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lavoro pubblicato domenica 7 gennaio 2018
ultima lettura lunedì 20 agosto 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IN MISSIONE IN SUDAMERICA II - Il viaggio delle cellule staminali dal Brasile alla Spagna

di MariellaBergamini. Letto 1198 volte. Dallo scaffale Viaggi

Sono un volontario trasportatore di midollo osseo e cellule staminali. Ecco il racconto della mia seconda missione in Sudamerica. Si è conclusa felicemente, malgrado tutti gli imprevisti. Nel bene e nel male sono le persone che fanno la differenza.

Dedicato ad Elisa

Gli angeli della vita
(Questo paragrafo introduttivo è, più o meno, comune a tutti i racconti delle missioni)

Da tempo svolgo attività di volontariato in qualità di trasportatore di midollo osseo e cellule staminali presso il Nucleo Operativo di Protezione Civile di Firenze (NOPC). Parto da Firenze, dove sono nata e vivo, vado nella località di prelievo, che può essere in Italia o all'estero, e ritiro le cellule staminali o il midollo osseo prodotti dall'anonimo donatore. Colloco una o più sacche in un piccolo frigorifero a temperatura controllata e le porto nella città del paziente, a cui verranno trapiantate per la cura di una grave patologia ematica. Il mio compito consiste nel garantire la sicurezza di tutto il trasporto - con particolare riguardo ai controlli negli aeroporti, in quanto le cellule non possono passare attraverso i raggi X - e monitorare le temperature del frigorifero. Il frigo contiene alcune mattonelle per il ghiaccio, che noi in Toscana chiamiamo "i siberini", una sonda che registra le temperature e dei panni isolanti. Le cellule staminali devono essere conservate fra i 4 e gli 8 gradi centigradi, ma soprattutto non devono mai congelare. Anche il midollo osseo è opportuno che rimanga fra quelle temperature. Se la temperatura non si stabilizza su un valore compreso nell'intervallo di riferimento devo intervenire per aumentarla o ridurla, a seconda dei casi. Non posso mai separarmi dal frigorifero contenente le cellule e devo prestare massima attenzione ad eventuali criticità, perché da me dipende una vita umana.
Tutti i passaggi cruciali della missione vengono comunicati in tempo reale alla centrale operativa, mediante un programma di tracciamento, il tracker. La centrale è autorevolmente diretta da Patrizia, che noi volontari affettuosamente chiamiamo "La Capa", o meglio, "La Hapa", con la c e la p strascicate tipiche dei fiorentini. Ci supporta ininterrottamente, h/24, 7 giorni su 7: un'attività di questo tipo richiede necessariamente un coordinamento forte e continuo. Con lei in ufficio ci sono Sabrina e Laurence. Massimo, il fratello di Patrizia, è il Presidente dell'Associazione.
La responsabilità del trasferimento delle cellule è affidata al volontario trasportatore. Purtroppo, nei rigidi e complessi sistemi di gestione del traffico aeroportuale, il trasportatore costituisce un elemento anomalo. Incontrare una persona che ti aiuta, oppure una che ti mette in difficoltà, può fare la differenza sostanziale sull'andamento della missione. Ma per noi il fallimento della missione non è contemplato, perché senza il trapianto il paziente morirebbe. Essere trasportatore di midollo osseo e cellule staminali è indubbiamente una grossa responsabilità, ma la soddisfazione di aver portato a termine con successo una missione è ancor più grande. Costituisce la molla che spinge noi volontari, "gli angeli della vita", "gli angeli senza ali", ad andare sempre avanti, anche in contesti e momenti storici non facili, come quello che stiamo vivendo.
Dopo avervi raccontato delle missioni a Tel Aviv a Luglio 2016 (http://www.ewriters.it/leggi.asp?W=108660), a Boston a Dicembre 2016 (http://www.ewriters.it/leggi.asp?W=112279), del trasporto interno in Spagna a Giugno 2017 (http://www.ewriters.it/leggi.asp?W=116215), che sembrava tranquillo, ma non lo è stato, e della mia prima emozionante missione in Sudamerica (http://www.ewriters.it/leggi.asp?W=118169) ora è la volta della mia seconda in Sudamerica, svoltasi fra Brasile e Spagna nella seconda settimana di Dicembre 2017. Sapevo fin dall'inizio che sarebbe stata una missione impegnativa, soprattutto perché avrei dovuto custodire le cellule per un lungo periodo di tempo, almeno 24 ore. Come di consueto, per ragioni di riservatezza non posso indicare la città di consegna, una località interna della Spagna, ed ho aggiunto qualche "appunto di viaggio". Ho riportato anche qualche accenno personale, perché noi volontari abbiamo una vita quotidiana che lasciamo alle spalle tutte le volte che andiamo in missione.
Infine, chi volesse saperne di più su altre missioni e sulle attività del NOPC può trovare tutte le informazioni sul relativo sito e sulla pagina Facebook. E se chi legge volesse candidarsi per diventare donatore/trice e/o volontario trasportatore ci contatti liberamente!
