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lavoro pubblicato lunedì 25 dicembre 2017
ultima lettura venerdì 11 gennaio 2019

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L'ULTIMA CRODA (Parti III e IV)

di ClaudioLoreto. Letto 420 volte. Dallo scaffale Amore

Damiano aveva giurato: quell’ultima vetta ancora, e poi avrebbe dato l’addio all’alpinismo. Ma proprio sull’agognata Cima Dodici un avvenimento inaspettato mette sottosopra la sua vita...

PARTE TERZA

DAMIANO, ancora.

IX

La raffazzonatura

Genova, 12 giugno 2001. Diversamente da quanto pianificato, Damiano versava in una condizione fisica precaria: assorbito oltremisura dal nuovo incarico assegnatogli al Comando Regionale dell’Arma a seguito della promozione al grado di colonnello (con accumuli di irritabilità che poi purtroppo scaricava la sera a casa) ed afflitto dai prolungati postumi di ben due influenze, negli ultimi cinque mesi aveva potuto infatti allenarsi poco sia ai remi che su roccia.

Nel contempo la sua alimentazione era divenuta più sregolata che mai: pranzi spesso saltati che generavano viceversa cene ingorde (e prive sempre di verdura o frutta, nonostante gli appelli della moglie), con nel mezzo fiumi di quel caffè che una volta detestava; cosicché la notte non riusciva più a chiudere occhio, se non ricorrendo all’aiuto di pillole di benzodiazepine (e in ogni caso per qualche ora solamente).

Tutto ciò quando le due scalate erano ormai alle porte.

L’ufficiale cominciò a temere davvero che il suo disegno potesse finire a carte quarantotto. Così, insonnia per insonnia, decise di riesumare un’abitudine di gioventù: allenarsi quotidianamente prima di recarsi a scuola (pardon, in caserma adesso); cioè praticamente di notte. Certo, per il resto della giornata sarebbe rimasto un po’ sbalestrato, ma in tal modo i muscoli avrebbero rapidamente ripreso a guardare l’acido lattico dall’alto in basso (riguardo invece alle salite preparatorie in falesia raccomandategli da Ermanno… mah, avrebbe ripetuto delle vie corte nei residui fine settimana).

E così fu.

Cecilia, non ritrovando più al risveglio il marito accanto a sé, iniziò davvero a non reggere oltre una simile fissazione per quelle due maledette cime e a domandarsi seriamente come si potesse amare un uomo del genere. Ma forse, chissà, volergli bene era possibile e semplice proprio perché era un individuo, come dire, poco… comune.

X

La perfezione

Genova, 19 giugno 2001. “E’ un’arte grandiosa, il canottaggio. E’ l’arte più eccelsa che esista” - ha scritto George Yeoman Pocock - “E’ una sinfonia di movimento. Quando voghi bene, rasenta la perfezione. E quando rasenti la perfezione è come sfiorare il Divino. Sfiora la parte più vera di te. Che è la tua anima”.

Rasentare la Perfezione… Quella sensazione, sì, da ragazzo Damiano l’aveva provata, più volte, sul suo agilissimo e vincente 4con. Durava solo una manciata di secondi e ciò nondimeno gli era sempre sembrata un’eternità; e si era ritrovato davvero come in un’altra dimensione, in cui aveva sentito d’esser parte di qualcosa di assolutamente… “compiuto”.

Mentre ai remi di un “singolo” srotolava su un mare placido e rilucente il lungo rosario di colpi in acqua che da Genova lo stava portando fino a Camogli, il canottiere rifletteva su quelle considerazioni di Pocock: enfatiche, certo, eppure molto vicine al vero.

Intanto che la stupenda scogliera di Pieve Ligure scivolava via pian piano alla sua destra, egli si concentrò allora sulla palata: doveva tornare perfetta (sciolta ed insieme potente) come quella di un tempo, e far diventare l’esile scafo una farfalla leggera e spedita sull’acqua; e lui parte di essa: le sue ali. Sperava di riprovare insomma lo stato di breve ma autentico incanto in cui in gioventù scivolava remando.

Quell’ebbrezza, seppure fugacemente, fece davvero ritorno. E lui si stupì di nuovo.

XI

Limmensità

Damiano, prima di andare a soddisfare in cucina la sete acuta che l’aveva svegliato a metà nottata, aprì piano piano la porta della camera di Sofia per accertarsi che essa fosse già rientrata dalla serata di festa con le proprie amiche (in realtà era certo che la moglie - come sempre - aveva atteso desta l’arrivo della figlia, prima di raggiungerlo a letto).

Grazie alla luce che filtrava dal corridoio poté intravedere la ragazza che dormiva serenamente, tutta raggomitolata sotto il suo piumino ornato di disegni della moda del momento (Sofia era un tipo piuttosto freddoloso). Entrò e si sedette sul bordo del letto di bambù; lì, quando era piccina, lui le raccontava le favole prima del bacio della buonanotte.

Adesso aveva vent’anni (Dio, com’era volato il tempo!), ormai era una donna: parecchio carina, fine e dolce, e nel contempo assai spiritosa. Damiano si divertiva un sacco a farsi prendere volutamente in giro dalla sua arguta “bimba”, creando ad arte occasioni in cui lei senz’altro avrebbe tirato fuori la freddura più appropriata e spassosa, sempre accompagnata dal suo sorriso aperto e luminoso.

Chissà dentro quale sogno stava vivendo ora, a quale piacevole corrente si era abbandonata...

Il padre la contemplò a lungo: era la cosa più preziosa che la vita gli avesse donato. Non riusciva più ad immaginare un’esistenza senza il suono gentile della sua voce nelle orecchie, o il suo aggraziato portamento da ballerina negli occhi (la danza, sin da bambina, era la sua passione). In una parola, lei era… tutto.

Iniziò a baciarla sulla fronte e poi sulle guance, molto delicatamente, per non risvegliarla; tuttavia la ragazza uscì fuori ugualmente dalla sua romantica fantasia notturna, ma continuò a tenere gli occhi chiusi e a fingersi ancora immersa in un’altra dimensione: voleva godersi appieno l’immensa tenerezza dei baci del suo papà. Come quand’era piccina.

XII

Il rimpiazzo

Genova, 27 giugno 2001. Mai fare i conti senza l’oste! Giunto infatti il momento più propizio, Ermanno non riuscì a liberarsi dai propri impegni e dunque comunicò telefonicamente all’amico di non poterlo purtroppo accompagnare sul Gigante.

I doveri della divisa, dal canto loro, negavano a Damiano una seconda chance entro la fatidica “deadline” (la fine dell’estate) stragiurata alla moglie; così egli contattò immediatamente l’ufficio della migliore società di guide alpine valdostane, ma le condizioni dell’ingaggio gli parvero talmente irragionevoli da farlo davvero inviperire ed addirittura indisporlo verso il famoso (e fino ad allora tanto bramato) dente canino di Gargantua, dentro cui - secondo la leggenda - sono imprigionati i geni maligni che un tempo atterrivano gli abitanti della Valle d’Aosta. Rientrato a casa, buttò via tutti gli schizzi e i documenti tecnici raccolti sulla scalata del monolite.

A stemperare un po’ la sua indicibile delusione per fortuna quella sera stessa arrivò una telefonata di Valerio: un individuo irrequieto, sempre più insofferente alla vita in città alla quale disgraziatamente era costretto dal proprio mestiere (che oltretutto non amava), e così perennemente pronto a scappare su un monte non appena riusciva a ritagliarsi un momento di libertà.

“Cerco qualcuno per salire sul Polluce sabato: un’ottima giornata, stando al meteo” - comunicò a Damiano - “Dì, ce la fai a venire?”.

“Certo che sì!” - gli rispose prontamente l’ufficiale: al Comando erano già al corrente che nel corso di quella settimana egli si sarebbe assentato per un paio di giorni; anche se non più, purtroppo, per via del Gigante (il Polluce - un Quattromila nel Massiccio del Monte Rosa - era tuttavia una vetta pure essa illustre e stuzzicante, su cui Damiano non aveva mai messo piede).

“E’ possibile che si aggreghi anche Giorgio” - soggiunse Valerio - “Una cordata a tre sarebbe l’optimum!”.

Due giorni dopo una vecchia e scassata jeep salpata da Saint-Jacques scaricò i tre alpinisti al Piano Superiore di Verra, facendo risparmiare loro settecento metri di dislivello; per raggiungere il Rifugio delle Guide della Val d’Ayas restava comunque ancora da coprire più di un chilometro di quota: il pesante equipaggiamento da ghiacciaio che portavano sulle spalle li schiacciava contro il terreno (un sentiero che rimontava il dorso di un’interminabile morena), rendendo davvero sfiancante quella parte di ascesa svolta sotto un cielo plumbeo che non prometteva nulla di buono.

Infatti, non appena cominciato l’attraversamento della vasta conca di ghiaccio che separava l’intermedio Ricovero Mezzalama dallo Sperone Lambronecca (sul cui cucuzzolo stava appollaiata la casa delle Guide d’Ayas), Damiano udì un forte tuono.

“Ci manca giusto la pioggia…” - mugugnò. Voltandosi in direzione della Gobba di Rollin (dalla quale era giunta quell’avvisaglia di temporale) egli vide però un grande fungo di polvere bianca sollevarsi per aria ed allora capì che il boato era stato prodotto in realtà dal distacco dall’alto di un enorme seracco.

