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lavoro pubblicato mercoledì 6 dicembre 2017
ultima lettura venerdì 15 dicembre 2017

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Prima che arrivasse la nutella

di salci. Letto 102 volte. Dallo scaffale Pensieri

   Non ho mai saputo come si chiamasse veramente. Per me era sempre stato Totò cantalanotte.Di bell’aspetto, alto ed imponente, sembrava sdoppiarsi quando indossava la divisa da guardia comunale.Assumeva un aspetto austero e s.....

Non ho mai saputo come si chiamasse veramente. Per me era sempre stato Totò
cantalanotte.
Di bell’aspetto, alto ed imponente, sembrava sdoppiarsi quando indossava la divisa da
guardia comunale.
Assumeva un aspetto austero e serio. Come imponeva il ruolo. Mentre con un passo dalla
cadenza marziale percorreva il selciato del corso sino alla piccola piazza ammiccando, con
un leggero movimento del capo, un cenno di saluto ogni volta che incrociava qualcuno.
L’unica eccezione era destinata alle belle signore del paese che, in verità, si potevano
contare sulle dita di una mano.
In quel caso, se gli capitava di incrociarne una, Totò sfoderava un sorriso radioso, batteva i
tacchi e portava la mano alla tesa del cappello in un saluto da ufficiale ussaro.
Completamente diverso il Totò che, con mastru Pitrinu che suonava la chitarra ed Alfio lo
sciancato che, come la torre di Pisa, pendeva sotto il peso della fisarmonica, aveva
costituito il trio canta e parra .
Allegro e divertente. Pronto alla battuta sagace e brillante non si limitava soltanto a cantare
delle belle romanze, ma, con la sua voce calda e roca, esibiva doti di attore consumato
declamando incantevoli versi d’amore.
Un trio estemporaneo che su mandato del fidanzato, a tarda sera in compagnia di una
luna sorridente, cingeva d’assedio la finestra della sposa promessa e le allietava il cuore
con le note di una serenata che era un pegno d’amore.
Era il tempo in cui Rosalia passeggiava con Gaetano.
Loro due avanti di pochi passi ed i genitori di lei dietro con Concettina e Annuzza, le due
sorelle più piccole.
Un rito pieno di simbolismi.
Per tutti, in paese, doveva essere chiaro che il fidanzamento era ben accetto.
Che Rosalia era una ragazza seria ed illibata e che Gaetano, emigrato in terra straniera,
s’era affrancato dal bisogno. Lo dimostrava quel bel cappotto con il quale era costretto ad
andare in giro malgrado il sole cocente dei primi giorni di maggio.
Era il tempo in cui la miseria, come il vino più forte, si stemperava con un sorso d’acqua
per mitigarne l’effetto e l’antidoto alla tristezza e allo sconforto era un sorriso colmo di
illusioni.
Felicità inventata ogni attimo. Sazia di piccole cose e di gesti importanti che come glicine si
intrecciavano legando la gente in un afflato comune.
Era il tempo in cui muovevamo il vento con le mani e soffiavamo pensieri leggeri come
bolle di sapone.
Prima che arrivasse la nutella.
Quando ancora l’odore del fritto dominava la strada e dalle finestre affacciate sul cortile un
fresco aroma di menta rendeva amabile l’aria.
Incanto di una polpetta d’uova e cipolla, impastata con pane raffermo e pecorino
stagionato così a lungo che solo grattarlo risultava un’ardua impresa.
E padelle annerite da un fuoco sostenuto da piccoli rami ancora verdi, raccolti sul prato
appena dietro la fitta schiera di case piene dei sorrisi di bimbi dalle mani unte d’olio.
Era il tempo in cui i sogni volavano in alto come aquiloni e disegnavano il cielo coi loro
colori.
E la speranza vestiva maglie di lana grossa, lavorate ai ferri da nonne con gli occhi accesi
come tante minuscole stelle.


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