ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato sabato 23 dicembre 2017
ultima lettura sabato 18 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Lo strano caso dell'uomo senza naso - terza puntata

di nickvandick. Letto 306 volte. Dallo scaffale Generico

Non è prassi comune che un poliziotto si rechi a compiere la perlustrazione di una possibile scena del crimine da solo e nessun comandante con un minimo di sale nella zucca avrebbe mai emesso un ordine simile. Ma Dennison non era un capo sul qua...

Non è prassi comune che un poliziotto si rechi a compiere la perlustrazione di una possibile scena del crimine da solo e nessun comandante con un minimo di sale nella zucca avrebbe mai emesso un ordine simile. Ma Dennison non era un capo sul quale si poteva fare affidamento, particolarmente il sottoscritto nel caso specifico. La telefonata di Wallace rivelava che la loro relazione non era tutta rose e fiori come voleva far credere e che il loro rapporto si era già incrinato irrimediabilmente, quindi poteva anche essere che nel suo inconscio cercasse di turare la falla che stava facendo affondare la barca ordinandomi di andare allo sbaraglio nella speranza di eliminarmi in modo pulito e rapido. Ve la immaginate la figura, la signora si accorge che il grande macho non è altro che un frillo privo di qualità e decide di ritornare col suo vecchio compagno sbugiardando la montagna di menzogne che per tutti quegli anni mi avevano fatto fare la figura dello stupido. Che onta per il super-capo e che soddisfazione per il cornuto. La verità era che non si possano cancellare ventidue anni di vita in comune con la stessa persona e Wallace aveva scoperto che la strada percorsa insieme a me era rimasta sbarrata per chiunque altro. Forse le ci era voluto un po’ di tempo per capirlo ma alla fine ci aveva sbattuto la testa da sola.

Comunque non mi fregava, sarei entrato in quell’androne per controllare se il mafioso con il naso mozzato esisteva davvero o fosse l’invenzione di uno squilibrato soltanto per poter sbattere in faccia a Dennison il mio bel rapporto compilato in maniera inappuntabile. Gli avrei contestato ufficialmente la sua direttiva di spedirmi laggiù senza nessuna copertura contraddicendo tutte le regole imposte dal dipartimento. Poteva non servire, ma poteva anche essere che se la mia lagna fosse giunta alle orecchie di qualche capoccione il bellimbusto avrebbe subito una solenne lavata di capo che forse lo avrebbe costretto ad abbassare un poco la cresta nei miei confronti. Non mi andava di dargliela vinta proprio adesso che Wallace mi aveva dato l’impressione con le sue parole di volerlo mollare e anche se non avevo Luis a coprirmi le spalle avrei fatto lo stesso quello che c’era da fare.

Parcheggiai davanti al numero indicato di Mercer Street e scesi dalla macchina. Si trattava di uno stabile d’epoca di mattoni rossi a cinque piani con le scale antincendio sulla facciata anteriore. L’ingresso era decoroso, qui eravamo in South Manhattan, in pieno centro cittadino cioè e non in qualche derelitto vicolo del Bronx o di Queens. Però non si poteva mai dire, Little Italy non era troppo lontana e anche se la comunità italiana si era ormai spostata verso altri lidi fitte ramificazioni mafiose persistevano tuttora nel quartiere.

Superai i pochi gradini e spinsi il portone che si spalancò senza opporre resistenza. L’androne era come mi aspettavo, semibuio e deserto. Nessuna traccia di giganti mafiosi a cui era stato strappato il naso e silenzio pressoché totale. Non c’era l’ascensore, quindi mi sarei dovuto sorbire in cinque piani a piedi fino all’appartamento della sorella del replicante di Johnny Winter per appurare magari che il signorino era appena scappato dal manicomio e si divertiva a inventarsi le fesserie più grosse di questo mondo giusto per rendere la vita difficile ai poliziotti. Estrassi comunque la pistola e la impugnai con due mani dirigendo però la canna verso il pavimento.

Avanzai di qualche metro e mi irrigidii allarmato. Avevo avvertito la sensazione che qualcosa non stesse funzionando come doveva, captavo nell’aria un non so che di storto, come se un uccellino mi stesse suggerendo che non tutto era come sembrava.

