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lavoro pubblicato martedì 9 gennaio 2018
ultima lettura giovedì 17 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Mattatoio n° 24 (parte 2)

di RobertaBasile. Letto 347 volte. Dallo scaffale Generico

Il giorno dopo, Debora si svegliò sul tappeto del soggiorno. Si guardò intorno e non vide nessuno. Mise le ginocchia sulla seduta del ...

Il giorno dopo, Debora si svegliò sul tappeto del soggiorno. Si guardò intorno e non vide nessuno. Mise le ginocchia sulla seduta del divano e i gomiti sullo schienale, in modo da vedere il resto della casa: Gioele era in cucina e stava aspettando che si finisse di scaldare qualcosa in microonde, in piedi a braccia conserte. Scorse un movimento e si voltò verso di lei, le sorrise. -Buongiorno.

-Ciao- sbadigliò la ragazza. Si passò una mano sulla fronte e si accorse di avere in testa un ammasso di capelli più simile a paglietta per i piatti che a una normale capigliatura.

-Nuovo taglio?

-Tu invece hai fatto un lifting?- fece lei alludendo alla garza.

Si misero a ridere.

-Perché mi sono svegliata sul tappeto?

-Dopo cena ci siamo messi a chiacchierare sul divano ed eri così stanca che ti sei addormentata. Non volevamo svegliarti.

-Ah, grazie, allora.

Debora si alzò, un po’ irrigidita dall’insolito materasso, mentre Gioele le si avvicinò con una tazza piena di latte fumante: lei la appoggiò sul tavolo e ci mise dentro un cucchiaino di zucchero e uno di caffè solubile, confortata dal calore della colazione e dalla compagnia del coinquilino. Le sembrava strano svegliarsi ed essere accolta dal sorriso amichevole di un ragazzo, ma era una sensazione a cui già sapeva avrebbe dovuto abituarsi, quindi si limitò ad inzuppare un biscotto e darsi una sistemata ai capelli guardando il suo riflesso in un cucchiaio. In ogni caso, quando arrivò al secondo biscotto la raggiunse anche Andrea e poi, piano piano, tutti gli altri. Chi finiva di mangiare rimaneva seduto, accoccolato in mezzo a una coperta o stringendosi nel pigiama. A proposito, l’abbigliamento notturno era abbastanza vario: Jenny aveva una sorta di tuta a forma di orsacchiotto, una cosa che faceva subito venire voglia di cioccolata calda davanti al camino, Diego era semplicemente in mutande, Zeno aveva delle ciabatte a forma di piedi di Big Foot e poi c’era lei, con ancora i jeans del giorno prima.

-E’ comodo il tappeto?- scherzò Angelo. Quel ragazzo aveva un sorriso sorprendente, così luminoso e amichevole. Non che il viso fosse da meno: i capelli biondi portati lunghi arrivavano appena sotto il mento e a quanto pareva il proprietario era ben a conoscenza del potenziale che avevano, perché li spostava, a seconda della compagnia con cui si trovava, in modo da apparire affascinante ed estroverso o, facendo ricadere il ciuffo davanti agli occhi, riservato e misterioso. In ogni caso, Debora rimase subito incantata da quegli occhi azzurri. Altro che angelo.

-Bè, ho dormito in posti peggiori.- rispose lei -Oggi siete tutti a casa, quindi?

L’intera compagnia annuì all’unisono. La domenica era ‘il giorno del panciollamento’.

-Bisogna (di nuovo) andare a fare la spesa perché qualcuno si è dimenticato di prendere la carne per oggi e sempre qualcuno ha rotto anche le uova, come avevo previsto- disse Andrea. -Ma non faccio nomi.

-Diego, sei un coglione- fece Sandro.

-Ma non ha detto che sono stato io!

-Era sottinteso. Bè, a chi tocca fare la spesa?

-A chi si occupa della cucina. Quindi Giogiò e Paola.

-E direi di aggiungere anche Diego- propose Jenny.

-Ma in quanti bisogna essere per portare a casa sei uova e qualche bistecca? Volete venire tutti, già che ci siamo?- protestò l’accusato. Rischiò di rovesciare il cartone del succo d’arancia, tanto per cambiare.

-Io non posso andare a fare la spesa.- disse Paola -Non vi ricordate che vado dai miei?

-Ah già. Quindi chi va con Gio?

Si guardarono tutti. Uscire con quel freddo non era proprio il proprio il primo dei loro pensieri e non lo sarebbe stato neanche di Debora se non le fosse venuto in mente di essere stata l’unica a non fare niente tutto il giorno precedente, dato che era occupata col trasloco, e di essere l’unica senza lavoro e quindi, per ora, pagante di affitto solo tramite i genitori. La cosa non era grave, anche perché era effettivamente ancora al liceo e non poteva farci nulla, ma il fatto di non poter contribuire pienamente alla sua prima sistemazione autonoma la faceva imbestialire. Quindi lanciò un’occhiata a Gioele, ormai rassegnatosi, e si schiarì la voce.