Oltrepassato il catino ghiacciato, i tre risalirono una scoscesa scarpata di neve; poi, sotto lo sguardo di compassione di una coppia di stambecchi, si inerpicarono sbuffando per la fatica tra i massi accumulatisi lungo una nervatura del Lambronecca, su su fino a raggiungere finalmente - a 3.420 metri di altitudine - la costruzione foderata di lamiera che avevano cominciato a temere essere l’invenzione di qualche spiritosone. Alle spalle di questa si apriva uno spettacolare anfiteatro glaciale, oltre il quale si intravedeva la cima del Polluce.

Dopo la consueta notte trascorsa insonne a causa dello sbalzo di quota, alle cinque del mattino (cioè ancora nel buio pesto) Damiano, Valerio e Giorgio lasciarono il rifugio: a quell’ora il gelo generalmente mantiene i “ponti di neve” sopra i crepacci - visibili e non - ancora abbastanza compatti da reggere il peso di coloro che li attraversano; più avanti nella giornata, con l’aumentare della temperatura, i medesimi passaggi richiedono una cautela massima. E’ comunque sempre cosa ottima procedere legati insieme: ciò infatti dovrebbe teoricamente consentire ai componenti di una cordata di bloccare l’eventuale caduta di uno di essi dentro quegli spaventosi baratri.

Accesi i faretti montati sui caschi, i tre iniziarono la risalita del Grande Ghiacciaio di Verra. Con passo calmo (in alta quota, data la rarefazione dell’ossigeno, bisogna amministrare le energie) e tenendosi per quanto possibile distanti da un paio di giganteschi muraglioni di ghiaccio crepato sempre pronti a venir giù, essi raggiunsero infine il colle omonimo, che divide il Polluce dal monte gemello Castore.

Intanto il sole aveva fatto capolino sull’orizzonte, rischiarando un cielo totalmente sgombro di nuvole. Damiano e i suoi compagni indossarono allora le mascherine per proteggere gli occhi dai riverberi della luce sulla neve, che guastano seriamente la vista; crema solare e burro di cacao, a loro volta, misero al riparo dalle scottature viso e labbra.

Svoltarono a sinistra e dopo poco, conficcando bene nella neve dura le punte anteriori dei ramponi e le becche delle piccozze, si issarono su per un ripido canale. Proseguirono poi su roccia non difficoltosa, finché non si trovarono davanti alla prima delle tre placche verticali che precedono l’anticima di sud-ovest, dalla quale una statua della Madonna con in braccio il Bambin Gesù vegliava sulla lunga fila di strani pellegrini che dabbasso avanzava lentamente nel ghiacciaio; puntellandosi sulla roccia liscia ancora con gli artigli frontali dei ramponi ed aiutandosi con le corde fisse lì già impiantate, i tre scalarono quelle lastre. Onorata la Vergine, imboccarono da ultimo la cresta che saliva su facendosi via via più sottile, fino a raggiungere l’agognata quota 4.091: erano in vetta!

Damiano conficcò la piccozza nel ghiaccio e vi ci si accoccolò sopra. Estraniandosi totalmente dagli amici che elettrizzati si complimentavano l’un l’altro, si abbandonò alla contemplazione della sconfinata distesa di cupole innevate spalancata sotto di lui: se Dio esisteva davvero, quello era lo spettacolo più grandioso che aveva concepito!

Scrutò a lungo la vicina Roccia Nera e, oltre, il Breithorn; poi, dalla parte opposta, ad est, i terrificanti Lyskamm ed il Castore. E a sud, lontani, indovinò il Gran Paradiso e il Monviso.

Spostò poi gli occhi sull’azzurro cielo sovrastante; immacolato e luminoso, infondeva dentro un senso di pace. Eppure Damiano fu preso dalla nostalgia: gli mancava Cecilia. L’avrebbe voluta lassù stretta a lui, ad ammirare insieme tutta quella Meraviglia…

Un auspicio nuovo (ed anche un tantino egoistico) si fece improvvisamente strada nel suo animo: quello di morire prima di lei! Poiché senza più nell’aria le spensierate canzoni della compagna la sua esistenza si sarebbe di colpo come svuotata: egli avrebbe allora trascorso i propri giorni a cercarla con gli occhi dentro quel cielo puro, dove lei sarebbe sicuramente stata.

Ebbe così fretta di lasciare la cima e di fare ritorno a casa.

La domenica Damiano apprese dal giornale quanto poi successo alle pendici del Polluce nella tarda mattinata del giorno precedente: due giovani tedeschi (probabilmente una delle cordate incrociate lungo la discesa, compiuta sotto un forte vento che lo aveva semi-congelato) durante il loro rientro al rifugio erano stati ghermiti da un crepaccio, mimetizzato sotto un magro strato di neve rammollita dal sole: quando erano arrivati i soccorritori per essi non c’era più nulla da fare.

XIII

Il déjà-vu

Sabato, 21 luglio 2001 - Tarda sera. Da due giorni le reti televisive di tutto il mondo aprivano i propri notiziari con ampi servizi sul summit dei capi di governo delle otto nazioni più industrializzate in corso in Italia, nella città che aveva dato i natali a Cristoforo Colombo. Delle chiacchiere di quelli però dicevano ben poco: sugli schermi rimbalzavano invece scene di bande di teppisti mascherati e vestiti di nero che con foga bestiale facevano a pezzi vetrine di negozi e sportelli bancomat, danneggiavano stazioni di servizio e saccheggiavano supermercati; seguivano le inquadrature delle loro fitte sassaiole e dei loro lanci di molotov contro i cordoni delle forze dell’ordine e, appresso, le riprese delle furiose cariche di quest’ultime lungo vie e dentro piazze soffocate dai gas lacrimogeni; e quindi del fuggi fuggi generale, in una bolgia di sirene, di scoppi e di grida, tra cassonetti delle immondizie e autoveicoli capovolti e dati alle fiamme per ostacolare il movimento dei blindati.

Il peggio era arrivato nel pomeriggio antecedente: in Piazza Alimonda una Land-Rover dei carabinieri era andata momentaneamente in panne nel pieno degli scontri e in un lampo un gruppo di manifestanti aveva preso a fracassarla. “Bastardi, vi ammazziamo!”, gridavano ai tre raggomitolati dentro; un assalitore col volto nascosto dal passamontagna stava poi per scagliare un estintore all’interno dell’abitacolo quando stramazzò giù, raggiunto alla testa da un colpo di pistola esploso dal più giovane dei terrorizzati occupanti del mezzo (in servizio di leva, come quello di Bologna nel 1977). In quel mentre l’autista era riuscito a rimettere in moto e nel portare in salvo sé e i suoi commilitoni aveva arrotato senza avvedersene quello steso a terra, che sarebbe spirato di lì a qualche minuto.

I “Black Bloc” (una setta internazionale di anarchici fanatici e nichilisti) erano insomma riusciti nel loro intento di fare degenerare la grande (e nelle intenzioni dei suoi promotori pacifica) manifestazione di protesta contro le politiche di globalizzazione in discussione all’interno della superprotetta “zona rossa”.

Il colonnello Damiano Furlan dalla centrale operativa del Forte San Giuliano (alla quale era stato “prestato” per il “G8” dal suo Comando), viveva dunque un… déjà-vu. E nutriva qualche perplessità.

Come mai - si chiedeva infatti - ai black-bloc era stato consentito di acquartierarsi in città, in luoghi oltretutto a conoscenza delle forze dell’ordine? E perché sul campo gli agenti non li avevano contrastati da subito, lasciandoli anzi a lungo padroni di mettere a ferro e fuoco vari quartieri del centro, per prendersela invece poi con i cortei autorizzati, zeppi di persone che battendo tamburi e soffiando trombette semplicemente reclamavano (pure questi, già…) un mondo più giusto?

Questa strana condotta, in effetti, era saltata all’occhio durante molti collegamenti televisivi.

“Ma con i pochi uomini di cui disponiamo, come diavolo facevamo ad ispezionare ogni edificio segnalatoci? In piazza poi quei vigliacchi sono lesti ad eclissarsi dentro i cortei e nel caos, lei lo sa, non è tanto facile distinguere i cattivi dai… meno cattivi” - gli aveva replicato, un po’ piccato, il Comandante Provinciale.

Mah, a dire il vero nel capoluogo ligure - rifletteva Damiano - erano stati fatti affluire sbirri da tutta Italia; inoltre, che, non ti accorgi se sotto il tuo sfollagente ci sta uno incappucciato oppure un tipo da parrocchia, un boy-scout o perfino una mamma, seppure “no global”? (A proposito: quella, … Milena, era mica rimasta una contestataria? Magari - chissà! - era a Genova, considerò per un attimo il carabiniere per poi rimmergersi nelle proprie elucubrazioni). E se quegli sbagli tattici - ipotizzò - fossero invece… voluti?.

Intorno alle 21,30 gli arrivò al Forte la telefonata di un amico giornalista. “Senti, Damiano, vorrei parlarti un po’ degli scontri avvenuti ieri in Via Tolemaide tra i vostri e il corteo autorizzato diretto in Piazza Verdi”.

“Ho saputo: lì hanno preso a bombardarci di sassi e così abbiamo dovuto effettuare una carica di alleggerimento”.

“Balle! Le pietre saranno state due o tre al massimo e le hanno lanciate dei black-bloc estranei alla dimostrazione; ma i “caramba”, anziché pigliarsela con quelli, hanno iniziato a buttare lacrimogeni sulla testa del corteo che sopraggiungeva e subito dopo a caricarlo. Hai presente la zona? Là ci sono poche vie di fuga: beh, chi non è riuscito a scappare è stato letteralmente massacrato di botte; e non parlo solo di manganelli, ma anche di calci e pugni”.