Per terra c’erano delle macchie. Gocce di un liquido scuro che si erano stampate rotonde e precise sulle piastrelle seguendo la direzione che portava all’entrata delle cantine. Non c’era luce naturalmente perché la lampadina era fulminata e dovetti affidarmi al mio istinto per riuscire a muovermi senza imbattermi in un ostacolo imprevisto. Non dovetti fare troppi passi, il tizio stava seduto con la schiena poggiata contro la parete di cemento grezzo, il volto inondato da rivoli di sangue che aveva inzuppato la camicia bianca sotto la giacca e cominciava a rapprendersi. Le braccia erano abbandonate sui fianchi e la mano sinistra stringeva ancora una Browning calibro 9 con un silenziatore inserito nella canna. Era un colosso, enorme, il collo taurino e le spalle larghe come un armadio a due ante. Gli occhi erano chiusi e la bocca spalancata in un respiro che non doveva aver trovato. Il naso era stato strappato di netto e al suo posto c’era un orribile grumo di carne sanguinolenta che sembrava la causa dell’emorragia che lo aveva ucciso. In apparenza. Perché proprio in quell’istante fu scosso da un fremito, come se stesse cercando disperatamente di riprendere i sensi.

Gli puntai la mia Glock 17 in mezzo alla fronte, così tanto per essere sicuro di essere il primo a reagire in caso di reciproca incomprensione. Rimasi per qualche secondo ad attendere ulteriori manifestazioni di energia vitale da parte di King Kong ma quello si limitò a lanciarmi un’occhiata smorta.

“Fai una mossa falsa e ti finisco senza neppure darti il tempo di dire ah,” lo minacciai e con la punta del piede gli tolsi la pistola dalla mano spingendola ad una distanza di sicurezza.

Mi inginocchiai su di lui, non era grave come avevo pensato all’inizio e non tutto il sangue era fuoriuscito dalla ferita al naso. Osservandolo meglio notai subito due fori di proiettile di cui uno sulla spalla e l’altro sul braccio, segno che il bestione doveva essere reduce da un conflitto a fuoco che non si doveva essere concluso in modo troppo positivo per lui.

Gli infilai una manetta al polso del braccio ferito e fissai l’altra ad uno dei tubi di metallo che percorrevano esternamente il muro in tutta la sua lunghezza. Il tizio emise un grugnito di dolore ma non trovò la forza per reagire e si limitò a masticare un insulto che non riuscii a interpretare.

“Sono un poliziotto brutto testa di cazzo e ora tu te ne starai buono qui ad aspettare che io vada a controllare il casino che hai combinato con il cannone che tenevi in mano,” dissi infilando la Glock nella fondina ascellare, poi aggiunsi: “E non ti agitare perché tanto ti servirebbe soltanto a perdere ulteriore sangue, il che vuol dire che finiresti di tirare le cuoia. Quando ritornerò, se sarai ancora vivo, chiamerò un’ambulanza e ti farò portare all’ospedale quindi se vuoi che mi sbrighi puoi aiutarmi dicendo subito a che piano devo salire.”

Il tizio non sembrava in vena di collaborare.

“Vai a farti fottere, sbirro,” blaterò l’ingrato.

Scossi la testa deluso.

“Eh, no, così mi fai piangere tesoro. Non ti ha insegnato la mammina ad essere riconoscente con le persone che ti vengono in aiuto.”

Un gorgoglio di bava rossastra fu il suo commento, al che mi rimisi dritto e mi impossessai della nove millimetri che gli avevo tolto di mano. Controllai il caricatore e scoprii che gli rimaneva soltanto il colpo in canna mentre i restanti dodici erano stati esplosi tutti e questo significava che il figlio di puttana appeso alle mie manette era stato protagonista di una piccola guerra locale.