La missione "tranquilla" in Spagna
Sono un funzionario pubblico e utilizzo le mie ferie per fare le missioni. Per questo motivo vanno attentamente programmate in anticipo, cercando di ottimizzare i giorni a disposizione. Per le missioni intercontinentali occorre la settimana piena, anche se partiamo il venerdì o il sabato. Quest'anno a Novembre mi sono rimasti 5 giorni di ferie da consumare inderogabilmente nel 2017, preferibilmente entro la metà di Dicembre, così da lasciare ai colleghi il periodo natalizio. Mi si prospetta la possibilità di tornare a Buenos Aires la settimana del 10, così posso salutare Ari, la ragazzina cui ho portato il midollo l'ultima volta. Mi va benissimo. Però ci sono sempre missioni da coprire. Nel 2017 in totale arriveremo a 508, a fronte di una settantina di volontari, non sempre tutti operativi in via continuativa per varie ragioni. Io stessa a volte ho dovuto ridurre la disponibilità per motivi di lavoro, di salute o personali. Quando passo in centrale operativa Sabrina mi chiede se posso farmi carico anche di una missione interna in Spagna, poco prima della mia, a fine Novembre. Partenza di domenica, quindi i giorni di ferie necessari sono solo due. In pratica una volata in Spagna: vado, prelevo, consegno e torno subito. Scherzosamente, le dico che appena mettiamo piede in sede bisognerebbe dire "No, grazie, non compro nulla!". Mi consulto velocemente con la mia collega, saltano fuori due giorni di recupero che capitano proprio a fagiolo. OK, prendo anche quella. C'è da portare il midollo osseo ad una bambina di 3 anni, come la piccola Elisa che sta aspettando da mesi un donatore. Come si fa a dire di no? Noi volontari ci vantiamo di rispondere sempre sì ad ogni richiesta. Poi la missione slitterà di un giorno, per cui occorrerà impegnare un ulteriore giorno di ferie. E la missione in Argentina verrà annullata, ma immediatamente sostituita da una fra Brasile e Spagna.
Le missioni interne in Spagna, almeno in teoria, dovrebbero essere tranquille, "da pensionato", come le chiamiamo scherzosamente fra noi. Questa sostanzialmente lo è. Il primo piccolo inconveniente si registra a Francoforte: ci sono due poliziotti proprio all'imbarco dell'aereo, dopo aver passato tutti i controlli di sicurezza. Memore della discussione l'ultima volta col poliziotto tedesco, che mi ha fatto buttare via i siberini, sposto il trolley col frigo dalla parte opposta, in maniera che non dia nell'occhio. Essere una "taglia comoda" talvolta ha i suoi vantaggi.
Arrivo nella città di prelievo. Nelle istruzioni c'è scritto di recarsi al 7° piano dell'ospedale locale. Salgo in ascensore e scopro che i tasti del 6° e del 7° piano non possono essere premuti. Provano anche altre persone, ma niente. Scendo quindi al 5° piano e salgo le due ultime rampe utilizzando la scala di emergenza, con trolley e frigorifero al seguito. Sono abituata, dato che abito ad un ultimo piano senza ascensore. Al 7° piano però c'è la pediatria, per di più in corso di allestimento. Mi presento e chiedo informazioni. L'infermiera mi domanda se devo consegnare il midollo per un piccolo paziente. No, devo ritirarlo, per una piccola paziente. L'infermiera mi spiega che è in corso una riorganizzazione dei reparti, per questo gli ultimi due piani sono al momento inaccessibili al pubblico. S'informa e quindi mi indirizza al piano meno tre, ossia dieci piani più giù, dove scendo con l'ascensore di servizio. Trovo il centro sangue, mi qualifico, controlliamo i documenti. L'ospedale ha sbagliato a scrivere le etichette delle provette, che vanno ristampate. Fortunatamente non sono strettissima coi tempi e comunque devo prendere il treno, non l'aereo.
Arrivo in stazione. In Spagna nelle stazioni ad alta velocità c'è il controllo di sicurezza; il frigo con le cellule non può passare ai raggi X. Lo spiego al poliziotto, che mi chiede se nel frigo c'è dell'antibiotico. Cosa c'entra l'antibiotico col frigo? Gli rispondo che all'interno c'è midollo osseo. Mi sorride, mi dice "vada vada" e mi ringrazia per quello che facciamo. Prendo il treno e arrivo nella città di consegna nel primissimo pomeriggio. Sono quasi al termine della missione. Devo solo prendere la metro ed è fatta. Vado a comprare i biglietti. Automaticamente, stupidamente, non rimetto il portafoglio nel marsupio, bensì nella borsa. Il frigo con le cellule è appoggiato sopra il trolley. Appena passati i tornelli vengo spinta in avanti e perdo la presa. Istintivamente mi riavvicino subito il trolley col frigo, sbattendolo su una coscia e provocandomi dei lividi. Mi giro e la borsa è aperta. Il portafoglio è sparito! Il tutto è successo in meno di un minuto, probabilmente mi hanno seguita fin dalla biglietteria automatica. Hanno anche avuto fortuna che stava in cima a tutto, altrimenti trovare qualcosa nelle mie borse "da Mary Poppins" è quasi un'impresa impossibile. E io comunque ho avuto la fortuna di accorgermene subito, grazie alla cerniera rimasta aperta. Altrimenti me ne sarei accorta solo al momento di pagare la cena e sarebbe stato ancora peggio. Inoltre, se mi avessero rubato la borsa, dove c'erano anche il computer e il mio telefono personale, sarebbe stato molto ma molto peggio. Mentre corro a prendere il treno chiamo mio fratello e gli dico di bloccare immediatamente tutto; soprattutto la carta di credito che, essendo di vecchia generazione, non ha il PIN. Luca è a letto malato, ma si mette subito in azione. Stava giusto cercando qualcosa da fare, perché si annoiava. Certo, uno si fa rubare il portafoglio per far sentire utile il proprio fratello influenzato... Essendo il mago del computer, nel giro di pochi minuti le carte sono tutte bloccate. Non ho grossi problemi per gli acquisti perché, per abitudine, viaggio con tutto doppio (bancomat, documenti, telefoni, soldi, carte di credito, ...) e tenuto in luoghi separati. Nel portafoglio c'era la patente, ma non il passaporto, che mi è indispensabile per la prossima missione. Non è tanto per i soldi: la scocciatura è dover rifare carte e documenti vari. Nella metro c'è una signora che singhiozza disperatamente al telefono. Ha sicuramente più problemi di me. Effettuo la consegna e arrivo in albergo che sono circa le 19. Mi informo su dove posso fare la denuncia e scopro che la stazione di polizia è proprio l'isolato accanto.

