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lavoro pubblicato giovedì 18 gennaio 2018
ultima lettura sabato 2 novembre 2019

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Albino

di AndreaOcchi. Letto 227 volte. Dallo scaffale Generico

AlbinoVistaModificaScritto da © Andrea Occhi - Lun, 29/08/2011 - 09:55Nacqui privo di quel colore conforme ai canoni con cui la natura dipinge gli aspetti umani. Pare che la normalità, quando giunsi al suo cospetto, si fosse dimenticata la ...

Albino
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Scritto da © Andrea Occhi - Lun, 29/08/2011 - 09:55
Nacqui privo di quel colore conforme ai canoni con cui la natura dipinge gli aspetti umani. Pare che la normalità, quando giunsi al suo cospetto, si fosse dimenticata la tavolozza con i suoi artistici pennelli, sotto un lontano arcobaleno di fragile e acquoso cristallo. Espulso dalle viscere di mia madre, se non fosse stato per le iridi rosso sangue, nessuno si sarebbe accorto della mia apparizione sulle fasce bianco latte. Quell’anno le messi furono talmente generose da non essere contenute nei depositi, la vendemmia così abbondante da ubriacare dieci abbazie con tutti i fedeli. Gli armenti prolificarono, ogni gallina depose due uova contemporaneamente, le reti dei pescatori rischiavano gli strappi per le miracolose pesche. Tuttavia, nonostante tali lieti eventi, la terra mostrò la sua più potente forza, squassando dalle fondamenta il solo castello le cui spesse mura udirono riecheggiare il mio primo stonato vagito. Coloro che mi generarono, mi esposero ai sudditi che attendevano nella corte fiorita. Un urlo di collettivo sospetto e paura, si sollevò. Non piangevo. La preoccupazione spinse mio padre, già mia madre mi rifiutava il seno e nessuna balia era disposta ad offrimi il proprio, ad immergermi in un liquido preparato dalla più anziana del villaggio, che si diceva avesse poteri tali da eliminare il maleficio. L’esorcismo produsse i suoi effetti, i miei capelli divennero azzurri come il cielo spazzato dal vento umido dopo un temporale. Poiché la mia pelle ed i miei occhi non potevano in alcun modo affrontare la luce solare, mi vidi costretto a vivere all’interno del castello le cui finestre furono oscurate da pesanti tende, tessute dai telai mossi dall’acqua del fiume sacro ad Ammon, il nascosto. E così crebbi tra la biblioteca e la sala d’armi, senza l’affetto di alcuno. Solo la gatta, Rossania, anch’essa dal manto bianco, mi offriva la sua strusciante compagnia. Ben presto la mia vita fu estranea a tutto il mio mondo conosciuto e il mio desiderio di scoprire l’ignoto, mi spinse ad organizzare la fuga dalla mia dimora. Durante il percorso, con in braccio la gatta ed una bisaccia di provviste, coperto di stracci, attraversai il bosco e sostai presso il fiume per attingere acqua e consumare un frugale pasto. Mi scoprii il capo e, addentato il primo boccone, udii uno spaventato urlo di donna. Precipitosamente, per celare il mio aspetto mi calai il cappuccio sul capo e mi diressi dall’origine del lamento. Due uomini, bellamente abbigliati, erano intenti ad importunare una giovane donna. Senza alcuna paura, ma con incoscienza, li affrontai e, seppur deriso, li lasciai a gambe all’aria, insudiciati di fango e graffiati dai rovi. La ragazza di nome Soleste, mi condusse alla propria capanna circondata da un piccolo orto e da qualche animale da cortile. Curiosa di conoscere chi fosse colui che l’aveva strappata dall’arroganza dei due bruti, non riusciva a distogliere lo sguardo dalla mia figura. Mi accolse con ospitalità e, dopo varie sue insistenze, le dissi chi ero. Non rimase stupita né lasciò trasparire alcun sentimento di timore. Con delicatezza mi abbracciò e iniziò a spogliare le mie membra, timorose solo della luce solare, sino a che il mio candore non fu illuminato dalla danza del fuoco nel camino. Le sua mani scivolavano in ogni mia parte, il mio corpo reagiva con sintomi a me ancora sconosciuti. Si inginocchiò davanti a me ed aprì la bocca. I miei pensieri volarono lontano in un cielo pieno di luce. Da quel momento i nostri corpi furono uno. Se non mi credete, ogni anno, nel periodo del solstizio d’estate, se prestaste attenzione, nel bosco, sulle sponde del fiume, udreste i sospiri e gli affanni felici di due innamorati, l’uno prigioniero dell’altro. Fantasmi senza alcuna paura, senza alcun pregiudizio, senza alcun "lenzuolo", ma vincolati da quelle estreme catene che l'ipocrisia e l'ignoranza rinnegano.


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