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lavoro pubblicato sabato 6 gennaio 2018
ultima lettura lunedì 11 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Mattatoio n° 24 (parte 1)

di RobertaBasile. Letto 368 volte. Dallo scaffale Generico

-Pensavo che, sai… succedesse qualcosa. Guardava fuori dalla finestra. Continuava a nevicare. -Ci sei? -Sì, sì, ho sentito. S...

-Pensavo che, sai… succedesse qualcosa.

Guardava fuori dalla finestra. Continuava a nevicare.

-Ci sei?

-Sì, sì, ho sentito. Stavo pensando. Non so, magari hai frainteso.

-Ne ero certo. Ne sono certo.

-Fraintendi sempre, d’altronde…

-Cosa vorresti dire?

-Nulla, nulla.

Guardò ancora fuori: tutto bianco, candido. Le macchine passavano con un suono minimo, giusto per avvertire della loro presenza. Quella purezza riusciva a rendere sopportabile il freddo.

-Quindi dovrei lasciar stare? Lasciarla andare?

-Se n’è già andata da sola, Cris, cosa vorresti lasciar andare?

Si alzò, l’amico indispettito seduto come se la sedia scottasse, e andò verso l’uscita. Prese cappotto e sciarpa e si preparò al contrasto tra il tepore familiare del bar e il gelo esterno. Sarebbe stata una bella lotta arrivare a casa avendo ancora la sensibilità nei piedi.

Per strada incrociò più gente di quanta pensasse: l’imminente Natale riusciva veramente a smuovere le masse. C’era persino un tizio con un cappellino a tema vicino al negozio di scarpe che cercava di distribuire volantini. Ne prese uno, per compassione. Poi lo buttò a terra appena svoltato l’angolo, ma almeno vide per un attimo il sollievo e la soddisfazione nel viso di quell’uomo, al freddo da chissà quanto, senza un’anima che gli prestasse un minimo di attenzione. Aveva appena imboccato la sua via, quando notò una ragazza con un cappotto rosso dall’altro lato della strada. Sciarpa e pantaloni neri, capelli scuri e guanti. E una valigia. Teneva ben stretto in mano il cellulare, che continuava a consultare. Forse stava cercando una casa. Non c’era nessuno sulla via, quindi non poté fare altro che fissarla mentre cercava disperatamente quell’indirizzo. A un tratto si girò, lo vide. Lui puntò di scatto gli occhi sul marciapiede davanti a sé, ma lei lo aveva visto. Iniziò a sbracciarsi, ma era troppo imbarazzato per girarsi. Quando però si mise a chiamarlo dovette voltarsi per forza.

-Ehy! Ehy, tu! Scusa!

Aveva guance e naso in fiamme per il freddo: probabilmente vagava con un’introvabile meta da un po’.

-Sai dov’è il numero 24 di via Callegari?

-Sei la ragazza nuova?- le urlò lui emettendo vapore. Gli sembrava di essere un treno.

-Sì, sono Debora.

-Allora vieni, sei sul lato sbagliato.

Lo raggiunse di corsa: la valigia si rovesciò in mezzo alla strada e lui andò ad aiutarla.

-Non ho mai visto una valigia così grande.

-E’ comoda, sai?

-Noto- rise. -Zeno.

-Cosa?

-Io. Mi chiamo Zeno.

-Ah! Scusa.

Si strinsero una mano, mentre una macchina passava loro accanto trasmettendo le urla del conducente. Erano in mezzo alle due corsie. Andarono sul marciapiede e poi verso il numero 24, circa a metà della via. Era una bella strada, larga e fiancheggiata da bifamiliari o singole, tutte con giardino: la loro aveva una facciata marroncina in mattoni, con il tetto a spioventi più scuro, ed era l’unica senza un vero a proprio cortile ma solo una sorta di piccolo spiazzo aperto dove si trovava il corto sentiero che conduceva all’entrata. La porta era ciliegio scuro: Zeno tirò fuori il mazzo di chiavi dalla tasca e la aprì. Appena entrati, ci si trovava sulla destra di un muro che divideva dalle imponenti scale che conducevano alle camere e sulla sinistra di un appendiabiti stracolmo di giubbotti. La stanza, poi, si apriva e rivelava un vastissimo spazio che fungeva sia da sala da pranzo che da soggiorno, munito sia di divano e pouf che di un bel camino. A destra (appena entrati non si vedeva per colpa di una rientranza del muro) si trovava la porta della cucina.