Noi volontari abbiamo un gruppo Whatsapp con cui ci cerchiamo e, se siamo nella stessa località, ci incontriamo per trascorrere un po' di tempo insieme e sentirci meno soli. Mentre sto per uscire mi contatta Enzo, che ha consegnato anche lui nella stessa città, per andare a cena insieme. Gli spiego cos'è successo. Sono stanca e nervosa, non so a che ora mi libero, per cui non voglio vincolarlo per cena. Però lui gentilmente si offre di accompagnarmi alla stazione di polizia per aiutarmi a fare la denuncia. Parla spagnolo anche meglio di me, ma non ce ne sarà bisogno, perché appena entriamo veniamo accolti da una signorina dell'azienda di soggiorno che, oltretutto, ha fatto l'Erasmus a Firenze, per cui possiamo parlare italiano. Quella città è rinomata per l'alto tasso di criminalità: altri nostri volontari hanno subìto la stessa sorte. In effetti in quella sede della polizia sono organizzatissimi: accoglienza multilingue al turista, rilievo dei dati e loro trasmissione al poliziotto per redigere la denuncia. La signorina assicura che il portafoglio, ancorché privo dei soldi, viene ritrovato quasi sempre. Speriamo. Le lascio anche i recapiti dell'albergo, dove siamo praticamente di casa. Mentre aspettiamo, si aggiungono una coppia americana e un ragazzo orientale. Manca solo il cartello "Turisti derubati qui" e siamo a posto. La signorina torna con la denuncia da farmi firmare. La rileggo. C'è scritto che mi hanno rubato la mochila, ossia lo zaino, nella strada dove ci troviamo, circa un'ora prima, alle 19,30. Praticamente dentro la stazione di polizia, in quanto è più di un'ora che siamo entrati. Hanno scambiato la dinamica del furto con un altro, ma gli altri dati e il contenuto del portafoglio che sul momento mi ricordo sono corretti. Glielo contesto, ma mi dice che non è possibile correggere la denuncia, occorre rifare la trafila da capo. Siamo stanchi ed affamati. Prendo la denuncia così com'è, tanto dovrò comunque rifarla, magari più dettagliata, in Italia. Alla POLFER vicina al mio ufficio sono tanto gentili. Io ed Enzo usciamo ed andiamo a cercare un locale dove facciano una buona paella per ritirarmi su il morale. Anche un po' di sangria, a dire il vero, non guasterebbe. Il portafoglio non verrà mai più ritrovato. Comunque ne ho uno nuovo nuovo, con sopra un gatto, che mi hanno regalato tempo fa e aspettava l'occasione per essere inaugurato. Prendiamola così. L'importate è aver concluso positivamente la missione, il resto si rimedia.

La faticosa partenza per il Brasile

La partenza per il Brasile è fissata per venerdì 8 Dicembre, nel tardo pomeriggio. In Brasile è estate e altri volontari sono in missione sulla costa: Rio de Janeiro, Curitiba, Fortaleza. Io ho già preparato il costume e l'immancabile crema solare protezione 50, invece mi invece capita San Paolo, nell'interno, l'unica città che conosco già. È previsto un volo Swiss con scalo a Zurigo. Ci sono due voli che partono quasi allo stesso orario da Firenze: uno per Francoforte e uno per Zurigo. In entrambe le città è prevista la coincidenza per il Brasile. Quando sono andata in missione, lo scorso agosto, ero prenotata sul volo per Francoforte, che ritardò causa maltempo in Germania, facendomi così perdere la coincidenza. Invece, i passeggeri imbarcati sul volo per Zurigo arrivarono in Brasile un giorno prima di me. Stavolta sono prenotata sul volo per Zurigo. Indovinate quale parte? Ovviamente quello per Francoforte! Il volo Swiss non ci prova nemmeno, poiché il pilota decide di atterrare a Milano (né a Pisa né a Bologna) causa condizioni meteo a suo avviso non favorevoli. Ce lo comunicano dopo che abbiamo già fatto tutti i controlli di sicurezza e siamo all'imbarco, perché inizialmente il volo risultava solo in ritardo. Invece è l'unico su quella fascia oraria a non atterrare. Tra l'altro, su quel volo c'è il nostro volontario Andrea, che sta rientrando. Arriverà a Firenze nella notte, dopo 4 ore di pullman, mentre fra Zurigo e Milano ci sono 217 Km. in linea d'aria, che si percorrono in aereo in 18 minuti. Ma quella più in difficoltà sono io, che devo partire per il Brasile.
