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lavoro pubblicato giovedì 4 gennaio 2018
ultima lettura venerdì 19 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

LO GNOMO ED IL SOGNO DELLA FANCIULLA

di DOMENICO DE FERRARO. Letto 432 volte. Dallo scaffale Fiabe

LO GNOMO ED IL SOGNO DELLA FANCIULLA DI DINO FERRARO E l’anno vecchio divenne una giovane fanciulla Filippo era alto come un albero di natale , aveva uno strano mo-do di guardare il mondo da sopra quella sua utopia ove tutti po-tev.....

LO GNOMO ED IL SOGNO DELLA FANCIULLA
DI DINO FERRARO

E l’anno vecchio divenne una giovane fanciulla

Filippo era alto come un albero di natale , aveva uno strano modo di guardare il mondo da sopra quella sua utopia ove tutti potevano volare , andare dove gli pare , immaginava di poter divenire un giorno signore di un pianeta tutto suo, di poter vivere in pace con la sua famiglia , lontano dai suoi simili , gente poco affidabile che non sapeva volare, ma sapevano rubare, imbrogliare . Era proprio uno strano tipo Filippo, un gran sognatore, un uomo dalla forza eccezionale, capace di volare per spazzi immensi , di potersi trasformarsi in ogni cosa ed ascoltare la natura intorno, far sue le superbe essenze, quelle segrete esistenze che sono rinchiuse nella dura scorza di vite raminghe, di tempi andati e la sua volontà superava chi lo aveva creato , superava il cielo in bilico sopra il suo capo e nulla gli impediva di combattere una guerra contro i mostri della ragione sociale.