-Wow- fu l’unica cosa che riuscì a dire la ragazza. -Non mi aspettavo una casa così…

-Grande? Siamo in tanti, ci vuole spazio.

Zeno si chinò sullo stretto tavolino in entrata e scrisse qualcosa su un taccuino. -Questo lo usiamo per sapere cosa succederà durante la giornata. Spostamenti, gite, gente che arriva, gente che va. Siamo sempre in movimento.

Eppure quella casa sembrava molto tranquilla. Così tranquilla che pareva impossibile fosse abitata solo da ragazzi dai trenta in giù. Debora si osservò intorno, affascinata dalle imponenti finestre e dalle lunghe tende del salotto, e solo quando Zeno le prese il cappotto si rese conto di avere ancora addosso sciarpa e guanti.

-Sei una bambina, quanti anni hai?- le sorrise incuriosito.

-Diciotto. Bè, quasi diciannove.

-Abbiamo una liceale, allora. Vieni, ti faccio vedere la tua camera.

C’era un meraviglioso silenzio che avvolgeva ogni cosa, persino lo schermo, stranamente nero, di quel tanto chiassoso televisore. Non era pesante, come durante quelle cene tra sconosciuti, era piuttosto confortante, rilassante, così pacifico e unico. Si sentiva persino il rumore delle loro scarpe risalire le scale. Un gioiellino.

-Gli altri sono fuori. Chi a fare la spesa, chi al lavoro, altri a comprare regali e poi c’è Cris che è al bar, ma dettagli.

Erano arrivati sul pianerottolo, quando si aprì il portone. -Quindi tu dici che dovrei pensare a qualcun'altra? È questo che dici? Perché non sei stato molto chiaro.

Debora si appoggiò alla ringhiera e guardò giù, ma Zeno sapeva a chi apparteneva quella voce.

-Cris, sei una sanguisuga. Non lo capisci che alla gente, dopo un po’, non frega più niente dei tuoi problemi?

Con la chiave che aveva preso dal tavolinetto, aprì una porta, la prima a sinistra del pianerottolo e indicò la stanza alla ragazza. Poi si appoggiò alla ringhiera accanto a lei.

-Ah, abbiamo ospiti!- fece Cris alzando lo sguardo, accanto al tavolo della sala da pranzo. -E’ una tua amica?

Il sorriso malizioso sul suo viso fece capire a tutti e due a che genere d’amica alludesse.

-No. È la ragazza nuova.

-Ah, piacere, allora. Cris.

-Debora- sorrise lei.

-Vado fuori, tra poco arriveranno con la spesa.

Aspettarono che uscisse per lanciarsi uno sguardo divertito. -E’ simpatico- fece lei.

-Sicuro. In realtà si chiama Cristoforo, ma guai a chiamarlo così. Io, non te l’ho detto, mi raccomando.

-Tranquillo, sono brava a mantenere i segreti.

Zeno la aiutò a portare la valigia in camera, le disse che l’avrebbe condivisa con Andrea e le spiegò velocemente come funzionavano le cose lì: il pranzo era autonomo, tranne durante i fine settimana che era all’una, la cena alle otto e ognuno aveva, ogni mese, un compito diverso scelto in base a una tabella posta in entrata. Le camere non erano miste, il lato destro del pianerottolo era maschile e quello sinistro femminile, e di bagni ce n’erano solo due (sempre divisi) più uno a cui si accedeva dalla cucina.

-Andrea dorme nel letto si sopra, se non sbaglio- Il portone si aprì di nuovo. -Vieni, sono tornati.

Scendendo le scale videro una palla di neve atterrare sul pavimento del soggiorno e una cipolla rotolare verso il tavolo. Poi tante risate e, quando arrivarono ai piedi della rampa, una ragazza cadde a terra con tanto di borse della spesa.

-Siete dei cretini. Se si sono rotte le uova ve le faccio mangiare crude- rise.

La palla di neve si era sciolta quasi del tutto.

-Ma Sandro?

-Sono qui!