L'assistente aeroportuale ci censisce per prenotare l'albergo. Le dico che non ne ho bisogno, posso tornare a dormire a casa, ma devo essere assolutamente riprenotata sul primo volo utile. Invece tutti gli altri passeggeri si dirigono verso il pullman: sono stati alloggiati in un unico albergo in periferia. Avverto mio fratello che torni indietro a riprendermi. Nel frattempo sono stata riprotetta la mattina successiva sul primo volo delle 6,20, via Parigi. Dato che Patrizia, la "Hapa", questa settimana è anche lei in missione, preferisco non disturbarla. Chiamo quindi Massimo, il nostro Presidente, per chiedergli se va bene. C'è un problema: su Heathrow e su Charles de Gaulle, per evitare che creino problemi al frigo, ancorché senza le cellule, ai controlli di sicurezza, è necessario mostrare un'autorizzazione, che alle 20 di un venerdì sera festivo è impossibile ottenere per le 7 del sabato mattina successivo. Cerco quindi il caposcalo per ottenere un'altra riprotezione. La signora Cristiana si dà molto da fare, prova tutte le combinazioni, ma nessun'altra mi permette di arrivare a San Paolo il giorno successivo. Il ponte festivo non aiuta, molti voli sono al completo. Convengo quindi con Massimo di rimanere sulla prima scelta. Mi farà una dichiarazione aggiuntiva e comunque metto in conto che potrebbero farmi buttare via i siberini anche stavolta. Mentre torno a casa mi arriva il messaggio di Massimo che, causa maltempo, gli ultimi voli della sera sono stati cancellati, per cui non è sicuro che il mio parta la mattina dopo. "Preparati ad un viaggio avventuroso", mi scrive. Non sognavo altro. Il pilota Swiss ha tutte le mie maledizioni.
La mattina successiva alle 5 sono nuovamente in aeroporto. Non mi sorprendo nell'apprendere che il mio volo è stato cancellato. Mi ripresento al desk per la seconda riprotezione consecutiva. Non ci sono però voli che mi consentano di arrivare lo stesso giorno. Il primo volo utile parte a metà mattinata via Francoforte, dove dovrò aspettare quasi 7 ore la coincidenza per San Paolo. A questo punto arriverò la mattina successiva. Prima di accettare sento Massimo se gli viene in mentre qualche altro itinerario. Svegliare il Capo alle 6 di sabato mattina di ponte non ha prezzo... Ma non ci sono alternative e mi sto giocando le ultime possibilità di partenza. Torno al desk Lufthansa per fare il biglietto. Sono in lista di attesa, ma la signorina chiama la responsabile e fa sbloccare la prenotazione, dicendole che devo partire per forza. Casomai rimarrà a terra qualcuno dello staff. Comunico i nuovi voli alla sala operativa. Mi chiama Patrizia, evidenziandomi che sul primo volo risulto in lista d'attesa. Tranquilla, è tutto a posto, ho la carta d'imbarco già col posto assegnato, grazie al sacrificio di un membro dello staff. Devo aspettare circa 3 ore il mio volo. In questo lasso di tempo incontro cinque dei nostri volontari, in partenza per gli Stati Uniti. Sono sorpresi di trovarmi lì. "Ma non dovevi partire ieri sera?". Con tre di loro viaggerò fino a Francoforte. Finalmente si avvicina l'ora della partenza. Sia ai controlli che al bar ci sono alcune persone che erano in servizio anche la sera prima, che mi riconoscono. "Scusi signora, ma lei non era partita ieri sera?". "Ero prenotata sul volo Swiss:" "Ah, l'unico che non è atterrato". Appunto, proprio quello. Arrivo a Francoforte. Grazie alla chat, Alessandro, uno dei nostri volontari, che sta rientrando, sa su quale volo sono. È un carissimo collega del Comune, ora in pensione, fa molti più viaggi di me e ha la tessera "Frequent Flyer" di livello superiore. Pertanto ha accesso alla lounge Lufthansa e può portare un ospite. Io alla fine sono stata riprotetta sulla TAM, ma mi fanno cortesemente entrare lo stesso. In effetti aspettare 7 ore così, col buffet, lo wifi, le poltrone comode, i lettini e, volendo, anche la doccia, è tutta un'altra vita. Inizia a nevicare. Spero che non si ripresenti il maltempo a Francoforte come successe in Agosto, ma per fortuna dopo un po' smette. Dopo che Ale se n'è andato per prendere il suo aereo utilizzo i lettini per fare stretching, anziché per dormire. Devo ancora affrontare il lungo viaggio intercontinentale e la mia problematica schiena è già in crisi. In realtà è dalla sera prima che la sto affaticando.
San Paolo
La TAM fa delle pubblicità fantastiche, però sulla qualità e quantità del vitto si potrebbe discutere. Comunque il lungo viaggio procede bene. Arrivo a San Paolo nella primissima mattinata di domenica e prendo un taxi per raggiungere l'albergo, che ho avvisato dei vari contrattempi. La prima domanda che mi fanno alla reception è "Signora, ma cos'è successo ai suoi voli?" Appunto... Ho tre notti pagate, ma in realtà ne usufruirò di una soltanto. Per questo motivo mi omaggiano di due colazioni. Considerato quanto mangio, forse non hanno fatto un buon affare! Lascio alla reception i siberini da mettere nel congelatore. La ragazza fa storie, sostiene che posso metterli nel frigo bar, le spiego a cosa servono. Alla fine, autorizzata dal responsabile, dopo essersi sincerata che contengano solo acqua, accetta. Memore dell'ultima volta in Brasile, quando non me li congelarono, mi raccomando più volte che vengano messi in frizer. Comunque riscontro per la seconda volta che qui non conoscono questo articolo. Chissà come fanno a refrigerare i cibi per i picnic.
Vado finalmente a fare colazione. Nella sala c'è un lavandino attrezzato a disposizione dei clienti. Che idea intelligente, penso. Così chi esce direttamente dopo aver fatto colazione si può lavare le mani senza risalire in stanza. Può tornare comodo anche se uno si macchia. Mi avvicino e vedo un cartello in cui si invita a lavarsi le mani accuratamente prima di fare colazione, per ridurre il rischio di contagio da dengue. Ah, ecco. In giornata vado a visitare un parco in cui è stata preservata la foresta atlantica, dove trovo cartelli che invitano ad utilizzare il repellente per le zanzare, al fine di ridurre le possibilità di trasmissione del virus della zika. Io sono molto appetibile per le zanzare e, essendo inverno in Italia, non ho pensato a portarmi niente. Ovviamente non esiste il vaccino per nessuna delle due malattie, altrimenti avrei provveduto. Il clima è caldo umido, soffocante. Era migliore quello di agosto, quando qui era inverno, ma sembrava la nostra primavera. Sempre a proposito di visite della città, vorrei andare al mercato comunale, che è indicato su tutte le guide turistiche. Mi piacciono i mercati, li trovo molto caratteristici; cerco di visitarli in ogni città in cui vado. Però l'albergo mi sconsiglia, dicendomi che quella zona non è sicura. Mi consiglia invece un altro mercato tipico, che si tiene solo la domenica. Ringrazio e vado lì. Si tratta di un mercato cinese, che si svolge nel quartiere orientale. Tipico di San Paolo? Mah!
