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lavoro pubblicato lunedì 25 dicembre 2017
ultima lettura mercoledì 11 dicembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L'ULTIMA CRODA (Parti I e II)

di ClaudioLoreto. Letto 449 volte. Dallo scaffale Amore

Damiano aveva giurato: quell’ultima vetta ancora, e poi avrebbe dato l’addio all’alpinismo. Ma proprio sull’agognata Cima Dodici un avvenimento inaspettato mette sottosopra la sua vita...

PARTE PRIMA

DAMIANO

I

La decisione

Già da qualche tempo il piccolo computer del simulatore di voga installato nella palestra del Rowing Club Genovese gli certificava, senza il minimo tatto, che il suo fisico stava progressivamente perdendo giri; nella cerchia delle proprie conoscenze, poi, la gente aveva preso - suo malgrado - lo spiacevole “andazzo” di congedarsi dal mondo con crescente insistenza. Insomma, alla vigilia dei cinquant’anni Damiano Furlan allargò le braccia prendendo atto che forze e tempo già principiavano ad assottigliarsi nella parte superiore della sua immaginaria clessidra.

Non voleva avere rimpianti e dunque doveva spicciarsi: nel proprio curriculum alpinistico mancavano ancora un paio di pezzi importanti, anzi due veri sogni: il Dente del Gigante, nel Massiccio del Monte Bianco, e la Croda dei Toni (detta pure Cima Dodici) nelle Dolomiti di Sesto di Pusteria.

Ad essere onesti, le ragioni che lo spingevano ad accelerare i tempi della conquista di quelle vette (e dopodiché piantarla lì una volta per tutte con le arrampicate) erano anche altre.

Cecilia, la moglie, viveva con apprensione le sue scappatelle montane: così al termine di ogni discesa, prima di andare con i compagni di cordata a caccia di un bar in cui brindare a birra al successo della giornata, Damiano si premurava di tranquillizzarla al cellulare, informandola che anche quella volta tutto era andato a meraviglia; per quanto solitamente più indifferente, dal canto proprio la figlia Sofia di tanto in tanto s’inalberava con la madre: “Non devi consentire a papà queste pazzie!”.

In breve, lo scalatore non voleva più causare ansie ai suoi. Anche perché nel tempo effettivamente erano andate moltiplicandosi le volte (taciute ai familiari) in cui la fortuna gli aveva dato una mano: quindi era davvero il caso di non tirare troppo la… corda!

E poi stava iniziando - perché non ammetterlo? - ad annoiarsi un po’. L’alpinismo è certo molto eccitante, ma obbliga a concentrarsi su dove poggiare piedi e mani; ed anche in vetta, generalmente, il tempo per godersi il mondo attorno è piuttosto limitato: ad incalzare, infatti, v’è sempre una lunga e spesso complicata discesa.

Così l’armeggiare coi moschettoni non riusciva a suscitare appieno in lui le emozioni regalategli invece dai trekking solitari lungo sentieri selvaggi, dentro l’immenso Silenzio: là i suoi pensieri prendevano a scorrere più lenti e nitidi, li poteva come leggere, e dialogava finalmente con la propria anima; un solo suono umano, e l’incantesimo si spezzava.

Durante quelle esplorazioni egli non finiva mai di stupirsi (e talvolta commuoversi) di fronte alle Grandiosità che via via attraversava; soprattutto, amava soffermarsi un po’ sulle rive dei ruscelli ad ascoltare il gioioso gorgoglio dell’acqua oppure, disteso su un prato, osservare le fronde ed i fiori danzare con leggerezza sulle note del vento: percepiva allora la sconfinata forza della Natura, la bellezza piena della Vita, e se ne inebriava, provando lampi di indescrivibile felicità.

Sì, sulle montagne era più bello… “viaggiare”.

Così, nell’autunno dell’anno Duemila, un tale intreccio di ragioni indusse Damiano a ripromettersi di mettercela tutta per portare a conclusione i suoi due propositi entro l’estate dell’anno successivo; dopodiché avrebbe regalato a qualche amico la propria attrezzatura alpinistica (giusto per ostacolare eventuali, successivi ripensamenti…).

In seguito, dunque, per lui solo escursioni e, tutt’al più, “vie ferrate”.

II

La lite

“Smettila, per favore! Non voglio più sentirtelo dire: porta male!” - sbottò sollevando gli occhi al cielo Cecilia quando a tavola il marito ritirò fuori il discorso che, una volta toccate le sommità dei suoi due “capricci”, avrebbe smesso di fare la lucertola lungo le rupi e di conseguenza di correre pericoli. Non era assolutamente superstiziosa, tuttavia gli sottolineò che a forza di ripetere quella tiritera avrebbe appunto finito con l’attirarsi la disgrazia addosso.

“Ah, che sciocchezza!” - commentò Damiano - “Dovresti anzi essere contenta delle mie intenzioni: la domenica finalmente sarai serena, mentre me ne starò stravaccato sul divano in pantofole e con il telecomando in mano… Guarda che lo faccio soprattutto per te: a me - già lo sento - non seminare più di “rinvii” le rocce mancherà un sacco!”.

“Infatti, conoscendoti, so che dopo poco ricomincerai!” - controbatté la moglie - “E poi non è certo davanti al televisore che ti voglio: io desidero che riprendiamo a fare delle cose insieme. Viaggiare un po’, ad esempio… Non potresti continuare a giocare solo coi remi, eh?”- concluse infine.

In effetti quella della montagna era una passione un po’ insolita per un tipo cresciuto in riva al mare nonché fanatico (e ottimo) canottiere; anche se, a dire il vero, da bambino la vacanza di gran lunga più felice Damiano l’aveva vissuta sulla Sila e la serie televisiva che più lo aveva affascinato vedeva protagoniste le Giubbe Rosse e le sconfinate foreste canadesi: già allora, insomma, c’era da sospettare che si trattasse di un marinaio… anomalo.

Era stata però proprio la moglie ad avere dato fuoco alle polveri: desiderosa di rivedere i dolci pascoli dolomitici che avevano deliziato le villeggiature della sua infanzia, Cecilia aveva a lungo insistito affinché la sua giovane famigliola trascorresse una settimana di ferie in Alto Adige (“… oltretutto il cambiamento d’aria farà bene alla bambina”, sosteneva). Damiano, in principio non granché interessato, alla fine un’estate aveva voluto accontentarla; e quando d’emblée si era ritrovato tra i Monti Pallidi ne era rimasto letteralmente folgorato!

Da allora la Val Badia in particolare era divenuta per loro lo “Shangri-La” nel quale rifugiarsi ogniqualvolta fosse possibile per rigenerare anima e cuore, per ritrovare se stessi; e, dagli e ridagli, era stato inevitabile per un tipo come Damiano approdare infine all’alpinismo e non potere poi più fare a meno della sensazione di assoluto sbalordimento - da conquistare metro dopo metro - che lassù gli suscitavano le distese a perdita d’occhio di picchi aguzzi. Ma la moglie, pur intuendo la bellezza di quelle emozioni, gli rimarcava che il prezzo che poteva essere facilmente chiamato a pagare per esse era troppo alto.

“Accidenti al giorno in cui mi è saltato in mente di trascinarti in montagna…”.

“Su, tesoro, ancora solo il Gigante e la Dodici, e poi ci faremo un bel viaggetto: ti piacerebbe tornare in Normandia?”.

“Ma… continui?” - si irritò Cecilia.

“Stai serena, non mi accadrà nulla! Comunque, nel “caso che…”, voglio che tu ingaggi una delle guide alpine di Corvara per fargli disperdere al vento le mie ceneri dalla vetta della Cima Grande di Lavaredo” - la punzecchiò lui per divertirsi un po’ ma, al tempo stesso, parlando terribilmente sul serio.

“Piantala!” - si adirò lei, alzandosi da tavola e andando a chiudersi in un’altra stanza dopo avere sbattuto violentemente la porta dietro di sé - “E non ti fissare con quelle due montagne” - gli strepitò da lì dentro - “Credi che non sia già andata a cercarle su Internet? E’ roba da folli! Tu non ci vai. Punto!”.

“Altroché se ci salirò!” - replicò il marito dalla cucina.

“Sei un uomo infantile ed egoista!” - gli gridò la donna, facendo poi scendere il silenzio in casa.

Damiano finì di cenare da solo (quella sera la loro figlia era fuori - meno male! - a lezione di danza). “Cavolo se s’è arrabbiata, stavolta” - pensò. E immaginava già che la moglie, quando sarebbe giunto per lui il momento di tirare fuori ed allineare sul tavolo tutta l’attrezzatura per i necessari controlli, gli avrebbe messo su un bel muso; ma sapeva anche che lo avrebbe infine lasciato andare, infilandogli in una tasca dello zaino la sua silenziosa, amorosa benedizione. “E’ un vero angelo, non me la merito!”, ammise fra sé e sé l’uomo.

III

L’opinione

Genova, 8 novembre 2000. “Allora cosa ne pensi?”, domandò Damiano a Ermanno, un rodato scalatore, davanti agli invitanti spaghetti ai frutti di mare per i quali andava famosa la trattoria “Da Zia Adriana”, dove i due si erano dati appuntamento quella sera.

“Per gli alpinisti con la A maiuscola le “vie normali” alle tue due vette non sono salite spinose” - commentò quello mentre mulinava la forchetta nella pasta - “Però per chi come te è approdato piuttosto tardi all’alpinismo, beh, esse costituiscono senza dubbio una gran bella sfida! E comunque richiedono, a chiunque, un notevole impegno fisico: dovrai dunque prepararti molto bene atleticamente, ed esercitarti in falesia lungo linee con grado di difficoltà dal quarto in su” - concluse, gustandosi poi appieno il suo boccone. “Oh, sti spaghi sono davvero una squisitezza…”.

Ermanno era un personaggio alquanto insolito: nel modo di acconciarsi e ragionare ricordava un altro bravo alpinista della Valle del Vajont che ultimamente si stava affermando anche come scultore e scrittore, tanto da cominciare ad essere conteso dai talk-show. Ad ogni modo, risultava una persona estremamente generosa e Damiano era già andato qualche volta in montagna con lui.

“Ti andrebbe di portarmi tu sul Dente?” - domandò il canottiere, sapendo che il suo commensale conosceva bene quel campanile obliquo avendolo già salito tre volte.

