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lavoro pubblicato lunedì 11 dicembre 2017
ultima lettura mercoledì 20 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IN FONDO ALLA STRADA

di PaoloGuastone. Letto 377 volte. Dallo scaffale Horror

Muso di Topo si fece un altro tiro e cacciò fuori un'ampia boccata di fumo. L'abitacolo della vecchia Panda 30 divenne una bolla satura di miasmi, in tutto e per tutto simile ad una fumeria d'oppio persa nei vicoli di Hong Kong.Geronimo si era r.........

Muso di Topo si fece un altro tiro e cacciò fuori un'ampia boccata di fumo. L'abitacolo della vecchia Panda 30 divenne una bolla satura di miasmi, in tutto e per tutto simile ad una fumeria d'oppio persa nei vicoli di Hong Kong.
Geronimo si era raggomitolato sul sedile passeggero, come un sacco di concime da 150 chili, e stava esaminando attentamente la cassetta del Festivalbar'82: il mangianastri dell'autoradio di Muso di Topo se l'era pappata tempo prima approfittandone poi, contestualmente, per tirare le cuoia. Muso di Topo aveva sbobinato meticolosamente il nastro fuori dagli ingranaggi, un centimetro per volta, ma ora non aveva più modo di sentirlo e nemmeno di sapere se era ancora ascoltabile.
Marco se ne stava seduto sul sedile posteriore in mezzo resti di cibo, vestiti sporchi ed immondizia varia che spandevano un odore da far avvizzire una foresta intera di arbre-magique. Da più di un'ora era chiuso là dentro e si era rotto le palle di aspettare. Era in attesa che quei due si svegliassero dai loro sogni di fumo e, intanto, si domandava se avesse fatto bene a seguirli visto che, quando non si sfondavano di canne, bevevano vodka come fosse acqua minerale.
Faceva un freddo cane e tirava un vento da congelare un mammut.
Era uno dei giorni più freddi, quello. Mai si era visto così tanto gelo. Dovevano esserci almeno 10 gradi sottozero e non era neanche Dicembre.
E quella sera era calato improvvisamente il peggior banco di nebbia degli ultimi tempi. Un secondo prima la strada c'era e un secondo dopo non si vedeva neppure la luce dei fari.
Fiocchi leggeri di nebbia ghiacciata tracciavano lente spirali, agitati mulinelli simili a tentacoli di gigantesche meduse lattiginose e danzavano sull'immensa pianura cristallizzata dal gelo come zucchero a velo sul pandoro di Natale.
Non c'era in giro un'anima per quelle strade di vetro. Avevano incrociato si e no un paio di auto da quando si erano messi in viaggio. Pedoni manco a parlarne. Le notti di inverno in Lomellina sono un set cinematografico abbandonato: la gente sprofonda davanti alla TV e riempie i silenzi con il crepitio della stufa.
Il gelo dentro l'abitacolo, invece, rendeva le mani inermi e penetrava nelle ossa facendosi strada tra i vestiti, come un ragno invisibile.
Il riscaldamento non dava segni di vita. Forse perché faceva effettivamente troppo freddo, forse perché perfino quel rottame di auto aveva capito che non stavano andando ad una gita di piacere.
Muso di Topo fece ricorso al suo infallibile rituale: la bestemmia. Il ventilatore, magicamente, iniziò a tossire e, producendo un frastuono simile ad uno scaffale di metallo che cade da una rampa di scale, sparse nell'abitacolo una nube polverosa che sapeva di scappamento e antichi scarafaggi mummificati, smarriti nei meandri del cruscotto.
Geronimo prese a battere le mani e a pestare i piedi per la gioia, neanche avesse fatto 13 al Totocalcio.
Muso di Topo ruttò e gli arrivò in bocca un sapore di alcol vecchio, cattivo e acido, che gli trasformò il viso in una smorfia. Sputò un grumo stopposo sul tappetino e poi parlò.
"Da quando il vecchio è schiattato, quella catapecchia è rimasta disabitata...".
La vecchia Panda 30 era parcheggiata al lato di una strada che portava in mezzo a chilometri quadrati di nulla. Gli alberi spogli erano ombre scheletriche frustate dal vento e i campi intorno erano laghi di buio.
Non si riusciva a scorgere alcunché in quel paesaggio spettrale. Scie bianche vaporose oscillavano, come fantasmi, da una parte all'altra della strada, avvolgendo tutto in un abbraccio ovattato e gelido.
La casa doveva essere là, in fondo alla strada.
"Siete sicuri che non ci vedrà nessuno?", bisbigliò Marco.
Gli rispose un rutto, o qualcosa di simile. Muso di Topo cominciò a ridere.
Ci fu un altro rutto, poi la risata di Muso di Topo cessò di colpo, il volto divenne serio, quasi preoccupato da un pensiero improvviso.
"E chi cazzo vuoi che ci veda, a quest'ora, con questa nebbia, qui in mezzo ai campi??".
"Piuttosto...", bofonchiò poi, abbassando il tono della voce, "Avete preso i sacchi?".
"Ne abbiamo presi tre!", rispose Geronimo.
"Le torce?".
"Ci sono!".
"Piede di porco, cacciaviti e tronchesi?".
"Si, anche quelli!".
Sembravano proprio una banda di scassinatori.
"Muoviamoci!", gridò Muso di Topo.
Quell'unica parola fece sussultare Marco come se gli fosse stata urlata in un orecchio. Di fronte alla risolutezza di quell'ordine Marco si rese conto di non poter più nascondere la paura che, lentamente, gli era cresciuta dentro.
