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lavoro pubblicato giovedì 18 gennaio 2018
ultima lettura sabato 2 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Arco di curva

di Nigthafter. Letto 208 volte. Dallo scaffale Amore

Avevano fatto l'amore. Fumavano svogliatamente nel silenzio, lasciando correre i pensieri. Lui nudo, sedeva ai piedi del letto, le lenzuola sparse a ...

Avevano fatto l'amore.

Fumavano svogliatamente nel silenzio, lasciando correre i pensieri.

Lui nudo, sedeva ai piedi del letto, le lenzuola sparse a giacere sul pavimento.

Un campo di battaglia silenzioso: il teatro quieto di una disfatta.

L'orologio a parete segnava le 15,48: il tempo era volato nelle ultime due ore.

Decise che si sarebbe alzato, per una doccia, entro dodici minuti.

Lei distesa, nuda e assorta, mollemente adagiata alla testiera del letto.

Gli rammentava una donna in un quadro di Courbet.

Due cuscini sotto la nuca, la testa rivolta alla finestra i pensieri altrove.

In quella luce calda e smorzata di inizio ottobre, il fumo disegnava arabeschi complessi e impalpabili sul soffitto.

Gli era sempre piaciuta quell'aria di morbido abbandono che scendeva sul corpo di lei, quando finivano di amarsi.

La luce del mezzo pomeriggio scemava lenta, nella penombra nella stanza.

Fuori l'autunno incendiava di rosso, le foglie dei platani lungo il viale.

Pensò quanto fosse lontana da lui, da quel luogo e da quel letto, mentre seguiva i suoi pensieri.

Una distanza siderale, attraverso quel velo azzurro, lento e mobile che si alzava dalla sigaretta tra le sue dita.

Lui si accorse che da qualche minuto non stava più aspirando, lasciava che il tabacco si consumasse per inerzia.

Quei loro incontri, sempre brevi e clandestini, il loro ripetersi uguali nel tempo,

da troppo ormai per la passione e il resto, lasciavano in bocca un sapore già conosciuto.

Conosceva il rito puntuale dei gesti, delle posture che scandivano ognuno di quei momenti.

Erano fotogrammi fissati nella mente.

Il modo in cui era solita raccogliere i capelli dietro l'orecchio, la ciocca lunga che lambiva il rilievo morbido del seno, quel vezzo di mordersi il labbro, segnando un'emozione.

Il suo profilo dagli zigomi alti, il collo sottile e candido, lo sguardo farsi languido, sulla soglia del sonno imminente.

Erano frammenti di lei rimasti scritti nel profondo.

Avrebbe potuto farli scorrere ad occhi chiusi, come un film passato alla moviola: riaprendoli, la pellicola del ricordo sarebbe stata in sincrono perfetto con le immagini del reale.

Erano cose che gli appartenevano, tracce durature che avrebbe portato con sé.

Avrebbe conservato anche la memoria del suo profumo, che aveva colorato l'aria di quella stanza.

Il calore del suo corpo e del sesso fatto lo avrebbero accompagnato, confortando la strada del ritorno.

Tra le sue dita, la lingua contorta e avvizzita della cenere, aveva raggiunto il filtro.

Guardò l'ora sulla parete, pensò che il tempo stava finendo: essiccato in quel silenzio anestetico.

Sentì una stanchezza profonda gravargli le membra: avrebbe voluto dormire almeno un poco, ma bisognava andare.

Seguì con lo sguardo i contorni della stanza, come se li osservasse per la prima volta: il verde acido del tendaggio, violentava il rosa antico delle pareti.

Un gusto ordinario ed improbabile era la cifra costante di quegli alberghetti della mezza collina.

Ricoveri abituali di amori irregolari, in bilico sul margine stretto dello squallore. Sempre così appartati da risultare invisibili ad occhi indiscreti.

Negligenti nel servizio di camera, quanto pronti nell'omettere richiesta di documenti alla clientela di passaggio,

Coppie anonime, convegni di amanti restii a lasciare traccia del loro passaggio sulle pagine di un registro d'albergo.