“Uhm… Quelli però non erano certo dei santi! Infatti i nostri hanno poi comunque ripiegato per lasciarli passare e fare così concludere la manifestazione alla Stazione Brignole; però all’altezza del sottopasso ferroviario un bel gruppetto di loro ha infilato a sinistra Corso Torino e lì ne ha combinate di cotte e di crude: ci abbiamo pure rimesso un furgone cellulare, dato a fuoco”.

“Sì, lo so. Però il punto è che alla guida di quei farabutti c’erano gli stessi che avevano lanciato i sassi all’inizio”.

“E quindi?”.

“Colonnello, prima che il corteo arrivasse i tizi in tuta nera stavano in mezzo ai carabinieri. Parlavano e scherzavano insieme... degli amiconi!”.

“Ne sei certo, Antonio? Guarda che ciò che stai dicendo è grave!”.

“Te lo giuro, Damiano. L’ho visto con i miei occhi. E più tardi in Piazza Alimonda è purtroppo successo quel che è successo…”.

“Ah, no, alt! Il nostro ragazzo si è soltanto difeso: quell’estintore poteva ucciderlo!”.

“Non lo discuto, ci mancherebbe! Però è anche vero che tanta gratuita brutalità da parte di uomini in divisa aizza facilmente le menti meno mature” - osservò il reporter. Al carabiniere sovvenne allora di avere una volta detto qualcosa di più o meno simile in uno squallido ufficio della Questura di Bologna.

Terminata la telefonata, l’ufficiale si mise a masticare due strisce di chewing-gum che teneva in una tasca della giacca (cosa poco marziale, che però lo aiutava a ragionare con distacco). Dunque, carabinieri e poliziotti che si fingevano black-bloc… beh, possibile: un tempo, del resto, non era stato lui stesso un infiltrato?

Però da come l’aveva messa giù l’amico questi puzzavano più di agenti provocatori. Ma a che pro?

Ci meditò su e la risposta arrivò di lì a poco; semplice, a prima vista assurda eppure plausibile: il G8 costituiva una formidabile occasione per fomentare ad arte disordini gravissimi che avrebbero indignato l’opinione pubblica nazionale, spingendola a plaudire al pugno duro deciso dal governo (era infatti ora di finirla, pensavano già molti, con tutta quella sediziosa marmaglia “arcobaleno”!). Una bella ipoteca sul futuro risultato elettorale, insomma...

Bah… Comunque, formulata alfine un’ipotesi tutta però da dimostrare, il colonnello sputò dentro un cestino di rifiuti le cicche ancora fresche e tornò a coordinare le comunicazioni radio.

Era circa mezzanotte e un quarto quando il centralino gli passò una seconda chiamata personale. Questa volta era Cecilia.

“Una televisione locale ha appena annunciato che circa quattrocento poliziotti hanno fatto irruzione nelle scuole Diaz e Pascoli!” - gli riferì lei, agitatissima.

“Sì, lo so. Centocinquanta dei nostri intanto le tengono circondate per impedire fughe da finestre o uscite secondarie: pare che i due edifici siano pieni di black-bloc…” - le rispose Damiano, non comprendendo la ragione dell’inquietudine della moglie.

“Ma quali black-bloc!” - controbatté lei - “Alla Pascoli ci dormono, autorizzati dal Comune, soltanto dei giornalisti e dei semplici studenti stranieri!”.

“Ma tu che ne sai?”.

“Lucille e Amélie, ti sembrano forse delle rivoluzionarie?”.

Erano due care amiche francesi della figlia; le avevano avute ospiti in casa diverse volte e appena nel marzo precedente Sofia aveva fatto con loro una settimana bianca a Châtel. Damiano non era al corrente che si trovassero a Genova per il G8.

“E tua figlia, ti sembra una lanciatrice di molotov?” - insistette Cecilia.

“Che c’entra ora Sofia?”.

“E’ là anche lei! Ci è andata per portare alle amiche qualcosa da mangiare per cena e per dormire poi stanotte lì con loro. E ha dimenticato a casa il cellulare!”.

“Non ne sapevo niente” - impallidì lui.

“Ma se ne ha parlato oggi a pranzo! Ah beh, già, tu non senti e non vedi mai nulla, vivi su un altro pianeta… Adesso però fai qualcosa, amore, ti scongiuro! Ordina subito di fermare tutto!” - lo implorò la donna, senza rendersi conto nel frangente che questo non era nei poteri del marito - “Se capita qualcosa alla mia bambina io… Dio, io…”.

“Adesso calmati. Corro subito lì!”.

Lasciò le consegne ad un capitano, chiamò il suo autista e a sirene spiegate volarono in direzione di Via Cesare Battisti. Durante il (per fortuna) breve tragitto l’ufficiale affondò in un marasma di pensieri; via radio aveva udito che i fermati delle due scuole sarebbero stati immediatamente trasferiti per l’identificazione in una caserma di Bolzaneto e da qui poi smistati in varie carceri: era la seconda volta che doveva strappare una donna dalle mani della polizia, e quella notte si trattava addirittura della figlia.

Abbandonata l’auto di servizio là dove s’erano sistemati i blindati dei carabinieri, con il cuore in gola si fece largo nella confusione regnante in quel momento nella strada intitolata all’irredentista trentino, seguito dal trafelato sottoposto ancora ignaro del motivo di tutta quella urgenza.

In prossimità della Diaz e della sua dirimpettaia Pascoli i cellulari della polizia erano già tutti chiusi e in procinto di partire. Damiano comprese che doveva subito imbastire qualche fandonia talmente colossale da potere essere presa per buona.

Si fece indicare da un agente il responsabile dell’operazione. Raggiunto questo tal Gerardo Aliberti, lo prese da parte e, consapevole di giocarsi la carriera, gli raccontò della possibilità - cosa che doveva restare riservatissima! - che tra i fermati ci fosse nientepopodimeno che una nipote un po’ “ribelle” del Presidente della Repubblica; lui, in quanto amico di famiglia di quest’ultimo, era nella condizione di riconoscerla e, ciò fatto, doveva prelevarla e riportarla personalmente a Roma.

Così il colonnello, accompagnato da quel funzionario di polizia divenuto in un attimo deferentissimo, iniziò a farsi aprire uno ad uno i vani posteriori dei furgoni e a frugare tra i volti dei loro occupanti: in larga parte ragazzi e ragazze, i più ridotti a scioccanti maschere di sangue; in molti gemevano e piangevano.

“Che bisogno c’era di conciarli così?” - ringhiò furente Damiano ad Aliberti, tra l’altro spaventato all’idea di potere ritrovare la sua Sofia in quelle medesime condizioni.

“Hanno opposto una robusta resistenza…” - bisbigliò quello.

“Chi, questi pivelli? Non mi faccia ridere!” - replicò il carabiniere al poliziotto, dal canto suo visibilmente preoccupato: cosa lo aspettava se fra i pestati c’era davvero la parente di Carlo Azeglio Ciampi? Teneva famiglia, oh!

Ma anche sull’ultimo furgone nessuna traccia della ragazza.

Damiano tirò un sospiro di sollievo: la figlia non era tra coloro in partenza per Bolzaneto. Ma dov’era, allora?

“No, dentro i due istituti sono rimasti solo alcuni agenti che stanno scattando fotografie e radunando ulteriori elementi di prova della pericolosità dei fermati” - gli assicurò Aliberti, ringraziando a propria volta in segreto il cielo.

“Posso ugualmente dare un’occhiata alla Pascoli?”.

“Certamente” - disse il poliziotto, ordinando via radio ai suoi là dentro di lasciare entrare l’ufficiale dell’Arma.

“Un’ultima cosa” - domandò quest’ultimo - “Posso prendere visione delle prove che avete già raccolto lì?”.

“No, colonnello, mi spiace: questa operazione è una faccenda nostra… La pregherei anzi di non interferire oltre”.

Damiano rimase un attimo pensoso, poi ribatté: “Sa, Aliberti, anni or sono, in circostanze vagamente simili e sempre di notte, un suo collega ebbe a dirmi la stessa cosa. Ma la spuntai io. E così sarà adesso, perché diversamente” - proseguì nel suo bluff il carabiniere, agitando il proprio telefono cellulare davanti alla faccia di quello - “il Presidente saprà che lei non intende favorire il mio compito”.

Il funzionario di polizia, stupito, sembrò voler replicare qualcosa, ma poi rinunciò; sempre via radio si fece così portare una sacca.

Il colonnello sbirciò dentro: “Dunque, dei “pericolosissimi” coltellini multiuso…. buoni per stappare le bottiglie di birra; e due martelli, che avete sicuramente preso in “prestito” dalla cassetta degli attrezzi dei bidelli… non è così?”.

L’altro tacque.

Damiano gli restituì schifato il contenitore. “Poveri ragazzi… Ma non illudetevi: questa porcata verrà fuori!” - disse al poliziotto, congedandolo infine con un perfetto, sarcastico saluto militare. Quindi chiamò l’autista, fino ad allora rimasto a chiacchierare con degli agenti, dicendogli di seguirlo all’interno della scuola.

“Mi scusi, signor colonnello, ma cosa cerchiamo?”

“Un angelo” - rispose il superiore.

La perlustrazione sia dei quattro piani (devastati dall’assalto) che del seminterrato dell’edificio non sortì però effetto e così Damiano cominciò a vivere l’angoscia della scomparsa. Voleva informare la moglie, ma non ne aveva il coraggio; tuttavia il telefonino che teneva ora in tasca decise di sfacchinare di suo e prese a trillare.