"Secondo me...", sussurrò con voce lenta e spessa, che sembrava provenire da una lingua arrotolata in un foglio di cartavetrata, "Non dovremmo farlo....voglio dire....non avete sentito le voci che giravano in paese sul conto del vecchio?".
"Senti, bello...", sbuffò Muso di Topo, dopo aver ingoiato le lamentele, "Quelle sono tutte balle che la gente del posto inventa per passare il tempo!".
"Si, però...".
"Ascoltami una volta per tutte!", ora Muso di Topo era decisamente sull'incazzato, "Se preferisci rimanere qui in questo buco di posto, a farti fare il lavaggio del cervello da questi vecchi, fai pure! Se intendi passare il resto della tua vita a collezionare delusioni, accomodati! Ma se, invece, hai intenzione di darci un taglio sul serio con queste quattro case del tubo, lascia perdere le idiozie e pensa a tutto il ben di Dio che ci sarà là dentro!".
Marco rimase colpito più dalla rabbia di Muso di Topo che dai suoi ragionamenti.
Pensò alla vita che aveva condotto fino a quel momento, alle sue giornate, tutte fotocopie dello stesso foglio, agli anni che trascorrevano grigi, senza soldi, appetitosi come un fagiolo lesso sopra una meringa e si convinse che, canne o non canne, Muso di Topo aveva ragione. Inutile girarci intorno: Marco sarebbe potuto essere qualsiasi cosa: l'uomo che avrebbe cambiato il mondo, uno scienziato, un politico, un artista. Invece non era che un fallito, solo carne da macello, uno di quelli che, ai giorni nostri, prenderebbe il classico carrello con la ruota bloccata anche su una vendita on-line. Era come l'intonaco crepato che si scopre spostando una vecchia cornice o la muffa che si forma dentro una confezione dimenticata aperta nel frigo.
I ruggenti anni 80 erano arrivati, avevano ruggito e se ne erano andati dopo aver masticato Marco per bene ed averlo sputato dritto nei girone dei fessi a rincorrere emozioni che non sarebbero mai arrivate o immaginare sensazioni che vivevano solo nei sogni.
E lui aveva capito che, da lì in avanti, avrebbe dovuto inventarsi acrobazie sempre più difficili per evitare di cadere senza far troppo rumore, per decidere, una volta per tutte, se la sua vita meritasse di essere scritta con la "V" maiuscola o cancellata, come uno scarabocchio qualunque.
Glielo avevano suggerito i muri della sua casa, che si sbriciolavano divorati dall'umidità, i compleanni dimenticati, le bastonate di suo padre, la Simmenthal mangiata direttamente dalle lattine e la specializzazione in porte sbattute in faccia visto che, a diciotto anni, non era neanche riuscito a prendere la licenza media.
E allora si era convinto che, alla fine, avrebbe continuato così, a rincorrere i sogni di una vita facile, appoggiandosi a qualcuno che gli dicesse dove spingere, senza mai tentare di fare qualcosa di buono.
Perché ci volevano i coglioni per fare una scelta del genere e lui non aveva mai dimostrato di averceli i coglioni. Il fatto stesso che si trovasse di notte, in mezzo alla banchisa polare padana, chiuso dentro un catorcio puzzolente, insieme a due relitti tossici, dimostrava che lui era solo uno dei tanti cespugli secchi che crescono tra i binari, così, senza un perché, e che i coglioni per cercare quel qualcosa di buono non li aveva mai avuti.
Avanzò solo un'ultima domanda: "Ma....ci saranno davvero tanti soldi...?".
Geronimo si voltò e lo fissò come fosse una zanzara sul muro.
"Te lo ricordi, il vecchio, come andava in giro?". La voce sembrava quella di un pappagallo impagliato.
"Si! Come...uno straccione, ma...".
"Ma...?".
"Ma...portava un mucchio di bracciali e catene d'oro...".
"Appunto...e lo sai, vero, cosa dicevano le voci in paese?".
"Beh...che faceva...lo strozzino...".
"Bravo, e lo sai che non aveva parenti?".
"Ah...!".
"Allora, hai altre domande o ci arrivi da solo?".
Muso di Topo spense il motore e uscirono dall'auto, carichi e gasati come una Duracell, e si inoltrarono nella notte glaciale, buia come una catacomba.
L'aria gelida li sferzò, come una scudisciata di inverno in piena faccia. Dai campi saliva un vapore ghiacciato che sembrava bava viscida e spingeva il freddo fin dentro l'anima.
Accesero le torce e marciarono verso la casa.
Il freddo e l'umidità si attaccavano addosso mordendo la carne come cani affamati. Sembrava di respirare nuvole zuppe di pioggia.
"Ma...il vecchio non aveva proprio nessuno? Che so, una moglie...?", chiese timidamente Marco. La condensa gli usciva dalla bocca come nuvole di zucchero filato. In vita sua non aveva mai provato un freddo così intenso.
"Si, ce l'aveva...", rispose Muso di Topo, "Però, dopo la nascita del figlio, si attaccò alla bottiglia...".
"E perché?".
"Perché...il figlio era nato deforme, insomma...uno sgorbio, e con parecchie rotelle fuori posto....".
"E quindi?".
"E quindi un bel giorno uscì di casa ubriaca marcia e la trovarono il giorno dopo, stesa in un fosso, affogata in neanche venti centimetri d'acqua...".