Il prelievo delle cellule staminali
Il lunedì mattina chiamo l'ospedale per la conferma dell'appuntamento nel pomeriggio. Non parlano inglese, per cui mi faccio aiutare dall'albergo. Il ritiro è fissato per le 16, però comunicano che le cellule staminali non saranno pronte prima delle 16,30. Conoscendo lo scarso rispetto dei tempi dei brasiliani, decido comunque di presentarmi in ospedale per le 16. Inoltre, per non perdere altro tempo e non trovarmi in difficoltà con la lingua, chiedo all'albergo che concordino con l'autista che mi deve aspettare tutto il tempo necessario per poi condurmi all'aeroporto. Pagherò l'attesa, non ci sono problemi. Sarà la scelta che salverà il buon esito della missione. Il tassista è un ragazzo giovane. I brasiliani sono gentilissimi e simpaticissimi, ma le indicazioni per il prelievo sono molto scarne. C'è l'indirizzo dell'ospedale e il nome del laboratorio. È come quando ti dicono, qui a Firenze, di recarsi per le analisi alla Piastra dell'Ospedale di Careggi, che occupa un'intera collina. Se non sai dov'è perdi un sacco di tempo. Anche a San Paolo l'ospedale è una cittadella e non è per niente facile trovare un singolo laboratorio. Inoltre c'è la barriera della lingua e sta piovendo. Il tassista non trova un posto in cui fermarsi per aspettarmi. Dobbiamo parcheggiare la macchina nel garage sotterraneo dell'ospedale. Il ragazzo ha capito la mia difficoltà e, di sua iniziativa, dopo avermi chiesto quale organo dobbiamo prelevare, mi accompagna a cercare il laboratorio. Chiede anch'egli più volte, mostrando il frigorifero. Dopo svariati tentativi a vuoto troviamo l'edificio "Laboratorios", dove si entra soltanto registrandosi con un documento. Oltre al passaporto, mi chiedono anche la carta d'identità. Alla reception rilasciano un pass e un adesivo da apporre sui vestiti che autorizza il passaggio solo in alcune zone. Ci inoltriamo quindi in un labirinto di ascensori e corridoi. Il tassista chiede indicazioni su come arrivare alla stanza dove si ritira il midollo. Se non ci fosse lui mi sarei trovata sicuramente in grande difficoltà. Al laboratorio, finalmente, c'è un tecnico che parla inglese. Ma non è pronta la documentazione cartacea necessaria per effettuare il ritiro. Chiedo che me la procurino, mi rispondono che l'hanno già trasmessa all'ospedale destinatario. D'accordo, ma gli originali devo portarli io insieme alle cellule, e inoltre mi servono per controllare i dati, per cui alla fine me la consegnano. Nel fare i controlli incrociati con la mia documentazione emerge un errore. Chiamo Massimo per avere l'OK a procedere. Il telefono lì non prende, devo allontanarmi dal laboratorio. Perdo altro tempo. Il prelievo consiste in una sacca e alcune provette. La stampante, però, ha tagliato gli ultimi numeri, per cui tutte le etichette devono essere ristampate: probabilmente era stato posizionato male il foglio. Infine il tecnico va a cercare il medico per raccogliere le firme sui documenti definitivi. Passa altro tempo. Quando rientra, portando anche un ulteriore fascio di documenti da consegnare all'ospedale spagnolo, sono le cinque passate. Ho l'imbarco alle 19,45 e l'aeroporto è molto lontano. Un'infermiera ci accompagna all'uscita. Al momento di riconsegnare il pass, però, il sorvegliante, poiché devo uscire col midollo, chiede un'attestazione aggiuntiva. L'infermiera torna con calma al laboratorio, due piani sopra, per farsela rilasciare. Il tempo continua a scorrere. Arriviamo al garage. L'infermiera intende pretenderebbe di parlare con un responsabile, perché non dovremmo pagare il parcheggio, trattandosi di un prelievo di midollo. Ho il mio bel daffare per convincerla che non importa, pago il parcheggio, ma ho bisogno di andare in aeroporto prima possibile. Il concetto di tempo dei brasiliani è assai curioso.
È una brutta giornata, piovosa, e c'è molto traffico. È l'ora di punta del lunedì. Ad un certo punto ci blocchiamo completamente in un ingorgo terribile. Secondo il navigatore siamo ancora a più di un'ora di distanza dall'aeroporto. Chiamo Massimo un'altra volta, ma purtroppo non ci sono alternative: l'auto è il mezzo più veloce per raggiungere l'aeroporto. Se perdo il volo è veramente un grosso problema, perché è l'ultimo della giornata. Inoltre si tratta già di per sé di un viaggio lungo: da San Paolo a Zurigo, da Zurigo a Madrid e da lì in treno fino alla destinazione di consegna, che è prevista 24 ore dopo il ritiro. Anche ipotizzando che ci sia un altro aereo subito la mattina, cosa di cui non sono affatto sicura, allungare i tempi di 12 ore potrebbe compromettere l'esito della missione e mettere a repentaglio la vita della paziente. Vedo davanti ai miei occhi materializzarsi un disastro, ma sono impotente, bloccata in mezzo ad un ingorgo infernale, sotto la pioggia battente. Mi arrovello per cercare una soluzione che non c'è. Chiedo al tassista se la polizia potrebbe darci una mano, ma scuote la testa. Finalmente, piano piano, il traffico riprende a scorrere. Chiedo all'autista se può andare più veloce, anche infrangendo i limiti di velocità, pagheremo qualunque multa, ma è vitale che io prenda quell'aereo. Mi risponde che arriveremo in tempo, ma io non ne sono così sicura.