-Io non ho niente da fare.

Furono tutti estasiati da quelle sei, semplici parole. Tutti tranne Paola, che borbottò: -Ti pareva- ma nessuno le diede retta.

Così Debora e Gioele andarono in bagno a lavarsi e vestirsi, poi scesero e si riempirono di sciarpe, in modo che l’aria gelida avesse meno modo di colpirli direttamente sulla pelle nuda. Mezz’ora dopo erano già per strada, che cercavano di andare controvento.

-Vieni qui, ti conviene starmi appiccicata se non vuoi perderti. Non voglio smarrire una coinquilina in mezzo a una tempesta di neve.

Gioele aveva un bel ciuffo all’insù, capelli castani, barba di qualche giorno e occhi marroni. Aveva un viso allungato, un po’ spigoloso ed era decisamente un bel ragazzo, anche se non così tanto da poter essere messo in competizione con Angelo. Diciamo che era carino e quindi Debora non ci pensò due volte e si rifugiò vicino a lui in mezzo a quella tormenta.

-Non ho mai visto così tanta neve da queste parti. Magari è un segno premonitore.

Allo sguardo incuriosito della ragazza, proseguì. -Forse porterai una bufera al mattatoio.

-Al mattatoio?- rise lei.

-Sì. Casa nostra è universalmente riconosciuta come ‘il mattatoio n° 24’. Siamo fantasiosi, lo so. Il perché penso tu lo intenda: siamo un’affollata gabbia di matti.

-Ma il mattatoio è dove si macellano gli animali, non un manicomio.

-L’ha inventato Diego come nome, non si poteva pretendere molto.

Quel ragazzo le piaceva. Era simpatico e solare, come, d’altro canto, praticamente tutti i suoi nuovi coinquilini.

-Ti trovi bene da noi?

-Sì. Penso che mi abituerò presto al mattatoio.

Si scambiarono un sorriso ed entrarono nel ‘supermercato’, un piccolo negozio che vendeva l’indispensabile. Stavano curiosando tra gli scaffali, Debora immersa nella lettura delle etichette delle lenticchie, quando Gioele le disse di andare a prendere la carne.

-Non puoi andare tu? Io non so neanche cosa serve.

-Vai al bancone, Debora, su.

Il suo tono sembrava incitarla in una maniera che non nascondeva (e neanche provava a farlo) il motivo di tanta urgenza. La ragazza si sporse un po’, in modo da poter vedere il bancone oltre quella montagna di Gioele. E allora capì.

-Ti stava guardando prima- fece lui. -Non ti piace l’idea di un macellaio?

-Chi ti dice che io non abbia un ragazzo?

-Hai un ragazzo?

-No.

-E allora vai, muoviti. Ci servono una decina di braciole di maiale.

Debora era abbastanza imbarazzata: il macellaio la stava effettivamente fissando. E sapeva che anche Gioele l’avrebbe tenuta d’occhio. Mai avuta così tanta attenzione da parte di così tanti uomini.

-Ciao- sorrise Debora. Il macellaio avrà avuto sì e no un paio di anni in più di lei.

-Ciao- ricambiò lui. Almeno era carino. -Cosa ti servo?

-Dieci braciole di maiale.

-Wow. Fate una festa?

-No, siamo in tanti però.

Iniziò a tormentare la borsa per l’agitazione. Perché non buttava quelle bistecche in un sacchetto e non la piantava di fare tutto così lentamente?

-Ah, sei la nuova del 24?

“Merda” pensò. -Sì. Come lo sai?

-Zeno era a scuola con me, mi racconta sempre qualcosa quando viene qui. Mi ha detto che sarebbe arrivato qualcuno di nuovo, quindi ho fatto due più due, anche perché so che quel mostro con cui sei venuta di bistecche ne fa fuori un po’. Ciao, Giogiò!

-Ehy, Jo!

Gioele si avvicinò ai due. -Tutto a posto?

-Ma sì. Tu?

-Solito. Hai già conosciuto Debora?

-Stavo giusto per presentarmi. Giovanni, o Jo, come vuoi.

Gli strinse la mano privata del guanto in lattice che le porgeva: aveva una stretta forte e quegli occhi verdi la stavano guardando in un modo per cui non poté non arrossire almeno un po’. Poi ovviamente diede la colpa al caldo.

Presero le bistecche e proseguirono il percorso all’interno del negozio.

-Stronzo, è un vostro amico!- gli bisbigliò, spaventata all’idea di essere sentita da qualcuno.