“Ciao, papà” - si udì dall’altra parte.

“Sofia, amore mio! Dove sei? Come stai?” - farfugliò Damiano, sentendosi quasi mancare le gambe per l’improvviso svaporare della tensione nervosa.

“Sto bene, sono a casa; ci sono anche Amélie e Lucille. Eravamo appena uscite dalla scuola per andare a prendere un gelato, quando abbiamo visto arrivare da Piazza Merani tutta quella polizia! Siamo scappate in direzione opposta e abbiamo appena fatto a tempo a nasconderci dietro il cancello socchiuso di un giardino condominiale, vicino all’angolo con Via Trieste; da laggiù abbiamo assistito all’irruzione. Dopo un po’ però non ce l’abbiamo fatta più a star lì e allora siamo uscite, cercando di avere l’aria di tre inquiline del palazzo: i carabinieri vicini effettivamente non ci hanno considerate e così abbiamo raggiunto il lungomare, e poi siamo venute qui”.

“Qualche volta Dio esiste… “ - commentò il padre tra sé e sé, per poi domandare: “Come va la mamma?”.

“Ah, non la smette di abbracciarci…”.

Immaginando il quadretto Damiano sorrise.

“Papà, ascolta” - riprese Sofia - “ Nella scuola c’era anche… Matthieu”.

“E chi è?”.

“Un amico di Lucille, era a sciare con noi a Châtel. Lui a Genova è venuto soprattutto per rivedere me…”.

Il carabiniere rimase spiazzato. Capì allora il perché di tutto quel recente traffico di lettere della figlia e dell’impennarsi della bolletta telefonica (… ma che bel fiuto da sbirro che aveva! Cecilia aveva proprio ragione: lui viveva sulla luna).

“E come mai allora non era con voi… o meglio, con te?” - chiese a Sofia.

“Arrivati al portone della scuola si è accorto di avere lasciato il portafoglio, con tutti i documenti dentro, nel sacco a pelo; è tornato su, al quarto piano, a prenderlo, ma la polizia è comparsa prima che potesse raggiungermi di nuovo. E’ rimasto bloccato dentro”.

Per una frazione di secondo, da padre geloso qual era, Damiano si augurò che almeno una randellata - una soltanto, per carità! - se la fosse beccata anche “costui”. Poi, intenerito, rassicurò la figlia: “Va bene, vedrò cosa posso fare per questo Matthieu”.

Le medesime parole dette a lui dal maggiore Battisti ventiquattro anni prima.

***

In seguito le inchieste aperte dalla Magistratura sui tristi eventi del G8 genovese avrebbero dato fondamento alle congetture di Damiano.

Nelle aule giudiziarie fu comprovato, fra l’altro, che in specie all’Istituto Armando Diaz la polizia si era deliberatamente dilettata in un pestaggio efferato e che aveva cercato di legittimare questo “svago” con prove addirittura prefabbricate; così come fu appurato che a Bolzaneto, entro le mura della caserma “Nino Bixio” (sede del Reparto Mobile genovese della Polizia di Stato), si erano verificati non pochi casi di reale tortura e, nei confronti delle donne là trattenute, di degradanti vessazioni di natura sessuale.

La quasi totalità degli artefici di tanta vile “macelleria messicana” (così la definì un vicequestore) rimase tuttavia impunita, anche in virtù della sopravvenuta prescrizione dei reati contestati; diversi dei funzionari coinvolti, anzi, avrebbero poi incorniciato brillantissime carriere.

Dal canto suo, il movimento dei Black-bloc negò la paternità degli scontri di Genova; prove di una sua partecipazione organizzata a quelle vicende non vennero in effetti mai prodotte.

XIV

Le fotografie

Genova, 11 agosto 2001. Costretto in casa dal classico temporale estivo, quel sabato pomeriggio Damiano si decise finalmente a sistemare negli album anche le fotografie rimaste a lungo abbandonate alla rinfusa dentro uno scatolone giù in cantina.

Seduto allo scrittoio, si ritrovò così tra le mani le immagini scattate diciotto anni prima in Libano, dove aveva fatto parte della “Forza Multinazionale” inviata laggiù con il generoso compito di riportare pace e stabilità in un paese martoriato da lunghi anni di guerra civile. La raccomandazione - anzi, l’ordine - di non usare le armi (se non in caso di legittima difesa) aveva invece tramutato quei “benefattori” in meri testimoni - impotenti ed avviliti - della prosecuzione della mattanza; non solo: a loro spese i cecchini (tanti!) delle diverse fazioni in lotta avevano ben presto cominciato ad apprezzare il passatempo del tiro al piccione. La missione, insomma, era sin dal principio destinata ad un totale e tragico fallimento.

Una ridda di ricordi investì così il carabiniere…

Beirut, 23 ottobre 1983. Alle cinque del mattino Damiano ne ebbe abbastanza e decise di alzarsi: si era rivoltato sul sottile materassino per l’intera nottata, senza riuscire a prendere un solo attimo di sonno; gli capitava sempre, quando cambiava branda.

La sera prima l’incontro con il comandante della caserma che ospitava la 24.ma Unità Anfibia dei Marines (Damiano svolgeva l’incarico di ufficiale di collegamento del contingente italiano) era slittato di parecchio: in una strada della capitale un convoglio di medicinali s’era trovato improvvisamente circondato da una folla intenzionata a saccheggiarlo e cavarlo fuori da quel guaio era risultato ovviamente prioritario.

Così, essendosi infine fatto tardi, era stato lo stesso alto ufficiale statunitense a consigliare al capitano italiano di pernottare nella base (in realtà un palazzo di quattro piani situato nelle vicinanze dell’aeroporto internazionale e riadattato ad uso militare). “Vede Furlan, da quando siamo arrivati qui, lo scorso maggio, vari “amici” ci allietano le notti con delle scariche di mortaio; e anche se a dire il vero negli ultimi giorni la situazione s’è fatta meno tesa, avventurarsi da soli al buio fino in città significa cacciarsi dritti dritti nelle fauci del lupo”. Damiano aveva così avvisato telefonicamente il proprio comando e di malavoglia si era sistemato nello scomodo lettino assegnatogli da un caporale in uno dei dormitori…

Rimessi gli scarponi ai piedi, il carabiniere raccolse dunque le proprie cose cercando di fare il minor rumore possibile per non svegliare i bestioni che attorno invece dormivano della grossa e si spostò poi nei bagni per darsi una rinfrescata e finire di vestirsi.

Mentre scendeva le scale gettò lo sguardo oltre una porta spalancata da cui veniva un forte odore di fritto; dalle cucine uno dei numerosi cuochi affaccendati a preparare la colazione per i circa mille soldati acquartierati nell’edificio notò sull’uscio quella divisa straniera e con un gesto amichevole della mano la invitò ad entrare: “Come on, come on!”. Da tipico italiano, Damiano rabbrividì nel vedere a quell’ora d’orologio uova fritte con pancetta e salsicce arrostite e ringraziando accettò soltanto un caffè all’americana: un’autentica brodaglia, ma quantomeno leggera.

Uno dei militari in grembiule, accortosi che l’ospite aveva con sé una macchina fotografica (il carabiniere se la portava spesso dietro per ritrarre quella città chiamata in un passato felice la “Svizzera del Medio Oriente”), chiese a quest’ultimo di fare uno scatto di gruppo ai cucinieri: “Non abbiamo nemmeno una foto tutti insieme!” - gli spiegò il giovane, di chiara origine messicana. Damiano acconsentì volentieri; poi quegli allegroni vollero il soldato dall’insolita uniforme da combattimento scura in mezzo a loro, e così un altro paio di “clic” furono fatti da due diversi di essi.

L’ufficiale promise che avrebbe fatto avere quanto prima un congruo numero di stampe di quegli scatti e salutò quindi tutti affettuosamente; al pianterreno, infine, si presentò presso il corpo di guardia per la registrazione della sua uscita.

Fuori si preannunciava una splendida giornata di sole. Guardò l’orologio; erano le 6,20. Pensò a casa sua: in quel momento Cecilia e la piccola stavano ancora dormendo insieme nel lettone. Lo colse una forte nostalgia: più tardi le avrebbe chiamate dal Comando dell’Italcon a casa dei suoceri dove, com’era consuetudine la domenica, esse avrebbero pranzato insieme alla sorella minore di Cecilia, Elena, e al marito di quest’ultima.

Il capitano mosse quindi verso il varco del recinto di protezione della caserma, in prossimità del quale gli era stata fatta parcheggiare la sua “Fiat Campagnola”; stava informando il sergente Steve Russel - responsabile del servizio notturno di guardia alla sbarra - che di lì a un minuto avrebbe lasciato la base quando sulla strada di fronte apparve il camion Mercedes Benz color giallo che riforniva quotidianamente d’acqua i militari americani.

“Arriva Fareed” - comunicò Russel ai suoi. Il sottufficiale non poteva certo immaginare che poco prima, lungo il tragitto, il simpatico autista divenuto ormai un amico ed il suo automezzo erano stati fermati dagli uomini della Jihad Islamica filo-khomeinista (al servizio sia dell’Iran sia della Siria, paesi entrambi interessati - in ispecie il secondo - alla destabilizzazione del Libano) e che quello che si stava appropinquando era un altro veicolo, del tutto identico ma imbottito di diecimila chili di tritolo (“… la più potente bomba non nucleare mai realizzata”, l’avrebbe definita più tardi l’F.B.I.).