"E il figlio?".
"Nessuno in paese lo ha mai visto. In giro si diceva che, subito dopo la nascita, lo avessero rinchiuso in un ospedale o in uno di quegli istituti speciali...tipo quelli dove mettono i....ma...adesso basta con le chiacchiere e muoviamoci, che mi si sta gelando pure il culo!".
Dopo pochi passi la casa, o per meglio dire, la sagoma oscura che se ne intravedeva nel buio della notte, tra l'intrecciarsi di nebbia che andava e veniva, occhieggiò in fondo alla strada.
La nebbia gelata ne avvolgeva i muri scrostati e macilenti come un lugubre sudario. Le persiane chiuse sembravano grondare lacrime amare, accompagnate da bizzarre litanie che riempivano gli spazi regno di silenzi imperturbabili.
Il muro di cinta appariva come il vestito di un arlecchino malconcio e povero, cucito con due soli colori: il rosso cupo dei mattoni chiazzati dal tempo e dall'umidità e il grigio della calce.
Marco notò che era stato innalzato. Ai vecchi mattoni erano stati aggiunte file di moderni blocchi di calcestruzzo. Il contrasto tra il vecchio ed il nuovo era evidente, e sinistro nello stesso tempo, malgrado tutto quel non vedere nulla.
Il grande cancello di ferro battuto era davanti a loro.
Avvolto dalla nebbia ed illuminato dalle torce mandava riflessi fatui e indefinibili. Marco rabbrividì ancora e, stavolta, non solo per il freddo.
Il cancello era macchiato di ruggine. A Marco la ruggine fece venire in mente una strana malattia.
Non era chiuso a chiave, ma aprirlo fu come spostare la pietra all'ingresso di un sepolcro. Scricchiolava, cigolava ed era pesante. Si muoveva a fatica a causa della ruggine e del gelo che avevano bloccato i cardini e per le alte erbacce cresciute in cortile.
Riuscirono a muoverlo di poco. Spinsero con più forza, ma c'era ancora qualcosa che faceva da ostacolo. Qualcosa che non si vedeva perché le erbacce lo nascondevano.
Spinsero ancora, il cancello ebbe un tremito e si spostò di quel tanto che bastava per permettere di sgusciare dall'altra parte come anguille. Puntarono le torce e la luce svelò, nascosta tra le erbacce gelate, la carcassa di un grosso cane.
Il gelo ne aveva fuso il corpo con il terreno cristallizzato. Si capiva però che la povera bestia si trovava lì da un pezzo.
"Deve essere un randagio o forse...".
"Lasciate perdere il cane e muoviamoci!".
Entrarono nel cortile, camminando sulle erbacce bruciate dal gelo. Le erbacce arrivavano oltre alle ginocchia, pur se ripiegate su sé stesse per la morte bianca che le aveva colpite. Procedettero con cautela, schivando cespugli e rovi coperti da una coltre di brina. Come unico riferimento, la casa buia che rappresentava il loro obiettivo. Si fermarono arrivati al porticato. Il vento continuava a soffiare forte.
Le torce illuminarono un mare di cianfrusaglie ammassate là sotto: Biciclette arrugginite, elettrodomestici esausti, vecchi mobili, bombole del gas, cataste di legna ed immondizia varia.
"Guardate là!", indicò Geronimo, "Per terra c'è un telo...una specie di straccio...!".
Sembrava un sacco a pelo. Muso di Topo si avvicinò e la sua faccia divenne quella di una sfinge.
Poi emise un verso indefinito, quasi un grugnito. "Non è un telo...".
Subito si avvicinarono anche gli altri.
"Santo Dio! Ma...è...!".
"E' un uomo...probabilmente morto di freddo...".
L'uomo non era morto per il freddo, era morto perché era stato sbranato. Aveva la gola squarciata e segni di morsi su tutto il corpo. Non restava molto del suo volto, si vedevano i denti attraverso una guancia che era stata mangiata via.
Il freddo ne aveva rallentato la decomposizione. Lo esaminarono da vicino: aveva segni di morsi sulle braccia e sulle gambe, oltre che sul collo.
"Potrebbero essere stati dei cani....magari proprio come quello morto....", disse Geronimo.
"Dei cani grandi...", osservò Marco. Poi cercò di misurare i morsi con le mani: erano grandi una spanna. Il cane che aveva sbranato quel poveraccio aveva una bocca larga.
Marco stava seriamente pensando di girare i tacchi. Ma la porta di ingresso era là davanti a loro.
Bastava percorrere tutto il porticato. Una trentina di metri in tutto.
Partirono a razzo e, una volta arrivati, Marco fissò la porta con una smorfia. Il vetro scheggiato, la vernice spellata e le macchie di ruggine, simili a muffa rossa, la dicevano lunga sullo stato di abbandono.
Geronimo provò a spingere ma quell'accidente di porta non si apriva. Provò con entrambe le mani ma ottenne lo stesso deludente risultato. Allora partì con una tremenda spallata. La porta si aprì solo di uno spiraglio. Il legno doveva essersi gonfiato a causa dell'umidità ed ora premeva sul pavimento. Diede un'altra spallata, più forte. Piccole scaglie di ghiaccio volarono via e la porta si aprì.
Entrarono e una zaffata di cattivo odore infettò l'aria, come un maleficio, e li paralizzò sulla soglia. Era puzza di chiuso, di muffa, di rancido, di escrementi e piscio vecchio, un cocktail stomachevole che incendiava i polmoni e stritolava il cervello.