Non sarò mai un uomo saggio.
Non preoccupare vedrai tutto cambierà.
Lo dici sempre gnomo ,poi siamo sempre allo stesso punto.
Non vorrei avvilirti.
Non rompere.
Domani parto.
Vengo anch’io ?
Ma no .
Ma si.
Dove vorresti arrivare ?
Non so , ho paura di star solo.
Ma via , tu sei uno gnomo, una creatura magica capace di trasformarsi in ciò che vuole.
Non basta, la paura di essere diverso mi rattrista.
Voleremo insieme ?
Dove ?
Sopra i monti innevati.
Da li ammireremo le nazioni intere.
Interrogheremo il volere degli dei ?
Accederemo un fuoco ?
Lo gnomo era un tipaccio arcigno con pochi denti in bocca, capace di divenire ciò che voleva , uno gnomo è come un ragno gioca con la vita degli altri , tesse la sua tela , aspetta che la mosca , la vittima gli cada dentro per essere alfine divorata , per essere mangiata pian, piano .
Un gnomo dal cognome altisonante Cuordileone della vecchia Cappella dal cappello rosso , dal naso uncino, brutto come un vecchio debito .
Lo gnomo si dispera : Avrei voluto essere un gran maestro, capace di insegnare agli uomini e alle bestie la giusta via da percorrere , ma il tempo è tiranno, non dona nulla di buono a chi non ha pazienza ,ci aspetta al varco ed li che io mi trasformo in qualcosa altro ed et veggo il cielo e le sue stelle ed immagino nuovi mondi ove poter vivere , ove poter essere diverso nel senso che scorre e trasforma le belle litanie in pensieri veraci e pieni di senso che gonfi di speme ci regalano aforismi e frasi imperiture.
Il nuovo anno avanza.
Siam diversi da ieri ?
Ci siam già trasformati in altro cosa ?
Oh mio Dio sono un ciuco?
Io un cavallo.
Quante botte.
Quanti guai.
Cosa saremo domani ?
Vorrei capire dove ci conduce codesta globalizzazione.
Io mi rifiuto di credere.
Or bella se tutti la pensassero come te, saremmo carne da macello.
Non aprire bocca, prima metti gli accenti sulle frase tronche ,
poi punta diritto al sodo.
Un aperitivo ?
Non voglio ubriacarmi di primo mattino, ma capire perché siamo qui a combattere una guerra non nostra.
Facciamo parte dell’insieme, siamo parte del nuovo anno.
Non mi par vero , veggo tanti morti , alcuni andare a lavoro in altre nazioni , cercare tra i rifiuti , la dignità di vite passate.
Cercare dentro se stessi , cosa eravamo ,cosa siamo stati , come in un viaggio che non ha mai fine , la nostra esistenza si fa più breve , si fà un gioco pericoloso , si cerca la soluzione ai tanti guai che uno passa e allora si scopa , ho ci si masturba nel cesso della propria casa, divenendo cosi una larva , poi una farfalla che vola libera sui tetti della città.
Stamani ho visto un spazzino volare sopra una scopa, aveva una pistola dentro la tasca e credeva d’essere il padrone della discarica spesso la vita ti mette davanti strani modi di intendere l’immondizia culturale , strani visioni che rendono difficile adempiere il proprio compito e dentro la testa del matto ,c’è il male, c’è il soffrire senza rime , senza logica, l’anima lassa funge da deterrente per quella strana vicenda del dare e l’avere che non promette mai nulla di buono.
Portiamoli con noi ?
Lassù tra le stelle ?
Ci sarà un Guerra .
Sara quello che sarà.
Meglio vivere un giorno da leone che mille da pecora.
Giusto ,sbagliavo nel credere che io e te eravamo artefici di una politica che esula da ogni movimento sociale.
Il cielo si fa scuro, poche nuvole sopra i tanti palazzi sporchi , disordinati palazzi che ammazzano altri palazzi , suscitano follie pazzie invenzioni linguistiche che fanno precipitare ogni essere dentro una spirale che non conosce sosta, che non risparmia nessuno e l’uomo dalle molte vite, dalle molte facce con il suo amico gnomo si ritrovano difronte il mare, difronte a se stessi con mille dubbi , come primitivi esseri che vivono in uno strano limbo . Una terra bella , dolce , dove c’è qualcuno che cammina a testa giù , dove c’è chi prova a saltare il dubbio , chi si brucia dicendo una bugia , chi si spara dentro la testa, una dolce musichetta , una marcetta che ti porta lontano , sopra un isola incantevole ,dentro un amore solingo, sopra l’onda della rivolta . S’odono le grida dei giovani , lo sciamare della folla che esce dalle case, scende per strada ridendo, chi senza calzoni ,chi senza moglie, chi senza capello, chi se la ride ignudo, chi al caldo del suo cappotto di lana. E l’uomo dalle molte vite , non ha più paura e diventato un po’ più alto, mentre lo gnomo magna e s’ubriaca con una bottiglia di grappa al mirtillo.
Vedi nulla e perduto.
Te lo dicevo , abbiamo insegnato ad essere migliori.
Noi poveri spettri della loro coscienza.
Noi illusioni remote.
Noi, le loro paure.
I loro peggiori incubi.
Siam sempre con loro.
Andiamo a festeggiare ?
Speriamo che non ci sparino.
Che dici , noi siamo la loro gioia , la loro meraviglia , la loro bellezza che scioglie l’inganno del vivere , scioglie il dubbio che corrode e ti rende simile ad una bestia.
Giusto che sia , vorrei saper, correre come quella donna.
Rincorrerla.
Gli corro appresso , mi attacco alla sua gonna , volo , mi trasformo in un sentimento mite , una dolce carezza ,una idea felice.
Non farti mettere sotto, non farti trasformare in una zecca o peggio nella parte peggiore che genera follia o illusioni.
Vado nel vento , corro tu m’attendi ?
Vai ,sarò qui al tuo ritorno.
Allora vado.