Infatti l’autocarro, contrariamente alle regole, improvvisamente accelerò a tutto gas. Il sergente intuì allora la minaccia, afferrò la propria arma ed iniziò a sparare contro il mezzo, ma inutilmente: dopo aver abbattuto filo spinato e barriere metalliche, il kamikaze sistemato al volante lo oltrepassò sorridendogli beffardamente. L’italiano capì cosa stava per accadere e si lanciò a terra.

Alcuni istanti dopo (erano le 6,23) una terrificante esplosione squarciò il silenzio di quell’alba ingannevolmente promettente. La caserma si accartocciò, letteralmente: duecentoquarantuno soldati rimasero uccisi, e innumerevoli furono quelli feriti gravemente.

Quando, ancora sbalestrato dal violentissimo spostamento d’aria, riuscì a rimettersi in piedi dentro una divisa totalmente ritinta di grigio polvere, Damiano vide sgomento la bandiera statunitense penzolare - in brandelli - sopra una montagna di macerie fumanti; ai suoi piedi, scaraventato lì dalla potenza della deflagrazione, il cartello (incredibilmente intatto) che i marines avevano affisso all’ingresso dell’edificio: “Benvenuti all’Hilton”.

Durante il ritorno al Comando Italcon su uno dei mezzi di soccorso inviati prontamente sul luogo della strage dagli alleati italiani, il capitano (la cui campagnola aveva preso fuoco nell’attentato) apprese con costernazione che un secondo camion-bomba della Jihad alle 6,26 aveva devastato a pochi chilometri di distanza il Drakkar, l’edificio di nove piani che ospitava i paracadutisti francesi, uccidendone cinquantotto.

Quando più tardi Damiano al telefono mise al corrente di tutto la moglie, questa scoppiò in lacrime; poi, concluso il collegamento, essa corse da Sofia e la strinse a lungo forte tra le braccia; la bimba non capiva, pensava ad un gioco della mamma e rideva divertita.

Preso atto della totale inutilità della missione, nel successivo mese di febbraio Stati Uniti, Francia, Italia e Regno Unito ritirarono le proprie truppe, lasciando il “Paese dei Cedri” nel caos e alla totale mercé del famigerato dittatore siriano Hafiz al-Assad.

***

Damiano mise da parte sulla scrivania la più nitida delle due foto fatte insieme ai cuochi americani. Aveva saputo poi che quelli erano tutti morti nello scoppio, ma aveva ugualmente fatto avere al comandante della 24.ma le copie promesse delle immagini (le ultime che li ritraevano ancora in vita, sorridenti), affinché venissero recapitate ai rispettivi familiari. In quella fotografia là, già sbiadita, c’era il momento più difficile e al tempo stesso più autentico di tutta la sua carriera militare...

Ad essa ne aggiunse poi una che lo vedeva bambino insieme ai propri genitori e ai due fratelli più piccoli il giorno della sua prima comunione, vestito da fraticello. Dopo un’altra ancora, bellissima, di Cecilia con in braccio Sofia bimbetta. Ed infine, rovistando nel contenitore (sapeva che si trovava lì dentro) recuperò quella - l’unica - che lo ritraeva insieme a Milena, scattata dopo lo spettacolo di ballo di lei: chissà se anche la donna l’aveva conservata, oppure (com’era molto più probabile) fatta in mille pezzi cacciati poi nella pattumiera. Al pari, cioè, di immondizia.

Le chiuse tutte insieme dentro una piccola busta plastificata che, lasciato lo studio, andò a riporre in una tasca dello zaino già stracolmo di attrezzatura alpinistica e pronto a partire, il mattino seguente, per l’Alto Adige: sulla Croda dei Toni voleva portare con sé tutta la propria vita.

XV

La sorpresa

Gli strascichi delle tragiche vicende del “G8” avevano comportato lo slittamento ad agosto del congedo estivo di Damiano e dunque dell’appuntamento di quest’ultimo con Bruno, la guida alpina di Corvara.

Nella vicina La Villa l’ufficiale prese in affitto il solito bell’appartamentino al piano terra di una infioratissima abitazione in stile tirolese. Il giorno prima della partenza per il Rifugio Zsigmondy-Comici, dal quale avrebbe dovuto avere inizio (il condizionale era ormai più che d’obbligo…) la sua ultima avventura, egli si alzò da letto di buon mattino, bisbigliando all’orecchio della moglie ancora sonnecchiante di prepararsi per un’escursione. “Sarò di ritorno tra un paio d’ore” - disse; quindi si lavò, fece una rapida colazione e, presa l’auto, volò in direzione di Pedraces.

Intorno alle otto e mezza, mentre in cucina sorseggiava il suo tè già presa dal cruccio per l’imminente scalata del marito, Cecilia udì avvicinarsi fuori uno scalpiccio cadenzato. Incuriosita, aprì la porta che dava sull’ampio prato e rivide Damiano con sulle spalle, a mo’ di mantello, un lenzuolo preso in prestito dal vicino stenditoio.

“Mia incantevole dama, vuole fuggire via lontano con me?” - domandò pomposamente l’uomo, scoppiando poi in una matta risata.

Lei si intenerì. Lasciò tutto e salì dietro di lui in groppa a quello splendido cavallo.

Costeggiando il torrente Giaric (senza fretta, in silenzio, Cecilia con il capo poggiato sulla spalla del suo cavaliere) arrivarono all’albergo alpino Gran Ancei; i gitanti incrociati lungo il sentiero li avevano salutati spiritosamente come un re ed una regina. “Iih, iih!” - spronò lì lui, lanciando al galoppo il magnifico animale nei vasti e verdi (nonché proibiti, ma “…stamattina chi se ne frega!) prati dell’Armentarola. Da tempo la donna non si sentiva così felice…

Quando, riconsegnata la bestia al maneggio, furono nuovamente davanti a casa Damiano le soffiò ancora in un orecchio: “Grazie! Di esistere, e di essere con me!”.

Lei si rabbuiò, per poi mollargli un sonoro ceffone. “Quanto sei subdolo! Speravi di lavarti la coscienza oggi, eh?” - ribatté; dopodiché gli mise le braccia attorno al collo e lo baciò con la stessa passione della prima volta, ventidue anni prima, sotto gli archi della Basilica di Sant’Ambrogio a Milano. “Lassù stai attento, stupido mio…”.

PARTE QUARTA

GINEVRA

XVI

Il nuovo imprevisto

I meteorologi dell’Aeronautica Militare stavolta si erano meritati appieno lo stipendio: le lunghe, basse colonne di nubi scure che avevano sovrastato (e preoccupato) Damiano e Bruno durante tutta l’ascesa dal paesino di Moso al Rifugio Zsigmondy-Comici (in cui i due avrebbero pernottato) il mattino seguente erano davvero scomparse: il cielo si presentava infatti assolutamente terso, il sole abbagliava e di fronte al ricovero la Croda dei Toni si stagliava in tutta la sua imponenza e straordinaria bellezza.

Il carabiniere seguitava, naso all’insù, a scrutarne affascinato la cima mentre insieme alla guida faticosamente risaliva il vasto e ripido ghiaione posto alla base della parete nord della montagna, sino a raggiungere finalmente la forcella occidentale; qui essi si concessero una rapida sosta per un sorso di borraccia e Damiano scorse così in lontananza due figure che lungo il sentiero proveniente dal piccolo Rifugio Pian di Cengia muovevano verso quella stessa sella.

Una volta dissetatisi, Bruno (un tipo non alto, asciutto e agile, dai modi sbrigativi) imboccò, seguito dal cliente, un’impercettibile traccia che correva nella pietraia ai piedi del fianco ovest della croda e che alla fine li depositò su una corta cengia protetta da uno spiovente tetto roccioso. Qua si tolsero di dosso gli zaini, dai quali cavarono tutti gli attrezzi necessari all’arrampicata per poi agganciarli ai vari anelli delle loro imbragature, che diventarono così delle cintole pesantissime; da ultimo si vincolarono l’uno all’altro con la corda ed iniziarono la progressione di conserva verso il punto di attacco della Via Drasch (“… tecnicamente un po’ più difficile della Via Normale da te proposta” - gli aveva spiegato Bruno - “ma in compenso più diretta e meno ingombra di detriti”), che raggiunsero dopo avere attraversato la base del Canale Innerkofler: una incavatura piena di ghiaccio che riga l’intera parete di sud-ovest, separando la cima più elevata (la loro meta, alta 3.094 metri) da quella secondaria (chiamata Croda Berti, di sessantacinque metri più umile).

Lungo quest’ultimo versante ebbe così inizio la salita alpinistica vera e propria alla Cima Dodici.

C’era da scalare circa mezzo chilometro di parete, suddividendolo in tratte ciascuna di una cinquantina di metri al massimo (la corda utilizzata era infatti lunga sessanta). Partiva dapprima la guida, la quale a mano a mano attrezzava la roccia di “rinvii” entro cui inserire e far scorrere la corda che dabbasso Damiano badava a rilasciargli progressivamente, tenendola nel contempo nella giusta tensione per arrestare un’eventuale caduta del partner; concluso il “tiro”, Bruno allestiva la “sosta” (cioè l’ancoraggio) con cui legava se stesso alla parete e favoriva la successiva salita del cliente; una volta arrivato su quest’ultimo, la guida sganciava la sicura e cominciava il tiro successivo.