La luce delle torce illuminò prima il pavimento. Non beneficiava più di acqua e sapone da chissà quanto tempo. Era ingombro di cartacce, immondizia, resti di cibo ed escrementi congelati. Marco giurò di avere intravisto anche un paio di topi morti, fusi con le piastrelle dal gelo.
Il mobilio a muro, di tipo scadente, formica e compensato di almeno trenta anni prima, era impolverato e macchiato di umidità. Gli sportelli erano tutti spalancati ed il contenuto era stato sparso in giro per la stanza. I vasetti ed i contenitori erano aperti, molti erano stati rotti e le scatole e i sacchetti erano vuoti e tutti sfasciati.
Le finestre erano coperte da ragnatele e il vecchio divano di similpelle, color sporcizia, era squarciato, con la gommapiuma che fuoriusciva da ogni taglio.
Regnava il caos più assoluto. Tutto era sparpagliato ovunque secondo una logica folle e, come se non bastasse, la puzza e la mancanza di lampadine accese contribuiva a rendere l'atmosfera irrespirabile.
La vernice si addensava, radunandosi in scaglie, e colava giù dalle pareti come una cascata maligna, viscida di umidità e polvere raggrumata, tra sedie rovesciate e stoviglie sparse dappertutto.
La stanza era uno spettacolo di grigio, dai contorni indefiniti. Una pesante coltre simbolo del tempo e dell'oblio ricopriva ogni cosa. Attraverso una finestra, lasciata aperta, la nebbia entrava sinuosa accarezzando con le sue gelide dita le fessure del pavimento.
Per terra, accanto al tavolo, c'era un ammasso informe di carta colorata. Marco si chinò per ispezionarlo e dedusse che doveva trattarsi dei resti di un vecchio calendario. Niente di interessante, quindi, al pari di quello che, fino a quel momento, avevano visto dentro quella topaia.
Era diventato un blocco di ghiaccio e si sarebbe spezzato se avesse cercato di muoverlo. Marcò spazzò via la brina che lo copriva con il dorso della manica. Si riusciva a leggere poco o nulla, se non che era girato sul mese in cui il vecchio aveva tirato le cuoia. Marco si accorse che c'erano delle annotazioni a penna. Erano tutte diventate incomprensibili: poco più che macchie. Riuscì ad interpretare qualcosa che assomigliava, più o meno, a: "...tare...da...iare...", e che ricorreva due volte la settimana. Cosa voleva mai dire?
Cercò di attirare l'attenzione di Geronimo che, puntualmente, lo mandò a quel paese. "Ma cosa vuoi che me ne freghi!!", gli rispose, ridendogli in faccia, "Sarà uno di quei promemoria che il vecchio scriveva perché si dimenticava sempre di tutto....! Rimbambito lui e idiota tu che gli vai dietro!".
Non c'era niente da fare. Per lui era una specie di scherzo da osteria. Marco pensò che Geronimo doveva essere una di quelle creature felici che possiedono la testa solo per dividere le orecchie e che possono attraversare l'inferno, senza scottarsi, perché tanto non lo capiscono.
Lasciò perdere e si unì agli altri. In quel momento rimpianse di non essere rimasto a casa: sopportare le lune di traverso quotidiane di suo padre non sarebbe stato certo più arduo che stare rinchiuso in quel postaccio con due balordi dal fegato evaporato, che giocavano a fare i grandi boss.
Uscirono e passarono accanto al piccolo bagno. Il water era aperto ed incrostato di strati di sporcizia innominabili. La vasca era formata da uno strato nero di polvere pelosa mentre il lavandino non aveva più le sembianze di una ceramica, ma sembrava una melma indefinita.
Raggiunsero di corsa l'altra stanza. Anche quella era nel più totale stato di abbandono. Piccole ossa ed escrementi congelati erano sparsi per tutto il pavimento. Geronimo ribaltò un mobile ma ne uscirono solo vestiti consumati ed ammuffiti che spandevano un odore terrificante. Sui letti mancavano i materassi, finiti chissà dove.
"Niente neanche qui...", borbottò Muso di Topo facendo dietrofront, "Dobbiamo per forza....PORCA TROIA...!!".
In un angolo, nascosto dalla porta che avevano aperta, c'era uno scheletro.
Li fissava con le sue orbite vuote in mezzo a quello che restava degli abiti.
"Non ha più le costole...", osservò Geronimo. Non restava un filo di carne, persino le ossa della testa erano state rosicchiate. Guardarono meglio: c'erano gli stessi segni di denti che avevano visto sul cadavere sotto il porticato. Una manciata di costole era sparsa lì intorno.
"Ma...che razza di animale è stato? Un cane?", gridò Geronimo.
"Boh...e che ne so...", rispose Muso di Topo, "E comunque, dopo tutto questo tempo e con questo freddo, qualunque animale fosse, a quest'ora sarà già morto!", proseguì, ma Marco pensò che, però, lui un animale del genere non voleva proprio vederlo, neanche da morto. Gli balenò all'improvviso l'idea che potesse essercene più di uno. Un branco magari? Si, come no!
Passarono ad esplorare il piano superiore ma anche là trovarono solo sporcizia escrementi e caos.
C'erano un sacco di scarpe sparpagliate. Avevano tutte profondi segni di morsi.
Tutti i cassetti e gli armadi erano stati aperti ed il contenuto era stato sparso per la stanza, ma neanche lì trovarono qualcosa di interessante e di valore.
