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lavoro pubblicato lunedì 1 gennaio 2018
ultima lettura venerdì 17 agosto 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La bambina e la moneta

di leonardopagliazzi. Letto 1431 volte. Dallo scaffale Amore

Una storia d'amore impossibile. Due bambini diventati adulti attraverso una verità inconfessabile. Un sentimento che finalmente si disvela...

Ho visto rotolare lentamente una moneta, tra un banco e l'altro in chiesa seguita dal suo sguardo di supplica sotto una valanga di riccioli biondi. L'ho vista ancora, davanti alla biglietteria della giostra, quella coi cavalli ed il pavimento di legno, in piazza, con in mano la stessa moneta alzata sopra la testa, trionfante. Bellissima. E' quello l'istante in cui mi sono innamorato di lei.

Era il Natale del 1988. Avevamo cinque anni. E oggi, finalmente, la rivedo. Che giorno è, oggi?
<< Il 22 ottobre del 2011. >> mi risponde.

E lei cosa avrà fatto fino ad oggi prima di apparire davanti a me, bellissima come l'ho lasciata sotto una valanga di riccioli biondi, per tutti questi interminabili anni? Ma non parlo e niente chiedo, troppe sono le possibilità per la mia anima fragile, sottile e stanca. Perchè so dove sono stato io in molti di questi anni.


In carcere.


Vorrei poterla abbracciare ma lei, mi abbraccerebbe? E poi, si è veramente ricordata di me o sta solo fingendo, così, per non dispiacere questo stupido e indiscreto sconosciuto, rimasto in piedi davanti alla porta di casa sua, con ancora il dito sul campanello?
Mi guarda. Poi parla.


<< E tu? Ti ripresenti dopo tutti questi anni. Perchè? >>
<< E' troppo difficile come domanda >> rispondo << non ho ancora trovato il tempo di capire perchè. >>
<< Dodici anni non sono stati sufficienti? >>
<< No. Credo di no. >>


Sta zitta e sfoglia quel vocabolario immaginario che ognuno di noi ha in testa, poi ordina le quattro parole giuste per questo momento, e me ne parla.


<< Se ti va, possiamo provare a trovarlo insieme, il tempo. >> mi risponde.
<< Che vuol dire? >>
<< Niente che non significhi quello che ho detto. Ci vediamo domani, voglio che mi porti a ballare. >>


L'ho salutata e ho aspettato che chiudesse la porta davanti alla mia faccia inebetita. Fisso la porta. E' la stessa di allora, identica. Non sembra neanche siano passati tutti questi anni, prevedibilmente inutili. Mi ricordo di quando passavo da qui, sperando che uscisse o solo che guardasse giù dalla finestra, seguendo il lento srotolare della strada, sotto le ruote della mia bici scoppiettante di carte e mollette tra i raggi. Quanche volta accadeva. Ogni tanto riuscivo anche a salutarla, solo con un cenno della mano e un angolo appena più alzato della bocca. Non riuscivo a fare di meglio e di più, bloccato dalla voglia di seguire il suo profilo con un dito.


Sono salito in macchina e mi sono avviato verso casa, frastornato e pauroso, in balia di una barca su un mare in tempesta e la paura di annegare per la voglia, che non ho più, di nuotare. Il giorno dopo l'ho portata in una discoteca all'ultimo grido. Ho prenotato un tavolo appartato, dove si possa parlare visto che parlare, in questo mondo, non sembra più troppo di moda. Il cameriere ci ha portato fino lì e se n'è andato, dopo averci chiesto che cosa avremmo voluto bere, ci siamo seduti in poltroncine eccessivamente costose per essere comode e nel bicchiere che mi hanno portato il Ginger Ale non era di buona qualità, lasciava il Southern Confort terribilmente solo. Troppo. Appena il tempo di sorseggiare il suo vino rosso ed ha iniziato a parlare, andando dritta al punto, senza convenevoli, come se avesse fretta di sapere tutto.


<< Mi ricordo di te, di noi. Mi hai tenuta per mano come a dire per sempre ed io, ho saputo aspettare. Credi che sia stato facile? >>.
<< Veramente mi hai aspettato? >> ho detto, più a me stesso che non a lei.
<< Non dubitare, non è adesso il momento del dubbio. Allora, credi sia stato facile? >>.
<< Affatto. Non c'è niente di veramente facile in questa vita, tranne scappare. Ed anche per quello devi avere fiato e gambe. >> le ho risposto.
<< Ed è per questo che sei tornato? E' stato solo perchè, per scappare, ci vogliono cose che non hai? >>
<< E' stato perchè tornare mi è sembrato solo più normale. >>

Che poi che vuol dire normale? Può conoscere normalità un uomo che ha vissuto fuori dalla realtà per così tanto tempo? E poi chi decide cosa è normale oppure no?

Siamo rimasti impigliati in un silenzio lento e imbarazzante. Interminabile. Abbiamo sorseggiato ognuno, dal proprio bicchiere, alcool e un po' di paure, poi ha parlato ancora, a caso, solo per uscire da quella sensazione, che anche lei evidentemente aveva. Ha parlato solo per dare una martellata al vetro di imbarazzo che ci stava dividendo, come quelle che si danno ai finestrini degli autobus, in caso di emergenza.