La cosa positiva è che viaggio con Swiss. Non è la mia preferita, perché fanno quasi sempre storie per il bagaglio aggiuntivo e il vitto non è dei migliori però, da bravi svizzeri efficienti, effettuano il check-in automatico e ti mandano il messaggio per scaricare la carta d'imbarco mobile. Io prediligo quella cartacea, in quanto lo smartphone può non funzionare e comunque deve essere connesso. Però stavolta ben venga la carta d'imbarco mobile, che ho già ricevuto sul telefono. La mia scheda SIM personale è abilitata per tutto il mondo, perché lo WIFI degli aeroporti non è così affidabile. Mi è andata bene, ho il posto corridoio. Finalmente arriviamo all'aeroporto. Sono le 19,30 passate. Dall'ospedale ci abbiamo impiegato due ore e mezzo. Di ansia pura. Ho pochissimo tempo, ma cerco di pensare positivo, anche perché non posso fare diversamente. Sulla base della mia esperienza, in quell'aeroporto poche persone parlano inglese, ma i controlli vengono fatti solo documentali, senza aprire il frigo. Non avrei il tempo materiale per farlo e, oltretutto, la temperatura si è stabilizzata intorno ai 5 gradi, per cui l'ideale sarebbe lasciarlo così, anche considerando le lunghe ore di volo che ho davanti.
In questi due anni mi sono resa conto che ho un'apparenza affidabile. Sono una signora occidentale di mezza età, di "taglia comoda" e ho ereditato dal babbo i colori chiari, tanto che mi prendono quasi sempre per tedesca. Parlo, più o meno bene, tre lingue e comunque, in qualche modo, riesco a farmi capire. Per questi motivi finora non ho mai avuto grossi problemi ai controlli di sicurezza. Mio fratello, essendo un uomo, più scuro e con la barba, avrebbe sicuramente maggiori difficoltà. Posso solo incrociare le dita e sperare che la fortuna mi assista, stavolta più del solito. Primo passaggio: i controlli di sicurezza. Riesco a far capire che ho poco tempo prima del volo. La poliziotta, come speravo, controlla solo la documentazione di accompagnamento, il mio passaporto e mi fa passare oltre. Secondo passaggio: il controllo dei passaporti. Prendo la fila riservata ai disabili, famiglie con bambini, ecc.. Spiego alla poliziotta che trasporto il midollo e sono in ritardo. Lei mi risponde con un sorriso: "È anche molto stanca" e mi prepara subito la documentazione di uscita. Non oso pensare a cosa sembri la mia faccia in quel momento. Arrivo trafelata al gate, stanno già imbarcando. Massimo mi chiede di dargli notizie. Gli rispondo che ce l'ho fatta, sono in fila all'imbarco. "Grande!!", mi risponde. In realtà è stata la combinazione fortunata di più fattori: l'aiuto fondamentale del tassista in ospedale, la tecnologia per le carte d'imbarco, la velocità di entrambi i controlli ed il gate non troppo distante, malgrado la grandezza dell'aeroporto. Come i pezzi di un puzzle che si sono combinati perfettamente fra loro. La mancanza di uno solo di essi avrebbe causato la perdita del volo. Inoltre, sull'aereo trovo un ricercatore ceco che, partendo dallo stesso ospedale, ha impiegato tre ore a raggiungere l'aeroporto. Io "solo" due ore e mezzo, anche se mi sono sembrate lunghissime. L'ultimo pezzo del puzzle. Sullo stesso aereo c'è anche una ricercatrice pisana, che mi chiede se proseguo con lei fino a Firenze. No, rientro a casa venerdì, ora vado in Spagna. Scopro che il Brasile è all'avanguardia in molti campi della ricerca scientifica, tanto da attirare giovani studiosi europei.
Il lungo viaggio verso la consegna
La temperatura del frigo si è stabilizzata e il viaggio di ritorno intercontinentale procede senza intoppi. Metto la sveglia per controllare il frigo almeno ogni due ore. Lo scalo è previsto a Zurigo e non ho moltissimo tempo prima della coincidenza. Appena scendiamo dall'aereo ci sono subito due poliziotti che chiedono di vedere il passaporto di ognuno di noi. Arriviamo quindi ai controlli di sicurezza. Tiro fuori la documentazione in inglese che attesta che il frigo non può passare ai raggi X e la mostro alla poliziotta insieme al mio passaporto. Il passaporto non lo guarda nemmeno, dà appena un'occhiata alla documentazione. Bene, penso io, così mi sbrigo. Invece mi chiede "Is it possible to have a look inside?". "È possibile dare un'occhiata al contenuto?" Dal tono capisco che non ha mai visto qualcosa di simile. Probabilmente la sua è soprattutto curiosità. Sono molto precisa coi tempi e non sono per niente contenta di aprire il frigorifero, perché la temperatura ora è perfetta e stabile, ma aprendolo inevitabilmente si alzerà, e io non ho più siberini aggiuntivi. Devo ancora affrontare un viaggio in aereo e un lungo viaggio in treno prima di consegnare. Probabilmente se dicessi alla poliziotta che rischio di perdere l'aereo lascerebbe perdere, però potrei anche causare una reazione di sospetto. Quindi acconsento senza esitazioni. Alla mia risposta affermativa chiama un collega per mostrare anche a lui il contenuto del frigo. È il diversivo di una monotona giornata di lavoro. Apro il più velocemente possibile e mostro sia le provette che la sacca. Ora che ho soddisfatto la loro curiosità posso andare al controllo passaporti e poi di corsa all'imbarco. Mancano meno di cinque minuti, non ho il tempo di fermarmi in bagno per reimpacchettare alla perfezione il contenuto del frigo. Dovrò aspettare dopo il decollo. Comunque ho cercato di aprirlo il meno possibile e tutto sommato la temperatura regge. Al gate, come mi aspettavo, l'hostess da terra cerca di farmi imbarcare il bagaglio a mano. Ma le dico che ho il frigo con il midollo e tiro dritto. Chiede conferma al suo collega, che parla genericamente di "medicamentos" ed acconsente. Meno male, non ho proprio voglia di discutere.