La carta che rivestiva i cassetti era stata in parte strappata. Per terra c'erano delle palline gelate con lo stesso disegno a fiori della carta. Erano state masticate e poi sputate.
Accanto alla porta c'era uno sgabello rovesciato. L'imbottitura di pelle che lo ricopriva non c'era più, restavano solo le borchie di ottone e dei segni di denti incisi sul legno.
Rimaneva da esplorare la cantina. Per raggiungere la scala che portava di sotto dovevano attraversare il corridoio. La prima cosa che notarono, fatti pochi passi, fu un mucchio di giornali e materassi, fusi insieme dal gelo in un ammasso informe. Ostruiva quasi il passaggio.
"Sembra...sembra una cuccia, una tana...", disse sottovoce Muso di Topo. Poi tirò un calcio al materasso. Non successe niente. Lo ribaltò: sotto c'erano varie ossa, probabilmente delle costole umane. E poi quanto rimaneva di due gatti, tutti rosicchiati e anche il teschio di un cane. C'erano delle macchie nerastre sul materasso. Geronimo le illuminò e sentenziò che doveva trattarsi di escrementi congelati.
Marco pensò che doveva essere un animale grosso per avere bisogno di una cuccia così. E per avere quella bocca.
Ma che animale era? Un cane grosso? Un gorilla? Un orso? Una volta Marco, in televisione, aveva visto degli oranghi, ma la pianura non era la giungla e...Dio santo, ma cosa diavolo gli veniva in mente....!
"Non perdiamo tempo!", urlò Muso di Topo.
Scavalcarono la tana ed aprirono la porta che dava sulla scala.
Puntarono le torce verso il basso e dal buio emerse una rampa di scale malridotta.
Rimasero immobili a fissare i gradini. Nella luce oscillante delle torce le ombre informi proiettate sui muri sembravano muoversi. A volte si dilatavano, a volte svanivano, come se piccole e silenziose creature si muovessero continuamente su e giù per la scala.
La scala finiva in un antro buio come un mare nero. L'odore che saliva avrebbe fatto fuggire un esercito intero di topi.
Loro, invece, scesero, procedendo a tentoni, con le ragnatele che gli sfioravano il viso. I muri erano fatti di mattoni scuri, sporchi di muffa e polvere centenaria.
Geronimo era davanti ed arrivò giù per primo. Fece due passi e si fermò di botto, immobile come un chiodo su di una parete.
Un secondo dopo arrivarono gli altri e lo trovarono piantato davanti ad un altro mucchio di ossa.
"Si sono mangiati anche questo...".
Anche a quello scheletro mancavano le costole, la colonna vertebrale era tutta morsicata e il cranio era aperto come una scatola di sardine.
Da un primo esame la cantina sembrava enorme. Doveva estendersi sotto tutta la superficie della casa ed anche sotto parte del porticato attiguo, come ben si addiceva alle vecchie case coloniche, costruite lontano dal paese, che dovevano immagazzinare il raccolto e grandi quantitativi di provviste. Geronimo illuminò vecchie botti e scaffali pieni di bottiglie e cianfrusaglie.
In un angolo c'erano due congelatori. Erano di quelli grossi, come quelli che usano i negozianti, ed erano spalancati. Dovevano contenere parecchie provviste, ma di queste non c'era più traccia. All'interno si scorgevano solo vecchie confezioni squarciate ed ossa completamente spolpate e rosicchiate.
Là sotto il caos era quasi come quello che avevano trovato nella casa. C'erano attrezzi agricoli, vecchie radio, televisori e ferri da stiro. Per terra scansarono carcasse di piccioni e di topi ed anche lo scheletro di un altro cane. Geronimo saltò un mucchio di cianfrusaglie e puntò verso un muro di mattoni poco più avanti e quando lo superò, si mise ad urlare.
"Ehi gente, venite a vedere!!".
C'era una massiccia porta di legno, chiusa da un lucchetto.
Il viso di Muso di Topo si illuminò. Geronimo prese il tronchese e in un attimo il lucchetto saltò.
Dietro la porta era stato ricavato un piccolo vano, con un tavolo ed una sedia. Appoggiato al muro c'era un grosso armadio di legno, anch'esso chiuso con un lucchetto.
Geronimo fece saltare anche quello e, non appena le ante si aprirono, rimasero tutti a bocca aperta.
L'armadio era pieno zeppo di soldi. C'erano mazzette su ogni ripiano. Da centomila lire fino a cinquemila e, in basso, c'erano delle scatole. Erano piene di gioielli, collane, brillanti, anelli.
"Siamo ricchi!! Cazzo, siamo ricchi!!!, urlò Muso di Topo. Aveva la faccia di colui che ha visto la luce.
Geronimo prese i sacchi.
Stavano iniziando a riempirli quando Marco sentì un rumore.
Qualcosa si era spostato, forse un secchio, forse qualche attrezzo che c'era lì sotto. Magari era solo un rumore impercettibile, catturato dal silenzio, che si amplifica e rimbalza nella mente o riecheggia dentro una stanza troppo grande.
A quel rumore, però, ne seguì un altro. Questa volta Marco si arrestò completamente e rimase in ascolto e non poté continuare ad ignorare quel rumore che si ripeteva davanti a lui. Non poteva più confonderlo con la caduta di un oggetto o qualcosa amplificato dal silenzio.
Era come se qualcosa di vivo strisciasse per terra.