Damiano saliva tranquillo, confidando che l’altro sopra si mantenesse sempre vigile e lesto; lungo uno dei verticali “camini” via via incontrati la sua marcia spedita ad un tratto però si arrestò: per quanta forza mettesse nelle gambe e nelle braccia per spingersi in su, non avanzava di un millimetro. “Lo zaino…” - arguì - “E’ troppo largo per questo budello!”. Maledizione, a Genova s’era ripromesso diverse volte di acquistarne uno più affusolato e poi invece, per mancanza di tempo, non lo aveva fatto… Lavorando di spalle lo sfregò ripetutamente con energia contro la roccia allo scopo di disincagliarlo, ma inutilmente.

“Che succede?” - gli gridò dall’alto Bruno sentendo la corda tesa da un pezzo.

“Mi sono incastrato con lo zaino nel camino!” - strillò a sua volta Damiano per farsi sentire - “Libera della corda, scendo di un po’ e provo a rinfilarmici dentro diversamente!”. Fu così che si rese conto che in realtà una penzolante cinghia della sacca era andata ad incastrarsi fra la roccia e il chiodo piantato sbieco all’altezza della sua coscia; rimosso il blocco, guardò in basso per ricercare per il piede l’appoggio migliore per ripartire e così sotto intravide un’altra cordata a due impegnata lungo la loro stessa via di salita; udì anche una voce, che gli parve di ragazza. “Saranno i tali che venivano dal Pian di Cengia” - immaginò, riprendendo ad inerpicarsi dentro la fessura.

Tastare continuamente la roccia durante la scalata di una montagna procurava sempre a Damiano una strana sensazione: gli sembrava d’essere un bimbetto indaffarato a gattonare sul corpo di una madre ciclopica. Una genitrice però fredda, distaccata, totalmente indifferente a quell’esserino, qualunque cosa potesse accadergli, e tuttavia non per questo crudele: ella, molto semplicemente, rendeva chiaro quanto l’uomo fosse effimero, anzi… niente!

Quel mattino tale percezione fu per lui più che mai forte: la cattedrale di pietra alla quale era aggrappato e tutte le altre attorno - insieme ai boschi, ai rivi e ai pascoli che scorgeva giù in lontananza - gli apparivano come l’unica, vera “Essenza”; e noi, con i nostri risibili affanni, soltanto appunto delle fugaci e superflue comparse…

Finalmente raggiunsero la cengia sassosa che avvolgeva alla base il torrione sommitale; adesso bisognava portarsi dall’altra parte di quest’ultimo e lì effettuare i due rimanenti tiri di corda. Percorsero così verso destra un lungo tratto di ghiaino instabile, sul quale gli scarponi slittavano e dove era dunque necessario procedere con estrema cautela: il militare di tanto in tanto gettava l’occhio a dritta, dove si spalancava un baratro di svariate centinaia di metri, provando - perché negarlo? - un po’ di strizza.

Allorché, svolti i tiri conclusivi e percorsa poi una breve cresta, poté accarezzare la croce di vetta, Damiano stentò a crederci: era riuscito davvero a realizzare il suo sogno, era realmente arrivato lassù!

Non avrebbe voluto trovarsi in nessun’altro luogo all’infuori di quello: di colpo ebbe la certezza che senza conoscere quel momento magico la sua esistenza sarebbe stata… imperfetta. Con lo sguardo abbracciò - come mai prima - tutte le Dolomiti e una miriade di innevate vette austriache; oltre quel mare di picchi aguzzi, poi, gli sembrò di poter scorgere il mondo intero: esso, da lassù, pareva il Paradiso! Attorno un silenzio assoluto, che infondeva grande quiete...

“Grazie” - disse commosso rivolto a Bruno, il quale sorridendo gli strinse la mano per congratularsi con lui per il successo della salita. Il carabiniere quindi si sedette a gambe incrociate sulla spaziosa vetta e prese a contemplare le Tre Cime di Lavaredo, le quali gli mostravano il loro lato meridionale (proprio quello che aveva scalato tre anni prima, sempre insieme a Bruno, per giungere sulla sommità della più alta di esse). Da dov’era adesso sembravano piccine, quasi un giocattolo, e ciononostante nel loro fatato isolamento irradiavano un senso di maestosità che mozzava il fiato.

Damiano non riusciva a staccare gli occhi da quella meraviglia: voleva imprimersela indelebilmente nella mente. E così non si accorgeva neppure di essere alquanto stanco: sotto il profilo tecnico la scalata della Croda si era rivelata nel complesso meno ostica di quanto si attendesse, ma - come preannunziato da Ermanno - lo aveva sfibrato fisicamente.

La guida si dedicò invece al panino allo speck e formaggio di malga che aveva estratto dal proprio zaino; mentre lo sbocconcellava lanciò un’occhiata di sotto verso il rifugio da cui erano partiti ore e ore prima: era diventato lillipuziano. “Un altro bel mazzo fare ritorno laggiù!” - disse tra sé e sé.

In quel mentre sopraggiunse in vetta la cordata che seguiva: un giovanotto e - qualche metro più indietro, legata di conserva - una ragazza la quale, fatto un ultimo passo, si fermò emettendo un secco sbuffo che esprimeva stanchezza ma anche soddisfazione; essa rivolse poi un sorriso al compagno, che raggiunse prestando attenzione a dove metteva i piedi.

“Bravissima!” - le disse lui, baciandola sulla bocca. Entrambi salutarono quindi educatamente i tizi che li avevano preceduti e, scioltisi dalla corda, andarono a sistemarsi oltre la croce, liberandosi là dei pesanti zaini che avevano loro segato le spalle nella lunga salita.

Quando la ragazza si tolse anche il caschetto protettivo e gli occhiali da sole, mostrando così per intero la bellezza del proprio volto che portava a piena perfezione la sua figura, a Bruno scappò sottovoce un commento di bassa lega: “Cavolo, che gran gnocca!”. Damiano, a sua volta, le piantò letteralmente gli occhi addosso.

La giovane dovette avvertire quegli sguardi su di sé perché ad un certo punto si voltò infastidita, per chiedere comunque con garbo ai due: “Tutto bene, signori?”,

“Assolutamente, signorina” - rispose Damiano per entrambi - “Il grandioso scenario che ci circonda, unito a lei non meno incantevole, rende oggi il cuore felice di battere!”.

“La ringrazio per il complimento!” - rise la ragazza, ora divertita da quella sparata lirica che anche il suo autore burlava ridacchiandovi sopra a propria volta. Sulla cima il sole picchiava forte, così la donna si tolse la sua sgargiante giacchetta rossa rimanendo con la sola t-shirt tecnica che - in quanto piuttosto aderente - metteva in risalto il bellissimo seno sotto, sul quale ora ricadeva una lunga treccia castana.

L’accompagnatore alpino naturalmente riapprezzò molto, mentre Damiano pareva addirittura stregato. “Permettete che mi presenti” - disse quest’ultimo tirandosi su di botto ed avvicinandosi ai due giovani per stringere loro la mano - “Mi chiamo Damiano Furlan. E lui è Bruno, la mia guida”. Quello dalla piastra di roccia su cui era seduto rese omaggio con un cenno della mano.

“Io sono Davide, piacere” - ricambiò il ragazzo, un tipo alto e biondo.

“E io Ginevra” - chiuse il giro la ragazza.

“Un nome poco comune, ma… ammaliante: ti sta a pennello!” - commentò l’uomo, dopo avere però avvertito una fitta improvvisa e acuta - “Viste le rispettive età vi posso dare del tu, vero?”.

“Certamente".

“Quanti anni avete, ragazzi?”

“Io ventiquattro, e Davide ventisei”.

“Ah, come ve li invidio! Avete ancora davanti così tante speranze e strade aperte... Quand’è il tuo prossimo compleanno, Ginevra?

“Il 20 novembre. Ma perché me lo chiede?".

“Perché mi piacerebbe scattarvi una bella foto insieme da elaborare poi su tela; un specie di dipinto, insomma: è uno dei miei hobby. Te lo spedirò come regalo per quella data a ricordo dell'odierna conquista di Cima Dodici, se vorrai darmi il tuo l’indirizzo. Ma, ditemi, di dove siete?” - domandò ancora Damiano, dopo avere nuovamente stretto i denti per superare due nuove dolorose trafitte nel petto.

“Siamo romagnoli; da un anno però viviamo e lavoriamo a Cremona” - rispose Davide, in verità un tantino perplesso per l’approccio arrembante di quello sconosciuto - “E lei, invece?”.

“Oh, il mio mestiere, ufficiale dei carabinieri, ha fatto di me un autentico vagabondo: attualmente sono in forza a Genova”.

“Un carabiniere?” - si sorprese il ragazzo - “Non l’avrei mai detto! Li ho sempre immaginati tutti d’un pezzo e di poche parole, l’esatto contrario di lei!”.

Usi obbedir tacendo e tacendo morir!, recita infatti uno dei nostri motti. Ma all'occasione sappiamo essere invece amichevoli, e addirittura galanti!" - ridacchiò il militare facendo l’occhiolino a Ginevra ed apparentemente pieno di brio; in realtà stava ormai accusando un malore, principiando anche a sudare. "Ma voi due, gente di pianura" - proseguì comunque - "com’è che siete rocciatori?”.

“Mio nonno era di Cortina d’Ampezzo: mi ha trasmesso la sua passione per l'alpinismo quando ero piccolo e con mia madre trascorrevo le vacanze estive lì da lui; io a mia volta, dopo esserci messi insieme, ho contagiato Ginevra” - spiegò il ragazzo mentre inginocchiato estraeva dallo zaino un tubetto di crema solare che passò poi alla fidanzata, accoccolatasi intanto sopra un sasso vicino. "E’ ancora piuttosto grezza” - la prese in giro - “ma sta imparando in fretta”.