Dato che il check in è stato automatico, il posto assegnatomi è sull'uscita di sicurezza, il che non mi consente di tenere vicino il frigo. Chiedo alla hostess la cortesia di cambiarmelo, perché dopo tante ore e con un impacchettamento da perfezionare non voglio mai perderlo di vista. Mi risponde che l'aereo è completo, non è possibile cambiare posto e mi chiede se il frigo ha superato tutti i controlli di sicurezza. Come se non ne avessi superati due, in continenti diversi! Insisto e il posto viene fuori, nelle prime file. Appena possibile vado in bagno e risistemo il contenuto del frigo, per affrontare la seconda parte del lungo viaggio. Fortunatamente la temperatura si stabilizza nuovamente, anche se, ovviamente, su un valore leggermente più alto di quello precedente. Comunque rimane abbondantemente nel range.
Arrivo a Madrid. Lì passo il terzo controllo di sicurezza, quello della stazione. Salgo sul treno. Prima dell'arrivo nella città di consegna metto in ordine la documentazione da far firmare all'ospedale e quella di accompagnamento da lasciargli. Come già ho rilevato nella mia prima trasferta in Sudamerica, i brasiliani consegnano un sacco di fogli, invece dei due canonici, per l'ospedale ricevente. Li passo in rassegna e mi accorgo che c'è qualcosa di strano. Mai fidarsi dei brasiliani! C'è infatti una scheda anagrafica denominata "paciente", con un numero di codice che non è né quello del paziente né quello del donatore. I dati ivi contenuti non coincidono con quelli del paziente, per cui inizialmente penso ad una stampa finita per sbaglio in mezzo ai tanti fogli. Magari per la fretta, dato che ho richiesto io l'originale della documentazione, che non era pronta al momento del prelievo. Però voglio controllare meglio. E rilevo che i dati biometrici coincidono con quelli del donatore! Inizio a capire. Probabilmente il programma dell'ospedale non ha un'anagrafica "donatore", per cui inizialmente hanno caricato tutti i dati su una scheda paziente. Poi hanno estrapolato quelli occorrenti per il trapianto e li hanno riportati sulle schede in cui è indicato il codice anonimo del donatore. Il problema è che la scheda anagrafica iniziale, che a mio avviso non deve entrare in possesso dell'ospedale ricevente, contiene dei dati aggiuntivi. Sono dati superflui ai fini della donazione ma che, incrociati con altri presenti nelle schede trapianto da consegnare, delineano l'identikit del donatore e potrebbero anche, se aggregati tutti insieme, ricondurre alla sua identità. Un dato specifico, in particolare, costituisce l'anello di congiunzione fra due mondi che dovrebbero restare assolutamente separati. Non si tratta di un collegamento immediato ma, come ci sono arrivata io, ragionandoci potrebbero arrivarci anche altri. Chi ha un po' di nozioni sia di statistica che di normativa sulla privacy sa che un dato, ancorché anonimo, qualora individui una caratteristica molto particolare su un campione ristretto, comunque porta ad individuare una persona specifica. Ad esempio l'unica ad aver contratto una certa malattia in un piccolo paese, oppure con delle iniziali di nome e cognome non particolarmente diffuse e così via. Per cui non può più considerarsi un dato anonimo, bensì identificativo, e quindi assoggettato a tutela. Ovviamente la popolazione di San Paolo non si può considerare un campione ristretto, ma il concetto è quello. Fra i compiti del trasportatore rientra anche la tutela assoluta dell'identità del donatore, che comunque non deve conoscere, e, in caso di trasporti interni, anche del paziente nei confronti dell'ospedale di prelievo. Proprio per recidere a monte ogni possibilità di contatto fra paziente e donatore. Per questo motivo chiamo Massimo, per l'ennesima volta nel corso di questa lunga missione, e gli spiego il problema. Massimo conviene con me che è meglio cautelarsi, per cui il dato potenzialmente identificativo del donatore, ma comunque del tutto superfluo ai fini del trapianto, non verrà comunicato all'ospedale spagnolo. Se poi glielo hanno già mandato con la documentazione che sostengono di aver già anticipato è un problema dell'ospedale brasiliano. Noi abbiamo fatto correttamente il nostro lavoro.
Infine arrivo nella località dove verrà effettuato il trapianto. Mi aspetta un ultimo tragitto in metro e, finalmente, la consegna. Ragionando in ora locale, sono passate 24 ore da quando ho ritirato. È la prima missione in cui trascorro tanto tempo con le cellule. Però, malgrado tutto, è andata bene anche stavolta.

