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lavoro pubblicato domenica 7 gennaio 2018
ultima lettura venerdì 17 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

SCARPE DA KARMA

di LouAdelson. Letto 285 volte. Dallo scaffale Amore

Il Destino troverà sempre le anime affini, anche se distanti: in fondo, è semplicemente scritto nella legge dell'Attrazione Universale. Anche se il Karma ci mette lo... zampino, infilato in un bel paio di scarpe con i lacci.

So che a voi gente dell’occidente piace tanto questo concetto di Karma. So perfino che un cantante italiano ha vinto il Festival di Sanremo con una canzone sulle vostre attrazioni fatali verso l’Oriente, peccato solo che alla fine non ci capiate poi molto e riduciate tutto ad un mero “faccio yoga, mangio da Bombay l’indiano, studio Reiki, pratico tai chi, vivo secondo il feng shui, mi curo con l’agopuntura”, ah, e aggiungo “bevo tè Sencha Fukuyu”.


Nient’altro? Io vi conosco tutti molto bene, anche se ogni tanto la mia memoria fa un po’ acqua; sarà forse colpa del Daiquiri o delle scarpe da tennis. E io odio i lacci. Sapete che non sono mai riuscito ad imparare ad allacciarli da solo? È così che combino i miei danni migliori. O peggiori. Certo, magari qualcuno potrebbe dissentire, tipo quel tale. Come si chiamava? Ah sì. Carlo Pinozzi. Pinozzi aveva una meravigliosa voce da tenore, calda, possente. Pinozzi adesso gorgheggia le sue arie tra gli scaffali del Todi’s, mentre il suo compagno di corso Luciano è diventato un tenore di fama mondiale con talmente tanti amici da organizzare un evento televisivo perché, altrimenti, non sapeva nemmeno quando vederli tutti insieme. Certo, guardate pure il lato positivo: Pinozzi è vivo. Pavarotti un po’ meno.


Per qualcuno, comunque, un po’ mi dispiace. E no, non per Pinozzi. Ma per Andrea e Andrea. Ecco, loro sono stati una vera macchia sul mio immacolato curriculum disseminato di successi. Perché quella volta ho combinato davvero un casino con quelle maledette scarpe da tennis, e poi il Daiquiri ha fatto il resto. Io mi sono completamente dimenticato che Andrea e Andrea erano destinati a stare insieme; così, quando si sono incontrati, è bastata una mia piccola distrazione per separarli definitivamente per i successivi dieci anni, mentre continuavo ad inseguirli pur di rimediare al mio danno. Certo, ho avuto tutto il tempo necessario per pensare e meditare sui miei errori, tipo indossare scarpe da tennis con i lacci, ma non è stato facile con quei due.


Tutto ebbe inizio nel lontano 2007: Andrea è un attore giovane, carino e molto occupato, appena uscito da una prestigiosa scuola di recitazione. Andrea, detta Drea, in realtà è una ragazza, è iscritta al primo anno d’università e sa fare una cosa sola: scrivere. Un amico in comune (che all’epoca voleva fare “il drammaturgo”, poi col tempo ha ripiegato su una redditizia attività da ristoratore) si era sbattuto come non mai pur di farli incontrare, perché secondo lui “si sarebbero trovati subito simpatici”. E io lì, ben felice, cerco di godermi in un angolo il buffet della sua presentazione mentre penso “zitti zitti, meno male! Questa volta c’è uno che fa tutto il lavoro sporco per me!” così passo le successive tre ore a tracannare Daiquiri e Martini, giusto per ammazzare il tempo e vedere quei due che se ne vanno via insieme, felici e contenti, due silhouette stagliate contro il tramonto. Peccato solo che fosse Giugno, alle quattro il sole fosse ancora alto nel cielo e che quei due io proprio non li avevo visti andare via insieme. L’ultimo ricordo che avevo, prima di inciampare nei miei stessi lacci e finire con la faccia in una poltroncina leopardata, erano i sorrisi timidi e gli sguardi languidi di Drea e Andrea.


Poi buio.


Solo quando il proprietario del locale mi ha invitato letteralmente “ad alzare la mia faccia da culo dalla sedia” allora ho capito che non solo l’amico di quei due si era completamente dimenticato di presentarli tra loro perché troppo intento a contemplare il sedere in neoprene leopardato di una poetessa brasiliana, ma che i ragazzi se n’erano andati perdendosi di vista per sempre. Avevo miseramente fallito, inciampando nei miei stessi lacci. La prima cosa che feci subito dopo fu sostituire quelle scarpe da tennis con un paio di sneakers con stretch; poi iniziai a progettare un piano B proprio mentre me ne stavo seduto in un bar, e questa volta davanti ad un caffè nero bollente per schiarirmi le idee. Vabbè, ho pensato, è molto più semplice del previsto: hanno un amico in comune, no? Organizziamo un’altra occasione per farli incontrare di nuovo, magari una bella premiazione. Pure se l’amico è un impedito e nemmeno riesce ad affiancare una vocale ad una consonante, ma come si dice: il fine giustifica i mezzi.