<< Io ho paura dei ragni. E tu? >>
<< Del buio, del vuoto e degli scarafaggi. >> le ho risposto, poggiando il bicchiere sul tavolo.
<< E di me? >>
<< Ho paura di me, non di te. E del mondo perchè non riesco a riconoscerlo. >>
<< Ti posso aiutare a riconoscere te, se vuoi. Il mondo non mi appartiene. >>
<< Perchè io sì? >> le ho risposto.
<< Tu sì, perchè tornando ti sei liberamente donato. E se non è così puoi anche andartene, altrimenti resta e fai in modo che sia così. >>
<< Aiutarmi tu? E come? >> le ho chiesto.
<< Con l'amore. Banale? >>
<< Ma tu ricordi che ho passato gli ultimi dodici anni della mia vita in carcere? >>
<< Ed è proprio per questo che non conosco un'altra via. Per quale altro motivo, saresti tornato, altrimenti?>>
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<< E non è amore questo? E forse non lo è anche il rispetto, la mediazione, la speranza e se vuoi anche la paura? Non è amore questo? >>

Sono rimasto in silenzio.

<< Rispondimi, perchè non è adesso il momento del dubbio. Del dubbio non si nutre l'amore, lo si affama. >>
<< E' amore. Credo che lo sia. >>
<< Sei capace di riconoscerlo? >>
<< Credo di sì. >>
<< Voglio ballare. >>
<< Non sono capace. >>
<< Per ballare, non è necessario essere capaci. >>

Siamo andati a ballare e il suo corpo ha chiesto di me ed io ho abbandonato il mio, intorno ai suoi occhi. Una carne che scoppia ancora di dolore a qualsiasi contatto dopo gli anni del carcere, ma in quegli occhi non sono riuscito a fare a meno di immergermi e di berne a piene mani. Ci siamo abbracciati ballando e siamo rimasti così. Per l'eternità.


<< Adesso dimmi, fa così paura pensare a quanto sia semplice l'amore? >>


Sono rimasto in silenzio.


<< Parla ti prego, ti ho già detto che non è adesso il momento del dubbio. >>
<< No, non è così difficile se ci sei tu a spiegarmelo >>
<< Ma io non te lo posso spiegare, l'amore. Io ti posso spiegare la semplicità dei gesti, delle parole, dell'ovvietà di quanto tu ed io ne abbiamo bisogno. Ma non l'uno dell'altro, ma dell'amore dell'uno per l'altro. >>
<< Perchè tu mi ami? >>
<< Perchè tu no? >>
<< Non lo so. >>
<< Allora devi fare in fretta a decidere, perchè alla mezzanotte, la mia carrozza si trasformerà in una zucca >> e se n'è andata da quel posto lasciandomi lì, così. Mi sono ubriacato ed ho aspettato che venisse qualcuno, a fine serata, a buttarmi fuori.


<< Anna non c'è. >>
<< Le può dire che l'ho cercata, sono Giovanni. >>
<< Ha detto che andava via per un po', non so se la potrò avvertire. >>
<< In che senso per un po', scusi? >> ho chiesto.
<< Nel senso che lei ogni tanto va via per un po'. Possono essere giorni o settimane. Ed è irrintracciabile. >>
<< Settimane? >>
<< Si, settimane. >> mi ha risposto.
<< Ma lei scusi, chi è? >>
<< Sono suo fratello. E lei? >>
<< Ciao Marco, sono Giovanni, quel Giovanni. >>
<< E che ci fai qui. >>
<< Sono tonato per Anna. >>
<< Vattene. >>


Ha riattaccato.


Mi odia per come lo odio io. Perchè lui sa. Tutto. L'invidiabile situazione di chi può restare a guardare, come se fosse troppo lontano, per avere un peso sulla coscienza.
L'aspetterò come lei ha saputo aspettarmi.


Attesa.
Attesa.
Attesa.
Attesa.
Attesa.
Attesa.


Hanno bussato alla porta, ero sicuro che sarebbe tornata. Oggi è la vigilia di Natale e lei manca da due mesi. Quattro passi. Apro.


<< Mi ami? >> mi chiede.
<< Sì, ti amo. >> le rispondo.
<< Allora vieni via con me. >>
<< E dove andiamo, mi porti alla messa di Natale? Sai che la prima volta in vita mia che ti ho vista, eravamo proprio alla messa di Natale? >>
<< Me l'hai già racontata questa storia, il giorno prima di spaccare in due la testa di mio padre, che ansimava sopra di me. Mi ricordo ancora la storia della moneta e dei ricci biondi. Non andiamo alla messa. Andiamo lontano. Dio capirà. >>
<< E da dove prendo il coraggio? >>
<< Semplice, dammi la mano. >>


E siamo andati senza avere in tasca nessun biglietto per il ritorno.

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Dello stesso autore su ewriters "Troppa cravatta"



Commenti

pubblicato il lunedì 1 gennaio 2018
Sher, ha scritto: Una storia dolce, con dialoghi intelligenti, nonostante non vi erano molte descrizioni, sei riuscito a farmi entrare nel mondo che hai voluto narrare, lasciandomi piuttosto sbalordito per via del colpo di scena inserito al finale, il modo in cui hai voluto raccontare le vicende dei due protagonisti mi è piaciuto molto, nonostante non sia nel mio stile in quanto preferisco un racconto più dettagliato.
pubblicato il lunedì 1 gennaio 2018
leonardopagliazzi, ha scritto: Sher ti ringrazio molto per il commento. Non ci sono molte descrizioni perché amo scrivere racconti brevi e dovendo per forza di cose scegliere preferisco dare priorità alla narrazione. Apprezzo soprattutto che tu abbia colto la dolcezza della storia. Grazie ancora.
pubblicato il lunedì 8 gennaio 2018
AndreaOcchi, ha scritto: Ottimi dialoghi. Struttura di tutto il racconto agrodolce. Piaciuto molto. Condivido: le descrizioni non servono. Ben costruita la psicologia dei protagonisti con essenzialità.
pubblicato il mercoledì 10 gennaio 2018
leonardopagliazzi, ha scritto: Grazie AndreaOcchi. Veramente molto lusingato.

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