Il rientro a casa
Trascorro un giorno nella località di consegna ed il giorno successivo riparto per Madrid, da dove ho l'aereo per tornare a casa. A Madrid, però, rimango un giorno in più rispetto al previsto, a causa dello sciopero dei lavoratori del settore aereo. Rientro quindi il sabato, anziché il venerdì. Quel sabato siamo in quattro volontari a rientrare da lì, di cui due slittati di un giorno a causa dello sciopero. C'è il decano, con oltre dieci anni di missioni all'attivo, e un nuovo volontario, alla sua prima missione da solo. Io sono quella fuori casa da più tempo, ormai al nono giorno, e non vedo l'ora di tornare a casa, dalla mia famiglia e dai miei gatti. Oltretutto, il giorno dopo è il mio compleanno.

Negli aeroporti spagnoli, ai controlli di sicurezza, il frigo, quando non contiene le cellule e quindi passa sotto i raggi X, riscuote sempre un grande successo; in particolare la sonda, che probabilmente ricorda un innesto. Infatti, tutte le volte lo fermano sul nastro, ci domandano cosa c'è dentro e ci viene richiesto di aprirlo. In questo caso, poi, i poliziotti mi chiedono proprio a cosa serve. Spiego quindi che siamo volontari trasportatori di midollo osseo e cellule staminali in rientro dalle nostre missioni, che i siberini sono congelati e la sonda serve a monitorare le temperature. I poliziotti rimangono molto colpiti dalla nostra attività, ma per sicurezza effettuano comunque il test antiesplosivo sul mio frigo e su quello del volontario che mi segue subito dopo. Non si sa mai...
Finalmente salgo sull'ultimo volo di questa lunga missione. Appena prima di spegnere il telefono, ricevo un messaggio di mio fratello. È in corso un forte temporale su Firenze, speriamo che l'aereo riesca ad atterrare. È tutta la settimana che è in atto l'emergenza meteo. Speriamo bene, ci manca solo un dirottamento per finire in bellezza. Appena passato Bologna il comandante inizia un articolato discorso sul maltempo. Vai, ci siamo anche stavolta! Il viaggio infinito. Inizio a pensare che, se atterriamo a Bologna, a questo punto potrei farmi ospitare da mia cugina e poi rientrare senza ulteriore stress. Dato che il mio babbo era emiliano gioco in casa. Invece, fortunatamente, il comandante conclude che, essendosi calmato il vento, stavolta riusciamo ad atterrare a Peretola. Miracolo!
Il lunedì rientro in ufficio dopo dieci giorni di assenza, fra ferie e festività. Le mie colleghe mi chiedono com'è andata ed anche il racconto della missione. Eccolo qua.
Dedicato ad Elisa ed alla sua famiglia
Ultimamente ho preso l'abitudine di dedicare i miei racconti ad una persona per me speciale. Quello precedente era dedicato ad Ari, la ragazzina cui ho portato il midollo a Buenos Aires. Questo invece lo dedico a Elisa, una bambina di 3 anni affetta da una forma rara di leucemia, che necessita di un trapianto di midollo osseo. È coetanea della paziente della missione interna in Spagna raccontata nel primo paragrafo.
Nei mesi scorsi la famiglia di Elisa ha attivato una campagna informativa, anche sui social media, volta a sensibilizzare i giovani sull'importanza di diventare donatori di midollo osseo e cellule staminali. È stata creata anche un'apposita pagina Facebook, "Salviamo Elisa", di cui una nostra volontaria, Chiara, ha quotidianamente condiviso i post. Da questa campagna, che ha coinvolto centinaia di persone, sono scaturiti nuovi potenziali donatori, ma anche un livello d'informazione e consapevolezza mai visto prima in Italia su questa materia. In Germania, ad esempio, per ogni nostro potenziale donatore ce ne sono cento. E la compatibilità fra donatore e paziente è bassissima, uno a centomila. Una città come Ancona, vecchi e bambini e compresi, per dare una misura. È per questo motivo che noi viaggiamo per il mondo a ritirare il midollo di un donatore che spesso costituisce l'unica chance di sopravvivenza per un malato.
Inoltre, la nostra associazione, il NOPC, svolge anche attività di sensibilizzazione e prima informazione sulle modalità di donazione, attraverso diversi canali. Anche i miei racconti spero possano contribuire in tal senso. Fino a pochi mesi fa, quando ne parlavo, (ossia ogni volta che si presenta l'occasione), queste tematiche risultavano del tutto nuove e strane. Ora, invece, le persone sono molto più informate, sanno di cosa sto parlando, mi dicono subito "Sì, sì, come nel caso di Elisa", pongono domande di approfondimento. Ho toccato con mano che Elisa, con la sua famiglia, coinvolgendo centinaia di persone, è come se avesse aperto una diga di solidarietà. E fra i nuovi donatori, attuali e futuri, ce ne sarà sicuramente qualcuno che sarà chiamato, un giorno, a salvare una vita, anche se ancora non lo sa. A mio avviso è un risultato enorme.
Al momento Elisa ha appena terminato tutto il percorso previsto dal suo protocollo di cura. Adesso dovrebbe procedere con la preparazione al trapianto, con un donatore parzialmente compatibile. Malgrado tutti gli sforzi, non ne è stato trovato uno compatibile al 100%, il famoso "fratello genetico", l'uno a centomila. La situazione è delicata, al vaglio dei medici, che nei prossimi giorni decideranno insieme alla famiglia com'è meglio procedere.
Credo che Elisa ci abbia dato più di quanto abbia ricevuto. Il mio augurio, dal profondo del cuore, è che per Elisa e la sua famiglia il 2018 sia l'anno della luce e della svolta. Forza piccola! E grazie per il tuo aiuto.



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