-Ce l’hai tu il mio sacchetto?

-No. L’ho dato a Paola.

-Paola?

-Tò.

Una borsa volò sopra le teste e una mano la arraffò al volo. L’ingorgo si districò solo quando un paio di ragazzi riuscirono ad andare verso Zeno e Debora e tutti poterono togliersi sciarpe e cappotti. Si udì una musica ovattata, poi una camera al piano di sopra si aprì e ne uscì un tipo in mutande, in mano una ciabatta, che cantava in playback sopra la voce di Anastacia. Scese le scale con due salti enormi, tanto che la nuova arrivata lo osservò a bocca aperta, continuò a volteggiare per tutta la stanza prendendo a braccetto qualcuno, anche Debora. Quando la canzone finì, lanciò la ciabatta per aria, fece un inchino e tutti gli applaudirono.

Zeno aspettò che la folla si acquietasse per parlare. -Ci sarebbe qualcuno di nuovo.

Debora fece un lieve cenno con la mano, imbarazzata di avere tutti quegli occhi addosso. -Ciao.

La massa le si riversò addosso

-Che carina! Sei tenerosa!

-Ma quanti anni ha?

-Di dove sei?

-Raga! Lasciatela respirare! È appena arrivata, contenetevi. Prepariamo il pranzo, le chiediamo tutto con calma a tavola.

Della cucina se ne occupavano in due, gli altri erano tutti in salotto a chiacchierare, anche se la porta era lasciata aperta in modo che tutti potessero sentire e partecipare alla discussione. Il divano, i pouf e persino il tappeto (che sembrava di pelo d’orso bianco sintetico) erano tutti occupati, ognuno aveva la sua postazione predefinita. Debora dovette scegliere in fretta quello che sarebbe stato il suo angolo di relax da lì in avanti: visto che non parevano esserci posti liberi, andò in camera sua, prese un gigantesco cuscino e lo appoggiò a un angolo del divano, poi si sedette per terra, appoggiata al morbido schienale.

-Hai capito la novellina? Mica scema, eh- fece un ragazzo biondo e con un sorriso lucente.

-E chi l’ha detto? Forza, raccontaci qualcosa- le disse un’altra dalla pelle color caffelatte, con delle lunghissime treccine.

-Mi chiamo Debora Gigli e sono di un paese qua vicino. Frequento l’ultimo anno dello scientifico e visto che mi piace l’università non volevo spostarmi, anche perché dove si sono trasferiti i miei di università non ce ne sono.

-E cosa vuoi fare?

-Biologia.

-Ah, che figo. Mi piaceva biologia. Sì, ho fatto grafica, ma dettagli.

-Non ci siamo ancora presentati!- esclamò un ragazzo che stava portando in tavola il cesto del pane. -Paola, vieni qui!

Arrivò una bionda dagli occhi sottili che disse a Zeno di occuparsi lui della faccenda dato che era praticamente l’unico a non doversi presentare.

-Allora, ci sono Sandro, quello laggiù pieno di tatuaggi, Angelo, il bello dagli occhi azzurri, poi Paola, Gioele, Jenny, quella con le treccine, Cris, Diego, il deficiente che si è messo a cantare prima e Andrea, la freddolosa. Tirati via quel coso, mi fai venire caldo solo a vederti.

-Ma non puoi farti i cazzi tuoi? Se ho freddo ho freddo.

-Che miss. Senti la delicatezza.

-E quindi quanto resti?

Era stata Paola a parlare. Ci fu un secondo di silenzio in cui tutti si voltarono verso di lei: anche se erano abituati alla sua acidità ogni volta riusciva a stupirli.

-Ma piantala.- le fece Jenny tirandole una gomitata -Non ce l’ha con te, eh, è fatta così.

Debora non ci aveva fatto caso più di tanto, quindi fece spallucce e tornò a osservarsi intorno. Lo sguardo le cadde sui tatuaggi di Sandro, seduto sul pouf accanto a lei: un lago con due ninfee risaliva l’avambraccio fino ad arrivare al gomito, un mix di colori ipnotici, di ombre sempre più accentuate là dove lo specchio d’acqua si increspava creando delle onde circolari intorno a una zampa, la zampa di una tigre del Bengala. La tigre stava abbassando il muso nell’atto di bere mentre osservava un punto lontano con i suoi occhi gialli e, intanto, dalla foresta dietro di lei uno stormo di uccelli spiccava il volo. Lo stormo però non si vedeva tutto, la manica lo copriva in parte. Non le andavano tanto a genio i tatuaggi ma quello aveva qualcosa di magico, stranamente attraente.