L’altro ghermì il proprio bicchiere con una delle sue mani forti come tenaglie e con calma sorseggiò il delizioso vermentino di Gallura che avevano ordinato. “Condizioni meteorologiche permettendo sì, volentieri!” - rispose infine, mentre provvedeva a riempire nuovamente di vino il calice ormai vuoto - “Tu però devi arrivarci ben determinato, sia chiaro. L’ultima volta il mio “secondo” si è fatto acchiappare dalla fifa e i tempi allora si sono dilatati a dismisura; così durante la fase di rientro la nebbia, prima lontanissima, ci ha raggiunti: non vedevamo oltre la punta degli scarponi, bastava un niente a smarrire la traccia e poi andare a finire in fondo ad un crepaccio o a volar giù da uno strapiombo improvviso. Alla fine, vuoi un po’ l’istinto vuoi un po’ la fortuna, siamo riusciti a rientrare al Rifugio Torino…”.

“Facciamo per giugno?”.

“Uhm, è possibile, se il verglas si sarà squagliato abbastanza”. Per la Croda dei Toni, invece, come pensi di organizzarti?”.

“Ho già ragionato telefonicamente della cosa con Bruno, la mia guida di fiducia in Val Badia: l’idea è di salirla in luglio”.

“Sicuramente ti porterà su solo se le previsioni meteo saranno ottimali: il toponimo “Toni” sta per “Tuoni”, lo sai?”.

“Sì, certo” - rispose Damiano.

Cima Dodici è infatti una croda solitaria, nota per attirare su di sé come una calamita ogni possibile temporale a zonzo nei suoi paraggi: il rischio di ritrovarsi in men che non si dica nel mezzo di una tempesta lungo la sua interminabile e faticosissima via normale (la seconda più difficile di tutte le Dolomiti, a detta degli esperti) teneva così alla larga da essa molti rocciatori anche consumati.

Il resto della serata venne trascorsa dai due a discutere, tra un gamberone fritto e l’altro, delle epiche quanto controverse vicende della conquista italiana del K2 nell’oramai lontano 1954.

PARTE SECONDA

MARCO

IV

L’imprevisto

Ciascuno di noi ha impresse indelebilmente nella memoria delle date particolari, legate ad avvenimenti fondamentali della nostra esistenza.

Così il 16 novembre del 2000, strappato al sonno dall’odioso cicalio della sveglia, un uomo si sollevò dal letto con già dentro un senso di mestizia che si trascinò poi dietro per l’intera giornata, trascorsa in ufficio in silenzio oppure rispondendo con scarso garbo ai colleghi che osavano rivolgergli la parola.

Gli accadeva, puntualmente, ormai da ventiquattro anni.

Bologna, 15 novembre 1976. Sgomitando, il giovane si fece largo tra gli studenti stipati nel cortile della Facoltà di Lettere dove si stava tenendo un’infiammata assemblea indetta da “Autonomia Operaia”, attivissimo movimento della sinistra extraparlamentare; semiasfissiato dalla cappa di fumo nauseabondo generata da centinaia di scadentissime sigarette, alla fine riuscì a raggiungere il palco (in realtà una vecchia e scassata scrivania) sul quale degli scalmanati si avvicendavano a sbraitare dentro un megafono sfiatato e dove avrebbe dovuto trovare (così almeno gli aveva detto un tipo scorbutico infilato dentro un logoro eskimo) la persona che faceva al caso suo.

“Ehi, scusate!” - gridò per farsi udire nel baccano generale dal gruppetto di ragazzi affaccendati in varie attività intorno alla misera tribuna - “Cerco il coordinatore della redazione di Radio Alice!”. Una tizia che, dandogli le spalle, era inginocchiata sopra alcuni scatoloni da cui estraeva ciclostilati da distribuire ai presenti si voltò e si tirò su. “Sono io” - disse - “In cosa posso aiutarti?”.

Il giovane ammutolì, non tanto in quanto si aspettava di dovere parlare con un uomo (chissà poi per quale ragione), bensì perché quella ragazza era semplicemente… bellissima! “Ah, sì” - farfugliò dopo qualche buon istante, sforzandosi di recuperare contegno - “Io, ecco, volevo sapere se può tornarvi utile una mano… alla radio, intendo dire. Ho un po’ di esperienza nel campo”.

“Ma tu chi sei?”.

“Hai ragione, non mi sono nemmeno presentato” - si scusò lui - “Mi chiamo Marco, Marco Drovandi. Sono iscritto alla facoltà di giurisprudenza”.

“A vederti direi che sei un fuori corso”.

“No, in realtà sono una matricola. Il fatto è che subito dopo avere finito l’Istituto Nautico mi sono imbarcato sui mercantili, navigando così per sei anni; ma quella vita non faceva per me, quindi ho deciso di riprendere in mano i libri, sovvertendo i miei interessi: ora vorrei diventare un avvocato”.

“Istituto Nautico… Quindi non sei di Bologna”, osservò lei.

“No, vengo da Fano”.

“E come mai non ti sei iscritto all’Università di Urbino?”.

“Avevo voglia di aria nuova, di cambiare “giri”; di nuovi stimoli, insomma”.

“E qui come ti mantieni?” - domandò l’altra mantenendo pure lei sempre alto il tono della voce, altrimenti sovrastata da quella metallica dell’urlatore del momento.

“Beh, sai, come ufficiale di coperta non si guadagna male, tanto più che a bordo poi non si spende nulla: insomma, ho messo da parte un po’ di soldi” - spiegò Marco - “Inoltre qui ho già trovato un piccolo lavoro in una tipografia; mi impegna solo tre, quattro ore al giorno: mi frutta dei pasti decenti e mi lascia sufficiente tempo per studiare. Semmai poi proprio non dovessi stare dentro le spese” - aggiunse - “un nuovo imbarco temporaneo lo rimedio immediatamente”.

Un improvviso boato di approvazione interruppe per qualche istante la conversazione: l’arringatore di turno aveva appena proposto di occupare la facoltà.

“E quali esperienze di radio avresti?” - riprese poi la ragazza.

“Terminato di navigare, l’estate scorsa ho condotto un programma fisso in un’emittente della mia città”.

“Che genere di programma?” - incalzò lei.

“Beh…” - esitò lui, arrossendo un po’ - “Ok, te lo dirò, però promettimi di non sfottermi: presentavo e poi commentavo brani di musica leggera”.

“E cosa piazzavi? Canzoni dei Pooh?” - lo burlò invece quella, divertita.

“Ecco, hai riso lo stesso … Comunque” - si affrettò a sottolineare Marco - “così ho imparato a comunicare con la gente attraverso un microfono. Senti, ci terrei sul serio a fare qualcosa con voi!”.

“Guarda, adesso ho davvero parecchio da fare” - tagliò corto lei - “Ne riparliamo in un altro momento; rifatti vivo più in là. Anche perché ci sarebbe prima da capire qual’é il tuo esatto pensiero politico”. Poi però, di fronte alla lampante delusione dipintasi sul viso del giovane, si intenerì. “Vabbè, dai, restiamo d’accordo così: fai un salto alla radio già questo pomeriggio - intorno alle sei, direi - e ti formi intanto un’idea di come funziona lì da noi; dopodiché, se sarai ancora interessato, fisseremo un incontro con Lorenzo, il responsabile dell’emittente per questo semestre. Un’ultima cosa: alla porta i compagni potrebbero dimostrarsi diffidenti, temiamo infatti “visite” da parte dei fascisti; dì loro che ti sta aspettando Milena”.

“Non mancherò. A stasera, allora!” - sorrise soddisfatto Marco mentre si stringevano la mano. Il giovane rinuotò quindi a ritroso nella turbolenta calca studentesca, un po’ perplesso però; l’ “abboccamento” era infatti sì riuscito, ma con una nota “fuori posto”: questa Milena.

La ragazza, dal canto suo, tornò ai propri cartoni con un sorriso compiaciuto sulle labbra: fisicamente davvero niente male, quel marittimo marchigiano!

In realtà Marco era di Trieste, aveva frequentato il liceo classico e dopo la maturità aveva fatto tutto tranne che navigare.

Questi “dettagli” però per lui a Bologna erano tutti da… dimenticare, cancellare. Bisognava infatti che nella bella e goduriosa città emiliana la sua vita assumesse un corso totalmente inedito: egli doveva diventare un attore dello storico tentativo di traghettamento allora in atto ad una società supposta come più giusta; un rivoluzionario, insomma. Seppure soltanto agli occhi altrui.

A tal fine l’ “Autonomia Operaia” costituiva il movimento ideale: il più vivace, quello che più consentiva di esprimersi e di allacciare rapporti; Radio Alice ne era la “voce” bolognese. Ma sul finire di quel lunedì pomeriggio a spingere Marco (alquanto teso e con l’occhio continuamente sull’orologio per assicurarsi di non essere in ritardo) in direzione del numero civico 41 di Via del Pratello (dove aveva sede l’emittente) non erano più tanto le chances di introdursi nel “giro”, quanto gli stupendi occhi verdi che aveva incrociato al mattino e che dentro la testa non lo avevano poi più mollato per tutto il resto della giornata. Anche se non intendeva ammetterlo.

Oltre l’uscio della soffitta era un caos di voci e Marco dovette bussare energicamente più volte prima che qualcuno là dentro realizzasse la presenza di un seccatore alla porta.

“Milena, c’è qui uno che ti cerca!” - gridò la mezza tacca occhialuta che si era alla fine degnato di schiudere la porta mantenendo attaccata la catenella di sicurezza e che ora lo stava studiando da capo a piedi, bloccato lì sul pianerottolo.

“Fidati, non sono un fascista!” - lo punzecchiò Marco, mentre dentro se la rideva della grossa (“Se solo tu immaginassi chi hai di fronte, fesso…”). Alle spalle del piccolo guardiano infine spuntò una figura femminile.

“Valter, è tutto a posto” - rassicurò Milena rivolta a quello che continuava a guardare lo sconosciuto con istintiva antipatia. “Dai, su, entra” - disse poi sorridente al nuovo arrivato, prendendolo sottobraccio; quest’ultimo rimase un po’ sorpreso da quel comportamento così confidenziale, ma si lasciò guidare più che volentieri in tal modo nelle stanze del sottotetto per essere presentato via via allo sproporzionato numero di persone che lo affollavano: quelle, impegnatissime com’erano (chi batteva testi su vecchie macchine dattilografiche, chi ciclostilava oppure approntava striscioni e bandiere, e tutto dentro la solita soffocante nebbia da cicche), gli rivolgevano un simpatico ma fugace ciao per poi rituffarsi immediatamente nella propria occupazione. Kefiah attorno al collo e jeans sdruciti lì sembravano essere l’abbigliamento d’ordinanza; Marco non poté fare a meno di notare che quel genere di calzoni però a Milena stava maledettamente bene!