"Forse è solo un topo...", pensò Marco. Era normale trovarli in campagna e lui ne aveva visti tanti, anche di grossi.
Marco, con la torcia, continuò a percorrere i muri con lo sguardo inquieto, percepiva la desolazione delle pareti scrostate, ne sentiva l'umidità fin dentro le ossa. Uscì dal vano e si sporse a vedere: niente. Solo una porzione di cantina deserta e la torcia che proiettava strane ombre. Sentì il freddo arrampicarsi su per la schiena e un sussulto dentro lo stomaco.
Si allontanò e fece qualche passo in avanti. Gli batteva forte il cuore come quando, da bambino, veniva rinchiuso dal padre nel ripostiglio buio.
"Dai, ancora qualche passo...", pensava Marco, "Fai vedere a quei due che non hai paura...".
Muso di Topo e Geronimo stavano continuando a riempire i sacchi come niente fosse.
"Ma dove cazzo è finito Marco??"
"E che ne so?! Dai muoviti con quelle mazzette!!". I tonfi delle mazzette che finivano nel sacco ripresero.
Poi, dal fondo della cantina, giunse un ringhio basso e profondo.
"Ma chi cazzo è?", Geronimo fece un passo indietro. Il ringhio cessò.
"Soldi, cazzo, guarda quanti!", urlò Muso di Topo. Geronimo mosse la torcia su e giù. Niente. "Marco, dove cazzo sei??", urlò, poi qualcosa lo prese per le spalle.
"Sono qui!", gorgogliò Marco con le labbra impastate dalla saliva, "Mi è sembrato che...".
Intanto Muso di Topo continuava a gettare nei sacchi soldi e gioielli. Ce ne era una quantità pazzesca.
"Siamo ricchi....siamo ricchi...", cantilenava in continuazione.
Marco non avrebbe voluto ammetterlo, ma cominciava davvero ad avvertire un leggero senso di paura.
Lasciò Geronimo e tornò a guardare dall'altra parte della cantina. Gli parve di vedere un'ombra scura muoversi nell'angolo più lontano.
Raccolse una bottiglia vuota e la lanciò.
Lo schianto del vetro fece voltare Muso di Topo: "Ma cosa cazzo succede?".
"C'era qualcosa....non so cosa...".
"Ma cos'era?".
"Un'ombra...era un'ombra...". Per un attimo tesero tutti l'orecchio ma non si sentiva niente.
Marco pensò che era meglio piantare tutto, che era meglio filarsela, finché si era in tempo perché, forse, in tutta quella storia ci poteva essere qualcosa che ancora ignoravano. Qualcosa che Marco non riusciva ancora a decifrare, come una parola che si ha sulla punta della lingua e che continua a sfuggire.
Ma gli altri due erano ancora troppo impegnati. "C'è un casino di roba!", urlavano. C'erano persino dei sacchetti con dentro delle monete d'oro.
"Dai, dai...forza...buttiamo tutto dentro!!".
Dal fondo della cantina giunse un altro ringhio.
"Cazzo...muoviamoci!!".
Marco puntò la torcia ed il fascio di luce illuminò un movimento repentino, lontano. Poi sentì dei passi.
Finirono di svuotare l'armadio. Per ultimo buttarono nel sacco anche un pacco di Certificati del Tesoro.
"Venite! Presto!".
Geronimo illuminò il fondo della cantina ma non si vedeva nessuno.
Caricarono i sacchi in spalla e partirono.
Da dietro non arrivava più nessun rumore.
Dopo pochi passi, nella parte razionale della mente di Marco si accese una lampadina.
"Te lo ricordi il muro? Quello fuori...".
Un brutto presentimento si piantò dritto in mezzo al cervello: perché quel muro tornava a galla, come un rigurgito acido, proprio adesso? In fondo, non era che un normale muro di cinta, mezzo sbrecciato, come se ne vedono tanti in giro per le campagne.
"E allora...cosa aveva di così particolare...?".
Proprio un bel niente, a parte il fatto....
"...che era stato rialzato...".
Si, d'accordo, ma anche così rimaneva sempre un muro, scrostato e macilento, perfettamente in linea con lo standard decadente di quella catapecchia.
"Ma tu, però, hai notato qualcosa...".
Marco, per un certo periodo, aveva lavorato come manovale e aveva avuto modo di vedere i muratori esperti all'opera e i lavori ben fatti che ne venivano fuori. Sotto la luce delle torce quel muro, invece, appariva come un pugno in un occhio, un lavoro assolutamente mediocre, fatto in fretta e furia da un muratore dilettante in astinenza da detersivi.
"Già...e perché fare un lavoraccio del genere...?".
Per essere sicuri che nessuno sarebbe riuscito ad entrare.
"E fare cosa? Rubare delle cianfrusaglie ammuffite? Prendersi qualche malattia in mezzo a tutto quel sudiciume?".
No, certo che no. Il vecchio voleva proteggere tutto il ben di Dio che c'era in quell'armadio.
Il presentimento di Marco, però, era bastardo. Una volta insinuato nelle mucose, nella pelle, penetrava sempre di più.
"Ma dai! Il muro era già alto di suo. E l'armadio si trovava giù in cantina, chiuso a chiave...dentro uno stanzino anch'esso chiuso a chiave...".
Era un presentimento che Marco non riusciva a rimuovere e che continuava a scavare. Cieco, muto ed inesorabile procedeva imperterrito nella sua lenta marcia.
"Che senso aveva sopraelevarlo ancora?".