Un fremito, come un brivido di freddo lo scosse: la cenere si staccò dalla cicca e lieve come zucchero a velo, si sparse sul bouclé bruno della moquette.

Chiuse gli occhi, respiro a fondo e rivide la strada nella mente.

Un lungo rettilineo che dalla tangenziale portava all'autostrada e da li al mare, 80 km più a sud.

Lo avevano percorso insieme decine di volte, nei fine settimana d’estate, quando il marito volava all'estero per i suoi affari lontani.

Era il tempo delle corse in auto con la capote aperta, il piede a fondo sull'accelleratore e la lancetta a sfiorare il limite del tachimetro.

L'aria calda turbinava, giocando con i suoi capelli e già sapeva di salmastro marino.

La conosceva bene quella strada.

Una lingua nera d'asfalto stesa tra le colline, solcata al centro dalla linea bianca di mezzeria.

Conosceva a mente in ogni metro del suo manto plumbeo e del paesaggio che le scorreva intorno.

C’erano campi col frumento maturo piegato dal vento e boschetti di faggi, che salivano ai fianchi morbidi dei declivi.

A tratti incontravi ruderi in abbandono persi fra le sterpaglie dei dossi, vedevi case coloniche con tetti di lavagna e grandi aie bianche di sole.

Le labbra si incresparono di amaro, il filo dei ricordi cadeva come foglie esauste sul tappetto giallo dell'autunno.

Ci potevi filare veloce su quella strada: era come un velluto lucido e nero, le ruote aderivano morbide alla superficie, come in un bacio di amanti.

Al fondo si apriva la parabolica di un viadotto: una mezza luna di cemento e bitume, sospesa nel vuoto a trenta metri di altezza.

Sotto, in una gola buia, il letto del torrente.

Un rivolo misero e asciutto, interrato tra sassi ed arbusti in quella stagione dell'anno.

Le cose passano, non è più tempo di corse e felicità rubata.

Oggi era stata l'ultima volta che avevano fatto l'amore.

Un addio non detto, certo, ma era nelle cose.

Dirselo non sarebbe servito.

Aveva domandato se avrebbero potuto incontrarsi ancora.

Lei abbassando gli occhi, si era guardata intorno, come avesse smarrito qualcosa.

Senza incrociare i suoi occhi, aveva trovato il fiato e le parole.

Troppe cose da fare, mancava il tempo, gli aveva detto.

Lo avrebbe cercato lei quando veniva il momento.

Non era brava a mentire, gli leggevi la bugia in quel mordersi ansiosa il labbro inferiore.

Era tardi, sentiva Il tempo gli sfuggirgli tra le dita come sabbia e a lui mancava la volontà di serrarle per trattenerla.

Conosceva la strada e la curva.

Sapeva a quale velocità era giusto imboccarla: il punto esatto in cui si sarebbe generata la corda di un arco di curva, nel semicerchio d'asfalto.

In quell’istante avrebbe corretto, con una pressione leggera sullo sterzo, la traiettoria dell'auto.

A quella velocità il veicolo avrebbe seguito la proiezione del suo moto, affrancandosi dalla gravità, lungo una retta in fuga nello spazio.

Avrebbe chiuso gli occhi, con le mani strette al volante, proseguendo la sua corsa in quel tramonto silenzioso di imbrunire dorato.

Lo sapeva da due mesi.

Una tac cerebrale metteva un punto al futuro.

Il conto alla rovescia dei giorni, dei ricordi e dei respiri rimasti.

Fece una doccia calda, poi iniziò a rivestirsi, senza fretta.

Quando fu pronto guardò ancora il corpo di lei che riposava sul letto.

Si era assopita in una posizione raccolta, un sonno di bambina, il respiro lieve e sereno, un raggio di sole dava tenui riflessi biondi al castano dei capelli.

Lui pensò a quella luce come a una carezza gentile.

Uscì, chiudendo piano la porta, per non svegliarla.



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