“Beh, di coraggio sicuramente non difetta, se si è spinta fin quassù... I tuoi non brontolano, Ginevra?” - chiese poi rivolgendosi di nuovo a quella.

“Mia mamma è mancata l’anno scorso”.

Damiano si zittì; la ragazza suppose che si sentisse in imbarazzo per l’involontaria gaffe ma l'uomo, in realtà, in quel momento era giunto all'apice del proprio malessere. Lo capì la guida, che in disparte aveva seguito l'intera conversazione e notato già una qualche difficoltà nel suo cliente. “Colonnello, è tutto a posto?” - intervenne allarmato: un eccessivo affaticamento e lo sbalzo di quota potevano insieme avergli tirato un brutto scherzo!

Il militare annuì con il capo per rassicurarlo e, pur stentando un po’, riprese con Ginevra il dialogo interrotto poco prima.

“Mi dispiace, davvero. Cosa le è accaduto?”.

“Un brutto male, purtroppo” - intervenne Davide per evitare alla ragazza una dolorosa rievocazione ed iniziando peraltro a spazientirsi un po'.

“E tuo papà?”.

“Lui l’ho visto solo in foto: è morto in un incidente in mare prima che io nascessi…” - rispose con amarezza la giovane.

A questo punto, però, il suo compagno si rialzò in piedi e sbottò. “Ascolti, signor Furlan, io e Ginevra siamo saliti qui in vetta per festeggiare in un modo speciale il nostro secondo anno di fidanzamento. Speravamo di essere soli, ma così non è stato. Pazienza. Ma non posso accettare che con domande inopportune uno sconosciuto addirittura guasti tutto! Non vede che la sta rattristando? La smetta, per cortesia!” - concluse lanciando poi per la stizza giù nel vuoto, appallottolato, il foulard che si era appena levato dal collo per il gran caldo. Nel suo angolo il silenzioso Bruno scrollò la testa: davvero, perché tanta smania di confidenze? Che diavolo era preso quel giorno al suo cliente, che sapeva essere una persona assolutamente discreta e irreprensibile?

“Hai ragione, ragazzo, mi sono dimostrato un vero ficcanaso!” - disse Damiano - “Vi chiedo scusa. Io volevo soltanto...".

"Su, Davide, non è successo niente di che!" - intervenne Ginevra dal suo sgabellino di pietra per troncare lì la questione; poi, rivolgendosi agli altri due, propose: "Per festeggiare sia il nostro anniversario che la conquista della Croda - perché ero sicura che ce l’avremmo fatta! - ho portato nello zaino una piccola bottiglia di spumante. Possiamo brindare in quattro: oggi infatti è un giorno indimenticabile per tutti!".

"Grazie, signorina, ma noi ora dobbiamo proprio andare" - le rispose la guida, cominciando subito a rifilare la corda in vista della discesa: il colonnello non stava bene, ne era certo; bisognava riportarlo giù al più presto.

"Non credo che l'alcol oggi faccia per me..." - declinò a sua volta l'invito l’ufficiale (“Già!”, commentò Bruno fra sé e sé). "Sarà per un'altra volta" - aggiunse con un certo rammarico nella voce; e poi, rivolgendosi a Davide, concluse: "Vi lasciamo finalmente soli: godetevi in pace il fantastico panorama e la vostra bellissima ricorrenza".

"Però non attardatevi troppo" - raccomandò loro, più concretamente, la guida alpina - "Quelle nuvole laggiù mi piacciono poco, se mai il vento le portasse qua potrebbero essere guai seri: non dimenticate il perché del nome di questa montagna".

Un rapido scambio di saluti, dopodiché la guida ed il suo cliente si avviarono di conserva lungo la cresta.

"Dì, colonnello" - chiese Bruno a quello che lo precedeva quando fu certo di non poter essere più udito dai due rimasti sopra - "Ma ti eri mica messo in testa di provarci con la ragazza, e per di più sotto il naso del suo fidanzato?".

"Ma non dire stupidaggini!" - negò, inalberandosi, il militare.

"D'accordo, argomento chiuso... Però è sicuro che tu non stai bene: hai il respiro corto. Nei mesi scorsi ti sei preparato fisicamente?".

"Non molto".

"Fantastico!... Beh, ora pretendo da te la massima concentrazione durante tutta la discesa: giù dobbiamo arrivarci vivi!”.

Il ritorno dalla vetta della Croda dei Toni lungo la Via Drasch comporta un gran numero di calate in “corda doppia”: è dunque un continuo recuperare dall’ancoraggio soprastante la fune che dopo viene rilanciata giù lungo la parete per eseguire la discesa successiva, insieme ad un macchinoso sgancia-riaggancia ad essa di discensori e moschettoni: operazioni che richiedono attenzione e celerità di esecuzione.

Damiano all’opposto manovrava con lentezza e si calava giù in modo scomposto; sembrava come assente. Per forza: aveva fissa nella testa la donna della vetta. Il rientro andava dunque per le lunghe, la guida ne era seccata ma non sollecitò il suo cliente, intuendo che non sarebbe servito a nulla. Anzi.

Erano alla quart’ultima calata quando udirono ripetutamente provenire dalla vicina Via Normale dei paurosi rimbombi: per ben tre volte - con un breve intervallo fra l’una e l’altra - la montagna scaricò infatti lì una valanga di pietre; se Bruno avesse assecondato Damiano nella scelta della “via”, di loro sarebbe stata recuperata solo della misera poltiglia…

Finalmente si ritrovarono sulla cengia dove al mattino si erano preparati per l’ascensione e in cui adesso viceversa si liberarono di tutta l’attrezzatura rigonfiando oltremisura gli zaini; dopodiché essi si incamminarono lemmi lemmi in direzione della sella da cui con una ripida discesa avrebbero dovuto riguadagnare il Rifugio Zsigmondy-Comici; qui Damiano aveva in precedenza già riservato per sé un secondo pernottamento, avendo originariamente in mente di salire la mattina dopo al famoso “Passo delle Sentinelle” (conquistato durante la Prima Guerra Mondiale dagli Alpini con un’operazione di montagna entrata nella leggenda), per fare poi ritorno da Cecilia a La Villa in serata.

Giunti alla Forcella De Toni, l’ufficiale mise però mano al portafoglio. “Ecco il tuo compenso” - disse a Bruno.

“Beh, che premura hai? Me lo darai al rifugio, quando ci saluteremo…”.

Il militare gli infilò i soldi in una tasca della giacchetta, poi spiegò: “Non vengo con te”.

“E come mai?”.

“Devo rivedere quella ragazza… Ginevra”.

“Cosa? Ma ti sei bevuto il cervello?” - trasecolò la guida.

“La vita non smette mai di riservare sorprese. Arrivederci!” - gli rispose secco Damiano, e ciò detto si avviò lungo il sentiero che conduceva al Rifugio Pian di Cengia. Sulla cima aveva infatti sentito che i due ragazzi sarebbero ripassati da lì.

Quando, sfiniti, raggiunsero finalmente il loro ricovero, Ginevra e Davide trovarono - seduto solo soletto ad uno dei tavoli esterni e con una tazza di tè caldo tra le mani - l’ufficiale incocciato ore prima sul cucuzzolo della Dodici.

“Felice di rivedervi, ragazzi” - li salutò questi.

“Salve…” - sospirò Davide, rendendo all’opposto palese il suo scarso piacere di rincontrarlo - “Ma lei non dovrebbe trovarsi al Comici?”.

“Cambio di programma”.

“E la guida?”

“Sta rientrando a Corvara: domani dovrà portare un gruppo sulla “ferrata” Tomaselli”.

“Come va, signor Damiano?” - si premurò di chiedergli invece Ginevra - “Su non avevo capito che stesse poco bene: è stato Bruno ad accennarmelo velocemente mentre ci si salutava...”.

“Puff… esattamente come prima, mia cara: sbigottito, confuso; addolorato e felice allo stesso tempo. La condizione fisica non c’entra affatto!” - rispose lui. “Ma tu - e tu soltanto - puoi mettere fine al mio scompiglio. E’ per questo che mi trovo qui: ti stavo aspettando”.

“Non capisco” - gli disse la ragazza, spaventata un po’ da quelle strane parole.

“Oddio, questo è proprio matto!” - esclamò a propria volta il suo compagno, battendosi le mani sui fianchi.

“Siediti, Ginevra; e anche tu, Davide. Vi prego”. E dopo avere ordinato all’inserviente di passaggio delle birre fresche per i due disidratati ragazzi, Damiano tirò fuori da una tasca dello zaino un oggetto che mise, capovolto, nelle mani della giovane.

Ginevra lo tenne a quel modo per un po’: stava cominciando anche lei a scocciarsi e fu lì lì per restituirglielo, alzarsi e andarsene; poi invece, sbuffando, decise di rigirarlo e vedere di cosa diavolo si trattasse. E sbiancò in volto, cessando di respirare.

Fissò quell’immagine per un tempo interminabile; poi, lentamente, sollevò gli occhi sgomenti verso l’uomo che le sedeva di fronte.

“Dimmi, Ginevra, è quella la fotografia in cui ci sarebbe tuo padre? E la donna stretta a lui, con sul viso ancora tracce di trucco da ballo, era tua madre? Era… Milena?”.

Senza proferire parola, e tremando visibilmente, la ragazza guardò di nuovo la foto e poi ancora l’uomo: ventiquattro anni intaccano i lineamenti, ma non li stravolgono. Ecco perché sulla vetta aveva avuto pazienza con quell’impiccione: aveva un’aria… familiare!