Le pareti erano ricoperte da manifesti di Ho-Chi-Min, Che Guevara e altri miti della lotta contro l’imperialismo statunitense. In un angolo ecco poi la radio, che pareva antidiluviana: seduto dietro ad essa un tipo corpulento e barbuto si accalorava madido di sudore sul microfono, vomitandovi dentro slogan anticapitalistici e anatemi contro il “nazista” Francesco Cossiga (l’allora Ministro degli Interni), le forze dell’ordine “serve” del regime e i “revisionisti traditori” del Partito Comunista Italiano.

“E’ il trasmettitore di un carro armato americano della Seconda Guerra Mondiale” - spiegò Milena - “Certo, è vecchio, ma funziona ancora benissimo”.

“Perché il nome Alice?” - chiese Marco.

“Beh, perché l’Alice protagonista della fiaba di Lewis Carroll raggiunge un mondo pieno di meraviglie: sogniamo tutti una simile fortuna, no?”.

“Com’è fatto il vostro palinsesto?”.

“Non ne abbiamo uno fisso. Mandiamo in onda un po’ di tutto: analisi politiche, commenti ai fatti del giorno, ma anche brani di libri, poesie, favole, addirittura ricette; e naturalmente parecchia musica, anche classica. Niente pubblicità: rimaniamo così una radio libera, nella quale c’è spazio per tutti i compagni che abbiano qualcosa di socialmente utile da comunicare. E tu, invece, come pensi di poterci dare una mano?” - chiese la ragazza al termine di quel rapidissimo tour, poggiando le spalle contro un muro sul quale era inchiodata una bandiera cubana un po’ ingiallita.

“Di preciso ora non saprei… A scuola dirigevo il giornalino d’istituto; avevo pure iniziato a buttare giù un libro, rimasto poi ovviamente incompiuto come del resto molte altre cose. Non scrivo male, sai. Potrei quindi preparare dei testi: seguire ad esempio le assemblee e redigerne un resoconto, da leggere dopo alla radio; oppure fare la cronaca dei cortei “in diretta”, collegandomi a più riprese alla vostra regia dalle cabine telefoniche disponibili lungo il percorso: è così che fate, no?”.

“Proprio così”.

Marco tirò poi fuori delle altre idee, qualcuna pure parecchio strampalata dato che non stava più seguendo granché il filo dei propri ragionamenti; dentro la sua testa infatti il pensiero dominante ormai era: “Dio, quanto è bella!”.

Milena era di media statura, perfetta nelle proporzioni. I biondi capelli a caschetto contornavano un viso di una bellezza, come dire,… sì, angelica; le sue labbra morbide e sensuali effondevano una voce dolcissima che comunicava molta femminilità, così come le sue movenze aggraziate (da ballerina qual era, del resto). Con quegli occhioni color verde mare, poi, imbambolava.

D’altra parte anche la ragazza non è che stesse soppesando tutto quello che l’altro le sciorinava; la sua attenzione infatti andava concentrandosi sempre più sull’interessante volto di Marco: lo esplorava, e si sentiva via via fortemente attratta da lui. Qualcosa era effettivamente “scattato” in lei quella mattina all’Istituto di Lettere, al momento dell’arrivederci: forse era stato per colpa, viceversa, dell’intensa luminosità degli occhi del giovane. “D’accordo” - disse però ad un tratto, scuotendosi da quello stato di sospensione e scacciando via da sé come stravaganti le sensazioni che le si erano accese dentro - “Mercoledì sfileremo a fianco degli operai della Menarinibus posti in cassa integrazione. Butterai giù tu il racconto della manifestazione, poi lo rivedremo insieme e l’aggiusteremo prima di mandarlo in onda. Se - come dici - hai i numeri, dalla volta successiva agirai in piena autonomia”.

“Scusa, ma quanti anni hai?” - domandò Marco.

“Ventidue. Perché?”.

“Beh, non ti nascondo che dovere essere valutato da una più piccola di me un po’ mi infastidisce…”.

“Un po’ di umiltà no, eh?” - lo canzonò Milena.

“E l’esame “politico”, quello non me lo fai più?”.

“Capirò da cosa scriverai”.

“Ed il colloquio con il capo?”.

“Lorenzo stasera non è venuto, ma prenderà per valido quanto gli riferirò io: ha un’assoluta fiducia in me”. Poi sottovoce, per non farsi sentire intorno e con tono un po’ civettuolo, la ragazza aggiunse: “Sai, s’è preso una cotta per me…”.

“Ricambiata?” - scappò di chiedere a Marco, inaspettatamente punto da quella confidenza.

“Ma no, che dici?” - rise lei.

“Cos’è sta fregola, adesso? - si domandava il giovane lungo la strada che lo riportava a casa (un bilocale striminzito ma dignitoso un po’ distante dal centro), con le mani cacciate dentro le tasche dei pantaloni ed il colletto della giubba tirato su per ripararsi dal freddo pungente - “Ok, Marco, ti piace. E molto. Ma l’hai appena conosciuta, non sai nulla di lei. Probabilmente è come tutte le “compagne”: una stronza, fattelo dire!”. Parlava a se stesso con distacco, come se si trattasse di un’altra persona, per meglio costringersi a ragionare. “Con quello che ti attende ci manca solo una bella sbandata! Oltretutto sicuramente non ricambiata… Pensa ad altro, amico!”.

Nonostante quel personalissimo e saccente grillo parlante, le sue gambe però fecero dietro-front e così si ritrovò di nuovo davanti al portone del vecchio palazzo che aveva lasciato un’ora prima. A far cosa? Nemmeno lui lo sapeva; si mise semplicemente ad aspettare giù in strada, battendo di continuo i piedi in terra affinché non gelassero. Ma per quanto tempo avrebbe fatto il… ridicolo? Magari quelli lassù facevano notte fonda!

Invece dopo appena mezz’ora l’uscio si aprì e dall’edificio uscì proprio lei. Sola, oltretutto (che fortuna!).

“E tu che ci fai qui?” - chiese sorpresa Milena a quello fermo lì con l’aria da citrullo.

“Senti, pensavo di… beh, mi chiedevo se… oh, insomma, ho fame, e suppongo che anche tu ne abbia: ti andrebbe una pizza?” - le propose infine tutto d’un fiato Marco.

“Che cosa?” - rispose quella sconcertata, piegando la testa da un lato e con sulla bocca una smorfia che significava la pretesa di una spiegazione - “Ci siamo scambiati quattro parole e tu già provi a rimorchiarmi?”.

“Hai ragione, perdonami, è un invito fuori luogo” - tentò di rimediare lui, rendendosi tra l’altro improvvisamente conto (come aveva potuto non considerarlo prima?) che stava mettendo a repentaglio la connessione che era appena riuscito a stabilire con Radio Alice - “Spero soltanto di non averti offesa, me ne dispiacerei moltissimo. Allora ciao, ci si vede. E scusami ancora…”. Quindi, mortificato, fece per andarsene.

“Accetto!”.

“Accetti… cosa?” - si bloccò Marco.

“Il tuo invito. Sì, ho voglia di una pizza. Paghi tu, naturalmente!” - replicò Milena, ridendo: con quella cera da cucciolone bastonato il ragazzo, oltreché divertirla, le aveva involontariamente appena rivelato che dentro covava qualcosa nei suoi confronti.

Lei lo portò in un locale “proletario”, dunque molto alla buona e tuttavia pulito ed intimo. Parlarono, parlarono, e risero tantissimo, e avrebbero continuato a farlo se verso l’una di notte, ormai da un bel po’ i soli clienti, il proprietario non li avesse praticamente messi alla porta (per loro il tempo era invece come volato!). E quando giunti sotto casa della ragazza (un piccolo appartamento che essa divideva con due amiche) i due stavano ormai per salutarsi, Marco soffocò il suo grillo: prese la donna tra le braccia e la baciò, a lungo. Poi fu un fiume in piena di dolcissime parole.

Alla fine Milena, con il cuore che le batteva forte nel petto e i lucciconi agli occhi, gli sussurrò: “Non ti prendere gioco di me, Marco. Non mi ferire. Ti prego”.

Al sorgere di quel 16 novembre era dunque nato, improvviso e dirompente, un grande amore, destinato a segnare per sempre la vita dei due giovani.

Mentre faceva ritorno al proprio alloggio Marco scoppiava di felicità; avrebbe voluto mettersi a saltare, cantare, svegliare tutti gli abitanti delle vie che stava attraversando e gridare loro a squarciagola: “Sì, lei mi vuole!”.

Nel contempo, però, un inquietante interrogativo prese ad allungarsi come un’ombra sul paradiso nel quale egli si stava librando. “Bel casino che ho combinato! Adesso come faccio con il mio capo?”. E nella sua mente riecheggiarono le ultima parole di lei: “Non mi ferire”.

Le stesse che ora, a ventiquattro anni di distanza, erano tornate ad angustiarlo.

V

Lamore

Gennaio 1977. Dietro la facciata della spavalda e battagliera contestatrice del “sistema” si celava in realtà una ragazza tenera e sensibile, refrattaria tra le altre cose all’esortazione del Movimento all’ “amore libero” perché invece in attesa (un po’ puerilmente) del cosiddetto “’uomo della propria vita”: anche se si rifiutava di riconoscerlo, il perbenismo borghese della famiglia da cui proveniva (padre direttore di banca, madre insegnante di lettere) l’aveva infatti forgiata.

Con i propri genitori (che non approvavano le sue convinzioni politiche) Milena era da alcuni anni in acceso conflitto su ogni questione, ma in realtà voleva loro un bene immenso ed ogni volta che poteva correva da essi, a Imola, per farsi coccolare un po’; i suoi dal canto loro vivevano in forte apprensione per via dell’ambiente esagitato che la loro unica figlia adesso frequentava, temendo che finisse col cacciarsi in qualche guaio.