-Bè, che ci posso fare se ti fissava? Ci ha pure fatto tre euro di sconto. Forse è meglio che venga sempre tu a fare la spesa.

-Sei un idiota- rise lei.

-Ah, è così che si parla ai tuoi coinquilini? Sei ancora in fase di prova, devi stare attenta, ragazza- scherzò Gioele.

-Dove abitavi prima?

Andrea si sporse dalla spalliera del letto.

-Dall’altra parte della città. Vicino al parco, avete presente?

-Ah sì- fece Jenny, con un pezzo di ciambella in bocca. -I miei zii abitano lì.

-E quindi non sei mai venuta a questo alimentari, no?- continuò Andrea.

Debora sollevò gli occhi dal libro di geometria e osservò le due ragazze che ridacchiavano, cercando di nascondersi la bocca.

-Quel tipo è un pettegolo- sbuffò, riabbassando di nuovo lo sguardo.

Paola comparve sulla porta. -Jenny, dove hai messo la mia spazzola?

-Se è tua cosa vuoi che ne sappia io?

-Non è al solito posto.

-Vai a vedere in bagno. Sposta qualche foglio, almeno. Non è che se la chiami ti corre incontro.

Paola squadrò con occhio cinico Debora, seduta alla scrivania di fianco a lei, e uscì.

-Quanto mi sta sulle palle- mormorò Jenny.

-Non credo sia una che si faccia amare- osservò Andrea.

-Ma tu non sei in camera con lei?- chiese Debora alla prima.

-Meno ci sto, là dentro, e meglio è.

La novellina tornò ai suoi studi e le altre la lasciarono in pace per un po’. Almeno fino all’ora di pranzo.

In salotto, trovarono Diego, appoggiato a un muro a con la gamba sinistra vicino all’orecchio destro, che dava loro le spalle. Debora rimase bloccata in mezzo alle scale a fissarlo, a bocca aperta. Il ragazzo, richiamato dal profumo di carne, si voltò e fece per sedersi a tavola quando la vide e si mise a ridere.

-Non hai mai visto qualcuno fare una spaccata?

-Quella non era una spaccata. Era oltre.

-Faccio ginnastica artistica. Sono l’aiuto-allenatore- fece lui con un certo orgoglio.

-Che figo. Quindi fai gli anelli?

-Sì. Preferisco il corpo libero però, mi posso sbizzarrire.

Si sedettero a tavola: Debora si ritrovò di fronte a Gioele, che non fece altro che guardarla e ridacchiare mentre mangiava la sua braciola.

-Quando ti troverai una ragazza riderò pure io- fece lei.

-La bambina ha tirato fuori gli attributi- rise Angelo. -Ti conviene stare attento, Giogiò.

Debora passò il pomeriggio a studiare per la verifica del giorno dopo e scoprì che il luogo ideale per fare i compiti era proprio il tavolo in soggiorno, così ben illuminato in confronto alla sua camera, in penombra e sempre affollata. Lì poteva avere la sua privacy e cercare di capire quei dannati problemi di geometria. Paola le passò un paio di volte davanti per andare in cucina e ogni volta la guardò con disprezzo, come se il semplice fatto che stesse studiando le desse fastidio. Quella ragazza era troppo complicata, lo aveva già capito nonostante fosse lì da due giorni.

Erano circa le sei, quando finalmente chiuse il libro, sfinita, e si appoggiò allo schienale della sedia sbuffando.

-Sei viva, allora.

Aprì gli occhi e vide Zeno, seduto sui gradini della scala, che la guardava con il cellulare in mano.

-Mi sta esplodendo la testa.

-Sei su quel libro dalle due, ci credo. Matematica?

-Geometria.

-Mi piaceva un sacco geometria, quando andavo a scuola. Cos’è che fai, tu?

-Scientifico.

-Io ho fatto informatica- Cambiò improvvisamente espressione. -So io cosa ti serve per recuperare le forze.

-Se vuoi portarmi dal macellaio, giuro che…

-Ma che macellaio!

Si alzò e andò in cucina, per poi tornare con in mano la scatola di un panettone e un coltello.

-Mancano ancora quattro giorni a Natale. Lo vuoi aprire adesso?

Zeno fece spallucce e con una mossa veloce aprì la scatola, senza strappare la carta. Tirò fuori il panettone, tagliò due fette e poi di nuovo tutto dentro, una striscia di biadesivo e voilà! come nuovo.

-Siete tutti belli furbi, qua dentro- fece lei con la bocca piena. -E anche strani- continuò, vedendo che l’altro spulciava la sua fetta estraendo tutti i canditi.

-Non mi sono mai piaciuti. Cazzo, ne ho mangiato uno!

Si misero a ridere.



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