Addio.
Addio mondo infame ,vado dalla mia bella, io follia , tu gnomo , io forse il miglior amico che ci sia, lungo e gozzo , che crede che il mondo è ancora uno strano posto per vivere.
Il vento porta lo gnomo tra le braccia di una bella fanciulla , alta bionda con un sedere enorme , che ricorda la poppa di una nave transoceanica , un velo di grazia copre la fanciulla , la rende snella, gentile, indifesa nel suo discendere le cose che provo a dividere a capire è non c’è nessuno che t’aiuti a volare via dal male che l’attanaglia e ti rende schiavo di una misera vita. Una donna fragile di nome rosetta, figlia di un calzolaio e di una casalinga sempre in calore che non sapeva parlare in italiano ed era orgogliosa d’essere abruzzese e la bellezza la riteneva cosa futile senza alcun significato , come il vento che porta via le parole dette i discorsi campati in aria , quella tristezza che percuote l’animo e la volontà di essere qualcosa altro. Ma tutto ha un fine. Tutto ha un principio, un punto che congiunge entrambi , un interrogativo esistenziale che smorza la fiamma della conoscenza e ti spinge verso una dura prova , nel fosso d’Euclide ove ognuno ricerca modo di dire , di guardare gli altri come non si è mai fatto prima.
Bella fanciulla , bella Rosina.
Chi mi chiama ?
Son la tua coscienza.
Che brutta cosa.
Sei terrorizzata ?
Troppo seccata.
Hai festeggiato tutta la notte.
Sono rinata.
Sei caduta dentro una vasca di pesci.
Ho ballato fino allo sfinimento. Ho cercato di cambiare me stessa, ho amata e sono stata amata poi lasciata in strada tutta da sola.
Che brutta avventura.
Che disgrazia.
Che lupi famelici.
Che stronza che son stata.
Cosa credevi ?
Di poter essere amata.
Di non essere più quello che sei ?
Mi covano strane idee nelle cervella.
Fatti una tisana.
Ho voglia di lasciarmi andare di navigare lontano da questa follia, erigere tanti muri tra me e la morte , tra me ed il dubbio , di non essere più una fanciulla innocente, una ragazza perbene con le sue prime rughe che compaiono sul liscio viso , trema la mia mano , quando afferro lo scettro.
Non tornare bambina , cresci nella tua insana follia.
Non voglio essere chiamata matta.
Chi ti desidera , ti ricorda con dolci nomi.
Un anno e passato.
Un sogno e volato via.
Un amore non si è fermato a salutarti.
Hai cercato di ammazzarlo?
Ho provato, mai lui era già morto in sere scure, in tempi che la mia memoria ,eludendo lo sguardo e l’inganno altrui dello scrivere che sfocia nella follia di un testo malsano.
Vedi di volare via, d’emigrare per altri lidi ,ove la tua volontà funge da oggetto di desideri reconditi.
Vorrei avere la tua forza , ma soprattutto le tue ali.
Allora vieni con me dove il sole incontra la sera ?
Cosa sarà di me gnomo ? della mia bellezza , di questa misera vita mia che come una pianta e divenuta sterile alfine che non da più frutti , non e più verde e bella all’ombra di tante altre , solitaria avvizzisce , scemando in una ragione, palustre che non adduce all’ingegno che ha generato fiabe o discorsi , tali da essere recitati in pompa magna , alla camera dei deputati o al senato.
Futile idee, futili motivi musicali, chimere spennate e messe a bollire nel calderone dell’invidia, nella sorte avversa ,tu devi ricercare il giusto senso in quella scintilla che anima lo spirito per essere illuminata da una santa ragione, da un sano discendere il bene dal male, il natale dal capodanno.
Non vorrei essere, come ero ieri, sola in mezzo a tanta gente sconosciuta, scimunita, una scimmia che mangia banane, sopra un ramo, che si gratta il capo e mostra la sua vulva al popolo. Misera me che no so cantare, ne per giunta dividere il male dal bene , dall’intelletto poco arrugginito , gemente , sofferente che naufrago in quel mare di sesso , di emozioni bizzarre , beato stringe lo gnomo a se che non è una donna ma il pacco regalo di natale.
Se vorrei essere il regista, lo diventerei .
Bene gira il tuo film , spero poi che tu non abbia a pentirti.
Una donna , sarai la mia coscienza come lo sempre sognata.
Con il male ed il passato che mi trascino dietro.
Non ho paura di essere ciò che tu non sei.
Sarò tuo figlio.
Il mio amante.
Tuo marito.
Sarai mio padre ?
Sarò tua madre.
Ritornerò ad essere bambina?
Correremo liberi tra prati verdi sotto la pioggia , verso l’anno nuovo che verrà.
Verso questo mio divenire , verso l’ essere buono, forse migliore di ieri , dimenticherò ciò che sono stata, dimenticherò la morte che sempre in agguato mi tenta e m’ incanta con le sue meraviglie con quella sua strana voglia di volere far l’amore in strane posizioni a tutti costi. Che m’importa , pensare disgrazie e politiche , filosofie fisiche che mostrano i loro muscoli , alla vergogna di una nazione stremata dalla sua moneta , dalla sua ragione religiosa , generosa e saporita , ferita , ferma al traguardo sarai donna poi madre, infine parte di quella morte sempre rincorsa per l’intera mia esistenza , bizzarra e sfaccima che si fa beffe di me e della mia bellezza. Un nuovo anno , nuovi amori , nuovi dolori , mille giorni che bussano alla mia porta ed io solitaria attendo la fine del mio tempo, la fine di questa storia in compagnia con la mia piccola coscienza , di donna libera , beata nel male e nel bene .



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