Nell’Autonomia Organizzata coesistevano due differenti anime: da un lato c’erano i cosiddetti “indiani metropolitani”, coloro cioè che si reputavano emarginati come i pellirosse d’America e che pertanto protestavano (certo con rabbia spesso cieca) per strappare semplicemente dei diritti legittimi, e poco più; dall’altro chi riteneva invece di dover raccogliere il testimone della rivoluzione proletaria oramai abbandonato dal Partito Comunista Italiano e di passare dunque alla lotta armata. A Bologna, dove si era iscritta alla Facoltà di Medicina spinta dalla smania da crocerossina di essere d’aiuto ai più bisognosi e di contribuire così a mutare il mondo, Milena era soltanto una… “squaw”.

Marco la “smascherò” subito, amandola - se mai era possibile - ogni giorno di più. Di lei apprezzava mille cose, come ad esempio la grandissima passione per la danza: una sera si recò al Teatro Comunale per assistere ad una esibizione della scuola della ragazza e restò estasiato dalla grazia con cui essa si muoveva sul palcoscenico (chissà dove diavolo trovava le energie per dedicarsi a così tante cose!). Alla fine dello spettacolo egli si era unito alla compagnia che, come di consueto, aveva deciso di concludere la serata in una piccola trattoria: nell’allegria generale qualcuno scattò una fotografia ai due innamorati, abbracciati felici l’una all’altro.

Viceversa a Milena di quel giovane piaceva moltissimo pure il modo in cui sosteneva le sue opinioni politiche. Essendosi effettivamente dimostrato spigliato ed efficace, alla radio gli era stata affidata una rubrica fissa sugli emarginati di strada: quando al microfono raccontava delle loro vite perdute e dei loro guai egli proponeva sempre soluzioni semplici ed intelligenti, basate esclusivamente sul buon senso, senza tirare mai in ballo i massimi sistemi; appoggiata allo stipite della porta del locale radio, Milena lo ascoltava compiaciuta e con una tenerezza mai provata prima: al liceo, e anche dopo, certo, ella aveva avuto qualche flirt; ma era questa la prima volta che si sentiva veramente innamorata.

E Marco… Marco sapeva amare davvero, profondamente. Forse anche troppo. Lui era consapevole che ciò lo rendeva, tra le altre cose, molto vulnerabile; ma non voleva assolutamente essere diverso da così: cos’è la vita senza intense passioni, senza un pizzico di follia? Nulla, niente… un intermezzo totalmente inutile.

Così egli era capace di esprimere come pochi i propri sentimenti.

I due ragazzi trascorrevano insieme, da soli, ogni istante lasciato loro libero dai reciproci impegni (tanto che Milena cominciò ad essere oggetto di commenti critici da parte dei “compagni”, specialmente di quelli maschi che sotto sotto sbavavano tutti per lei). Sì, soli, per sussurrarsi parole lontane milioni di anni luce dai motti urlati in piazza; e per fare l’amore, e poi giocare, ridere, e poi fare di nuovo l’amore.

Marco non si stancava di contemplare la ragazza: la sua pelle aveva riflessi d’avorio e profumava; i suoi seni erano perfetti e lui adorava baciarli e assaggiarli delicatamente, a lungo.

Milena si sentiva pienamente appagata dentro. Iniziò però ad impensierirla il fatto che collaborando alla radio Marco aveva conosciuto ed iniziato a frequentare dei tipi che a lei piacevano assai poco: erano elementi dell’area insurrezionale del Movimento che si vociferava fossero entrati a far parte di un neo gruppo terroristico chiamato “Prima Linea” (“Ah, stupidaggini!”, le rispondeva lui). Inoltre la ragazza provava sempre più spesso la sensazione che egli le celasse qualcosa; iniziò ad esempio a trovare curioso il fatto che non lo trovasse mai in tipografia quando passava di lì per un veloce saluto. “E’ fuori per una consegna”, era la sistematica risposta del titolare.

Un giorno gli manifestò apertamente quel dubbio; Marco asserì (mentendo) che i suoi momenti di misterioso mutismo o il suo svicolare da determinati discorsi erano dovuti ai propri genitori con i quali aveva di recente rotto ogni rapporto, senza volerle però poi fornire ulteriori particolari. “Non mi va di parlarne, scusami” - le disse.

Lei invece un fine settimana lo portò con sé dai suoi (alla mamma nella visita precedente aveva già confidato tutto), ai quali quel giovane - punto di vista politico a parte - non fece affatto una cattiva impressione. Anzi il padre, poco prima che i due ragazzi ripartissero per Bologna, lo prese un istante da parte. “Non mi piace affatto quanto succede lì nella vostra Università” - gli disse - “Quelle manifestazioni turbolente per strada, poi… Non ci dormo la notte: ho addosso una gran paura che alla mia bambina possa capitare qualcosa! Per favore, Marco, veglia su di lei”.

VI

Lincertezza

Febbraio 1977. Distesa al suo fianco, a Milena piaceva molto accarezzare il corpo forte di Marco, sfiorare delicatamente con le dita i lineamenti marcati del suo viso e guardarlo poi lungamente negli occhi, in silenzio, con trasporto; oppure, sorridendogli, giocherellare con i suoi riccioli neri.

Con le braccia incrociate dietro la nuca, il ragazzo si abbandonava totalmente a quelle dolcissime effusioni, scivolando in uno stato di sconfinata pace; ogni pensiero buio in lui scompariva: dentro solo sogni, ricolmi di lei.

Talvolta però ad infastidirlo - anzi, ad inquietarlo - il proprio segreto gli ritornava di colpo in mente. La coscienza gli ingiungeva di confessarlo alla donna, ma il cuore ormai innamorato - sapendo bene che la rivelazione avrebbe significato l’istantanea fine della loro fiaba - gli proibiva di aprire bocca; allora fantasticava che il suo lato oscuro esistesse soltanto in uno strambo, ricorrente incubo.

Così ristringeva forte tra le proprie braccia l’armoniosa e morbida figura della ragazza, baciandola poi piano piano, teneramente, su tutto il viso. Potevano restare così anche per ore, senza scambiarsi neppure una parola: non c’è ne era bisogno.

Erano felici.

Prima o poi, però, “quel” nodo sarebbe inevitabilmente giunto al pettine…

VII

L’epilogo

Università di Bologna - Venerdì, 11 marzo 1977. Presso l’Istituto di Anatomia Umana alle dieci del mattino ebbe inizio un’affollatissima assemblea organizzata dal movimento d’ispirazione cattolica “Comunione e Liberazione”; dopo poco più di mezz’ora delle urla improvvise fecero voltare lo sguardo dei circa quattrocento presenti verso l’ingresso della grande sala: una quindicina di altri studenti della Facoltà di Medicina, ma aderenti alla sinistra extraparlamentare, stava infatti tentando di entrare al grido ritmato di “Fascisti, fascisti!”. Il servizio d’ordine li respinse indietro a forza.

Di lì a poco quelli però ritornarono, questa volta alla testa di una minacciosa orda di alcune centinaia di adepti di “Autonomia Operaia”; lo strillo collettivo di battaglia - un boato che atterriva - adesso era “Barabba libero!”. Costoro cercavano chiaramente lo scontro fisico.

I “ciellini”, meno avvezzi alle botte, si barricarono all’interno del locale mentre il rettore, subito informato della critica situazione venutasi a creare, richiedeva l’intervento immediato delle forze dell’ordine; queste giunsero sul posto in forze e con l’utilizzo massiccio dei gas lacrimogeni e qualche energica carica riuscirono a far retrocedere gli assedianti, creando così un corridoio lungo il quale gli spaventati convenuti alla riunione poterono allontanarsi di gran carriera dall’edificio.

Dal canto loro gli “autonomi” sembrarono volersi astenere dal proseguire oltre nella contestazione: la faccenda insomma pareva essere finita lì, tanto che buona parte degli agenti riprese posto sugli automezzi, i quali mossero quindi per rientrare nelle rispettive caserme.

Tuttavia alcuni drappelli di studenti più arrabbiati si sganciarono - non visti - dal corpo della protesta e corsero nelle vie adiacenti per prendere posizione presso alcuni incroci obbligati: al loro passaggio i veicoli militari si trovarono così sotto il bombardamento di pesanti cubetti di porfido precedentemente asportati dal selciato.

Era circa l’una quando però volarono anche delle bottiglie Molotov, una delle quali centrò una jeep telonata che principiò a bruciare; l’autista - un carabiniere di leva - si gettò fuori dall’abitacolo ed estrasse la pistola d’ordinanza: aveva già in precedenza dato prova di avere il grilletto un po’ facile e pure stavolta non esitò ad esplodere sei colpi in direzione dei dimostranti.

Un militante di “Lotta Continua” - lo studente venticinquenne Pier Francesco Lorusso, prossimo ormai alla laurea in medicina e figlio di un militare di grado elevato - si accasciò al suolo; venne soccorso e trascinato via da alcuni compagni, ma poco dopo spirò.

C’era scappato il morto, infine. Nel capoluogo emiliano la notizia si diffuse in un batter d’occhio: nel pomeriggio migliaia di indignati si radunarono per dar vita ad un rabbioso corteo che, non essendo stato autorizzato, la polizia si precipitò a disperdere a colpi di manganello, con l’effetto però di sparpagliare per la città bande di scalmanati decisi a vendicare il loro fresco martire; celati dietro le sciarpe o sotto i passamontagna ed agitando per aria chiavi inglesi, spranghe di ferro e le ormai famose tre dita unite a imitazione simbolica della pistola, essi occuparono i binari della stazione centrale, bloccando un nodo nevralgico del traffico ferroviario nazionale; posero di traverso per le strade casse delle immondizie, automobili e carrozze di filobus, bruciandole e paralizzando così la viabilità cittadina; infransero le vetrine di innumerevoli negozi ed appiccarono il fuoco anche ad una libreria vicina a “Comunione e Liberazione”. Per tutta la serata Bologna fu teatro di guerriglia urbana; l’incessante ululato delle sirene delle camionette della polizia, delle autocisterne dei pompieri e delle ambulanze che correvano per le strade a folle velocità oppresse il cuore dei suoi abitanti, rintanatisi dentro le proprie case.

Dì seguente, 12 marzo. Le primi luci dell’alba svelarono il centro storico di Bologna completamente in mano ai rivoltosi, molti giunti nottetempo da fuori. Bivaccavano sotto i portici tracannando vini e liquori saccheggiati nei bar, per poi riempire quelle stesse bottiglie di benzina rubata alle auto in sosta ed allestire così un micidiale arsenale di bombe molotov: si preannunciava insomma una giornata di scontri peggiore della precedente.