Misi in tasca la Browning e cominciai a temere il peggio. Forse la questione non era semplice come avevo ipotizzato all’inizio e fui assalito dal dubbio di essere stato eccessivamente imprudente a spingermi dentro questo palazzo senza protezione alcuna. Ero solo e non sapevo assolutamente che cosa sarei andato a trovare di sopra. Insomma, non ero mai stato un eroe e non avevo intenzione di cominciare a diventare tale proprio adesso. Uscii comunque dallo scantinato e iniziai a salire le scale ripromettendomi di strizzare le palle al caro signor Roundtree per avermi scaricato nelle mani una rogna di questa portata. Sospettavo che il furbone non mi avesse detto tutta la verità e che anzi fosse in qualche modo coinvolto nel ferimento di King Kong. Certo, una persona comune ridotta in quelle condizione a quest’ora sarebbe già cadavere da un pezzo ma il bestione non era una persona comune e ci sarebbe voluto ben altro che due miserabili proiettili a farlo fuori. Ma questo il sosia mancato di Johnny Winter non lo aveva messo nel conto.

Al primo e secondo piano sembrava tutto tranquillo e mi sembrò strano che nessuno si fosse accorto del baccano provocato dalla sparatoria, dodici colpi della Browning più quelli probabilmente numerosi che erano stati indirizzati contro mister armadio a due ante non passano inosservati neppure in una città come la nostra. Ma si sa che la gente tende a non immischiarsi in faccende che odorano di polvere da sparo e che voglia essere coinvolta il meno possibile con le azioni di polizia perché poi si rischia di rimanere invischiati in noiose trafile burocratiche dalla durata imprevedibile.

Il terzo era nella medesima condizione dei due precedenti e al quarto cominciai ad avvertire sentore di guai. La porta di un appartamento si dischiuse e fece capolino la figura di un’anziana donna che mi guardò terrorizzata come se avesse davanti l’apparizione del diavolo in persona.

“Sono un poliziotto, signora,” cercai di tranquillizzarla. “Le sarei grato se mi dicesse di aver notato qualcosa di anormale questa mattina…”

Sprangò senza darmi il tempo di concludere la frase e non si poteva certo darle torto, mi sarei spaventato anch’io se aprendo la porta di casa avessi visto uno sconosciuto armato dopo che magari qualche ora prima sulla mia testa era avvenuto il finimondo. Il luogo dello scontro era dunque il quinto, il piano dove abitava la sorella di quel rotto in culo di Roundtree. Un’idea si stava facendo largo nella mia mente ed era semplicemente che forse Roundtree ne sapeva molto di più di quanto aveva voluto farmi credere, anzi cominciavo ad essere sicuro che il furbastro avesse partecipato pure lui alla sparatoria colpendo King Kong per poi venire alla centrale a raccontare una storiella convinto di avere eliminato il testimone che avrebbe potuto mettere in discussione le sue dichiarazioni. A quel punto mi sorgeva il dubbio che di sopra non avrei trovato gente ancora in vita, ma quello che mi lasciava più perplesso era che non riuscivo a spiegarmi come fosse stato possibile strappare in quel modo il naso del mio amichetto ammanettato nello scantinato.

Continuai a salire e subito capii che i miei timori avevano trovato un fondamento. Il quinto piano era costituito da un solo appartamento la cui porta d’ingresso era rimasta socchiusa ad indicare il fatto che forse all’interno non c’era più nessuno in grado di chiuderla. Macchie di sangue lordavano il pavimento di legno del pianerottolo ed erano talmente estese e fitte da far pensare che in quel punto avessero scannato qualcuno. Avanzai con estrema cautela, pronto a fulminare chiunque avesse soltanto provato a muovere un dito.

Il primo cadavere lo trovai a metà del corridoio, un giovane sui trenta, vestito come uno di quei picciotti che si vedono nei film di mafia di Scorsese, capelli neri tirati indietro con il gel e catenina d’oro appesa al collo. Un italo americano come me, con la differenza che io vestivo molto meglio di lui e avevo preso una strada opposta alla sua. A quanto pareva la Vergine raffigurata nella medaglietta d’oro non se l’era sentita di proteggerlo da almeno cinque proiettili che gli avevano trapassato il petto e un sesto che lo aveva colpito ad un occhio. Morto stecchito, in una mano stringeva ancora una Magnum 357 che non era servita a parargli il culo.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: