delle cose, una realtà che lo vedeva capace di intendere ma non di volere.Hilina era arrivata sul luogo di lavoro, era già china sul pavimento del bagno nell'intento di grattare via una crosta giallastra che s'era formata esattamente sotto la cassetta del water, quando Patrizia l'avvertì che per quella non c'era alcun rimedio, e che non era importante che la eliminasse, Hilina rimase paralizzata. Non era abituata a sentirsi inutile, tant'è che fece finta di dedicarsi ad altro e poi, appena Patrizia prese il cappotto per andare in ufficio, si rigettò sulla macchia con tutta la veemenza di una sconfitta. Riuscì ad eliminarla, anche se le costò parecchio tempo e pazienza. Ovviamente non sapeva che anche un po' di decoro se n'era andato via insieme alla sporcizia, mentre puliva a gattoni, Aurelio era arrivato per salutarla e, non si sa per qual motivo, non fece nulla di quello che si era prefissato, stette zitto e guardò Hilina per tutto il tempo che gli era possibile. Quando Aurelio prese ad incamminarsi verso il lavoro, sentì che il solito silenzio della sua mente si faceva man mano sempre più recalcitrante, il vuoto cominciò a giocare con suoni e frasi che non ricordava di aver mai pronunciato. Le parole si spendevano in apprezzamenti inizialmente gentili, ed in fine sempre più sconci e grotteschi, finì per parlare, sempre tra se e se lungo il tragitto in macchina, di quanto il culo di Hilina fosse invitante e di quanto gli sarebbe piaciuto metterci le mani e poi chissà cos'altro. Quella personale conversazione continuò a fargli eco nella mente, anche mentre era intento a sezionare il corpo deceduto di un vecchio, un certo Pasquale Giardini, morto per un tumore al polmone e ricolmo di metastasi nerastre che, nonostante il loro aspetto insopportabile, non sembravano scuotere le fantasie di Aurelio oltre le natiche di Hilina. Smise di pensare a lei solo quando s'accorse di aver finito le parole per descrivere quel sedere, e ciò che lui gli avrebbe potuto fare. A quel punto il silenzio tornò a regnare in quelle stanze, l'odore nauseabondo dei morti e i tentativi chimici di nasconderlo, troneggiarono di nuovo dentro Aurelio. Insieme ad essi un altro fetore si fece spazio, più acuto e puntiglioso, inizialmente egli non lo seppe riconoscere e cercò in ogni modo di capire da dove provenisse, dopo poco intuì che era stato partorito nello stesso luogo dove quegli apprezzamenti avevano fatto la loro comparsa, non avrebbe di certo saputo indicare con precisione la posizione di questo, ma era comunque certo che esistesse da qualche parte, in fondo, dentro di se.Era incessante e puzzava di senso di colpa, un olezzo che per un uomo le cui intenzioni sono sempre state pacate e neutrali, era praticamente insopportabile, impiegò parecchio tempo nel tentativo di sminuire quella percezione con un falso profumo d'indifferenza; Tuttavia, per forza di cose, Aurelio non riuscì nella sua intenzione, si ritrovò per la prima volta nella vita ad avere un segreto, di cui non poteva parlare nemmeno con se stesso. Patrizia, nel frattempo, ne covava un altro, tutto suo e personale. Era sicura che prima o poi ne avrebbe dovuto parlare anche con il marito ma, prima di farlo, voleva accertarsi che fosse tutto come stava immaginando. Un altro bambino non era un grosso problema economico, e sicuramente Aurelio ne sarebbe stato felice, magari una femminuccia e con essa la possibilità di dare un tocco di rosa in più nella casa. Quella mattina, nello stesso istante in cui Aurelio cercava l'odore, così Patrizia si scervellava per trovare le parole giuste per dire al marito che era diventato di nuovo padre. -Sei strana oggi- gli disse una voce che le pareva in lontananza -Sei talmente strana che non sembri tu, cosa succede?- Patrizia si voltò sussultante, rendendosi conto di aver passato parecchio tempo tra se e se, da un'altra parte. Una strana sensazione quella lì, è tipica di ogni uomo che abbia a disposizione la facoltà di pensare, è forse un luogo più che un pensiero, un luogo speciale dove le cose del mondo spariscono, cominciamo a parlare dentro di noi in termini incomprensibili a chiunque, è probabilmente l'unica condizione umana dove il tempo viene plasmato sotto il nostro volere, è lì che ci accorgiamo, quando torniamo in noi, dell'immenso potere delle nostre cose.Per l'appunto Patrizia fu costretta a rientrare in se, nel mondo, accorgendosi di aver ignorato per parecchio tempo il suo capo, Gianmarco. Era un uomo snello e longilineo che sembrava crescere di giorno in giorno come il ventre di Patrizia, un eterno neonato; adorava le chiacchiere, e in esse, anche nelle più futili, non si dimenticava mai di lasciare uno strascico tragicomico del suo modo di essere cinico e sognatore nello stesso momento. Gesticolava senza sosta, come se volesse spiegare a mosse ciò che le parole gli impedivano d'esprimere, tuttavia non perdeva mai il garbo e l'autorità che si attribuisce solitamente ad un capo. Un uomo tutto di un pezzo lui, capace di dirigere uno studio di avvocati alla tenera età di quarant'anni, e certamente abbastanza caparbio da capire quando uno dei suoi dipendenti non è con la testa sul luogo di lavoro, specie quando si parlava di Patrizia, che tra le sue fantasie, tra l'altro, era l'unica ipotetica erede di un impero che continuava ad espandersi senza sosta.Di tutte queste qualità profetiche di Gianmarco, Patrizia ne era più che al corrente, ma sappiamo tutti che ci è difficile spiegare le cose del nostro mondo a chiunque non ci sia stato, quindi, pur sapendo di non essere di certo soddisfacente nella sua risposta, Hilina ribatté con un estraniato -Niente di che-. Gianmarco attese qualche istante che Patrizia capisse di non essere riuscita a dargliela a bere, e che ricordasse che lui adorava parlare, specie delle cose che non sapeva.

-Insomma, non proprio niente di che....-

-Continua-

-Penso di essere di nuovo incinta-.

Gianmarco non mosse un capello e cercò tra i faldoni della sua memoria qualche parola utile, schietta, e che non lasciasse alcun dubbio sulla sua posizione contraria alla cosa. Sapeva d'esser cinico quanto ostile a questo tipo di gioie, ma sapeva anche che le sue intenzioni non erano frutto dell'inesperienza, bensì della troppa abitudine al dolore di certe cose.Si scervellò in tutti modi che conosceva, cercando di discernere le sue disavventure da quelle del prossimo, ma questa è cosa impossibile ad ognuno di noi, il passato calpesta le strade del nostro futuro, delimitandolo, soffiando dove tutto ha cominciato a soffiare, e noi, un po' patetici, ci convinciamo come ebeti che le nostre decisioni provengano da un'imparziale capacità d'intendere il mondo. Poveri noi.Gianmarco teneva tra le sue tasche due matrimoni falliti, e per ognuno di essi altrettanti figli di cui a stento riusciva a ricordare i visi, un orrendo agglomerato di cose che se n'erano andate, per sempre.-Bhe... ti auguro il meglio ma- Attese qualche secondo -Se mi permetti, ti consiglierei di pensarci bene alla faccenda del secondo figlio. Vedi, non è come un secondo matrimonio, che reputo comunque una disgrazia, avere un secondo figlio è come aggiungere un peso da cento chili alla vita. Come se non fosse già pesante non trovi?- Patrizia, che oltre a essere giusta, aveva in se una naturale propensione alla maternità, ribatté immediatamente, mostrando a Gianmarco un'ostilità simile a quella delle madri con il proprio piccolo in braccio, quando qualcuno minaccia l'incolumità dello stesso, come se il bambino fosse lì, indifeso di fronte alla bruttura del mondo, rappresentata da Gianmarco e dai suoi gesti confusionari.-Penso che sia una delle cose più belle che ti possano capitare, insomma, cosa c'è di più bello di un figlio, anche se è il secondo, rivivere tutti quei momenti d'intimità con lui, come se fosse parte di te, e poi...- Gianmarco, mentre scartabellava distrattamente una pila infinita di scartoffie, alzò lo sguardo, facendo intendere a Patrizia che non era il caso di dire certe cose proprio a lui.-Innanzi tutto i figli, mia cara, non “capitano”- disse lui gesticolando le virgolette con le dita-Un incidente “ capita”, un inciampo “ capita”, ma i figli, che siano primi o secondi, non “ capitano”. Se ciò fosse vero non ci sarebbero quelle squallide cliniche per ovaie difettose, e non ci sarebbero nemmeno odiose mamme in cerca di sperma come di acqua. I figli mia cara sono un ostentato bisogno di completezza, un terno al lotto, ti possono prolungare la vita aggiungendo la loro, come sono in grado di risucchiare la tua per la sola autorità di essere figli. Fidati di me, di bambini ne è pieno il mondo, tra questi c'è anche il tuo, non sforare con l'amore a disposizione del prossimo, che di questi tempi c'è ne poco in giro. C'è gente che ti pagherebbe una fortuna per averne un po', vale più dell'oro.-Patrizia cercò di ribattere frettolosamente, incespicando la lingua tra le labbra, nella confusione di parole ridondanti amore materno, queste, insieme a tanti ricordi, la rendevano talmente insopportabile agli occhi di Gianmarco, che egli non l'ascoltò nemmeno; preferì interromperla, montandogli sopra con le sue verità disgraziate, e cercando di calpestare ogni possibilità d'essersi sbagliato sulle sue idee, cioè l'abbandono alla verità più tetra delle cose. -Smettila Patrizia. Non serve che mi rimpinzi d'amore, quello tienilo per il pargolo, io non ne voglio più di quella roba, mi sta stretta capisci? Mi sta stretta un po' come mi sta stretta questa conversazione, anche io un tempo ero convinto di tutto questo. Ma di matrimonio in matrimonio, e di figlio in figlio, la vita mi ha spiegato che ognuna di queste gioie non è poi così indistruttibile.Io ero convinto che bastassero loro, ed ero sicuro che tutti la pensassero come me. Ma non è così! Non avevo fatto i conti con il denaro, il sesso, le voglie, le noie. Mi basterebbe licenziarti per trasformare questo imminente miracolo in un incubo finanziario, matrimoniale ed emotivo. Vedi, tutte queste bellezze restano tali solo nella misura in cui si è ricchi ed agiati, soddisfatti e innamorati. Sono cose splendenti queste, come cristalli pregiati, ma, come tali, basta un tocco per frantumarli- Gianmarco fece un passo indietro dalla scrivania di Patrizia, come se non volesse prendersi la responsabilità di quelle parole, come se le stesse provenissero da un altro se, più vecchio, più solo. Cercò di riparare alla cosa con un vago sorriso sommesso, indietreggiando sempre di più e dicendo -Comunque goditela cara, non stare ad ascoltarmi, sai come sono, vedrai che a te andrà tutto bene, buona giornata!-






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