Difatti più tardi, mentre uno studente suonava in mezzo alla strada un pianoforte trascinato lì da chissà quale locale devastato, le forze dell’ordine circondarono la zona vecchia; gli “autonomi” risposero con un diluvio di pietre e di biglie metalliche scagliate con le fionde, ma i “celerini” pian piano guadagnarono posizioni lungo le vie offuscate dai lacrimogeni.

I dimostranti incendiarono un ristorante e in breve le fiamme minacciarono i piani superiori; i pompieri riuscirono a portarsi sul posto, ma dovettero operare badando nel contempo a schivare i cubetti di porfido che diversi insorti lanciavano loro contro in omaggio.

Marco seguiva da vicino i drammatici avvenimenti, infilandosi poi nelle cabine telefoniche (allorquando non le trovava distrutte dai manifestanti) per chiamare Radio Alice; all’altro capo del filo avvicinavano il microfono alla cornetta e così l’intera città poteva apprendere dalla viva voce di quel reporter con le tasche zeppe di gettoni l’evolversi della situazione. “Circola la notizia che per ragioni di ordine pubblico il Prefetto abbia proibito lo svolgimento in centro, lunedì prossimo, dei funerali di Pier Francesco” - aggiornò Marco verso l’imbrunire - “Il divieto, unito alle dichiarazioni con le quali i sindacati confederali e i partiti della sinistra parlamentare hanno bollato i dimostranti come delinquenti, ha esacerbato ulteriormente gli animi qui in piazza…”.

“Di nuovo grazie al nostro inviato. Al prossimo collegamento, dunque!” - replicò dalla redazione una voce nuova che aveva appena iniziato il proprio turno al microfono in quella “diretta” non-stop. Si trattava di Milena, la quale aggiunse: “Ci è pervenuta nel frattempo conferma che a Roma e a Milano continuano i duri scontri seguiti ai cortei di protesta di questa mattina. Sono state attaccate banche, sezioni della Democrazia Cristiana e una stazione di polizia; d’ambo le parti sarebbero anche stati esplosi colpi d’arma da fuoco”. Poco più tardi giunse la notizia più grave: “A Torino un brigadiere in forza all’ufficio politico della Questura è stato ucciso sotto gli occhi della moglie che lo stava salutando dal balcone di casa. Si sospetta una vendetta di Prima Linea. L’uomo aveva soltanto ventinove anni...” - concluse la giovane speaker con voce decisamente scossa.

Le cose andavano però degenerando anche a Bologna, dove un’armeria era stata saccheggiata. Marco ritelefonò alla redazione. “Dall’altro lato della via in cui ora mi trovo in diversi hanno urlato: Attento, poliziotto, è arrivata la compagna P38!, e poi hanno sparato contro gli agenti!”.

“Cerca di raccogliere maggiori dettagli sull’episodio!”, lo esortò in diretta la conduttrice, mentre dentro in realtà veniva letteralmente assalita dall’angoscia. Milena iniziò infatti a tremare e a morsicarsi le labbra. “Marco, amore, vai via da lì! - prese a supplicarlo in segreto - “Torna subito qui, torna da me, ti prego…”.

Il ragazzo sembrò udire quell’implorazione, poiché decise di correre in Via del Pratello. Prima però infilò di nuovo un po’ di gettoni nell’apparecchio e compose un numero non riportato in alcun elenco telefonico. “Ti sto seguendo alla radio: ottimo lavoro!” - si complimentò il suo interlocutore.

***

Poco prima delle ventitré nella sede di Radio Alice il telefonò squillò nuovamente.

“Sono Ciro Lomastro, il comandante della Squadra Mobile” - disse la voce dall’altro capo del filo - “Vi informo che stiamo per venire da voi: apriteci e mantenete la calma, si tratta di una semplice perquisizione”. Il funzionario non aveva in odio quei giovani ed anzi afferrava i motivi del loro disagio generazionale; aveva perciò voluto preannunciare l’intervento per scongiurare nuovi guai. Invece la ragazza che aveva preso la chiamata si spaventò e mentre buttava giù la cornetta seppe strillare soltanto: “La polizia! Arriva la polizia!”.

All’interno del locale scoppiò un putiferio e la discussione sul da farsi si fece subito incandescente.

“Svignamocela!” - suggerirono alcuni.

“E perché mai? Che ispezionino pure, non abbiamo nulla da nascondere!” - sostenevano altri.

I più propugnarono però la linea della resistenza. “No, non li facciamo entrare e trasmettiamo il tutto in diretta!”.

Durante quella gazzarra Marco tirò da parte Milena per persuaderla ad andarsene via il più velocemente possibile. “Dei due, a vedere come finirà qui, basto io” - le disse. “No, io resto”- mise in chiaro lei.

L’uscio venne sprangato e la radio attivata.

Dopo non molto giù la via si riempì di uomini in divisa; poi si udì un rimbombo sordo di scarponi lungo le scale ed infine un pugno picchiare energicamente alla porta ripetute volte. “Aprite, polizia!”.

“Tutti i compagni del Collettivo giuridico di difesa per favore si precipitino qui in Via Pratello!” - iniziò allora a strepitare dentro il microfono uno di quelli barricati dentro - “C’è la polizia che sta tentando di forzare la porta! Non so se sentite i colpi per radio…”. In città erano in tanti a seguire l’emittente.

“Non apriremo finché non arriverà un nostro avvocato e non ci faranno vedere il mandato!” - intervenne una seconda voce.

“La polizia continua ad urlare di aprire…” - riprese il primo.

“Stanno arrivando gli avvocati, aspettate solo cinque minuti!” - si sentì poi gridare agli agenti da parte di altri presenti.

Quelli però non volevano udire ragioni. “Polizia, porco dio, aprite!”.

Tuttavia la porta si ostinava a restare chiusa e dunque alla fine i celerini la sfondarono, facendo irruzione nella soffitta. “Mani in alto, e non fate storie!”.

La trasmissione cessò lì.

“Ora tutti sdraiati a terra, a pancia sotto e con le mani dietro la schiena!” - tuonò infuriato un ufficiale.

In un bailamme di grida, insulti reciproci e colpi di manganello iniziarono a scattare così le manette; quando tirò su e vide in faccia Marco, l’agente che lo stava traendo in arresto strabuzzò gli occhi: “Tenente, ma lei che ci fa qui?”.

“Sta’ zitto, idiota!” - gli ringhiò sottovoce quello.

“Signorsì, la sciolgo subito” - rispose mortificato il poliziotto, fraintendendo completamente il senso della rimbeccata. “Mi perdoni, ma non mi avevano avvertito che sarebbero intervenuti anche i carabinieri…” - soggiunse poi, continuando a non comprendere la situazione. Soltanto quando Marco, con occhi di fuoco, gli fece ripetutamente cenno con la testa di no, di non liberarlo, l’agente intuì qualcosa; ma ormai era troppo tardi: nonostante il gran caos, gli ammanettati più prossimi avevano captato tutto.

“Uno sbirro! Tu sei uno sbirro!” - gli gridò uno a cui colava il sangue dal naso per via di un pugno.

“Maledetta spia!” - inveì a sua volta con accresciuto odio Lorenzo, l’innamorato deluso, anche lui un po’ ammaccato - “L’ho sempre detto a Milena che di te non c’era da fidarsi... Bastardo!”.

Subito gli occhi di Marco corsero alla ragazza, ancora stesa a terra a pochi metri da lui. Lei lo guardava sgomenta.

“E adesso tutti in Questura!” - comandò l’ufficiale di prima.

Gli arrestati, spintonati dagli agenti, passarono così in fila indiana davanti al giovane maestro di inganni; quando fu alla sua altezza, uno si girò e gli sputò in faccia. Milena avanzava invece con aria assente, sembrava intontita.

“Milena…” - la chiamò Marco. La ragazza si scosse per un istante: si voltò e lo guardò con gli occhi pieni di lacrime, poi abbassò il capo e seguì gli altri.

“Fate a pezzi l’impianto radio”- ordinava intanto ai suoi uomini il tizio al comando dell’operazione; poi rivolgendosi a Marco (era già stato messo al corrente di chi questi fosse) disse: “Tenente, devi seguirci anche lei. Bisogna che ci spieghi un po’ di cose”.

Il carabiniere annuì, con il pensiero però altrove. Slegato dalle manette, discese le scale e prese posto su una jeep rigonfia di uomini blu; a bordo c’era anche la guardia che lo aveva fregato: la primavera precedente si erano trovati ad operare fianco a fianco durante un corteo di metalmeccanici a Milano.

“Sono stato trasferito qui la settimana scorsa” - spiegò a Marco.

“Porco Giuda, Esposito!” - sbottò stizzito il tenente - “Ma con tutti i poliziotti che ci sono a Bologna, proprio tu dovevi capitarmi tra i piedi?”.

***

Nel 1974, portato brillantemente a termine il proprio corso presso l’Accademia Militare di Modena, quel neo ufficiale dell’Arma era stato assegnato alla Sezione Speciale Antiterrorismo della Legione Carabinieri del Lazio.

Due anni dopo, agli inizi di autunno, esso era stato inviato a Bologna sotto le false vesti di matricola universitaria con il compito di infiltrarsi nelle frange più estreme della sinistra extraparlamentare, che i militari sapevano essere in procinto di traghettare alla lotta armata.

La frequentazione dell’emittente “Radio Alice”, dove c’era un via vai di oltranzisti rossi di ogni risma, era stata valutata dal Comando di Roma il miglior punto di partenza di tale disegno. Essa effettivamente aveva presto procurato a Marco dei seri contatti con la costituenda formazione clandestina combattente “Prima Linea”; e se l’agente Esposito non si fosse messo in mezzo, l’imprevista irruzione della polizia nella sede della radio si sarebbe rivelata addirittura provvidenziale per la riuscita del piano: l’arresto (che, una volta palesata dal fermato in via riservatissima la propria vera identità, si sarebbe risolto in breve) e la successiva messa in scena di un rabbioso desiderio di vendetta per i maltrattamenti (inventati di sana pianta) subiti in Questura, avrebbero infatti sicuramente dissolto ogni residua prudenza nei suoi confronti da parte dei reclutatori del gruppo terroristico, il quale a quel punto lo avrebbe accolto a braccia aperte; dal suo interno, Marco avrebbe così potuto tracciare una preziosissima mappa del mondo dell’eversione armata.

Ma sia in un siffatto svolgimento utopistico degli avvenimenti, sia nella cruda realtà del fiasco totale della sua missione, saltava fuori comunque un problema non da poco: il rilascio di Milena.

L’ufficio “fermi” della Questura, in cui quel carabiniere vestito come un comunista era stato fatto accomodare per la verifica della sua posizione, somigliava in verità più ad un magazzino, zeppo com’era di pile di dossier sui nemici dello Stato. Gli unici oggetti che, seppur con un po’ di arroganza, potevano pretendere di essere chiamati mobili erano la seggiola di legno tarlato su cui sedeva Marco, la floscia poltrona girevole nella quale era alloggiato l’indisponente responsabile degli stati di fermo e l’ingombrante scrivania metallica color grigio topo che separava i due; su quest’ultima un grosso telefono nero che trillava senza posa e un portafotografie contenente un momento (probabilmente raro) di relax in famiglia del poliziotto lottavano disperatamente per tenersi a galla sopra un mare di carte.

L’uomo in divisa aveva un’aria sfatta, che faceva a pugni con la compostezza del Presidente della Repubblica appeso sbilenco in foto nella parete alle sue spalle; era evidente che non chiudeva occhio da un paio di giorni e che i suoi unici desideri erano un bagno caldo e il proprio letto: un autentico miraggio, per il momento. Anche perché egli doveva attendere il preannunciato arrivo di un importante ufficiale dei locali Carabinieri a cui riconsegnare, dopo un ultimo chiarimento, quell’altro bell’impiccio di tenentucolo che gli era capitato tra i piedi.

Si trattava del maggiore Battisti, il superiore di riferimento di Marco a Bologna, al quale l’infiltrato doveva fare quotidianamente rapporto e da cui riceveva istruzioni e supporto per la propria missione. Un numero telefonico riservato lo metteva in diretto contatto con lui.

Al tenente non restava dunque molto tempo per passare a discutere finalmente di Milena con quell’inquisitore dalla barba trascurata, il quale seguitava a sbadigliargli di fronte senza ritegno; avrebbe dovuto tirar fuori dal cilindro argomentazioni capaci di toccare quel po’ di cuore di padre che eppure doveva esistere anche in un individuo ruvido come quello e strappargli così la firma necessaria per la messa in libertà della giovane.

“Tra gli arrestati c’è una persona - una ragazza - la cui posizione le sarei grato se volesse approfondire un attimo, giacché, posso assicurarglielo, non sussistono elementi tali da giustificare il suo mantenimento nello stato di fermo” - esordì il carabiniere.

“Come fa ad esserne così certo?” - gli rispose l’altro inarcando le sopracciglia, diffidente e curioso al tempo stesso.

Marco allora spiegò che frequentando Radio Alice aveva avuto modo di conoscere abbastanza bene questa Milena, “… una brava ragazza, le garantisco, e di buona famiglia”. Sì, d’accordo, sbandierava idee di una certa sinistra, ma in quegli anni “… era un po’ di moda tra i giovani, non ne conviene anche lei?”. Il soggetto in questione - come tutti, del resto - semplicemente sognava un mondo migliore; lo reclamava urlando in strada, vero, ma niente più di questo: non aveva assolutamente a che fare con elementi sovversivi! E “da grande” desiderava soltanto di fare la giornalista: bazzicava Radio Alice anche a tale scopo, per fare un po’ di esperienza. “… Insomma, non ha senso trattenerla!”.

“I fermati sono tutti accusati, compresa la sua conoscente, di avere favorito i tumulti mandano appositamente in onda informazioni utili alle mosse dei sediziosi” - gli comunicò però secco il poliziotto dopo averlo ascoltato con aria tediata, grattandosi per tutto il tempo i capelli arruffati - “In mattinata verranno tradotti nelle carceri di San Giovanni in Monte”.

“Cosa? Ma è assurdo, io so come si è svolta quella “diretta”, vi ho preso parte!” - balzò in piedi Marco, battendo i pugni sulla scrivania del funzionario. “E’ con soprusi del genere, col rancore che essi generano, che si rischia di trasformare degli ingenui ragazzi in terroristi! E voi ne sareste responsabili!” - strillò al poliziotto puntandogli l’indice accusatorio contro la faccia.

“Non si permetta!” - saltò su a propria volta l’altro dalla sua sedia, afferrandogli il polso; e dopo qualche secondo, stemperatasi un po’ la tensione da ambo le parti, aggiunse: “Senta, tenente, questa operazione è una faccenda nostra. La prego, da collega: non interferisca”.

Il maggiore Battisti arrivò in Questura a confermare tutto quanto raccontato da Marco alle tre di notte; portava inoltre al pur incolpevole sottoposto l’irritazione del Comando di Roma e sua personale per i mesi di preziosismo lavoro andati in fumo. C’era però dell’altro: molto presto nell’ambiente studentesco si sarebbe saputo della “sorpresa” saltata fuori durante l’arresto di quelli di Radio Alice; Marco ormai non soltanto era “bruciato”, ma forse anche in pericolo: qualche esagitato avrebbe potuto volergliela fare pagare. Pertanto di lì a qualche giorno gli sarebbe stato formalizzato l’ordine di lasciare il capoluogo emiliano, destinato ad altro incarico altrove.

Marco naturalmente se lo aspettava: un provvedimento ineccepibile e tuttavia per lui crudele, perché lo avrebbe portato via lontano da Milena; anche se temeva fortemente di averla in realtà già persa e che rimanere a Bologna non sarebbe servito più a niente, anzi avrebbe dilatato il suo sconforto: saperla lì, ma non potere più parlarle, non poterla più accarezzare…

Adesso però doveva soltanto pensare a tirarla fuori dalla camera di sicurezza; subito, prima che partissero i furgoni cellulari. Lo doveva anche ad un pover’uomo di Imola: gli aveva promesso di proteggere sua figlia. Così chiese aiuto al maggiore, al quale dovette però necessariamente rivelare la “tresca”.

“Diamine, tenente, ma che in razza di pasticcio s’è cacciato?” - si inalberò quello - “Si rende conto che ha mischiato la sua vita privata, dentro cui c’è addirittura un’estremista che ha in odio la nostra divisa, con il lavoro, con una missione che era della massima importanza per le sorti future dello Stato? Come, come ha potuto intessere una relazione proprio con una di “loro”? Dov’era il suo senso del dovere? E’ una cosa inaccettabile, lei disonora l’Arma! Ed ora si permette anche di chiedermi…”.

“… di farla uscire di qui, signore!”.

“Che faccia tosta!”.

“Lei è mai stato innamorato, signore? Profondamente, intendo dire…”.

Battisti lo guardò duro dritto negli occhi; pareva volerlo incenerire. Poi il suo sguardo gradualmente si distese, arrivando addirittura ad abbozzare un sorriso: “Sì, ragazzo, di una donna che ho poi avuto l’immensa fortuna di sposare e di avere ancora oggi al mio fianco. E’ tedesca e mio padre, un ex partigiano, si oppose con forza al nostro rapporto” - gli confidò.

“Allora mi può comprendere”.

“Ma sì, certo... In qualità di tuo superiore una bella ripassata tuttavia dovevo fartela ugualmente!”.

“Aiuterà Milena, allora?”.

Il maggiore nutriva stima per quel giovane ufficiale: era sveglio e coraggioso, nessuno prima era stato capace di arrivare così tanto vicino ad un gruppo eversivo; e se sosteneva che quella ragazza non meritava la cella, beh, lui gli credeva. “Va bene, vedrò cosa posso fare per questa Milena. Sono buon amico di Ciro Lomastro, proverò a parlargli; è qui in Questura, l’ho intravisto prima: anche da queste parti nessuno dall’altro ieri va più a casa a dormire…”.

Domenica, 13 marzo (l’altra data fonte di malumore per Marco). All’alba il pesante portone in legno della Questura si richiuse, cigolando, alle spalle di Milena. Come in quell’ormai lontana sera di novembre fuori, ad attenderla al freddo, vide Marco; questa volta lo ignorò completamente e si avviò decisa verso casa sua.

“Milena, fermati!” - le andò dietro lui - “Su, per favore... Devo parlarti!”.

Lei al contrario accelerò il passo.

“Lascia che ti spieghi…” - insisteva alle sue spalle il giovane, inutilmente. Infine esso si spazientì e, raggiuntala con un balzo, la agguantò per un braccio.

“Lasciami, brutto schifoso, non mi toccare!” - gli strillò Milena con disprezzo.

“D’accordo” - rispose Marco mollandola e sollevando le mani in aria, per quietarla - “D’accordo… ma devi ascoltarmi”. Intanto quella parola (schifoso) l’aveva gelato.

“E cosa mai avresti da dirmi, se non che mi hai ingannata, che mi hai usata e che, mentre c’eri, te la sei pure spassata a scoparmi? Eh, cos’altro?”. Nella voce della ragazza una grande rabbia, ma soprattutto tanto dolore.

“No, Milena, le cose non stanno come pensi tu” - prese a parlarle con tono accorato lui - “E’ vero, mi era stato assegnato un compito viscido: intrufolarmi nella vostra radio e grazie ad essa poi infiltrarmi tra i terroristi; ma allora non potevo certo immaginare che a spianarmi la via saresti stata tu! Tu che io ho amato sinceramente fin dal primo giorno in cui ti ho veduta…” - mormorò, inseguendo gli occhioni verdi di lei che girovagavano altrove, infastiditi, mentre lui le spiegava - “E ciò tu lo sai bene: su questo, Milena, non ho mai finto, non ti ho mentito mai! L’uniforme che porto ha imposto che le due cose andassero avanti insieme, ma assolutamente separate. Tu non immagini quanto il non poterti dire tutto di me mi abbia macerato dentro: ecco la ragione di quei miei improvvisi, lunghi silenzi”.

“Invece avresti dovuto dirmelo” - ribatté lei, riprendendo a guardarlo dritta in faccia - “e non lasciare zone d’ombra tra noi: magari avrei capito, chissà!”.

“Avevo il dovere del silenzio assoluto, Milena: sono un carabiniere. Nemmeno i miei familiari - con i quali, sai, in realtà vado d’accordissimo - sanno nulla dell’incarico. Ma, soprattutto, avevo una fottutissima paura che confessandoti chi fossi - cosa che più volte sono stato sul punto di fare - ti avrei con ogni probabilità perduta”.

“Beh, invece mentendo mi hai persa sicuramente. Ieri sera”.

“Non dire questo, amore, ti scongiuro! Capisco che ora tu sia disorientata, delusa, ma…”.

“Delusa e basta?” - l’interruppe lei furente - “Ma hai idea di come io mi senta realmente? Scoprire all’improvviso di essermi innamorata di una persona che semplicemente non esiste, di avere fatto a lungo l’amore con uno sconosciuto: è sconvolgente!”.

“Non è così: tu hai amato colui che io sono veramente”.

“Ah, sì? E dimmi, ti chiami davvero Marco?”.

“Il mio vero nome è Damiano Furlan”.

“Ecco, per l’appunto!” - ridacchiò sarcastica la ragazza, scuotendo la testa - “Magnifico, davvero!”.

“Ti prego, cerca di capirmi. Sforzati un attimo di metterti al mio posto, prima di buttarmi fuori dalla tua vita”.

“La mia vita…” - sospirò Milena con amarezza - “Credo che sarò costretta ad andare via da Bologna. Perché sai cosa sono io adesso per i miei compagni? La puttana di un carabiniere! Nella camera di sicurezza me lo hanno urlato in faccia… E per gli amici tuoi, i poliziotti? Stessa cosa! Essi mi hanno detto delle tue pressioni per la revoca del mio fermo; non sono mica scemi, hanno capito cosa c’era sotto: bene, poco fa, nel mettermi alla porta, il piantone mi ha bisbigliato nell’orecchio che essere lo scaldaletto di uno sbirro può sempre tornare comodo! Senza contare poi che tirandomi fuori da lì, mentre gli altri invece sono rimasti dentro, tu mi farai passare agli occhi di tutti anche per un’informatrice!”.

“Milena, quelli dell’Ufficio Politico hanno notoriamente la mano pesante; alle donne talvolta può capitare addirittura il peggio. Tanto più adesso che a Torino è appena stato ammazzato un loro collega. Non potevo lasciarti là”.

“E gli altri, quelli che tu stesso hai conosciuto, con i quali hai a lungo dibattuto e pure scherzato, riso insieme per mesi? Non hanno contato proprio nulla per te?” - gli domandò lei con sguardo triste - “Lo sai che tra poco verranno trasferiti in carcere?”.

“Sì, e mi dispiace moltissimo, devi credermi. Ma è già stato un miracolo essere riuscito a far uscire te”.

“Immagino che dovrei essertene grata. Bene, allora: grazie di avere mandato in pezzi la mia esistenza!”.

“Milena, dammi una seconda possibilità. Ti prego”.

“No, Marco, Damiano o come diavolo ancora ti fai chiamare” - rispose lei - “Non posso: diffiderei sempre di te, oramai… E’ finita!”.

Fu dolorosissimo per la ragazza pronunciare quelle due ultime parole. Prese a piangere; perché avrebbe invece voluto tanto gettargli le braccia al collo, stringersi di nuovo forte forte a lui... “Hai avuto in mano la chiave del mio cuore, ma l’hai spezzata. Non puoi più entrarvi. E forse, dopo questo immenso dispiacere che mi hai regalato, nessun’altro potrà più” - riprese con voce mesta - “Non ferirmi, ti pregai dopo il nostro primo bacio, ricordi? Invece tu lo hai fatto, oltre ogni limite: mi hai letteralmente uccisa dentro…”. Poi si ricompose e, recuperando un tono durissimo, concluse la faccenda. “Vattene, ora. Sparisci! Non voglio vederti mai più! Ti è chiaro?”. E, ciò detto, andò risoluta per la sua strada.

Dentro Marco - anzi, Damiano - non più un pensiero; soltanto un enorme strazio.

Intanto che anche il tenentino se ne tornava lemme lemme a casa propria, per poi crollare piangendo sul letto le cui lenzuola non avrebbero più profumato di lei, dal Ministero degli Interni giunse l’ordine ai reparti mobili della città di lasciare negli stipetti la stanchezza accumulata negli ultimi giorni e di tirare invece fuori da essi, insieme a tutto l’armamentario antisommossa, determinazione e - se necessario - brutalità.

Mentre i bolognesi ancora sonnecchiavano, le loro strade vennero attraversate da un convoglio di quaranta automezzi sui quali erano stipati ben ottocento tra agenti di polizia e carabinieri in assetto da combattimento, scortati da quattro mezzi corazzati M113 e da due autoblindo munite di mitragliatrice. Giunti nella cittadella universitaria, i militari la occuparono senza tuttavia incontrare resistenza: i contestatori, anche in questo caso preavvertiti dell’intervento da qualche assennato funzionario della Questura, si erano infatti come volatilizzati; riapparvero in zona, a piccoli gruppi, intorno a mezzogiorno e poi ancora in serata, accendendo qua e là qualche residuo focolaio di rivolta prontamente sedato. I dolorosi tumulti di Bologna erano dunque giunti al termine.

Nei giorni successivi si registrò un’ondata di arresti.

***

Prima di essere condotti in carcere coloro che erano stati arrestati negli studi di Radio Alice subirono in Questura dure percosse. In seguito essi sarebbero stati scagionati dall’accusa affibbiata loro: venne infatti dimostrato che non avevano affatto diretto via etere la battaglia urbana, ma che semplicemente avevano fornito in diretta agli ascoltatori notizie sul suo corso.

L’emittente riprese a trasmettere dopo circa un mese e restò attiva per un paio d'anni ancora, senza però più l'apporto dei suoi fondatori; la sua frequenza sarebbe più tardi stata rilevata da Radio Radicale.

L’area di pensiero politico nota come Autonomia Operaia pian piano svaporò: quanti non traslocarono nella lotta armata (la stragrande maggioranza) si dispersero in altri movimenti extraparlamentari oppure aderirono a “Democrazia Proletaria”, un recente partitino che si poneva a sinistra di quello comunista.

“Prima Linea” divenne in breve la più efferata formazione terroristica dopo le “Brigate Rosse” e l’Italia repubblicana entrò nel periodo più cupo e violento della propria storia, culminato nel marzo 1978 con il rapimento e, due mesi dopo, l’assassinio ad opera dei “brigatisti” dell’uomo di stato democristiano Aldo Moro.

Posto dapprima in arresto, il carabiniere che aveva sparato allo studente Lorusso venne scarcerato dopo meno di due mesi e successivamente prosciolto dai giudici che, date le circostanze in cui il milite si era trovato ad agire, reputarono la sua condotta legittima.

Il martedì successivo alla fine della sommossa Damiano ricevette l’ordine di rientrare a Roma.

Di Milena, andata via da Bologna tre giorni più tardi, non si seppe più nulla.

VIII

Lapparizione

Tripoli, 27 aprile 1980. All’Accademia Militare il colonnello Mu’ammar Gheddafi si lanciò in un durissimo discorso contro i dissidenti rifugiatisi all’estero: “Cani randagi, tornate in Libia o vi uccideremo tutti, ovunque voi siate!”. E fissò per il successivo 11 giugno (giorno in cui si sarebbe festeggiato il decimo anniversario del ritiro dei soldati statunitensi dalla base libica di Wheelus Field) la data ultima per il rientro volontario degli esuli.

Milano, 11 giugno 1980. Damiano aveva appena abbandonato la propria scrivania per correre a pranzo alla mensa del Comando - aveva una fame da lupo, quel giorno - quando il telefono frignò alle sue spalle. Stizzito, girò i tacchi e sollevò la cornetta: “Capitano Furlan, venga per favore subito da me” - gli comandò dall’altro capo della linea il colonnello Lanfranconi.

“Mezz’ora fa ho ricevuto da Zurigo la chiamata di un caro amico” - gli riferì il superiore quando fu nel suo ufficio - “Si chiama Azzedin Lahderi: è un fuoriuscito libico e all’apparecchio mi ha detto di temere per la propria vita”.

Il colonnello mise al corrente Damiano delle vicissitudini del suo conoscente. Dopo il golpe militare del 1969 l’uomo, titolare di una delle più importanti ditte di import-export della Libia, era fuggito in Italia - a Bolzano, per l’esattezza - insieme alla moglie e al loro bambino; la figlia era invece rimasta in patria, dove tutti i beni della famiglia vennero presto confiscati.

Il nuovo regime aveva tormentato a lungo Lahderi con pesanti intimidazioni, ma in seguito aveva valutato più utile sfruttare la sua grande esperienza nel commercio internazionale e così, mostrando un falso rincrescimento, lo aveva persuaso a favorire la stipula di cospicui contratti tra la “Giamahiria” libica e imprese europee e giapponesi.

Dopo qualche tempo, però, egli era stato invitato ad abbandonare l’attività di imprenditore privato per dedicarsi alla creazione di una rete di uffici commerciali nel continente europeo, impiegando tra l’altro personale indicatogli da Said Mohamed Rashed (il capo del Tribunale rivoluzionario libico): una chiara copertura per operazioni di spionaggio che invece Lahderi non aveva affatto inteso favorire, suscitando di conseguenza l’ira del Rashed; quest’ultimo - così l’esule aveva raccontato per telefono al suo amico carabiniere - aveva pertanto preteso un incontro chiarificatore presso l’Hotel Schweizerhof di Zurigo.

Qui Lahderi non solo aveva rifiutato la sollecitazione a rientrare in patria e a mettersi stabilmente al servizio del governo rivoluzionario, ma aveva anzi reclamato un permesso di espatrio per la figlia ed il pagamento della sua preziosa mediazione nell’affare concluso fra lo Stato libico e la ditta italiana Italstat.

“In tutta risposta ha ricevuto gravi minacce” - continuò Lanfranconi - “Lahderi confida che si sia trattato semplicemente di una scenata, dato che egli torna troppo utile agli interessi del regime di Gheddafi. Tuttavia era ugualmente molto spaventato: dallo scorso marzo soltanto in Italia sono già stati assassinati quattro dissidenti libici”.

In effetti sia il rifugiato che il colonnello non immaginavano che Rashed fosse anche il regista degli squadroni della morte incaricati di liquidare gli oppositori all’estero.

“Lahderi arriverà alla Stazione Centrale alle 17,50 con il Trans Europ Express” - concluse Lanfranconi - “Non avendo qui foto utili alla sua individuazione, siamo rimasti d’accordo che sarà lui a presentarsi al carabiniere in divisa fermo in attesa all’inizio della banchina. Che voglio sia lei: dovrà fornirgli protezione a bordo del successivo treno diretto al Brennero. Alla stazione di Bolzano il libico verrà preso in consegna dai colleghi del locale Comando Provinciale, che ho già provveduto a mettere al corrente dell’intera faccenda; essi poi terranno sotto stretta sorveglianza la sua abitazione fintantoché la situazione non risulterà più chiara”.

“Bolzano? E che c….!” - pensò Damiano. Proprio quel giorno sua moglie compiva ventotto anni e lui per festeggiare aveva acquistato due biglietti della rappresentazione de “La Bohème” al Teatro alla Scala. Erano fra l’altro rientrati da poco dal loro romanticissimo viaggio di nozze in Francia e quella sarebbe stata per i due sposini la loro prima serata mondana... Invece gli toccava addirittura trascorrere la notte fuori casa!

Telefonò a Cecilia per metterla al corrente dell’improvviso incarico (lei certo non se la prese, pregandolo tuttavia di fare molta attenzione). Poi si recò alla mensa, la quale aveva però già chiuso i battenti: poco male, dato che l’appetito gli era ormai passato.

***

Damiano e Cecilia si erano conosciuti quattordici mesi prima ad una festa dell’Arma, ove lei accompagnava un ospite (un alto magistrato, suo padre). Si erano subito reciprocamente piaciuti, rivedendosi già due sere dopo in un ristorantino sui Navigli; dopodiché le cose erano germogliate con inattesa, meravigliosa rapidità e così avevano deciso di non frapporre altro tempo tra loro, sposandosi.

Cecilia era fisicamente molto attraente e, a dispetto dell’aria misurata (che se da un lato esprimeva senso del riguardo, dall’altro nascondeva una grande timidezza), era dolce e premurosa. Agiva sempre in coerenza con i suoi principi morali ed era di animo sensibilissimo. Amava la natura. Amava la vita.

Una donna - e una moglie - perfetta. Damiano si considerava un uomo fortunatissimo: non avrebbe voluto risposare che lei. Certo, l’aspro strappo con Milena ciclicamente tornava a sconcertarlo, ma egli ormai guardava decisamente avanti.

***

Dato che con il teatro era andata buca il capitano stava arzigogolando su un nuovo regalo di compleanno da portare al suo tesoro al rientro dall’Alto Adige il dì seguente, quando il puntualissimo T.E.E. proveniente dalla Svizzera si arrestò al binario numero ventuno, congedando uno sciame di passeggeri carichi di bagagli e premura. Il carabiniere gettò lo sguardo qua e là in quella frotta di gente: due uomini dai tratti verosimilmente nordafricani che procedevano fianco a fianco, ciascuno con in mano dei borsoni e buste di regali, dettero a loro volta una sbirciata al militare, oltrepassandolo però spediti. Anche diverse donne gli misero gli occhi addosso (del resto, il fascino suo proprio sommato a quello della divisa erano, al femminile, davvero un bel richiamo!); un paio d’esse gli accennarono anche un sorriso. Alla fine però il marciapiede rimase vuoto, e del Lahderi nemmeno l’ombra.

Damiano guardò in giro, ma nessuno sembrava interessato ad avvicinarlo. Ipotizzò allora un fraintendimento del colonnello sul punto dell’incontro: forse in realtà l’imprenditore libico lo stava cercando nei pressi dell’Espresso per il Brennero. Consultò dunque il tabellone delle partenze, apprendendo che quel convoglio sarebbe partito dal binario numero quattro e cioè dalla parte opposta della stazione; così si avviò lesto verso là, zigzagando nella confusione, ma quando fu all’altezza della sala che ospitava i telefoni pubblici il sangue gli si gelò nelle vene: quella donna in tailleur rosso che una ventina di metri più avanti stava attraversando il piazzale della stazione diretta ad uno dei treni era… lei, Milena!

Il cuore del capitano prese a battere impazzito; d’impulso la chiamò, una, due volte, muovendo poi i primi passi verso di lei. La ragazza si arrestò e si guardò attorno: il frastuono della folla e degli annunci gracchiati dagli altoparlanti non le avevano dato modo di capire da che parte provenisse il richiamo.

Il chiasso non riuscì invece a coprire sei scoppi secchi in rapida successione - spari! - e le urla di terrore di una donna provenienti dal posto telefonico. Damiano si girò istintivamente in quella direzione, mentre nel piazzale in un attimo si scatenava il panico; poi riportò gli occhi su Milena, ma in tutto quel fuggi fuggi generale non la scorse più. Si voltò di nuovo verso l’ufficio telefonico e vide uno dei due presunti nordafricani con cui poco prima aveva incrociato lo sguardo correre fuori da lì liberandosi - gettandola a terra - di una pistola; intuì cosa era accaduto e si lanciò al suo inseguimento, estraendo nel mentre dalla fondina la propria rivoltella d’ordinanza. “Fermo o sparo!” - gli intimò da dietro, avendo tuttavia già scelto di prenderlo vivo.

Essendo ancora un buon atleta (seguitava infatti a vogare all’Idroscalo non appena aveva un momento di tempo libero), il carabiniere stava rimontando rapidamente il distacco allorché due individui con indosso dei giubbotti da motociclista si staccarono dalla vetrina di intimo femminile sulla quale sembravano assorti e gli si pararono davanti di botto, in pratica placcandolo.

“Cosa fate? Levatevi dai piedi, sto rincorrendo un probabile assassino!” - sbraitò furibondo Damiano mentre oltre le spalle di quelli scorgeva il fuggitivo squagliarsela indisturbato.

“Non si agiti, capitano” - gli disse uno dei due mostrandogli un tesserino del S.I.S.Mi. (il ramo militare dei servizi segreti italiani), mentre l’altro - pure lui con gli occhi nascosti dietro le lenti scure dei Ray-Ban Aviator - allontanava i curiosi spacciandosi per un agente di polizia.

“Cosa significa?” - domandò il carabiniere, sorpreso.

“Che il tizio che stava braccando non va toccato”.

“E perché?”.

“Lasciamo che le autorità libiche sbrighino come meglio ritengono la questione dei loro dissidenti. Hanno minacciato gravi ritorsioni, se proviamo a metterci becco: attentati, insomma”.

“Ah! E ditemi, noi allora caliamo le brache? Chiunque ora può perciò fare quel che gli pare e piace in casa nostra?” - contestò indignato quello in divisa.

“Ordini dall’alto”.

“Dal Governo?” - ventilò il capitano.

“No comment”.

Presidente del Consiglio dei Ministri era diventato Francesco Cossiga. “Ma certo… c’è sempre lui, di mezzo! - pensò il carabiniere ritornando amaramente con il pensiero ai fatti di Bologna.

All’improvviso Damiano sentì puntarsi un’arma contro lo stomaco. “Favorisca la pistola, capitano” - cambiò registro il suo interlocutore; il fasullo poliziotto a propria volta rimarcò l’esortazione del collega assestandogli sulla spalla una manata poco amichevole.

Una volta requisito il caricatore, la Beretta M34 venne restituita all’ufficiale. “Così a lei non verrà in mente di provare a trattenerci e a noi di fare di conseguenza quello che non vorremmo” - concluse lo scagnozzo del S.I.S.Mi. Ciò detto, lui e il suo compare accennarono il saluto militare e si allontanarono senza fretta. Damiano invece rimase lì immobile per qualche buon minuto ancora, annichilito e con sette pallottole in meno tutte da spiegare al colonnello.

Tornò infine sui propri passi. Frattanto gli agenti della Polfer avevano interdetto il salone telefonico, in attesa dell’arrivo dei colleghi del reparto investigativo; al capitano dei carabinieri fu comunque accordato di dare un’occhiata dalla soglia: sul pavimento del piccolo soppalco dov’erano sistemati gli elenchi alfabetici l’altro nordafricano intravisto al binario ventuno giaceva steso dentro un lago di sangue. ”Lahderi, sicuramente” - pensò Damiano, che ai poliziotti però non riferì nulla sull’impedita cattura del killer: avrebbe deciso Lanfranconi quali elementi fornire agli inquirenti.

Egli poi corse a frugare i treni fermi in attesa del semaforo verde, nella remotissima - e difatti vana - speranza di ritrovare Milena.

Mentre faceva ritorno in caserma Damiano era oppresso da un profondissimo senso di vergogna per il proprio Paese; e poi c’era pure l’amarezza di non avere potuto riguardare negli occhi e riparlare (eppure era stata lì, ad un passo!) con… lei.

Dio, che tremendo colpo al cuore era stato rivederla! Certo, le loro strade erano ormai separate per sempre: lui adesso amava unicamente (e totalmente) Cecilia. Tuttavia sentiva fortissimo il bisogno di sapere se Milena infine lo aveva in qualche modo compreso e perdonato: la loro storia avrebbe allora perso ogni macchia e, seppur finita, sarebbe tornata a risplendere pienamente, racchiusa dentro un bellissimo ricordo da serbare gelosamente in un angolo dei loro cuori. Perché nella vita niente deve essere mai vissuto invano.

Cecilia, alla quale più tardi a casa egli raccontò piangendo ogni cosa del suo assurdo pomeriggio, quella notte gli donò tutto il proprio amore. E lui il suo.

Nove mesi più tardi nacque la loro bimba, Sofia.

***

Non si sarebbe mai scoperto con quale pretesto Mohamed Kalifa Bu Asha - questo il nome del sicario, identificato grazie al contenuto del bagaglio da lui abbandonato nell’ufficio telefonico - fosse riuscito ad unirsi a Lahderi alla stazione di Zurigo e perché avesse poi freddato quest’ultimo in un luogo pubblico, e per di più in maniera tanto incauta; è probabile che lì la vittima avesse cercato di sottrarsi al suo controllo e che l’altro abbia dunque dovuto improvvisare.

Per l’omicidio dell’esule nel 1986 sia l’agente Kalifa che il suo capo Rashed vennero condannati in contumacia alla pena dell’ergastolo dalla Corte d’Assise di Milano. Ciononostante anni dopo, a Tripoli, alla presenza del Sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi, la società Ansaldo STS avrebbe firmato con Rashed (divenuto nel frattempo Presidente delle Ferrovie della “Giamahiria”) un contratto per la realizzazione dei sistemi di segnalamento di 1.450 chilometri di linee ferrate libiche: una commessa da 541 milioni di euro!

Continua (Parti III e IV) ...



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