Improvvisamente, la luce della sua lampadina mentale aumentò di intensità e Marco ebbe la visione globale della situazione, come quando un lampo rischiara la notte rendendo il paesaggio visibile a giorno, anche se solo per un istante appena.
"Hai visto gli scheletri? E quelle ossa rosicchiate? E...le scarpe...tutte morsicate, come se...".
Un brivido di terrore si infilò sotto i vestiti, salì su per il collo e gli arruffò i capelli in testa.
"E il calendario? Cosa c'era scritto su quel calendario...?".
Era solo un comune promemoria, scritto con grafia incerta. Le parole erano state pressoché cancellate dall'umidità e dal gelo. Di contro, i neuroni di Marco avevano sempre marciato con il freno a mano tirato, ma la paura crescente e l'istinto di sopravvivenza sciolsero i freni e i neuroni cominciarono a galoppare.
Marco sommò tutti gli indizi e, come risultato, ottenne che quelle parole cancellate ripresero rapidamente la loro forma originale ed iniziarono a brillare, come se fossero state incise nella pietra. E se solo quel demente di Geronimo gli avesse dato retta, anziché trattarlo come un deficiente, molto probabilmente a quest'ora avrebbero avuto tutti e tre il fondoschiena salvo.
"...tare...da...iare.... PORtare da MANGiare...".
Portare da mangiare, sì, ma a chi? Marco non volle nemmeno immaginarlo. Era troppo occupato a ragionare su di un altro problema che, là sotto, si era già scavato un bel pezzo di strada e stava diventando più pericoloso di uno sguardo magnetico in un negozio di ferramenta: morto il vecchio, quel promemoria non era stato più rispettato, il mangiare non era stato più portato, ed era per quello che.....
In una frazione di secondo la verità si scavò la strada nel cervello, dolorosa come una lama arroventata che affonda nella carne e tutti i suoi ragionamenti vennero risucchiati in uno sciacquone che frullava intorno all'unica vera certezza che Marco si era ormai definitivamente costruito.
"Il vecchio non voleva che qualcuno entrasse. No, per niente. Il vecchio non voleva che...".
Accelerarono il passo scansando scaffali e ciarpame. La scala era là, davanti a loro.
Ma proprio a fianco c'era lo spazio per le botti.
"Oddio, guardate là...!". Una botte era stata spostata e al suo posto si intravedevano pezzi di materasso, stracci e vecchi giornali.
Ma non erano residui gelati.
"Porca puttana...questa è una tana occupata...!". Accanto alla tana c'era un mucchietto di ossa e un pezzo di catena.
Sgomitando, si precipitarono sulla scala ed arrivarono di sopra alla velocità della luce. Muso di Topo spostò una vecchia cassettiera dal corridoio e la sistemò a bloccare la porta.
Erano quasi a metà del corridoio quando udirono un colpo contro la porta della scala.
"Via....cazzo....via!!!".
Sotto i passi forsennati il pavimento sembrava vibrare. Nel silenzio spettrale della stanza si sentiva solo il loro respiro. Un respiro forte, affannato dalla paura e dall'ansia.
Ci fu un altro colpo alla porta. Più forte.
Volarono attraverso la camera da letto ed arrivarono in cucina.
Per attraversarla ed arrivare all'uscita bisognava farsi largo nel caos che regnava là dentro.
Stavano iniziando a scavalcare cianfrusaglie e mobili rovesciati quando, con un rumore simile ad un'esplosione, la porta della scala, con cassettiera annessa, saltò.
Marco dimenticò tutto. I soldi, i gioielli, il furto e, persino, le conseguenze di un suo ipotetico arresto. Con i lineamenti contorti da uno spasimo di orrore senza nome, mollò il sacco e cercò solo di salvarsi. Il suo istinto di sopravvivenza gli fece pompare il cuore a mille e, in un attimo, si trovò catapultato fuori.
Corse a perdifiato attraverso il giardino ghiacciato e, appena fuori dal cancello, si bloccò, come una bandiera a cui hanno tolto il vento.
La nebbia era scomparsa e il buio congelato scorreva rapido e immutabile. Una folata di vento artico gli accarezzò il collo, come dita di ghiaccio che giocano a fare il solletico.
Tese l'orecchio e gli sembrò di sentire delle grida.
"Hai sentito?", Marco si voltò. Quelle non erano grida, sembravano urla disperate,
E il suo sacco era rimasto là dentro.
"Torna indietro!", Marco accennò a tornare indietro ma si bloccò. Forse non erano urla, forse era solo il vento che suonava la sua melodia accarezzando gli alberi spogli e la cima del muro sbrecciato.
Rimase fermo ad ascoltare. Non si sentiva più niente.
La luna invernale se ne stava distesa sul cielo notturno come un bottone dimenticato su di un pezzo di stoffa e i rami contorti degli alberi sembravano gli artigli di una belva in agguato.
Marco riprese a correre, chinando la testa contro il petto per cercare maggiore riparo dal vento gelido, finché le gambe non divennero pesanti di un dolore sordo e cattivo, finché la sagoma della casa si trasformò in una macchia scura e lieve in quel profondo deserto di ghiaccio. Il suo petto si agitava come un mantice, l'adrenalina pompava nelle tempie, soffocava l'udito e appiattiva il mondo intorno. Il calore della corsa, lentamente, si affievolì lasciando la porta aperta al gelo della notte.