Mi sono adoperato talmente tanto che quello alla fine ha vinto il Premio Solinas, invitando così alla cerimonia anche Drea e Andrea. Ma, sorpresa! Il ragazzo era in Spagna a girare una co-produzione, mentre lei si presentò felicemente accompagnata da Gianni, triste comico dallo scarso talento. Lì, mi sono grattato i piedi, ho fissato quelle scarpe di merda con lo stretch e le ho buttate nel secchione dell’Umido, anche se non si fa. Mettetevi per un attimo nei miei panni: che piano dovevo tirare fuori adesso? Un piano C? D? Y? Avevo passato in rassegna l’intero alfabeto. E ho continuato a farlo per i successivi dieci anni, mentre lui era felicemente fidanzato in Spagna, mentre lei era tornata single ma pubblicava il suo primo romanzo dal grande successo e mentre il loro amico decideva, all’improvviso, di appendere il Solinas al chiodo per aprire un redditizio “Caffè Letterario”. E intanto erano passati sette anni, e quelli non si erano più parlati. Incrociati sì, ero riuscito a farli incontrare circa una trentina di volte, ma in ogni occasione sbucava un nuovo ostacolo. Ho buttato non so quante paia di scarpe. Ho perfino smesso di bere del tutto per un periodo, frequentando gli incontri degli alcolisti anonimi. Ma è stato proprio un fortuito Daiquiri di straforo, consumato nel Caffè Letterario del Sig. “Premio Solinas” ad aprirmi i Chakra, come dite voi.


Mentre Solinas mi versava da bere, cominciò a parlarmi di questo suo amico che un tempo era famoso. Ma adesso, dopo aver lavorato per anni all’estero e aver perfino sfiorato un Goya qualcosa, si ritrovava al pit – stop dell’autocommiserazione: dopo una serie di critiche terribili, una profonda crisi personale e la separazione dalla storica compagna spagnola, era tornato in Italia, in pianta stabile. E lì, mi si è accesa la lampadina. Sapevo benissimo – certo, ero stato io ad organizzarlo – che Drea doveva tenere un reading in libreria con tanto di firmacopie. A quel punto sfilandomi un tremendo paio di espadrillas di nascosto, ho lanciato l’esca attirando Solinas nella mia trappola. Quello, furbo come una lontra, c’è caduto con tutte le… scarpe.



La sera del reading, io ero completamente sobrio. Loro un po’ meno. Sarà stata l’eccitazione del momento. Io però avevo infilato ancora una volta quelle cazzo di scarpe da tennis. Così, proprio come accadde dieci anni prima, sabotai il loro incontro ufficiale inciampando nei lacci e finendo, stavolta di culo, all’interno di un pianoforte a coda seminando il panico tra i presenti, proprio quando quei due si stavano avvicinando l’uno all’altra. A quel punto, ho solo serrato gli occhi. Cos’avevo combinato?

Vedete, cari amici occidentali fan del Karma, dell’Oriente, delle discipline alternative molto new age che anche il Destino può sbagliare? Che anch’io non sono infallibile? E voi sempre a prendervela con il sottoscritto, sempre pronti ad imprecare contro di me. Credete che per Drea e Andrea ormai tutto fosse finito, che ogni cosa fosse irrimediabilmente rovinata? In effetti lo credevo anch’io. Ma poi, quando tra le grida furibonde della gente ho timidamente sbarrato un occhio per sbirciare, li ho visti. Si sorridevano come la prima volta, timidi, rivolgendosi quegli stessi sguardi languidi. Si erano riconosciuti. E adesso, ridendo, uscivano da quella libreria, insieme. Tirai un sospiro di sollievo: alla fine, il mio Piano Z Bis aveva funzionato.

Uscendo, gettai le scarpe da tennis in un cassonetto liberandomene per sempre, ma non prima d’aver comprato un bel paio di infradito, comode, in gomma traspirante. Finalmente le mie dita dei piedi tornavano a riveder le stelle. Al Destino non piacciono proprio le Scarpe da Karma, ve lo posso assicurare.



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