Si sentì girare la testa; l’intero suo passato, ogni fatto certo della sua vita d’improvviso stavano venendo giù come un castello di carte. Iniziò ad ansimare, poi a singhiozzare, finché non si abbandonò sul tavolo ad un pianto dirotto, con la testa nascosta tra le braccia; tra le tante cose, si sentiva anche ingannata, defraudata…

Quella notte al rifugio Cengia tre posti letto già pagati rimasero vuoti; per non disturbare il riposo degli altri ospiti, i loro assegnatari infatti la trascorsero fuori, sotto le stelle: avevano troppo da raccontare ed ascoltare, da domandare e spiegare, per potersi permettere di dormire. Non patirono neppure il freddo.

Damiano s’era sentito mancare quando quella ragazza era comparsa sulla vetta: non aveva gli occhi verdi (quelli di Ginevra erano neri e luminosi, avendoli presi dal padre), ma per tutto il resto era assolutamente lei: Milena. Una rassomiglianza talmente straordinaria avrebbe indotto chiunque avesse conosciuta quest’ultima a scommettere all’istante che la giovane alpinista fosse sua figlia; comprensibilmente, il militare era stato preso dall’impellente bisogno di una conferma di ciò da parte della diretta interessata.

Quando però aveva udito come si chiamava la giovane era stato assalito dal sospetto che ci potesse essere addirittura dell’altro, e s’era frenato: Ginevra era infatti il nome che lui e Milena, nelle loro continue fantasticherie di una vita felice trascorsa insieme, avevano scelto di dare alla loro prima figlia femmina (perché erano tanti i bimbi che sognavano…). E così egli - da buon carabiniere - aveva dato avvio a quella sequela di raggiranti quiz, buscandosi risposte che una dietro l’altra lo avevano lapidato dentro come pietre; perché, fuse insieme, esse sentenziavano in modo incontrovertibile che Milena era rimasta incinta di Ginevra poco prima dei maledetti fatti di marzo, senza tuttavia all’epoca saperlo ancora. Ciliegina sulla torta, infine, era stata la collimazione della sparizione del papà prima della nascita, e per di più in mare: era quindi il marinaio, seppur fasullo, e non il carabiniere che Milena desiderava ricordare in cuor suo…

Ormai mancava solo la “prova del nove” davanti alla fotografia che anche lei aveva dunque serbato (intanto l’ufficiale non si capacitava: il forzato rinvio della scalata a quel giorno di agosto, il sabato di pioggia che gli aveva fatto infilare l’immagine nello zaino… “cosa”, “chi” aveva preordinato quell’incontro sulla vetta?). Per Ginevra però conoscere la verità sarebbe stato uno shock: Damiano non poteva dopo farle affrontare frastornata la difficile discesa dalla Croda! Per questo aveva rinviato il momento decisivo giù al rifugio.

“Qui, mentre ti attendevo, ho ripensato tanto a tua madre” - disse alla ragazza - “Quando lassù hai detto che non c’è più mi sono sentito devastare; e, rammentando il dolore che le ho causato, prima che tu arrivassi… ho pianto”.

Alla figlia che l’ascoltava attonita raccontò del suo immenso amore per Milena, dei mesi - pochi, eppure lunghi come anni - in cui insieme avevano vissuto in paradiso; e di come poi tutto, all’improvviso, era finito.

“Adesso capisco a cosa veramente alludesse la mamma quando ogni tanto mi diceva che le ero stata donata da mio padre due volte: il pestaggio in caserma avrebbe infatti potuto causarle un aborto!” - sospirò Ginevra malinconicamente “Ma tu, papà, perché… perché non l’hai più cercata, dopo?”.

“Ero convinto che mi odiasse”.

“Invece io so che non hai mai smesso di volerti bene. Si conversava raramente di te; sentivo che soffriva quando ciò capitava, ma io credevo per via del modo terribile in cui mi aveva detto che eri morto: annegato, cadendo una notte in mare aperto dalla tua nave, e mai più recuperato. Così non ho mai insistito per sapere di più di te: anche a me veniva da piangere, sai. E ha sempre parlato di te come di una persona speciale. L’ho sorpresa più volte mentre, davanti a questa stessa fotografia incorniciata sopra il nostro comò, ti accarezzava il volto con un dito; un giorno, sottovoce, ti ha anche parlato... Negli anni è uscita per un po’ con un paio di persone, ma mai nulla di serio: per loro - ho poi capito - non c’era realmente posto nel suo cuore”.

“Forse aveva paura di potere soffrire nuovamente. Glielo cacciato dentro io, quel timore: me lo ho rinfacciato per strada, il minuto prima di lasciarmi! Le ho rovinato anche il futuro…”.

“Ma tu esistevi, e lei non aveva smesso di amarti. Perché anche mamma non ha voluto rintracciarti, soprattutto dopo avere saputo di portare in grembo un figlio tuo? Perché?”.

“Secondo lei, lo disse tra le lacrime, le cose tra noi non sarebbero mai più potute essere le stesse, e questo probabilmente non lo poteva accettare”.

“E allora lei, proprio lei andata in mille pezzi per una bugia, ne ha poi messo su in piedi una ben peggiore! Pure lei ha mentito: a me, sua figlia, privandomi di un padre, menomando la mia infanzia…” - ricominciò a piangere la ragazza, incredula ed avvilita (eppure senza riuscire a provare un qualche risentimento: voleva troppo bene, alla sua mamma!). Il fidanzato - che aveva fino ad allora seguito silenzioso e stupefatto quell’incredibile colpo di scena - per confortarla la chiuse forte tra le proprie braccia, baciandola poi a lungo sui capelli; e per l’uomo sedutogli di fronte ora egli provava rispetto.

“Anche i nonni mi hanno tenuta nascosta la verità” - si lamentò ancora lei - “E oramai nemmeno loro mi possono più spiegare perché…”.

“Ginevra, se non ti è stata detta ci saranno senz’altro state delle ragioni più che valide: te lo dico per… esperienza”.

“Ma quali?”.

“Non lo so, bambina mia. Per proteggerti, immagino. Ma ti spiegherà la mamma stessa, quando un giorno la rincontrerai in paradiso”.

Entrambi non potevano sapere che in realtà Milena, vinte alla fine mille remore e seppure dopo ben tre anni, aveva cercato Damiano a Milano. Ma, saputolo fresco sposo dalla chiacchierona guardia all’ingresso del Comando, era subito tornata alla stazione centrale, dove anche lei aveva poi udito sei spari…

Sopraggiunse l’alba, e con essa una certa fame; i tre si infilarono dentro il rifugio per godersi un’abbondante e calda colazione.

“Papa, tu sei sposato?”.

“Sì. Con una donna adorabile”.

“E…”.

“Sì, Ginevra. Hai una sorella: si chiama Sofia ed ha vent’anni. Adora la danza, come tua madre”.

“Una sorella! Ma è… meraviglioso!” - si agitò la ragazza, ritrovando un momento di gioia vera - “Allora non sono più sola!”. Poi però si impensierì, ed infine domandò: “Ma tu… dirai loro di me?”.

“Come potrei non farlo?”.

“Però come pensa che la prenderanno in famiglia?” - intervenne Davide.

“Bella domanda!... Anche per loro sarà un trauma... Cecilia, mia moglie, sa della mia antica passione e sotto sotto, anche se non ne ha motivo, ne è gelosa: è una donna, dopotutto!” - disse Damiano, tentando di buttarla un po’ sul ridere. “Una donna però straordinaria. Intelligente, e riflessiva: forse posso davvero sperare che non mi maledica; che capisca, come sa fare sempre, e continui a offrirmi il suo incondizionato amore: perché senza io non posso, non ce faccio; e anche che accolga te come una figlia, Ginevra” - proseguì rivolto alla ragazza - “Certo avrà bisogno di un po’ di tempo… Sofia? Suppongo che lei, dopo il primo sbigottimento, salterà di gioia: una sorella, maggiore per giunta, a farle da spalla nelle sue bizzarrie!... In casa già stentavo con due femmine, figurarsi dovere in futuro far fronte a una colazione a tre!” - ironizzò il carabiniere, dentro di sé attraversato da ovvi timori ma al tempo stesso riscaldato da un raggio di commossa felicità.

Nella vita tutto lascia un segno. Sempre. E infatti un banale pugno di parole scambiate sotto un megafono rauco gli aveva infine portato lei, creatura meravigliosa e sua. Prese le mani della ragazza e se le poggiò sul cuore.

XVII

Il nuovo corso

Cecilia, dopo un’iniziale fase di smarrimento e di comprensibile rigetto dell’accidente piombatole all’improvviso in famiglia, accettò Ginevra, prendendo anzi via via a volerle sinceramente bene; in ciò aiutata dalla gioia che leggeva negli occhi di Sofia.

Damiano ebbe una ragione in più per tenere fede alla propria promessa di abbandonare l’alpinismo; Bruno certo perse un affezionato cliente, ma fu contento di sapere (e finalmente capire) da una lunga lettera del colonnello dell’insolita, incredibile “tormenta” che s’era scatenata quel giorno di agosto sulla Croda delle bufere.

Ginevra deluse parecchio Davide come scalatrice (adesso la giovane, non appena le era possibile, correva a Genova per stare un po’ con la sorella), ma sicuramente fece di lui l’uomo più felice sulla faccia della terra accettando di sposarlo non molto tempo dopo. E, quando venne al mondo, alla loro creatura volle donare il nome di sua madre: Milena.

La montagna più alta rimane sempre dentro di noi (Walter Bonatti)

CLAUDIO LORETO



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