Il respiro artico della notte lomellina cadeva come un drappo violaceo sui rami spogliati di foglie, sui campi incolti, sulle strisce di asfalto piene di buchi, sui cespugli paralizzati dal sonno invernale e una coltre di bianco cristallo copriva il silenzio irreale della grande pianura deserta.
Marco arrivò fino all'auto con la mente in balia di un vortice di domande senza risposte.
Si rannicchiò contro la portiera e, in silenzio, rimase ad aspettare.
Che Muso di Topo e Geronimo saltassero fuori o che, almeno, smettesse quel vento fottuto.


Commenti

pubblicato il lunedì 11 dicembre 2017
CanoviAlfredo, ha scritto: Metafore che sembrano allegorie...uno stile preciso pulito e preciso come non leggevo da un po'...dialoghi ineccepibili che svelano tormenti interiori ...una consecutio temporum perfetta...descrizione emotiva impeccabile. Il tutto condito con una sintassi rimarchevole. Unica, indolore, nota dolente...la lunghezza transoceanica! Mi complimento, davvero!
pubblicato il martedì 12 dicembre 2017
PaoloGuastone, ha scritto: Ti ringrazio per il commento positivo e lusinghiero. Hai proprio colto nel segno. Tormenti interiori di personaggi che hanno deciso di buttarsi via. Ed è andata ancora bene, visto che, il più delle volte, non si salva nessuno. In quanto alla lunghezza, apprezzo la critica e confesso che, in origine, il racconto era più corto, ma poi alcuni tratti mi si sono illuminati nella mente, così all'improvviso e, dato che non dovevo nemmeno aggiustarli, ho deciso di aggiungerli. Il resto serve per spiegare la natura dei protagonisti e, probabilmente, fa più paura questa che non il "mostro" che si cela in cantina.
pubblicato il martedì 12 dicembre 2017
CanoviAlfredo, ha scritto: Devo ammettere che ieri, trascinato dalla tua abilità di narratore, mi sono fatto prendere la mano e ti ho voluto fare i miei complimenti...peraltro dovuti. Ma oggi ho letto quel piccolo pezzo che mi era rimasto da leggere e le lodi sperticate di ieri, oggi si sono rivelate ben poca cosa. Comprendo di essere davanti a uno scrittore fatto e finito, anche di molto superiore al sottoscritto...beninteso, questa non è una gara...:). Ma le descrizioni entro la casa, la cupa, inquietante atmosfera che hai fatto aleggiare tra quelle ossa sbiancate e rosicchiate, mio caro amico, sono state esaltanti. Se posso rimarcare una cosa, che indubbiamente è solo un frizzo personale è che, alla fine una qualche descrizione del "mostro" antropofago, io l'avrei data. Ti faccio un piccolo esempio; ne "L'orrore di Dunwich" Lovecraft tiene la sua creatura ben nascosta al lettore, la montagna di icore vischioso e putrido che con la sua massa distrugge intere fattorie, è invisibile all'occhio umano. Eppure, alla fine del racconto un'incredibile stratagemma letterario fa sì che qualcuno, per un istante la veda e che quindi lo scrittore la descriva a noi. Questo genera il vero orrore, sapientemente anticipato nelle scene precedenti: ecco, così io avrei fatto. Uno sguardo mentre Marco fugge... Bravo.
pubblicato il mercoledì 13 dicembre 2017
PaoloGuastone, ha scritto: E io non posso che ringraziarti ancora una volta. Scrittore fatto e finito? Mah...il fatto è che, in effetti, prima di "varare" un racconto lo elaboro molto. Per questo, forse, le parole risultano così "pesate" ed efficaci. Probabilmente uno scrittore vero ci metterebbe di meno e scriverebbe di più. Comunque, andiamo avanti così e vediamo..... Del resto, anche questo racconto è stato un po' rivisitato, segno che, su questa vicenda, volevo ancora dire qualcosa. Ecco, avrei potuto dire qualcosa in più sul "mostro". Tempo fa lessi un racconto dove il "mostro" non veniva nemmeno descritto. Trovai l'idea molto efficace e decisi di fare altrettanto. Rispetto alla prima stesura ho lasciato qualche indizio in più e ho persino pensato ad un finale diverso, dove il "mostro" si svela. Ma questo, per ora, lo tengo ancora nel cassetto....
pubblicato il mercoledì 13 dicembre 2017
CanoviAlfredo, ha scritto: Rispetto la tua scelta narrativa, e ti rinnovo i miei rispettosi complimenti. Io sono il tuo contrario, sforno racconti e romanzi in continuazione - solo in certi periodi - li rileggo una volta, massimo due e poi li butto nella mischia oppure li tengo in stati così, senza un vero editing. Meglio il tuo sistema.
pubblicato il mercoledì 13 dicembre 2017
CanoviAlfredo, ha scritto: "Stasi", dovevo scrivere stasi non stati...C.V.D.
pubblicato il mercoledì 17 gennaio 2018
vecchiofrack, ha scritto: Ciao Paolo, è da un po' che ti sto cercando su altri siti, poi, stasera mi sono ricordato di questo, dove non posto da tempo. Forse mi conosci con l'altro niK (sempre vecchio... poi: Mara) Volevo informarti che io e altri reduci di Net abbiamo aperto un nuovo sito. E' fantastico! Te lo assicuro. Ci terremo molto avere anche te fra i narratori (attualmente siamo in 54) Se ti interessa ti lascio l'account per entrare: paroleintornoalfalo.it Spero che vorrai essere dei nostri. A presto Paolo. Giancarlo (Vecchio Mara)

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