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lavoro pubblicato mercoledì 3 gennaio 2018
ultima lettura lunedì 13 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

S'è perso il mio nome

di salci. Letto 224 volte. Dallo scaffale Storia

   S’era perso il mio nome. Tra boschi di castagni e prati di viole.S’era perso senza una vera ragione.Invano cercai di ritrovarlo nel sussurro del vento che affonda tra i crepacci invasi da sterpaglie contorte come serpi. Con.....

S’era perso il mio nome. Tra boschi di castagni e prati di viole.
S’era perso senza una vera ragione.
Invano cercai di ritrovarlo nel sussurro del vento che affonda tra i
crepacci invasi da sterpaglie contorte come serpi. Con gli occhi persi
a fissare il giorno. Vecchio come tutti gli altri.
Sfidando il tempo che si muove per linee parallele ed affoga nella
nebbia dei ricordi.
Eppure non era sempre stato così.
Mia madre mi chiamava per nome !
E pure Anna !
Quando l’arcobaleno, come un sipario, chiudeva il temporale calando
sulla scena.

<< Si fermi tenente ! Per favore si fermi ! >>
Il sergente Mattei continuava a corrermi dietro gridando.
<< Per amor di Dio si fermi ! Non può più far nulla, il bambino è
morto. Adesso rischiamo di morire anche noi ! >>
Da quanto tempo lo tenevo tra le braccia ?
Quanto avevo camminato su quella polvere di sabbia che m’aveva
riempito i polmoni ?
E quante volte avevo maledetto me stesso, Dio e l’intero universo ?
Eravamo stati attaccati di sorpresa, tra i vicoli di quel minuscolo
villaggio. In trappola come topi con spazi di manovra inesistenti.
Costretti ad una difesa improvvisata, fuori dagli schemi ordinari.
Individuato il nemico, sparammo.
Dai blindati partirono raffiche terrificanti.
I muri si sgretolavano sotto i colpi e gli infissi cadevano giù a pezzi.
Urla concitate, di paura e di dolore .
Poi vidi il bambino. Rannicchiato accanto ad una cesta di vimini
all’angolo di una casa. Gli occhi enormi dilatati dal terrore . Gli feci
cenno di non muoversi. Gli urlai nella sua lingua di star fermo lì
dov’era.
Ma il ragazzo, probabilmente per il frastuono assordante, non
comprese e mi corse incontro.
Saltava come una gazzella e come una gazzella all’improvviso cadde,
rotolando sulle gambe.
Sul petto una rosa rossa disegnò dei petali di sangue.
Sentii il dolore penetrarmi la carne. Lancinante come se il proiettile ci
avesse colpito entrambi.
Con una rabbia incontenibile svuotai il caricatore del fucile sparando
all’impazzata, poi lo scagliai contro un muro e iniziai a correre verso il
luogo in cui il corpo del bambino giaceva immobile.
Lo sollevai da terra e saltando fra i rottami, nel tentativo di evitarli,
cercai di uscire dal villaggio. Come se volessi trovare un angolo per
portarlo al riparo da quella follia.
Fissavo i suoi occhi dilatati senza più vita e non riuscivo a trovare
nessuna risposta ai suoi perché.
Avrei voluto dirgli il mio nome !
Raccontargli dei giorni felici passati sui prati sfumati nella linea del
bosco, dove le chiome serrano l’ombra e le primule insinuano l’erba.
Avrei voluto dirgli che il male si nutre continuamente e non riposa
mai. Che ingrassa dell’ingordigia e dell’idiozia degli uomini e tesse
trame di morte quando la luna s’addormenta.
Avrei voluto chiedergli perdono !
Per le foglie ridotte ad opachi cristalli e gli alberi condannati al
silenzio, tra lacrime di gesso che nessuno osa raccogliere.
Ma la voce mi si strozzò in gola.
Serrata da un dolore che non trovava parole capaci di riaccendere la
luce del suo sguardo.
E senza meta, con l’agnello stretto tra le braccia, trascinai i piedi su
dune infuocate, implorando il cielo che mandasse la pioggia a lavare il
sangue dalle mani, mentre il sole, a capo chino, si nascondeva oltre le
montagne.


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