-Ti piace?

Era da un po’ che lo fissava e non si era resa conto che si era arrotolato la manica per permetterle di vedere tutto il disegno. Arrossì per l’imbarazzo e Sandro si mise a ridere: -Non ti preoccupare. Se fa questo effetto sono felice del mio lavoro.

-L’hai fatto tu?- chiese sbalordita la ragazza.

-Ho un negozio di tatuaggi. E come si può vedere li testo anche su me stesso.

In effetti ne aveva un bel po'. Oltre a un piercing su un sopracciglio e agli orecchini, dallo scollo della maglia si vedeva la testa di un’aquila, proprio sullo sterno, e sull’altra mano un serpente arrotolato intorno al mignolo.

-Mi piacciono gli animali- sorrise lui. -Se ne vuoi uno chiedi, eh.

-No, per carità. Forse un piercing, ma proprio forse, però i tatuaggi proprio no.

-Sono arte: l’arte non la comprendono tutti.

Debora rimase turbata da quel commento. Era sempre stata una ragazza dalla mente aperta e quell’osservazione non le sembrava adeguata, ma non disse nulla per evitare di scatenare una guerra proprio il primo giorno. E poi c’era tempo e Sandro avrebbe avuto modo di accorgersi quanto si fosse sbagliato.

Improvvisamente si sentì uno scoppio provenire dalla cucina: -Che cazzo era?- esclamò Diego.

Si vide il voltò di Paola illuminarsi. -Le hai tagliate le castagne?

-Io?- chiese Gioele, il ragazzo che si occupava con lei della cucina.

-E chi, secondo te? Merda! Merda, merda, merda!

Paola corse in cucina, afferrò una presina e tirò fuori le castagne dal forno alla velocità della luce. Gioele le andò dietro, conscio del guaio combinato e, proprio mentre stava entrando in cucina, una seconda castagna scoppiò e lo colpì dritto in testa.

-Così impari a non tagliarle- borbottò Paola.

Il povero Gioele, però, si ritrovò con una bella ustione in piena fronte e ci vollero due persone per tenerlo fermo mentre Zeno cercava di medicarlo, in qualche modo.

-Cosa si mette sopra le scottature?- fece Angelo.

-Ce l’ho!- esclamò Andrea e corse in cucina. Tornò con un limone in mano e un coltello nell’altra.

-Ma tu sei fuori di testa!- strillò Gioele.

-Ah già… E’ per il mal di gola questo- fece imbarazzata lei.

-Mia nonna usa l’olio- osservò Sandro.

-Bruuuuuucia!

Jenny portò uno straccio bagnato e lo mise sulla fronte fumante di Gioele. Il poveretto trovò un minimo di sollievo, ma poco dopo tornò ad urlare peggio di prima.

-Minchia, ficcategli un calzino in bocca! L’olio rischia di fare peggio, comunque. Altro?- disse Diego.

-Io ho sempre usato il miele- intervenne Debora. Si trovava un po’ spaesata in mezzo a tutto quel trambusto e non conoscendo ancora bene i suoi coinquilini era anche abbastanza scioccata. Però voleva integrarsi il prima possibile, quindi buttò là la prima cosa che le venne in mente.

-Proviamo, al massimo usiamo una cipolla.

Jenny, che era la più vicina alla cucina, recuperò un vasetto di miele in fondo al frigorifero e un cucchiaino. Angelo, nel frattempo, andò in bagno a recuperare una garza. Debora mise un bel po’ di miele sulla patacca rossa che si ritrovava Gioele e Zeno gli avvolse tutta la testa con la garza, quasi gli avessero tagliato le orecchie. L’infortunato si sentì subito meglio e visto che era ancora vivo si decise di comune accordo di mangiare.

Seduti a tavola, tirarono tutti un sospiro di sollievo. In cucina scoppiò un’altra castagna.



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